Fu tutto quello che disse. Perché il rettile aveva scagliato la testa sottile tra il volto dell’uomo e il piano della scrivania. Tre volte il lunghissimo corpo si avvolse attorno all’uomo, poi, stringendo le spire, si tese con tutta la sua forza verso il campo magnetico della probabilità favorevole.
Il volto affinato e smunto di Spivak si contrasse in un’espressione di orrore. Dietro le lenti, i suoi occhi sembravano prossimi a scoppiare. Aprì la bocca per urlare, ma un colpo secco infertogli dalla dura testa del rettile lo paralizzò alla gola. Il fiato gli usciva in un sibilo dal petto, che cedeva sotto la stretta terribile.
Con le mani ad artiglio cercò di puntellarsi al tavolo per alzarsi in piedi. Ma le spire si strinsero ancora di più e il torace dell’uomo s’incavò in modo impressionante. Le dita brancicanti, in un ultimo sforzo frenetico, afferrarono il disco di gesso e lo scagliarono debolmente contro le costole di Barbee. Il freddo urto del suo tocco e l’odore intollerabile annebbiarono il serpente, le cui spire palpitanti si rilassarono un poco.
Ma ormai il povero Nick era già morto. Il disco gli cadde dalle dita inerti e si spezzò sul pavimento. La lupa corse verso la finestra:
«Presto! Quain si sta svegliando.»
Barbee le corse accanto e si accinse a dissolvere la materia della finestra; ma la lupa scosse la testa sottile.
«No. Dobbiamo riuscire ad aprire la maniglia. Non ci sono persiane e Spivak era sonnambulo, quando si trovava in condizioni di estrema stanchezza. E questa notte sembrava sfinito. È questo il circuito magnetico delle probabilità che ho trovato per aiutarti a ucciderlo.»
Finalmente, dopo un lungo affaccendarsi con le zampe e le zanne, mentre il rettile cercava di aiutarla usando la dura testa come leva, la lupa riuscì a far girare la maniglia e ad aprire la finestra con uno schianto che fece sussultare Quain. Questi si mosse pesantemente sulla branda.
«Nick», mormorò confusamente, «che diavolo sta succedendo?»
Ma non si levò e la lupa avvertì: