«Non osare toccarmi, rettile!»
Si tese ancora verso di lei:
«Dimmi, che cosa rappresenta Preston per te?».
D’un balzo, lei si sottrasse alle terribili spire.
«Perché vuoi saperlo?» E le candide zanne della lupa si scoprirono come in un sogghigno. «Andiamo ora. Cose più importanti ci attendono.»
Le ondulazioni del suo lunghissimo corpo spinsero Barbee in avanti accanto a lei, in fremiti fluenti di forza. La frizione delle scaglie lucenti sulle foglie cadute sollevava dal suolo un sommesso brusio. Il serpente procedeva agevolmente al fianco della lupa, la testa triangolare sollevata all’altezza di quella di lei.
Il mondo notturno era stranamente diverso ora per lui. Il suo fiuto non era più così sottile come era stato quand’era lupo, né la sua vista così acuta come da tigre. Poteva udire il dolce mormorio del fiume, tuttavia, e il fruscio dei roditori nei campi e tutti gli impercettibili suoni degli animali e degli uomini addormentati nelle fattorie presso le quali passavano.
Clarendon, a misura che vi si avvicinavano, divenne una terrificante cacofonia di motori, di freni stridenti, di clacson, di radio a tutto volume, di abbaiar di cani e di voci umane.
La luce splendeva al nono piano della torre grigiastra dove Quain e Spivak combattevano la loro guerra segreta contro il Figlio della Notte; e un fetore indistinto ma percettibilissimo aleggiava nell’aria.
La porta sbarrata si dissolse davanti alla coppia mostruosa e in breve furono nel vestibolo fortemente — e, per loro, penosamente — illuminato. Il fetore era molto più intenso là dentro, ma Barbee sperò che il rettile potesse resistervi meglio di quanto non avesse fatto il lupo.