Finalmente, con un rauco sospiro d’infelicità si decise ad accendere la luce e a guardare l’orologio. Erano le due e un quarto. Tese la mano verso gli indumenti che aveva lasciato sulla seggiola, spogliandosi, ma l’infermiera aveva dovuto ritirarli mentre dormiva, perché trovò solo la vestaglia rossa e le pantofole dalla suola di feltro.

Sempre tremante, e ricoperto di sudore, si coprì alla meglio, e premette il bottone del campanello. Poi, impaziente, ciabattò fuori della camera per an­dare incontro all’infermiera del turno di notte, un’atletica e bonaria signori­na Hellar, piuttosto matura.

«Oh, signor Barbee, ma io credevo che fosse addormentato!»

«Devo vedere Glenn!», le disse, frenetico. «Subito!»

La larga faccia da lottatrice dell’infermiera si illuminò di un sorriso impieto­sito, mentre la sua voce mascolina cercava di farsi carezzevole:

«Ma certo, signor Barbee... Perché non se ne torna intanto a fare un po’ di nanna, mentre noi cerchiamo di tei...».

«Madama», la interruppe Barbee in tono di feroce sarcasmo, «non è questo il momento di farmi vedere la vostra tecnica di imbonimento dei pazzi furio­si. Forse sono pazzo e forse non lo sono, non lo so ancora, ma pazzo o sano, devo parlare subito a Glenn. Dove si trova?»

L’infermiera Hellar si rannicchiò su se stessa, come se si trovasse sul qua­drato, davanti a un temibile avversario.

«E cerchi di non fare la furba», le consigliò Barbee guardandola con occhi sfavillanti. «Può darsi che lei sappia trattare a meraviglia i pazzi comuni, ma il mio caso è specialissimo, capisce?»

Gli parve di vederla assentire di malavoglia, e non poté fare a meno di aggiungere: «Chi sa come si metterà a correre, quando mi trasformerò in un sorcio enorme, tutto nero!».