Barbee gli fluì vicino, sollevando la lunga testa piatta per guardare di sopra la sua spalla magra e curva. Vide le dita tremanti di Spivak girare distratta­mente il frammento stranamente conformato di un osso ingiallito dal tempo. Vide poi l’uomo prendere un altro oggetto sulla scrivania, e uno sgradevole torpore irrigidì le sue spire.

Quell’oggetto era di gesso bianco. Sembrava il calco di una pietra a forma di cuore, profondamente incisa. Una parte dell’orlo ricurvo dell’originale do­veva essere stato appiattito dall’usura; doveva essersi spezzato, vide Barbee, e un pezzetto ne mancava. Il fetore dolciastro che ne emanava come una nube era così potente che dovette ritrarre la testa nera di scatto.

«Dev’essere un calco della Pietra», spiegò la lupa, barcollando sulle zampe. «E la Pietra stessa deve trovarsi in quella cassa... col segreto che annientò la nostra specie inciso su di essa e protetto da quell’intollerabile emanazione. Non possiamo arrivare alla Pietra stanotte... ma penso che potremo impedire al tuo amico di leggere l’iscrizione.»

Barbee si eresse come una nera colonna arabescata per vedere meglio sulla scrivania: Nick Spivak aveva ricopiato tutte le iscrizioni dal disco di gesso strofinando una matita su morbida carta gialla. Ora cercava di decifrarle, indubbiamente, perché i bizzarri caratteri eano sparsi in file e colonne su varie pagine, frammisti ad appunti e quadri sinottici in caratteri comuni.

«Sei fortissimo questa notte, Barbee», anelò la lupa. «Posso vedere una si­cura probabilità di morte per Spivak... un campo magnetico a cui tu puoi attingere...»

Digrignò improvvisamente le zanne. «Uccidilo! Uccidilo finché esiste il nes­so!»

Rigidamente, penosamente, Barbee si costrinse a immergersi di nuovo nella nuvola di fetore letale che aleggiava intorno al calco di gesso. Spinse poi le spire ricoperte di scaglie verso l’uomo sfinito intento a scrivere, perché quel­l’uomo era un nemico del Figlio della Notte e tutto era cambiato, ormai. Nessuna cosa più, della sua vita diurna, era importante.

Importava solo la sua nuova potenza, l’atteso arrivo del Figlio della Notte e l’amore della lupa dagli occhi verdi.

Nervosamente, Nick Spivak, messi da parte i suoi appunti, studiava ora at­traverso una lente il calco di gesso, come per cercare un errore fatto nel rilevare l’iscrizione. Crollò il capo, accese una sigaretta e la schiacciò subito nel portacenere. Infine si volse a guardare con la fronte aggrottata Sam Quain addormentato sulla branda.

«Gran Dio!», mormorò. «Sono isterico, questa notte!» Allontanò da sé il calco e si chinò nuovamente sulle carte. «Se potessi almeno identificare quel maledetto carattere!» Si mise a succhiare la matita, aggrottando la fronte. «I creatori del disco riuscirono ad annientare quei demoni, un tempo, e la loro scoperta può riuscirvi ancora!» Le sue spalle curve si eressero risolutamente. «Vediamo... se il carattere alfa rappresenta veramente l’unità...»