«Va bene, Rowena», promise; «alle quattro sarò a casa tua.»
Mancavano cinque minuti all’ora fissata, quando Barbee fermò la macchina davanti alla vecchia e malandata casa di mattoni rossi sull’University Avenue. Le imposte erano tarlate e traballanti, i muri scrostati e il prato del giardino incolto rivelava chiazze nude e spelacchiate. L’Istituto aveva evidentemente prosciugato quasi tutti i fondi i Mondrick, oltre ai capitali che lo scienziato era riuscito a raccogliere da altri.
Rowena stessa venne ad aprire.
«Grazie d’essere venuto», gli disse con volce dolce e composta, sebbene sul volto le si vedessero le tracce di lacrime recenti. E introdusse Barbee nel salotto ch’egli conosceva fin da quando lui e Sam erano stati a pensione nella casa. La camera era lievemente soffusa del profumo che emanava da un gran vaso di rose sul pianoforte. Una stufetta a gas ardeva nella nera caverna del caminetto, davanti al quale Turk se ne stava accosciato in posa leonina, fissando i gialli occhi attenti sul nuovo venuto.
«Siedi», lo invitò Rowena. «Ho mandato fuori la signorina Ulford a fare delle spese, perché dobbiamo parlare da soli, Will.»
Impressionato dalla solennità del preambolo, il giovane sedette, mormorando confusamente qualche parola di condoglianza sulla fatale disgrazia che aveva colto Mondrick.
«Non è stata una disgrazia, Will», disse dolcemente la cieca. «Mio marito è stato assassinato... ero convinta che anche tu lo sospettassi.»
Barbee inghiottì penosamente. Non intendeva parlare di sospetti e perplessità con nessuno, prima di decidere qualcosa in cuor suo a proposito di April Bell.
«Sì, l’ho sospettato», ammise; «ma erano sospetti campati in aria.»
«Sei stato con April Bell, ieri sera?»