«Non può svegliarsi ora... ciò spezzerebbe il circuito».
L’aria limpida e fredda che irrompeva dalla finestra dissolse in parte il fetore che li stordiva con la forza di uno stupefacente. Il rettile fu in grado di trascinare il corpo stritolato di Spivak presso la finestra.
«Presto!» La lupa era imperiosa. «Gettalo giù! Dobbiamo andarcene di qua prima che Quain si svegli... e io devo fare ancora qualcosa di molto difficile, per le mie zampe.»
Balzò sulla scrivania, con la leggerezza di un essere alato, e cercò di stringere la matita che la mano di Spivak aveva abbandonato pochi minuti prima. Barbee avrebbe voluto sapere che cosa stava tentando di scrivere, ma un gemito di Quain nel sonno lo riscosse. Con uno sforzo indescrivibile, riuscì a far precipitare la massa di carne e ossa stritolate oltre il davanzale della finestra. Ma le sue spire dovettero scivolare su una goccia di sangue, perché il suo corpo perse la presa che lo manteneva sull’orlo della finestra, e cadde a sua volta. Udì dietro di sé l’ansiosa ingiunzione della lupa:
«Fuggi di qua, Will!... prima che Quain si svegli!».
Il suo lunghissimo corpo nero precipitò giù, nel vuoto, per nove piani d’altezza, ardentemente teso verso il rifugio — ora — di quell’altro suo misero corpo addormentato a Glennhaven.
Udì, in basso, il tonfo sordo e netto dei resti di Spivak che si abbattevano sul viale di cemento ai piedi della torre. E continuò a precipitare a sua volta, finché non si abbatté — e il mutamento fu questa volta repentino, indolore — presso il suo letto a Glennhaven, comunissimo bipede, istupidito dal sonno.
La testa gli doleva per il gran colpo dato per terra nel cadere dal letto. Si levò ritto, barcollando. Aveva un bisogno imperioso di bere qualcosa di forte. Lo stomaco era sconvolto, sembrava svolazzare per la stanza, e tutto il corpo era in preda a un sordo indolenzimento. Glenn, si disse, gli avrebbe detto, senza dubbio, che lui era rotolato per terra scivolando dai cuscini su cui s’era sostenuto per leggere, e che tutto quello spaventevole sogno era nato poi dal suo tentativo, inconscio e probabilmente d’origine alcoolica, di spiegare in qualche modo la caduta.
15.
Intorpidito, tremante e pieno d’orrore per la certezza che quanto aveva sognato fosse vero, Will Barbee rimase qualche minuto in piedi accanto al letto, nelle tenebre.