Lei assentì col capo, pronta a muoversi.

«E avrò bisogno di quella macchina», aggiunse Barbee, «per raggiungerlo.»

«Prendila pure. Prendi tutto quello che ti occorre... e lascia che io gli scriva un biglietto.»

«Sì, ma facciamo presto, Nora. Dobbiamo aiutare Sam per qualcosa ancora più importante della sua sicurezza personale. Lui è l’ultima speranza... con­tro qualcosa peggiore di quanto la maggior parte degli uomini abbia mai te­muto.»

«Lo so, Will. Sam non ha mai voluto dirmi nulla, ma io l’ho sentito, questo, fin dall’istante in cui atterrarono al’aeroporto. È come se qualcosa si anni­dasse nell’ombra, invisibile, sogghignante, orrendo, troppo orrendo per avere un nome.»

Ma l’aveva un nome, pensò Barbee. E questo nome era: il Figlio della Not­te.

17.

Con l’orecchio teso alle eventuali sirene di auto lanciate alla sua ricerca, Barbee si recò nel bagno per cambiare le pantofole e la vestaglia della clinica con un paio di scarpe e un costume kaki di Sam, infilandosi due paia di calze, perché le scarpe erano troppo larghe. Frattanto Nora aveva messo insieme provviste, coperte, indumenti, altre cose di prima necessità. Poi, mentre la donna scriveva il biglietto per il marito, Barbee fece un gran pacco di tutte le robe.

«Non dire ai poliziotti che mi hai visto», ricordò a Nora con un roco sussur­ro. «Non dir nulla... per quello che ne so, la stessa polizia potrebbe operare d’accordo coi nemici di Sam.»

Poi, cogliendo un istante in cui la tranquilla viuzza era deserta, saltò in macchina e si avviò, sorridendo a Nora sulla porta con una speranza che non sentiva.