Inoltre, mio padre, che era bruno come mia madre, odiava i miei capelli rossi. Gli bastava guardarli per essere colto da vere e proprie crisi di furore. Non avevo più di cinque anni, quando mi chiamò per la prima volta “piccola strega” e mi strappò dalle braccia di mia madre per staffilarmi.»
I suoi occhi verdi erano ora asciutti e cupi. A Barbee sembravano duri come smeraldi, prosciugati da un odio antico come il mondo. E la sua voce sommessa e recisa faceva pensare ai venti crudeli che dovevano soffiare, fantasticò Barbee, sulle desolate distese dell’Ala-shan.
«Mio padre mi ha sempre odiato, e i miei fratellastri ancora di più: perché mi sentivano differente da loro; perché ero più graziosa delle femmine e più intelligente dei maschi; perché sapevo fare cose di cui erano incapaci. Sì... perché ero già una strega!»
Barbee scosse ancora il capo, incredulo e impaziente.
«Tutti erano contro di me... tutti, meno mia madre. Dovevo continuamente difendermi e restituire i colpi tutte le volte che mi se ne offrisse il destro. Sapevo delle streghe dalla Bibbia: papà ne leggeva un brano all’ora dei pasti e poi salmodiava un interminabile ringraziamento, prima di lasciarci mangiare. Io volli sapere che cosa facessero le streghe. Mia madre mi disse qualcosa, ma molto di più seppi dalla vecchia levatrice che frequentava la nostra casa quando una delle mie sorelle sposate ebbe un bambino... era una vecchia stranissima! A sette anni, avevo già cominciato a mettere in pratica le cose che avevo imparato.»
Barbee continuava ad ascoltare, quasi offeso che lei potesse crederlo capace di prestar fede a simili assurdità e mezzo affascinato.
«Il primo incidente serio ebbe luogo quando avevo nove anni. Harry, uno dei miei fratellastri, aveva un cane chiamato Tige, che, per motivi che ignoro, non mi poteva vedere. Ringhiava appena cercavo di accarezzarlo, minaccioso come quel terribile cane di oggi. Altro segno, diceva mio padre, che ero una strega, mandata a infliggere l’ira del Signore sulla sua casa.
Un giorno, Tige mi azzannò e Harry si mise a ridere, dandomi della strega e minacciando di scatenarmi ancora contro il cane. Forse scherzava, non so, ma io vinta dall’ira mi lasciai andare a dirgli che gli avrei dimostrato che cosa può fare una strega. Gli promisi che avrei gettato un incantesimo sul suo cane e lo avrei fatto morire. Feci del mio meglio per mantenere la promessa.»
Socchiuse gli occhi, al ricordo, e le sue narici palpitarono un poco.
«Ricordavo tutto quello che la vecchia levatrice mi aveva detto. Inventai una specie di nenia sulla morte del cane e mi misi a mormorarla all’ora dei pasti. Raccolsi alcuni peli dalla sua cuccia, vi sputai sopra e li bruciai nella stufa della cucina. E attesi la morte di Tige.»