Lui era consapevole di trovarsi nella sua povera camera, sentiva il ticchettìo della sveglia, la comoda durezza del materasso sotto il suo corpo, la puzza di zolfo che veniva dalle fabbriche vicine dalla sua finestra aperta. Era evidente che non dormiva del tutto, ma quella voce che lo chiamava era così reale che cercò di rispondere.

«Ciao, April», mormorò con voce dormiente, «domani, ti prometto che ven­go davvero a trovarti. Chi sa, forse possiamo anche andare a ballare.»

Bizzarramente, la lupa parve udire.

«È ora che ti voglio, Barbee. Perché abbiamo una cosa da fare insieme... una cosa che non si può assolutamente rimandare. Devi venire subito a rag­giungermi... Ti insegnerò come si fa a cambiare.»

«Ma io non voglio cambiare», mormorò lui a bocca chiusa.

«Lo vorrai anche tu. Tu hai la mia spilla di giada, vero? Ebbene, tienila stretta nella mano.»

Gli parve di alzarsi, sempre addormentato, a tentoni, e di andare verso il comò, a frugare nella scatola da sigari in cerca della spilla. Poi, tenendola stretta nella palma, tornò a buttarsi sul letto.

«Ora, Will», e la sua voce vibrante sembrava colmare il nero vuoto che li divideva, «ascoltami: tu devi cambiare, come sono cambiata io. Sarà facile per te, Will. Tu puoi correre come corre il lupo, seguire una preda come fa il lupo, uccidere come uccide il lupo!»

Sembrava essersi fatta più vicina, nella buia nebbia.

«Su, andiamo, ti aiuterò io, Will. Tu sei un lupo, e la tua guida è la spilla che hai nella mano. Abbandonati, lascia che il tuo corpo sfumi...»