Incerto ormai su tutto e su tutti, Barbee si affrettò per le quiete viuzze verso la casa di Sam, cercando di aver l’aria di chi ritiene che una passeggiata mattutina in una svolazzante vestaglia rossa sia la cosa più naturale di questo mondo.

Eppure il mondo esterno, nel suo risvegliarsi al primo mattino autunnale, aveva un’aria quanto mai normale e credibile. Come il sorriso allegro che gli rivolse l’uomo in tuta, in attesa col pacchetto della colazione presso la ferma­ta dell’autobus, un muratore, probabilmente, si disse Barbee.

Ma, ragionò Barbee allontanandosi a passo sempre più rapido, incalzato dai suoi fantasmi, la città, così tranquilla e normale e reale, in verità si nasconde­va sotto l’illusoria parvenza di un velo dipinto. La sua atmosfera lievemente assonnata celava orrori misteriosi, troppo terrificanti perché una mente sana potesse considerarli. Anche il muratore che gli aveva sorriso, col suo pac­chetto della colazione sotto il braccio, quello stesso muratore poteva essere il Figlio della Notte.

Nora venne ad aprirgli, con gli occhi rossi per la veglia e le lacrime. Era mortalmente pallida, e la sua tonda faccia lievemente lentigginosa esprimeva lo sconvolgimento in cui si trovava.

«Oh, Will!», esclamò affettuosamente. «Come mi fa piacere che tu sia venu­to! Dio, che notte è stata mai questa!» Ma nel vederlo a sua volta così scon­volto e disperato in quella strana acconciatura, gli fece un pallido sorriso di conforto. «Anche tu hai l’aria stanca, Will! Vieni in cucina, ti verso una tazza di caffè...»

La seguì in cucina col cuore gonfio di gratitudine. Batteva i denti dal fred­do.

«Sam è in casa?», domandò ansioso. «Ho assoluto bisogno di parlargli.»

Lei lo guardò con occhi dolenti.

«No, non c’è», rispose laconicamente.

«Strano, ho visto davanti alla porta la giardinetta della Fondazione», osser­vò. «Credevo che Sam fosse in casa.»