«Sì», disse Barbee, un po’ incerto. «Ma c’è una cosa che voglio che lei sap­pia. Io non ho investito la signora Mondrick!»

Glenn batté le palpebre, sonnacchioso.

«Lo so che c’è il suo sangue sul parafango della mia macchina», riprese Barbee al colmo dell’agitazione. «Ma è stata una lupa bianca ad ammazzar­la.»

Glenn annuì con aria placida. «Potremo parlarne con molto più comodo domattina, signor Barbee. Ma comunque siano andate le cose — nella realtà o nella sua immaginazione — voglio che lei sia certo che m’interesso molto al suo caso. Mi sembra profondamente sconvolto, ma intendo usare ogni risor­sa della psichiatria per aiutarla.»

«Grazie», mormorò Barbee. «Ma lei continua a credere che l’abbia uccisa io.»

«L’evidenza dei fatti è quella che è.» Sempre sorridendo, Glenn cominciò a indietreggiare cautamente. «Non deve più cercare di scappare, Barbee, o bi­sognerà che io la trasferisca a un altro reparto, domattina.»

«Reparto agitati», osservò Barbee con amarezza. «Scommetto che ancora non sapete come Rowena Mondrick sia riuscita a scappare di là!»

Glenn alzò le spalle con una certa indifferenza. «Il dottor Bunzel è ancora sbalordito per questa faccenda», ammise con la sua solita flemma. «Ma non dobbiamo preoccuparci di nulla questa sera. Ora lei dovrebbe tornare nella sua stanza, fare un bel bagno caldo e dormire un po’...»

«Dormire!», ripeté Barbee, rauco fino all’afonia. «Dottore, se mi addor­mento, tornerà la solita lupa a tramutarmi in qualche spaventevole fiera, per spingermi a uccidere Sam Quain. Non la si vede... nemmeno io riesco a vederla in questo momento... ma non ci sono muraglie che le impediscano di passare.»

Glenn sorrise ancora, assentendo svagato.