Sarebbe tornato da Glenn.

Sentiva il bisogno del consolante scetticismo materialista dello psichiatra. Attese che il camion rallentasse sulla curva presso Glennhaven, e si lasciò cadere sull’asfalto bagnato.

Intorpidito e dolente com’era, cadde lungo disteso per terra. E vi rimase per un po’, la faccia sull’asfalto, così sfinito e annebbiato da non sentire nem­meno il freddo tocco della pioggia. Il latrato acuto di un cane, in una fattoria vicina, lo scosse dal suo torpore, e lui si alzò faticosamente e si avviò barcol­lando come un ubriaco.

Altri cani si posero a ululare, quando arrivò ai due pilastri quadrati che segnavano l’ingresso di Glennhaven. Prima di entrare, si voltò a guardarsi paurosamente alle spalle, ma non vide gli occhi verdi d’una lupa seguirlo.

Quando l’alta figura dello psichiatra venuto ad aprire si disegnò sulla soglia della sua abitazione privata, Barbee vide che sul suo volto abbronzato non c’era nessuna sorpresa.

«Salve, Barbee. Sapevo che lei sarebbe tornato.»

Barbee rimase là sulla soglia, vacillando, passandosi la lingua sulle labbra stranamente torpide, insensibili.

«La polizia?», domandò in un sussurrò. «È qui?»

Glenn lo gratificò del suo cordiale sorriso lievemente ironico.

«Oh, non preoccupiamoci della legge in questo momento», ammonì. «Lei è conciato veramente male.» I suoi occhi si posarono sull’impermeabile infan­gato e lacero, sulla faccia barbuta e spettrale. «Perché non si riposa un po’ e lascia che il nostro corpo sanitario risolva i suoi problemi? Telefoniamo allo sceriffo che lei è qui, sano e salvo, e rimanderemo le seccature con la polizia fino a domani. Va bene?»