La donna cominciò a indietreggiare lentamente, un poco pallida, ora.

«Voglio solo parlare a Glenn per cinque minuti, ma subito!», aggiunse con un urlo improvviso. «E se Glenn troverà da ridire, me lo metta in conto.»

«Temo che verrà una nota piuttosto salata», osservò l’infermiera, «se sono questi i suoi sistemi!»

Barbee la guardò sorridendo, e improvvisamente si buttò a terra a quattro gambe.

«Buono, buono!», ammonì la donna, nervosamente. «Ora le mostro il suo alloggio.»

«Brava la mia ragazza!» E si rialzò sulle due gambe.

L’infermiera Hellar si fece prudentemente da parte, e volle che la precedes­se per il corridoio e giù per le scale... e Barbee ebbe la sgradevole sensazione che la donna credesse realmente alla possibilità che lui si trasformasse in un enorme topo nero. Dalla porta sul retro dell’edificio, l’infermiera gli indicò la palazzina di Glenn immersa nelle tenebre, e fu manifesto che la forte Hel­lar trasse un sospiro di sollievo, quando lui si avviò da solo verso la palazzi­na.

Delle luci si accesero al piano superiore ancor prima che Barbee giungesse davanti alla porta, segno che l’infermiera aveva telefonato prima. Il soave e altissimo psichiatra in persona venne ad aprire, avvolto in una lussuosa ve­staglia di gusto piuttosto barbarico.

«Dunque, signor Barbee?»

«È successo un’altra volta!», annunciò il giornalista in tono tragico. «Ho fatto un altro di quei sogni, e so che non si tratta semplicemente di un sogno. Questa volta ero un serpente. E ho ammazzato... Nick Spivak!» Tacque un istante per riprender fiato. «Deve chiamare la polizia. Lo troveranno morto sotto una finestra aperta al nono piano della torre dell’Istituto... e l’assassino sono io!»