Barbee sentì il bisogno di attenuare la terribile tensione che sentiva emana­re dalla ragazza:

«Eri ancora una bambina», disse. «Giocavi, in fondo.»

«Tige divenne idrofobo la settimana dopo», disse lei tranquillamente, «e mio padre dovette ammazzarlo con una fucilata.»

Barbee si mosse a disagio.

«Una coincidenza», disse.

«Può darsi.» E negli occhi di April passò un’espressione beffarda. «Ma io non lo credo.» Ancora l’ombra di un antico dolore oscurò il pallido volto enigmatico. «Io credevo nel mio potere. Harry vi credeva anche lui, ormai. E anche mio padre ci credette, quando Harry gli disse della minaccia che avevo fatto a proposito del cane. Corsi dalla mamma, che stava cucendo, ma mio padre mi trascinò fuori di casa e mi frustò ferocemente!»

Le sue dita lunghe e affusolate presero il bicchiere e lo alzarono, tremanti, per poi deporlo di nuovo sul tavolo, senza averlo avvicinato alle labbra.

«Mio padre mi martirizzò, quella volta, e fu terribilmente ingiusto. Ma men­tre mi staffilava con tutta la sua forza, gli urlai che mi sarei vendicata. Appe­na mi lasciò andare, corsi pesta e sanguinante direttamente nella stalla dove, strappati un ciuffo di peli alle tre vacche migliori e al toro che mio padre aveva appena comprato per la monta, vi sputai sopra, li bruciai con un fiam­mifero e sotterrai il mucchietto di cenere dietro la stalla. Poi feci un’altra cantilena.»

April fissava lo sguardo davanti a sé, attraverso il fumo rossastro della sala.

«Dopo una settimana il toro morì, e il veterinario disse che si era trattato di setticemia emorragica. Anche le tre vacche morirono, insieme con la miglior giovenca d’un anno e due giovani buoi. Mio padre ricordò le minacce che avevo gridato sotto la sferza e Harry disse di avermi visto scavare dietro la stalla. Allora mio padre mi frustò fino a quando dovetti confessare.»