IL LIBRO DI SIDRACH

TESTO INEDITO DEL SECOLO XIV

PUBBLICATO DA ADOLFO BARTOLI

GIÀ COMPILATORE DELL'ARCHIVO STORICO ITALIANO SOCIO DELLA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA TOSCANA, L'UMBRIA E LA MARCHE

PARTE PRIMA (TESTO)

BOLOGNA Presso Gaetano Romagnoli 1868.

ALL'ECCELLENZA DEL SIGNOR COMMENDATORE CONTE LUIGI CIBRARIO MINISTRO DI STATO, SENATORE DEL REGNO PRIMO SEGRETARIO DI S. M. PEL GRAN MAGISTERO DELL'ORDINE MAURIZIANO EC. EC. EC.

Eccellenza,

Mi tengo ad onore che possa venire intitolato a Vostra Eccellenza questo volume, il quale, come documento di molte opinioni popolari del medio evo, sarà forse da considerare non affatto inutile alle discipline storiche, e riuscirà, spero, bene accetto agli studiosi della lingua italiana.

So di offerire cosa troppo men che proporzionata al merito della Eccellenza Vostra; ma siami scusa presso a Lei il desiderio che ebbi di dare il Sidrach in custodia ad un nome illustre, e di attestare publicamente la mia riverenza allo scrittore che gli italiani da molti anni amano e venerano.

Della E. V.

Devotissimo Servitore ADOLFO BARTOLI.

AVVERTENZA PRELIMINARE

Noi stiamo in isperanza che questo Libro di Sidrach non vorrà parere indegno di comparire tra le pubblicazioni a cui dà opera la nostra Commissione pe' Testi di lingua, sia come scrittura del secolo decimoquarto, sia come opera ch'ebbe ad essere nei tempi di mezzo ricercata e letta avidamente in Francia, in Italia ed in altre parti di Europa. Forse questo nome di Sidrach, sotto il quale amò di nascondersi lo scrittore, potrebbe ricordarci quel Sirach, padre di Gesù, reputato autore dell' Ecclesiastico, che i Greci chiamarono Sapienza o Panaretos di Gesù figliuolo di Sirach. Infatti noi troviamo che al nostro libro, in molti codici e in istampe del quattrocento, fu dato il titolo di Fontana di tutte le Scenze; e un manoscritto dell'Ambrosiana ne chiama l'autore Iesu Sidracho(1). Ma che che di ciò possa credersi, è fuori di ogni dubbio che lo scrittore di esso libro sperò, con impostura forse non rara a' suoi tempi, nome ed onore di profeta nel mondo; e facendo fascio di ogni erba, pur di darsi per illuminato da sapienza divina, compose una di quelle enciclopedie, ch'erano al medioevo in ammirazione e in amore, e che a noi rimangono come viva e parlante effige di esso. Sidrach di tutto parla, ogni questione risolve, dà a ogni domanda, come che sia, una risposta, facendo mescolanza continua delle cose più diverse, passando da un capitolo di misticismo illibato ad un altro di oscenità stravagante, insegnando al suo re una sapienza, ch'è a noi spesso documento irrecusabile della grossezza di quei tempi. Il libro di questo profeta contiene molto di teologia e di asceticismo: nè mancagli assai di politica, di storia, di medicina, di fisica, di cosmografia; nè un trattato dell'arte astrologica e delle virtù miracolose delle pietre e dell'erbe: imbandigione sontuosa degli errori e dei pregiudizi del medioevo. Quando ai secoli XII e XIII si cominciò a sentire il desiderio e il bisogno di divulgare quelle cognizioni, le quali erano state fino a quel tempo privilegio di pochissimi, vennero composti certi libri, quasi enciclopedie, dove, con più o meno di chiarezza e d'ordine, si raccolse tutto ciò che sapevasi intorno a Dio, alla natura ed all'uomo. La Francia ebbe così l'Imagine del Mondo, il Lucidario, il Breviario d'amore, e, massima fra tutte, l'opera famosa del Bellovacense; l'Inghilterra, i due poemi di Filippo di Thaun e il trattato di Alessandro di Neckam; l'Italia, il Tesoro di Brunetto Latini. Ma pochi tra questi si paiono tanto popolarmente divulgati quanto il Sidrach, del quale esistono codici francesi, provenzali, italiani ed inglesi; e parecchie edizioni fatte in Francia ed in Inghilterra nei secoli quindicesimo e sedicesimo; di maniera che non sono molte le biblioteche d'Europa a cui manchi o un manoscritto o una stampa di esso. Che significa ciò? Perchè ebbero a dilettarsi così nella lettura di questo libro, non solamente l'età di mezzo, ma i secoli posteriori? Come degnò appressare le labbra a questa fontana di acque torbide e lotose il dotto cinquecento? Una delle ragioni che possono spiegare un tal fatto ci pare che sia l'essere stato il libro di Sidrach tenuto quasi come un manuale dell'arte astrologica e dell'arte magica. Non è alcuno che ignori quanto cara fosse al medioevo quella scenza che le leggende narravano insegnata a Cam dagli angeli ribelli. Ma che meraviglia non ebbero dunque a provare le genti, quando nel Sidrach, operatore di prodigi, convertitore di miscredenti, profeta ispirato da celeste virtù, lessero che un angiolo stesso di Dio erasi fatto maestro in astrologia al prediletto Jafet? Questo dovea certo parere come una santificazione della scenza degli astri, la quale era posta così accanto alla teologia; ed anche quasi una canonizzazione della magia, se ne facea professione e ne dava insegnamenti un tale uomo, il quale abbondava in ogni maniera di sapienza più che umana. Tutto il medioevo farneticò dietro gli astrologi e i magi; perchè ogni cosa che avesse del meraviglioso, del fantastico, del soprannaturale, dell'impossibile piacque a quelle immaginazioni ardenti, a quei fervidi cuori; e non il volgo solo, ma anco gli uomini grandi parteciparono fatalmente all'indole morale di quei secoli, ai quali pareva sola ricchezza desiderabile e sola non colpevole sapienza, la fede. Inutile sarebbe parlar qui dell'astrologia, insegnata dal Sidrach chiaramente ed apertamente. Ma questo profeta ed astrologo fece egli veramente anco professione di magia? Di ciò ne è diviso non possa dubitarsi da chi legga i capitoli che discorrono le virtù prodigiose delle pietre e dell'erbe, le quali danno ai muti la favella, la vista ai cechi, fanno vedere le stelle di giorno; obbligano a dire in sogno i propri fatti più riposti e segreti; procacciano odio od amore; sono buone a guarire de' farnetichi, a non annegare nell'acqua, e via discorrendo. Quanto poi non avanzano ed eccedono le pietre in miracolosa virtù! Con lo zaffiro, ad esempio, può l'uomo uscire dalla prigione più vigilantemente guardata; e colla amatista otterrà dal proprio signore tutto che gli piaccia di chiedere. L'onice darà sogni che dicano ciò onde i morti abbisognano; chi abbia sopra di sè calcedonia, sarà parlatore di grande eloquenza; chi dal lato sinistro porti diamante, non potrà, cadendo da cavallo, farsi alcun male, e non commetterà peccato nè d'ira nè di lussuria. Altre pietre ti salveranno da morte subitanea, e se vecchio, ti renderanno forza vigorosa di giovinezza, e ti saranno rimedio ad ogni veleno. Preziosissime notizie dovevano invero esser queste agli uomini de' secoli medioevali; e se i dotti potevano leggere alcune di queste favole o in Dioscoride o in Teofrasto o in Plinio o in Alberto Magno od in altri, chi non sapesse di greco e di latino, nel Sidrach trovava quanto gli bisognasse; e leggendo in un libro di tanta santità era sicuro dalla paventata dannazione dell'anima. Perchè è bene da ricordare come due magie avesse il medioevo: una puramente diabolica, nella quale agli dei del paganesimo si sostituirono i demoni; l'altra, quasi una medicina ed una chimica magica, la quale deriva dalla forza delle piante, degli animali, delle pietre e dei corpi celesti. Chi ignora quello che fossero all'arte magica le erbe, i beveraggi e gli unguenti? Già, per tacere d'altri più antichi, Plinio, pur dichiarando la sua dotta incredulità, parlò dell'erbe buone ad avere figliuoli di bellezza e bontà singolari, a rendersi invisibili, a vincere i nemici, e ad ottenere altri effetti stupendissimi. Anche oggi gli arabi dicono di avere bevande che fanno cantare e ballare ed essere eloquenti; e gli indiani credono che un'erba possa farli mutare in figura di bestia, e che un'altra insegni a scoprire i tesori nascosti(2). Tutti ci ricordiamo di quel filtro magico o beveraggio d'amore de' romanzi cavallereschi. Questa medicina magica, che è tuttora in uso presso alcuni popoli barbari, fu nel medioevo tenuta in altissima venerazione. E per essa forse acquistarono fama di negromanti Gerberto (il quale in progresso fu fatto volare in aria in compagnia del diavolo), Ruggero Bacone ed Alberto Magno, a cui si attribuirono i curiosi libri de virtutibus herbarum e de virtutibus lapidum, che possono essere considerati appunto come trattati di questa magia naturale di cui parliamo, e che è professata dal Sidrach. Innocua magia, la quale anco delle cose sante fece spesso suo strumento, confondendosi col misticismo, di modo che fabbricò, non solamente unguenti, ma anco orazioni buone ad effetti molto miracolosi(3); e che durò lungamente, come può vedersi dalla Physognomonica e da altri libri del Porta.

Nel Sidrach però, oltre i capitoli di magia naturale, sono anche insegnamenti di medicina, i quali danno rimedi per la lebbra, per la volatica, per il male dello stomaco e del fegato, per istagnare il sangue della piaga e per altro. Nel che noi non vorremo troppo meravigliarci di certe strane ricette che troviamo, come la merda de' bachi da seta mescolata con sciloppo per guarire il fegato riscaldato; e la merda del cavallo mescolata col grasso del porco per ingrassare; e gli scarafaggi bruciati e bolliti nel lardo per la lebbra. Oltre poi la parte che riguarda i rimedi, leggiamo ancora altri insegnamenti di medicina: dove parlasi del corpo dell'uomo, del sangue, del parto, della pazzia, delle varie complessioni; ed in ciò sentiamo le dottrine di Galeno e quelle degli Arabi, spesso travisate e male spiegate, come di chi, non essendo scenziato, parla di cosa che solamente in confuso conosce. Così un'altra qualità viene ad aggiungersi al Sidrach, santo, astrologo e mago, per renderlo caro all'evo di mezzo; ciò è l'essere considerato il suo libro come un trattato di medicina popolare. Ed ognuno può agevolmente intendere per quali stretti legami nella mente dello scrittore questa si congiungesse all'astrologia ed alla magia, le quali non furono appunto in origine altro che degenerazioni della medicina.

Ancora ci è diviso che a divulgare questa fontana di tutte le scenze dovessero contribuire altre ragioni. Riducendoci a memoria ciò che fosse l'asceticismo del medio evo, o spietato nel maledire a tutti gli affetti della terra, o goffo arido bamboleggiante nelle sue mistiche contemplazioni, troveremo che il Sidrach è veramente più savio di molti altri; e mentre si piace nelle astruse sottigliezze teologiche, ricordasi spesso anche del mondo, insegnando cose che dovevano riuscire gradite al cuore di chi lo leggeva. Così, se potè parer santo dimenticare i parenti e ricusar loro ogni amore, eccovi nel Sidrach il precetto di amarli e d'aiutarli; e se la demenza umana fecesi adoratrice della povertà, predicando fonte di ogni male la ricchezza, il Sidrach vi dirà che anche la ricchezza è buona a qualche cosa, e che deve essere pregiata; facendo poi questa bella distinzione tra l'uomo ricco e il gentile: «gentilezza è potere e larghezza e vecchia possessione d'avolo e di bisavolo. L'uomo che ha grande potere ed è villano del suo corpo, sappiate che quelli non è gentile, anzi è ricco»(4). Quale scrittore mistico del medio evo avrebbe scritto tali parole? Ed esse non potrebbero per avventura esserci indizio che lo scrittore di questo libro, prima d'invaghirsi del mestier di profeta, amasse di frequentare le corti, forse cantando di donne e d'armi e d'amori? Perchè anco alle donne (così velenosamente maledette dai mistici) è largo qualche volta di affetto il nostro Sidrach; ed una allusione noi troviamo nel suo libro alla gaia scenza, e certi precetti di galateo che ce lo fanno parere uomo nè ruvido nè troppo dato al fervore degli anacoreti. Tutto ciò dovea piacere ai secoli di mezzo; e ogni maniera di gente avea di che sodisfare nel Sidrach al proprio desiderio. Onde esso divenne quasi sorgente a cui attinsero molti scrittori; e noi lo troviamo citato in parecchi libri, in compagnia di Aristotile, di Catone, di Salomone, di San Tommaso, come, ad esempio, nel Fiore di Virtù, e nel Trattatello della natura e virtù delle pietre preziose(5).

Resterebbe che parlassimo ancora di molte altre cose che leggonsi in questo volume; alcune delle quali stranissime, come sarebbe, che la gioia e il dolore derivano dal mangiar bene o male; che le stelle cadenti sono colpi di fuoco dati dagli angeli buoni agli angeli ribelli, che dimorano nell'aria; che Iddio ha fatto la notte perchè l'uomo dorma, se no avrebbe fatto tutto giorno; che l'erba più degna è il grano; e la più degna pietra è la macina del grano; che il dormire è la più saporita cosa che sia; che la vigna da Noè piantata di giorno fa il vino rosso, e quella che piantò di notte, il bianco. Ma da quel poco che siamo andati sin qui esponendo ci sembra che sieno a sufficienza indicate le ragioni che ebbero a rendere questo libro così divulgato e popolare nel medio evo. Onde più utile sarà che passiamo a vedere in che luogo e in che secolo esso sia stato scritto.

I più antichi codici del Sidrach sono in francese ed in provenzale: i Franchi sono spesso ricordati, come la più forte e la più gloriosa gente del mondo. Questo solo basta a renderne certi che lo scrittore fu un francese, il quale compose l'opera sua o nella lingua d'oïl o in quella d'oc. Non sappiamo per quale ragione il Le Clerc supponga che l'autore del Sidrach fosse un ebreo; e che l'opera, quale fu stampata nei secoli XV e XVI, sia una imitazione amplificata del primitivo lavoro(6). Nè meno possiamo intendere come da lui si giudichi incerto il tempo nel quale il libro fu scritto. Prendiamo brevemente in esame il Prologo, identico in tutti i codici che abbiamo veduto. Quivi si narra come il prezioso volume, posseduto già da un principe di Soria, poi smarrito, appresso venuto alle mani di un greco arcivescovo di Samaria, fosse portato in Ispagna, dove fu tradotto di greco in latino; e come al re di Spagna lo chiedesse in prestanza il re di Tunisi, il quale fecelo tradurre in saracinesco. Da Tunisi n'ebbe notizia Federigo imperatore, il quale mandò un frate di Palermo, che lo ritraducesse in latino e glie lo portasse. Alla corte di Federigo videlo un filosofo di Antiochia, che copiatolo, lo mandò al patriarca della sua patria; e da Antiochia un chierico portollo in Tolletta. Questi viaggi, queste traduzioni e ritraduzioni del libro, a noi sembrano un'arte dallo scrittore usata a fine di dare all'opera sua maggior valore, facendo credere che la fosse già stata tenuta in gran pregio da re da imperatori da patriarchi. E l'indizio più chiaro della favola sta nel principio del racconto, dove è detto che in origine questo libro ci «venne d'una mano in altra, tanto ch'egli venne alle mani a uno grande uomo, che lo volle ardere per lo consiglio del diavolo; e Iddio non volle che ardesse»(7). Ma senza tener conto di ciò che può essere piaciuto di narrare all'ambiziosa fantasia dello scrittore, resta pur sempre che in questo prologo è chiaramente ricordato Federigo II imperatore. Oltre ciò, al Cap. LI parlasi dei frati minori e dei frati predicatori. E finalmente negli ultimi capitoli dell'opera, in mezzo alla confusione di racconti guasti dalla tradizione o dalla fama, si accenna evidentemente ai fatti della quarta Crociata, e forse ad alcuno della sesta. Lo scrittore del libro è adunque posteriore alla prima metà del secolo decimoterzo; e siccome possiamo molto ragionevolmente supporre che gli ultimi fatti di cui parla sieno gli ultimi veduti o conosciuti da lui, così non saremo fuori del vero argomentando ch'egli abbia compilata la sua opera nei primi anni dopo il 1250; tanto più che essa verso gli ultimi del secolo ci si mostra già largamente divulgata. Se Pietro Venerabile all'anno 1140 cita il libro di Sirach(8), egli allude senza dubbio, non alla compilazione del Sidrach, quale è ne' codici francesi del secolo XIII e XIV, ma probabilmente a qualche altro lavoro fatto sull' Ecclesiastico, e del quale potrebbe essere quasi una seconda redazione ed anche una amplificazione il Sidrach nostro. Ma questa non è che una congettura; la quale forse da accurate indagini sui manoscritti francesi potrebbe essere chiarita.

Dei molti codici del Sidrach daremo in altro luogo una bibliografia, la quale studieremo di rendere meno incompiuta che per noi si possa(9). Qui intanto occorre dire de' manoscritti che hanno servito alla presente edizione; ed anzi tutto del francese ( COD. RICCARDIANO N. o 2758, indicato nelle note C. F. R.). Dai caratteri paleografici questo codice apparisce del secolo XIV, e noi siamo di credere che debba averlo copiato un italiano, il quale non fosse nella lingua d'oïl più che mezzanamente istruito(10). Onde spesso accade di trovare parole delle quali non intendesi e neppure può essere indovinato il senso; le regole della grammatica non sono osservate; e molte voci appariscono scritte a seconda della pronunzia italiana. Chi voglia, può certificarsi di questo ne' brani di esso codice, i quali ci è accaduto di dover recare in nota; ma a prova più larga della nostra opinione ne piace riprodurre qui un tratto maggiore del manoscritto, trascrivendo senza correzione nessuna:

«Le vin si est une preciousa chosse et digne et si est salu dou cors et de l'arme et per vin se peut sauver son cors de molt de enfermites. Et per vin peut hom sauver s'arme de mout de pechies. Ensi com le vin est salu dou cors et de l'arme, ausi est in perdicione dou cors et de l'arme. Car per vin peut hom perdre son cors et s'arme legieremente. Le vin si est per le sages chi le boivent atemprement et a raison et ne font nul daumage ne a eaus ne a la gens; a celes genz vaut miaus a boivre le vin che l'aigue. E as fos chi le boivent folement si boivent le sens o le vin et perdent leur sens et luent la gens et les robent o se tuent ou ce laissent tuer per leur sollement boivre le vin. A cil lor vaut miaus boivre l'aigue che le vin, et le vin n'est mie fait por tel gens nive leur est ne droit ne leyaus ...... Les rois et les seignors dovient estre premiers leyaus de lor cors et de lor iugemens. Apres si doivent estre ardis et prous et vailans de leur cors. Apres doivent estre large et donans. Apres si doivent estre as mauvais et as outraious fiers et durs, ivians a tous a chascun selonc sa deserte a droit et a raison, ia soit ce che il soient nigie a mort et a taglier membres. Se les rois et les seignors sont leyaus de lor cors et de lor parole il font aplaisir a Dieu et honorer a leur seignor; et si sont sages et porveans, il le doivent bien estre, et por ce che luer gens pregnent essample diaus et che il soient tels ce il sa gens et donant itels doivent nestre......

Il y a bons chevaus ases par le monde et biaus. Mais cheval doit avoir en lui IIII choses longues et IIII cosses cortes et IIII chosses larges. Premierement doit avoir le biau cheval en lui lonc col et longues giambes et longe sengle et longe coe. Et si doit avoir en lui large groppe et large boche et large nariles. Et si doit avoir en lui cort pasteron et cort dois et cortes oriles et corte coe, non pas le pel mais la propriete de la car et de l'os.»

Sarebbe affatto superfluo che noi ci facessimo a dimostrare particolareggiatamente agli studiosi della lingua d'oïl non essere questo il buon francese del secolo quartodecimo, il quale scorre proprio elegante fluido efficace sotto la penna di molti poeti e prosatori, tanto più elegante, pare a noi, in quei primi secoli, che oggi non sia. E senza volere far paragone del francese di questo Codice Riccardiano con quello, a modo di esempio, corrottissimo e in tante parti non decifrabile, di Niccolò da Casola, e neppure con quello di Martino da Canale, pur non è dubbio che anche il francese del Sidrach non apparisca guasto ed errato. Tra le illustrazioni che faranno seguito al presente volume sarà ancora uno studio su molti codici francesi delle biblioteche italiane, e su quelli specialmente di cui non dettero saggio nè il Keller nè l'Heyse(11). Ivi apparirà manifesto come in Italia si scrivesse e si copiasse il francese nei secoli XIII e XIV; e come dagli errori del testo altri errori derivassero nelle traduzioni che allora si fecero, ai quali è da aggiungere ancora i molti e stranissimi che dalla conoscenza scarsa della lingua derivavano. Da ciò dovrà essere chiaro ad ognuno come quei nostri antichi volgarizzamenti abbiano bisogno di un raffronto continuo coll'originale, se voglionsi dare scritture alle quali il senso non manchi, e che possano giovare alla storia della lingua. Che cosa è, come lo possediamo nelle stampe, quel Tesoro di Brunetto Latini, del quale, fino dal 1816, desiderava il Giordani (e anch'oggi dovrebbe desiderarlo) il testo italiano ridotto alla vera lezione e accompagnato col suo originale francese? Che cosa sarebbe il Sidrach, se pubblicato sui codici italiani soli, senza le correzioni e le illustrazioni che dal paragone col francese derivano? Nè crediamo sia buona e saggia la opinione, che pure oggi alcuni sostengono, essere da sfatare come inutilissime ed anzi dannose le traduzioni de' primi secoli della lingua. Le quali, se anco non fossero parte della storia delle nostre lettere, e se non ci fossero documento della cultura di quei tempi, rimarrebbero sempre alla lingua importantissime, e indispensabili a chi vorrà e saprà, quando che sia, fare che all'Italia non manchi un glossario della sua lingua, comparata colle altre lingue uscite dalla sorgente latina. Sappiamo non in tutte le traduzioni del duecento e del trecento potersi ammirare una uguale eccellenza di dettato; ma da ciò stesso usciranno utili considerazioni; e, ad ogni modo, il traduttore meno garbato d'allora, potrà sempre essere maestro di proprietà nell'arte, a noi, che non possediamo e non amiamo più nessun'arte, e pare che consigliatamente studiamo di imbarbarire la nostra povera lingua. Non vogliamo parlare delle traduzioni dal latino, nè dire quanto le lettere nostre abbiano potuto ricevere di utilità da' volgarizzamenti di Virgilio, di Livio, di Sallustio, di Ovidio; delle Vite de' Santi Padri, de' Morali di papa Gregorio, e di altri non pochi, tutti elegantissimi. Ma, e le traduzioni de' romanzi di cavalleria, chi si assicurerà di affermare che furono inutili alla lingua ed alla letteratura? Forse perchè in esse troviamo la forma francese? Ma in che si differenzia dunque questa forma francese dall'italiana, nel secolo tredicesimo? Chi si provasse a tradurre parola a parola una poesia o una prosa francese di quel secolo, avrebbe una buona e spesso elegante scrittura italiana; come eleganti sono quasi tutti i nostri romanzi cavallereschi, de' quali i più non sono che letterali volgarizzamenti. A volere però che utili riescano quelle traduzioni, occorre che le sieno raffrontate col testo, sia per correggere gli errori, sia per chiarire i passi più oscuri, sia ancora per mostrare che nelle origini il francese e l'italiano amarono la stessa giacitura di parole e lo stesso temperatissimo stile; come anch'oggi, sventuratamente, pare che amino e l'uno e altro, rinnegando la loro origine, slanciarsi senza regola nelle stranezze e nelle metafore più ardite e più goffe, senza pure serbare quel decoro, che almeno al seicento non mancava.

Dopo il Codice francese 2758, ci siamo giovati assai del CODICE RICCARDIANO 1930 ( indicato nelle note C. R. 1.) Esso appartiene senza dubbio ai primi del secolo XIV, ed avrebbe per molti titoli meritato preferenza sugli altri, se non fosse di una redazione soverchiamente abbreviata, contenendo appena la terza parte dei capitoli degli altri codici; onde non avrebbesi avuto da esso un giusto concetto di quello che sia l'opera del Sidrach. Il traduttore è spesso elegante; e noi lo giudichiamo senese dalle forme de' verbi essare, scrivare, aombrarà, vivare ec., che leggonsi costantemente nel Ms.(12). A molti luoghi (come dalle note apparisce) il testo di questo codice corregge quello degli altri, ed è poi sempre nella forma più proprio e più accurato. L'abbreviazione va crescendo quanto più il traduttore volge al fine del suo lavoro; e sembra come uomo preso dalla noia, il quale, avendo cominciato colla intenzione di fare un volgarizzamento, a poco a poco riducesi ad abbreviare, e poi salta addirittura molti capitoli, e termina col far cosa quasi originale. Noi non possiamo astenerci da riferire qui alcuni degli ultimi capitoli di questo Codice, li quali ci sembrano, nella loro brevità, bellissimi:

Che ène il mare?

Quelli scrisse: abbracciamento del mondo, termine coronato, albergo delli fiumi, fontana della pioggia dell'acqua.

Che ène Iddio?

Iddio è mente immortale, allegrezza senza disdegno forma incomprensibile, occhio senza sonno, luce e bene che contiene tutte le cose.

Che ène il sole?

Il sole ène occhio del cielo, cierchio del caldo, isplendore senza abbassare, ornamento del die, dividitore della notte et del die tutto tempo.

Che ène la luna?

La luna si ène porpore del cielo contraria del sole, nemica de' ma' fattori, consolamento de' viandanti, dirizzamento de' navicanti, segno di sepultura, larga di rugiada, agura di diviamento di tempi e delle tempeste.

Che ène l'uomo?

L'uomo ène mente incarnata, fantasima del corpo, aguardatore della vita, servente della morte, romeo trapassante et oste forestiere del luogo, anima di fatiga, abitatore di picciolo tempo.

Che ène amico?

L'amico ène nome desiderevole, refugio delle aversità, biatitudine senza abandono.

Che ène richezza?

Richezza ène peso d'oro e d'argento, ministra di rangole, diletto senza allegrezza, invidia da non satiare, desiderio da non compire, bocca grandissima, concupiscenza invisibile.

Che ène povertà?

Povertà è bene odiato, madre della santità, ritrovatrice del savere, mercantia senza danno, possedimento senza calunnia, prosperità senza sollecitudine.

Che ène sonno?

Sonno ène 'magine della morte, riposo delle fatiche, talento degl'infermi, aspettamento di morte.

Che ène morte?

Morte ène sonno eternale, paura delli ricchi, desiderio delli povari, cacciatrice di vita, risolvimento di tutti.

Che ène parola?

Parola ène manifestamento d'animo.

Che ène il corpo?

Il corpo ène magione dell'anima.

Che ène forte?

Forte ène 'magine d'animo.

Che sono li occhi?

Li occhi sono guida del corpo, vasello del lume, mostratori dell'animo.

Che ène cielabro?

Cielabro ène guardia della memoria.

Che ène il fegato?

Il fegato ène guardia del caldo.

Che ène il quore?

Il quore ène movimento della vita.

Che ène fiele?

Il fiele ène movimento dell'ira.

Che ène milza?

La milza ène albergo dell'allegrezza e desiderio.

Che ène lo stomaco?

Lo stomaco ène quoco delli cibi.

Che sono le ossa?

L'ossa sono fermezza del corpo.

Che sono li piedi?

Li piedi sono mobile fondamento.

Che ène il vento?

Vento ène turbamento d'aria, siccità di terra et movimento d'acque.

Che sono li fiumi?

Li fiumi sono corso che non viene meno, pascimento del sole et bagnamento della terra.

Che ène amistà?

Amistà ène aguaglianza d'amici.

Che ène fede?

Fede ène meravigliosa certezza di cosa non saputa.

Fra i due Codici, RICCARDIANO 1475 ( indicato nelle note C. R. 2.) e MEDICEO LAURENZIANO, PLUTEO LXI, 7, siamo stati incerti assai quale meritasse preferenza per la stampa. L'uno e l'altro della seconda metà del secolo quartodecimo, conformi nella lingua, identici nella redazione. E se abbiamo preferito il Mediceo Laurenziano è stato perchè, dopo un minuto e paziente raffronto, abbiamo veduto che l'amanuense di questo codice era incorso meno spesso in errore che non quello del Riccardiano; e forse non sarebbe difficile provare che il Manoscritto della Biblioteca Riccardi fu copiato da quello della Laurenziana. Nonostante però esso Codice 1475 ci è stato di un grande aiuto, a correggere, a supplire, a raddirizzare il senso, a spiegare l'oscurità di molti periodi; poichè non si vuole dissimulare che il Codice Laurenziano non sia troppo spesso di lezione errata e stranamente confusa.

Di aiuto non meno prezioso ci è stata un'antica edizione del Sidrach, che si conserva nella Biblioteca Nazionale di Firenze (sezione Palatina), e che ha questo titolo: MIL QUATRE VINGTZ ET QUATRE DEMANDES, AVEC LES SOLUTIONS ET RESPONSES A TOUS PROPOZ, OEUVRE CURIEUX ET MOULT RECREATIF, SELON LE SAIGE SIDRACH. — Paris par maistre Pierre Vidove, MDXXXI. (Indicato nelle note T. F. P.).

Venendo a dire del modo onde questa stampa è condotta, noteremo solo come sia stato nostro intendimento di riprodurre con la più scrupolosa esattezza il Codice, nella sua ortografia e lessigrafia, parendoci che, se questa regola si seguisse costantemente nelle impressioni delle antiche scritture, molto se ne agevolerebbero gli studi (che restano in gran parte da farsi in Italia) sulle origini e sulla storia della lingua nostra. Nelle note ci siamo studiati di chiarire il senso d'una parola o di una frase con varianti di altri codici, ogni volta che ciò è stato possibile, sembrandoci questo il modo migliore di commento, come quello che pone sotto gli occhi del lettore una forma diversa, e lo lascia libero nel suo giudizio. Ci siamo poi qualche volta allargati a commentare alcune parole del testo francese, quando ciò potesse avere importanza per l'italiano. Non abbiamo richiamato l'attenzione del lettore sopra tutte le parole che potevano meritarla, essendo che ciò sarà fatto nel Glossario delle voci italiane e francesi degne di nota, che troverà il suo luogo nella seconda parte di questo volume.

Il quale, venendo ad accrescere il numero dei nostri testi di lingua, parrà forse a molti cosa affatto inutile, essendo oggi rivolti a ricerche troppo più alte gli ingegni, per avere agio e tempo di pensare anche a quegli studi dell'arte, che furono già tanto cari ai nostri antichi, e che procacciarono pure qualche onore all'Italia. Oltre di che i tempi odierni professano teorie di letteratura così nuove, che riesce spesso molto difficile intenderle a chi abbia educata la mente ai vecchi principii dell'arte italiana. Ed oggi vediamo ancora un'antica questione, che pareva risoluta, sorgere di nuovo; e sentiamo, dopo sette secoli di letteratura, mettere in dubbio se esista una lingua italiana. Concedasi a me, nato e vissuto sempre in Toscana, una modesta parola su questo argomento. Si ricercano i mezzi per diffondere l'uso della buona lingua, ed a ciò rispondesi anzi tutto che per buona lingua s'ha da intendere la fiorentina. Perchè dunque il fiorentino è chiamato la buona lingua? Non sapremmo a questa domanda trovare che una sola risposta. Quando un dialetto parlato passa ad essere scritto, e se ne fa mezzo o strumento di una letteratura, allora esso diventa predominante sugli altri dialetti della stessa famiglia, acquista un titolo quasi di signoria legittima e incontrastata, e noi siamo soliti di chiamarlo non più dialetto ma lingua. Su ciò mi sembra che non possa cadere dubbio alcuno. Il dialetto del Lazio, quando fu scritto, diventò quella che noi diciamo lingua classica di Roma. I missionari che in regioni selvagge sono riusciti a ridurre in iscrittura uno de' cento dialetti parlati, hanno tosto veduto che quel dialetto acquistava una supremazia letteraria, vincendo gli altri che rimanevano come barbari gerghi(13). Poniamo che la letteratura siciliana del secolo XIII non fosse stata spenta col regno glorioso degli Svevi, e il dialetto siciliano avrebbe preso qualità e autorità di lingua scritta, e quindi di dialetto signoreggiante. La Francia vide due dei suoi dialetti passare dalla forma parlata alla scritta, ed ebbe per conseguenza la lingua e la letteratura d'oïl, la lingua e la letteratura d'oc. Se dunque la buona lingua, la lingua classica non è che un dialetto, il quale, reso stabile per mezzo della scrittura, acquista questo titolo, questa qualità, questo privilegio, domandasi come al dialetto fiorentino possa attribuirsi tale supremazia. La nostra lingua scritta è forse il fiorentino? E gli scrittori senesi, pisani, pistoiesi, aretini hanno scritto tutti il dialetto di Firenze, o non piuttosto quello delle loro città? E gli scrittori delle altre città d'Italia hanno preso ad esempio i fiorentini soli o tutti i toscani? Strettamente affini tra loro, fratelli legati da vincoli di somiglianza cosiffatta, che appena ad occhio espertissimo riesce scorgerne le tenui differenze, è facile spiegarsi come tutti i dialetti toscani diventassero lingua scritta, pur rimanendo predominanti il fiorentino ed il senese, non per altra ragione che Firenze e Siena ebbero un numero di scrittori maggiore delle altre città. Ma questa del fiorentino o toscano non è, a nostro credere, la questione principale. Concediamo pure che per buona lingua s'avesse da intendere la fiorentina sola; resterebbe sempre a vedere se si possa stendere l'uso di un dialetto a fine di distruggere gli altri. Una lingua scritta è per sè stessa cosa necessariamente artificiale: «la vita reale e naturale del linguaggio è riposta nei suoi dialetti»(14), i quali di continuo lo alimentano, lo arricchiscono, lo invigoriscono, e sono come una grande sorgente d'acqua che irrigando un campo impedisce alle erbe di intisichire e seccarsi. Spenti o trasformati i dialetti, la lingua scritta manca di vita, e passa nel numero di quelle che chiamiamo lingue morte. Fosse pure possibile con mezzi umani distruggere tutti i dialetti d'Italia, lasciando vivo il solo fiorentino; certo è che in breve giro di anni noi non avremmo più della lingua nostra, vivace, multiforme, potente, che un miserabile avanzo, a cui lentamente verrebbe a mancare ogni forza: l'albero verdeggiante e robusto si tramuterebbe in tronco decrepito e marcio. E per estendere l'uso della buona lingua parlata, si propone di compilare un vocabolario di essa lingua, o sia dialetto, di Firenze. Ma un vocabolario dell'uso vivo di un dialetto a che gioverebbe praticamente? È noto che tutti i dialetti tendono per loro natura a trasformarsi continuamente, non rimanendo stabile che quella parte di essi che è fatta patrimonio della lingua scritta. L'uso d'oggi potrebbe dunque non essere più l'uso di domani; e si potrebbero additare come vive forme, che fossero già anticate. Di più ancora, i dialetti letterari sono soggetti a decadere; ed è questa pure una delle leggi che la scenza del linguaggio ha riconosciuto per vera. Come dunque di questo dialetto, sequestrato da tutti gli altri, farebbesi con profitto un vocabolario? A chi ed a che cosa profitterebbe esso? Che aggiungerebbe al vocabolario della lingua scritta? Non sarebbe per avventura più utile domandare, come poter rendere intelligibile a tutti la lingua italiana, vale a dire la lingua della letteratura d'Italia? Ed a rendere intelligibile questa lingua non sarebbe forse prima e indispensabile condizione che tutti gli italiani sapessero leggerla? Finchè avremo tanti milioni d'uomini che non conoscono l'alfabeto, si può pensare ai mezzi di estendere l'uso della buona lingua? Quando tutti sapranno leggere, allora scegliete abili maestri, allora divulgate buoni dizionari della lingua, allora ponete nelle mani ai fanciulli grammatiche ben fatte, semplici, facili, non come quelle, barbarissime, che oggi sciupano miserabilmente i cervelli dei nostri poveri bambini; allora procacciate che si pubblichino libri che il popolo possa leggere e intendere. Avrete sempre i dialetti; ma a poco a poco tutti intenderanno e parleranno anche la lingua; non la lingua fiorentina o toscana, ma l'italiana; quella lingua che se ha vocaboli toscani, ha una struttura grammaticale italiana; quella lingua che vive rigogliosa, perchè si alimenta delle forme di tutti i suoi dialetti, e che, veramente, in tutte le città apparisce, in nessuna riposa.

E qui è ben tempo che noi prendiamo commiato dal lettore cortese. Al quale diremo per ultimo come, quando ci accingemmo a questa non facile pubblicazione del Sidrach, fosse nostra intenzione di far seguitare al volume del Testo un volume di Illustrazioni, nel quale dovea comprendersi, oltre la Bibliografia, il Saggio dei Codici francesi e il Glossario delle voci, anche un discorso sugli errori popolari del medio evo, e un confronto tra le varie enciclopedie di quel tempo: uno studio sulle traduzioni italiane dal francese nei secoli XIII e XIV, ed un altro sulla influenza che la letteratura francese e provenzale (e specialmente le leggende, le novelle e i poemi) esercitarono nei due secoli anzi detti sulla letteratura italiana. Questo non ci sarebbe parso lavoro affatto inutile in Italia, la quale appena ora comincia a indagare criticamente le origini della sua letteratura. Se non che, mandati dall'altrui volontà in paese dove i libri sono pochissimi, lontani da ogni centro di cultura letteraria, senza aiuti e senza conforti, come por mano o dar compimento a lavori di erudizione? E così hanno dovuto rimanere interrotti quegli studi, già con tanto amore intrapresi, con tanti sudori proseguiti; e la seconda parte del Sidrach comparirà senza ciò che avrebbe forse potuto essere meno sgradito al lettore. Non vogliamo fare vani lamenti; ma solamente ci sia permesso dire che a coloro i quali amano gli studi, e vivono anzi solo di essi, potrebbersi non ricusare quei riguardi e quegli incoraggiamenti che sono necessari a condurre a fine qualche cosa di utile. Chi ha percorsa la faticosa via dello studio può intendere da quanto acerbo e profondo dolore ci sieno dettate queste parole!

A' 20 di Maggio 1868.

ADOLFO BARTOLI.

(1) Cod. segnato I. 68. Inf. (Sec. XV). Comincia: «In nomine domini eterni amen. Qua chomenza el pruolegho ella lezenda del libro del venerabelle astrolagho Iesu Sidracho».(2) Cf. MAURY, Mag. et Astr., cap. IV.(3) Vedine alcuni esempi strani nel libretto pub. dal sig. G. Amati, Ubbie, Ciancioni e Ciarpe, Bologna, Romagnoli.(4) Cap. LV.(5) Nel Fiore di Virtù è chiamato ora Jesus Sidrac, ora Jesus Sirac, ora Sirac; e questo può confermare quello che abbiamo supposto della confusione tra Sidrac e Sirac.(6) Hist. Litt. de la France, XXIII, pag. 294.(7)Pag. 5.(8) Hist. Litt. de la Fr. loc. cit.(9) Vedi PARTE II, Bibliografia dei Codici e dei Testi a stampa del Sidrach. Vogliamo fin d'ora dichiararci riconoscentissimi al Sig. Principe Don Baldassarre Boncompagni di Roma, per le molte notizie da esso forniteci per questa Bibliografia.(10) Che l'amanuense fosse un italiano, anco da questo si prova, che alla fine del codice è scritto, dello stesso carattere del rimanente: Finito libro referamus gratias. Xpo.(11) Romvart, Beiträge zur Kunde Mittelalter. Dichtung auf Italiänischen Biblioth. Mannheim, 1844. — Romanische Inedita auf Italiänischen Biblioth. Berlin, 1856.(12) È curioso a notarsi che in un Codice di cui trovasi indicazione nel Catalogo della Biblioteca Heberiana, Sidrach è detto filosofo e strologo di Siena.(13) Cf. MAX MÜLLER, Scienza del linguaggio.(14) MAX MÜLLER, op. cit.

IL
LIBRO DI SIDRAC

Questo è lo libro lo quale si chiama Sidracco, filosafo dello re Tractabero, e delle quistioni che dispianò allo re Botozo, re di Levante.

L a provedenza di Dio padre tutto possente è stato dal cominciamento del mondo, e sarà sanza fine, di governare tutte le sue creature spirituali, alle quali egli à promesso di dare lo paradiso(15), se per loro non rimane; e vuole(16) ispargiere la sua grazia per l'universo mondo, perchè le genti possano(17) meglio vivere in questo mondo; per la qual cosa e' possano pervenire a quella gloria che mai non avrà fine. La misericordia di Dio fu istabilimento de' patriarchi, che furono al tenpo d'Adamo infino(18) al tenpo di Moysè, che insegniavano vivere alle genti secondo i vizii(19) che allora erano; e tutti quelli che manteneano i loro usi sono altressì salvi, come egli furono; e quelli che contrario feciono, ebono lo contrario, perciò che trapassarono lo comandamento di Dio e de' suoi ministri che allora erano. Lo giorno della sua rexuressione dimorarono in inferno, e furono riconfermati per tutti tenpi, e non furono delli compagni(20) de' ministri del figliuolo di Dio, perciò che non feciero gli suoi comandamenti. Lo giudicamento del nostro Signore, ciò fu quando mandò il diluvio(21), non fu per altra cosa, se non per abondanzia de' peccati, che allora erano per l'universo mondo. E dopo lo diluvio Noe e la moglie e figliuoli colle loro mogli abitavano in terra, incominciarono(22) a fare e a stabilire lo comandamento di Dio, secondo l'usagio(23). Iddio diè loro la perfezione di cresciere e multiplicare; uno degli figliuoli di Noe ch'ebe nome Giafet, di gieneratione in gieneratione, che di lui naquero, mantennero la fede di Dio, siccome Noe loro padre facea(24). E Idio per la sua misericordia(25) volle mostrare lo grande amore ch'egli avea nella generatione di Giafet, figlio(26) di Noe: si fece nasciere uno uomo di quella medesima ingenerazione, lo quale ebe nome Sidracho(27), lo quale Sidracho fue pieno di tutte le scienzie(28) che furono dal cominciamento del mondo insino al suo tenpo. Questo Sidrach fu dopo la morte di Noe anni DCCCXLVII; e anche seppe, come piacque a Dio, dal suo tenpo insino alla fine del mondo. Questo Sidrac Idio gli degnò per la sua gran dimostranza la forma della sua sancta trinitade,(29) acciò ched e' fosse anunziatore(30) all'altre(31) genti che dopo lui deono venire. E egli fu bene cosa conosciuta che dimostrò la forma e la figura della trinitade, per lo comandamento di Dio, a uno re miscredente, lo quale ebe nome lo re Botozo(32). Mostrogliele per convertirlo(33) alla fede di Dio padre onipotente, perciò che questo re adorava prima gl'idoli(34); e alla fine egli lo convertì, lui e altra assai giente, siccome è scritto innanzi. Questo Sidrach ebe grazia da Dio di sapere gli nove ordini degli angioli che sono in cielo, e di che serve ciascuno ordine; e di sapere la storlomia e del fermamento, delle pianete e delle stelle, e de' segni dell'ore e de' punti; e di sapere tutte cose terrene e tenporali, e di tutte cose del mondo, come conterà(35) per innanzi.

Or avenne al tenpo di questo re Botozzo ch'egli avea mandato chiegendo questo Sidrach allo re Trattabar(36), però che Sidrach era filosafo di questo re Tractabar; e mandollo chiedendo per alcuno bisognio ch'egli avea di lui, siccome voi udirete innanzi, perciò che non è bene a contare le cose due volte, noi ne passeremo brievemente, per lo migliore modo che noi sapremo, colla grazia di Dio(37). Lo re Botoczo richiese lo filosafo molto di quistioni, ch'egli disiderava di sapere, e non trovava uomo che ne gli sapesse dire; ma Sidrach ne gli spianò(38) a diritto e a ragione, di ciò che lo re lo domandò: delle qua' cose gli piacquero molto, e feciene fare uno libro di quelle medesime quistioni, cioè questo libro(39). E questo libro venne poi d'una mano in altra, tanto ch'egli venne alle mani, dopo la morte dello re Botozo, a uno grande uomo: sì che questo uomo da indi a certo tenpo lo volle ardere, per lo consiglio del diavolo(40); e Idio non volle che ardesse, anzi lo fece venire alle mani d'uno re ch'avea nome Mandriano(41); e poi venne alle mani d'uno grande prencipe(42) de' cavalieri di Soria, lo quale era lebbroso, lo quale avea nome Marna(43); e sì lo tenea molto caro. Questo Marna guarì detta lebbra al fiume Giordano. Da indi a grande tenpo non potè essere trovato. E dopo la venuta del nostro Signore, per la volontà di Dio, che non volle ch'egli fosse perduto di tutto in tutto(44), si venne al podere(45) d'uno buono uomo greco(46), che fu arcivescovo di Fabastora(47), che all'antico tenpo si chiamava Samaria. E quello arcivescovo avea nome Iovazil(48), il quale fu(49) buono cristiano, e ebe uno cherico ch'ebe nome Dimito(50); e l'arcivescovo lo mandò in Ispagnia a predicare la fede di Jesu Cristo; e portò con seco quello libro, e alla fine morì in Tolletta(51). E questo libro(52) dimorò colà uno grande tenpo. E poi venne la chiericeria(53) in Tolletta, e trovò questo libro, e sì lo traslataro di grecesco in gramatica(54). E lo re di Spagnia udì parlare di questo libro, e ordinò ch'egli l'ebbe(55), e tennelo molto caro(56). E lo re di Tunisi(57) che a quello tenpo era, udì parlare per bocca di suoi anbasciadori di questo libro, mandò pregando lo re di Spagna che, per liberale gratia, gli mandasse quello libro; e lo re di Spagna lo fecie traslatare di gramatica in francesco(58), e si gliele mandò(59). Ora venne che al tenpo che lo 'nperadore Federigo regniava, era uno re in Tunisi che lo leggieva, e usavalo molto, onde n'era tenuto molto savio, per le grandi quistioni che facea alle genti, e per le buone risposte(60) che facea di ciò che altri lo domandava. Lo 'nperadore Federigo avea anbasciadori in quel tenpo nella corte del re di Tunisi; e gli anbasciadori maravigliandosi(61), vedendo tanta iscienzia, onde potea venire, fu loro detto che lo re avea nel suo tesoro uno libro, e lo re di Spagna l'avea mandato a' suoi anticiessori, e di quello libro sapea tutte le scienzie. Ora venne che gli anbasciadori tornarono allo 'nperadore, e contarogli la bontà di quello libro, onde fu molto intalentato di volerlo. Allora mandò uno anbasciadore al re di Tunisi, che per liberale grazia gli mandasse quello libro. E lo re di Tunisi gli mandò a dire, che gli mandasse uno cherico che sapesse grammatica e 'l saracinesco. E lo 'nperadore gli mandò uno frate minore, ch'avea nome frate Ruggieri(62) di Palermo. Quelli lo traslatò di saracinesco in gramatica: onde lo 'nperadore Federigo ne fu molto allegro, e molto lo tenne caro. Nella corte dello 'nperadore avea uno uomo molto savio, lo quale avea nome Codici Pisolatico(63), ed era d'Antioccia(64), e fu molto amato dallo 'nperadore. E quando egli udì parlare di questo libro, si pensò molto com'egli lo potesse avere: tanto promise e donò al camarlingo(65) dello 'nperadore, che gliel diede; l'asenprò, e scrisselo privatamente, che niuno lo sapea. E da indi a certo tenpo Codici(66) folosafo lo mandò in donamento(67) al patriarca Uberto d'Antioccia(68). Quando il patriarca l'ebbe, il tenne molto caro, e usollo tutto il tenpo della sua vita. Egli avea uno suo cherico, ch'avea nome Giovanni Petro di Leone(69); questi exenprò(70) questo libro, e andossene in Tolletto. In questo modo rivenne indietro in Tolletto; e di quello si traslatò molti buoni libri, de' quali ciascuno(71) no gli puote avere(72). Da qui innanzi noi non sapiamo alle cui mani egli si verrà, nè dee venire; ma preghiamo Idio lo creatore, ch'egli possa venire alle mani di tali genti, ch'egli lo possano ritenere e intendere, alla salvatione dell'anima e del corpo(73).

Al tenpo dello re Botozo del Levante, re d'una grande provincia che è tra Persia(74) e India (la qual provincia si chiama Botenes,(75) lo quale re ora chiamato Botozzo, regnò dopo la morte di Noe DCCCXLVII anni(76) ), e' voleva fondare una città all'entrata d'India, per guerreggiare(77) uno suo nimico re, ch'era contra lui, e teneva una grande partita d'India, e avea nome re Garabo(78). Sicchè questo re Botozo fece fondare una torre per edificare una città, all'entrata della terra dello re Garabo. E la torre fu cominciata a grande gioia e festa, e lavoraro una grande partita del giorno, ma la mattina trovaro tutto abattuto lo lavorio. Quando lo re lo vide, fu molto dolente, e tostamente fece ricominciare lo lavorio di capo(79). E l'altra mattina ogni cosa(80) si trovò abattuto, e lo re di ciò molto s'adirò. Questo gli avenne ciascuno giorno, bene sette mesi. E lo re Botoczo, vegendo questo, fece ragunare tutti i suoi savi, e domandò in qual modo potesse fare lavorare in quella sua torre e in quella città, che ella non rovinasse. E sopra quella domanda, gli fu dato consiglio che egli mandasse cercando per tutti gl'indovini e astrolaghi della sua terra. E lo re ordinò siccome coloro gli dissono; e fra venticinque giorni furono venuti a lui, e furono LXXXVIIIJ. Lo re Botozzo gli ricievette a grande gioia, e fecegli riposare tre giorni, e al quarto giorno se gli fece venire innanzi, e disse: signori, io v'ò fatto venire dinanzi a me, per farvi asapere quello ch'io vi dirò. Io sono lo maggiore re di tutto lo Levante, e tutti i re di queste parti sono venuti sotto me; ma e' ci(81) à uno re, che à nome Gharabo re d'India, questi non vuole venire sotto me, e io non posso entrare in sua terra, perchè à troppo forte entrata; e fummi dato per consiglio ch'io facessi una città all'entrata di sua terra, per poterlo meglio guerregiare(82); e io incominciava una torre per edificare la città; e òlla incominciata già fa sette mesi, e non si può conpiere, e ciò che si lavora lo giorno, la notte e la mattina si truova abattuto(83). Laonde io ne sono molto cruccioso, e molto mi grava, che le novelle andranno al mio nimico, che io non posso conpiere una città in sua terra. E per questo i' ò mandato caendo(84), per avere il vostro consiglio: ond'io vi priego tutti comunalmente, che voi mi diate tale consiglio, che io possa conpiere questa città; e io vi prometto, per lo mio idio, ch'io farò a tutti voi grande bene: chè, se tutto il mondo fosse mio, io non avrei tale allegreza, come vendicarmi dello re Gharabo. Quando lo re Botozo ebe finita sua diceria(85), si rispuosono tutti i savi comunalmente ad una boce, e dissono: messere, noi faremo tal cosa che a voi tornerà onore e gioia, e vendetta del vostro nimico; e non vogliamo avere termine più che XL dì, per aoperare la nostra arte, e vogliamo istare tutti in uno luogo(86). Quando lo re udì questo, fu molto allegro; e mandogli in uno luogo ch'era pieno di molta verdura, e comandò che fossono serviti come il suo corpo, e fosse loro dato ciò che adomandassero. E stando in questo luogo, incominciaron adoperare la loro arte; e alla fine di XL giorni mandarono diciendo al re ch'egli aveano conpiuto lo suo servigio, e ch'egli voleano andare inanzi(87). Quando lo re lo 'ntese, n'ebbe grande allegreza, e fecesegli venire davanti con grande gioia, e domandogli come aveano facto; e que' rispuosono a una boce e dissono: messere lo re, fatevi di buona voglia(88), chè 'l vostro intendimento è conpiuto; e da cotale giorno passati li XXV dì della luna, ed a l'ora che noi incomincieremo e dallo punto, sì ve lo diremo(89), e allora fate cominciare la torre, e noi vi saremo(90). Quando lo re udì questo, ne fu molto allegro, e ringraziogli tutti. E quando venne lo giorno del termine, egli furono al lavorio. Quando fue otta di lavorare, egli cominciarono a grande festa e allegrezza a lavorare, e tutto lo giorno lavorarono. Quando venne la notte e' savi feciono stare grande luminaria, per guardia della torre, e gli uomini con questa luminaria vi rimaseno a guardare(91), e lo re coll'altra gente s'andarono a dormire con grande allegreza. E quando venne la mattina trovarono abattuto tutto lo lavorio, in terra, e la novella andò allo re; e quando lo re lo 'ntese ne fu molto cruccioso, e venne allo lavorio; e quando vide lo lavorio abattuto, n'ebe gran doglia al cuore, e fece venire i savi dinanzi da lui, e disse: è questa la promessa che voi mi facesti? E' savi non sepono che si rispondere. E lo re disse: per lo mio idio, io vi rimanderò in tale luogo, che sarà molto reo per voi, e non uscirete(92) infino che la città non sarà conpiuta. E fecegli mettere in una prigione; e fu facto suo comandamento, e questa fue la primaia prigione, secondo che ne parlano le scritture. E le novelle n'andaron allo re Gharabo, come lo re Botozo non potea fare per arte, nè per ingegnio(93) nè per niuno modo conpiere una torre: onde n'ebe allegreza grandissima, e mandogli una pistola allo re Botozo, e diceva così: Re Botozo, salute dalla parte di noi re Gharabo. Noi abiamo inteso che voi volete edificare una torre all'entrata di nostra terra, e sì v'avete ispeso molto del vostro avere, e non avete potuto conpiere una torre, nè per arte nè per altro avere. Ma noi vi mandiamo dicendo che, se voi ci volete dare la vostra figliuola a moglie, noi vi lascieremo fondare la torre. Quando lo re Botozo intese la pistola, egli ne fu molto cruccioso, e fece tagliare la testa allo anbasciadore che la recava; e poi fece gridare uno bando(94) nella sua terra, che chiunque gli sapesse dare consiglio da conpiere la città, egli gli darebe la sua figliuola per moglie, e mezo il suo tesoro, e questo giurerà sopra lo suo idio. E dopo questo bando, a dieci giorni, venne a lui uno vecchio uomo, e disse: messere lo re, io sono venuto a voi per darvi consiglio di conpiere questa vostra torre, che voi avete inpresa a fare; e io non voglio vostra figliuola nè vostro tesoro, ma voi mi giurerete di farmi alcuno bene. Quando lo re lo 'ntese, fu molto allegro; e lo re gli giurò sopra lo suo idio di fargli bene, se la città si conpiesse. E lo vecchio disse: mandate allo re Trattabar(95), per lo libro suo della strologia, che fu di Noe, nel quale è scritto lo 'nsegnamento dell'angelo del suo Idio, che quello libro fu lasciato a uno de' figliuoli di Noe magiore(96). Noe ebe tre figliuoli: l'uno ebe nome Sem, l'altro Giafet. L'altro nome non è da mentovare, che lo padre lo maladisse, e tornò di bianco in nero. Quello libro venne da uno re in altro(97), tanto che venne alle mani dello re Trattabar. E pregate che vi mandi lo libro e lo suo astrologo Sidrac(98), perciò ch'egli è molto savio uomo, e sa molto dell'arte della strologia. Sidracho vi darà consiglio di vendicarvi sopra lo vostro nimico, e di conpiere la città. Quando egli l'ebbe inteso, ebe di ciò grande allegreza, e fece aparechiare uno bello e ricco presente, e fece fare una pistola che dicea così: Noi Botozo re vi mandiamo fortemente salutando alla vostra signoria, re Trattabero, come signore e amico(99). Mandianvi pregando che voi facciate per noi, come voi voleste che facessimo per voi. Noi vi mandiamo pregando che voi ci mandiate lo libro della strologia, che fu di Noe, conciosia cosa che noi n'abiamo grande bisogno; e mandate con esso il vostro filosafo Sidrac; e con questa pistola mandiamo il detto presente. Lo messo si mise per cammino, come piacque a Dio, e fu capitato allo re Trattabar, e apresentogli la pistola e 'l presente; e lo re lo ricevette volentieri, con grande allegreza, e poi disse al messo: io ò grande allegrezza, quando messer lo re Botozo m'à mandate sue lettere(100). E egli m'à mandato chiegendo uno mio libro che fu de' miei anticessori; e prima fu di Noe; e parla d'una cosa ch'è in una montagnia, che chi ne potesse avere, tornerebe al mondo grande prode(101). E lo mio padre si mise ad andare su per quella montagnia, ma egli none potè venire a capo del suo disiderio. Ma io credo bene che lo re Botozo ne potrà venire a capo egli, ch'egli à molto grande podere, ch'egli è uno de' grandi re che sia nel Levante. E allora mandò lo libro, e Sidrac con esso, e una pistola che contenea così: Noi re Trattabar ringraziamo altamente voi, re Botozo, del vostro onore e del vostro domandamento. Noi e la nostra terra è(102) al vostro comandamento. Noi vi mandiamo lo libro e Sidrac nostro filosafo. E cavalcò tanto(103) che giunse al palagio del re Botozo.

Quando lo re Botozo vide questo, egli ricevette lo libro e Sidrac con grande allegreza, e cominciò a contare a Sidrac lo suo bisogno, e dissegli come gli era incontrato. E Sidrac gli rispuose, e disse: messere, questa terra è incantata, e niuna forteza vi si potrà fare, se gli incantamenti non si disfanno; e io ò tale consiglio, che io gli disfarò. E lo re ebe di ciò grande allegreza, e molto lo pregò che pensasse sopra questo fatto. E Sidrac rispuose: messere, noi troveremo in questo libro del mio signore, che fu prima di Noe, che uno agnolo del suo Idio gli avea insegniata una montagna e una contrada della profonda India, la quale si chiama la montagna verde del corbo; là ove Noe mandò lo corbo, per iscoprire la terra, al tenpo del diluvio; e egli trovò carogna, e egli si puose sopr'essa(104). Quella montagna è lunga quattro giornate e larga tre, e su v'abita una gente che sono a nostra fazione(105) di corpo, ma lo volto(106) loro ànno facto a maniera di cane. Quella montagnia è presso allo regno femminoro(107), là ove uomo non puote vivere; e si à in quella montagna dodici migliaia di maniere d'erbe: le quattro milia fanno profitto, e l'altre quattro milia fanno danno(108), e l'altre quattro milia non fanno nè prode nè danno. E anche v'à dodici maniere d'acqua, che si ragunano in uno luogo dodici volte l'anno, e abeverano(109) tutta la terra e tutte quelle erbe. E se voi volete andare in su quello monte per avere di quelle erbe, voi potrete fare de' vostri nimici quello che voi vorrete, e sì conpierete vostro disio. Quando lo re intese Sidrac, si ne fu molto allegro; e disse che, se dovesse perdere tutto quello ch'egli à, sì conviene ch'egli abia dell'erbe di quella montagna. E al terzo giorno montò a cavallo colla sua gente, e misesi a cammino; e tanto cavalcaro, che al decimo giorno fu a piè della montagna. E gli volti de' cani si misono a difendere la loro terra, e sconfissono lo re Botozo malamente; e poi anche risalirono, e furono sconfitti alla montagnia. E i volti de' cani un'altra volta saliro la montagna. E lo re iscese a terra della montagna, e mandò per soccorso; e gli venne grande aiuto. E poi per grande forza e vigore sconfissono i volti de' cani, e uccisono molti di loro. E poi si riposarono otto giorni, e alla per fine ebono la terra. Lo re Botozo era miscredente, e non credea nel suo Criatore, anzi credea e adorava gl'idoli. Sidrac credeva e adorava Idio padre onipotente, che fatto l'aveva, e osserva gli suoi comandamenti. E lo re Botozo facea portare, là ovunque(110) andava, l'idoli(111), ciascuno in su grande sedia: e sì erano d'oro e d'argento; e una idola(112) v'era, ch'era adornata di grande riccheze, e era posta a sedere più alta che niuna dell'altre. Lo re fece aparecchiare bestiame, per fare sacrificio agli suoi idoli, e avea fatti suoi padiglioni; e là entro tenea questi idoli, spezialmente nel suo. E poi prese Sidrac per la mano, e menollo allo suo padiglione, con grande compagnia di gente; e poi comandò che uno montone fosse recato; e recato che fu, e egli prese uno coltello, e dicollò lo montone dinanzi al grande idolo; e ciascuno della sua gente, secondo che avea lo podere, uccidea una bestia, e gittavala(113) d'intorno a quelle ydole; e poi l'ardevano tutto. Per questo modo faceano sacrificio agl'idoli. E Sidrach che vide questo, forte se ne maravigliò, e molto ne fu dolente. E lo re lo fece chiamare, e disse: Sidrac, fa sacrificio al mio iddio, ch'è buono e ricco. E Sidrac rispuose con grande cruccio, e disse: messere, non farò; anzi farò sacrificio al mio Idio, ch'è possente sopra tutti, e è creatore del cielo e della terra, e è quelli che fece Adamo e Eva, e tutte l'altre cose che ci sono. E quando lo re udì dire questo, egli ne fu molto crucciato, e disse: che di' tu del mio idio? Dico, disse Sidrac, ch'egli è malvagio; e è dimonio che v'à legato(114), voi e la vostra giente, e per voi distruggiere; e se voi mi vorrete credere, voi no gli crederrete; anzi lo farete disfare; chè idio ch'è fatto per mano d'uomo, non si dee adorare nè credere. E lo re avendolo inteso, ne fu molto crucciato, avendo udito tanto dispregiare lo suo idolo. Allora se lo fece recare davanti con grande cruccio, e disse a Sidrac: come ài(115) tu dispregiato così ricco idio e così bello come questo? Perchè non si dee adorare e credergli? E Sidrac gli rispuose: certo a cotale idio non è da adorare nè da onorare; me'(116) è da ontare e da vituperare(117). Ma lo mio Idio, che creò lo cielo e la terra e l'altre cose che sono, si dee adorare e onorare, lo suo nome sacrificare(118). Lo re Botozo fu molto crucciato, e disse: che è lo tuo Idio? E egli rispuose: lo mio Iddio è criatore del cielo e della terra. E lo re disse: come è egli fatto e di che? Certo, disse Sidrac, lo mio Iddio è una ispirituale sustanzia, e sì è di sì gran biltà(119), che angeli che risplendono sette cotanti che 'l sole di biltade, tutto tenpo disiderano lui vedere(120). E lo re si crucciò molto forte, e fece venire due degli suoi savi, per disputare con Sidrac. E incominciarono a mostrargli la loro miscredenza. E Sidrac tutti gli vincieva di loro quistionare, e tuttavia mostrava loro la potenzia di Dio padre onnipotente. E li miscredenti dissono: vedi lo tuo Idio altressì come noi vegiamo lo nostro? Sidrac rispose, si(121). Allora dissono gli miscredenti: priega lo tuo Idio, e noi pregheremo lo nostro, e ciascuno faccia la sua preghiera. E poi gli miscredenti recarono incenso, e incensarono lo loro iddio; e poi feciono orazione, e dissono così: Noi vi preghiamo che voi non sofferiate che Sidrac per li suoi incantamenti vinca(122) la nostra credenza. E allora parlò lo diavolo dentro dall'idola, e disse ad alta boce: prendete quello incantatore Sidrac, e tagliatelo in quattro pezzi, veggendo tutti quelli dell'oste. E Sidrac avea isguardato(123) lo cielo, e fatto questa preghiera che io conterò: Signore Idio, che se' Iddio d'Adamo e d'Eva e di Noè e mio, che formasti cielo e terra, io credo in voi e nella vostra podestà; io vi priego che voi degniate di mostrare vostra potenzia, veggente questi miscredenti(124), e che lo diavolo non abia podere, là ove lo vostro nome sia nominato. E li miscredenti che udirono lo comandamento del che diavolo, che dentro all'idola era(125), che 'l teneano per loro idio, sì se ne mossono(126) ben cinquanta degli uomini, per prendere Sidrac. E incontanente discese da cielo una folgore, e percosse in su quello ydolo che teneano per loro iddio, e arselo a modo di cienere(127); e così arsono gli uomini ch'erano iti per prendere Sidrac. E lo dimonio si partì dell'idola, faccendo sì grande grida, ch'egli ispaventò tutti quelli che là erano. E quando lo re vide questo, fu di ciò molto crucciato, vedendo arso lo suo iddio e la sua gente; e comandò che Sidrac fosse preso, e legate le mani e piedi, e che fosse ben guardato. E dopo questo, dimorarono in su quella montagnia da otto giorni, e non sapeano che si fare in su quella montagna, come quelli che vedeano lume cogli occhi, e erano ciechi della mente. Lo re Botozo pensò quello che egli avesse a fare, e conobe in suo proponimento che, s'egli non avesse il consiglio di Sidrac, ch'egli era isconsigliato(128). Allora fece ragunare tutti i suoi savi, e loro domandò consiglio. Disse lo re: signori, quelli che ci à condotto insino a qui, per lo cui senno noi ci siamo venuti, àe molto fallato, e beffato lo nostro iddio e arso e confuso; e non sapiamo(129) se questo si fosse adivenuto per forza d'arte o per lo suo iddio(130); ma, in qualunque maniera sia, noi pure abiamo perduto lo nostro iddio e la sua grande ricchezza; però vi priego che voi guardiate quello che noi abiamo a fare in questo istrano paese, ove noi siamo. Quando lo re ebe finita sua diceria, e li savi cominciarono a consigliare lo re. L'uno dicea: facciamo onore(131) a questo incantatore Sidrac, tanto che noi abiamo fornita la nostra bisognia, e potrenci vendicare de' nostri nimici: chè sanza lui non potremo noi fare nulla; e farello ardere e a mala morte poscia morire, come fecie lo nostro(132) iddio, lo quale egli à così distrutto; e poi ritorneremo nella nostra terra. E chi dava uno consiglio e chi dava un altro. Egli s'acordarono tutti al primo consiglio. E poi lo re mandò dieci delli suoi savi a Sidrac, là ove egli era legato e guardato, come detto è, e sì gli dicono: Sidrac, lo re ti manda comandando che tu ubidisca i suoi comandamenti, e elli ti perdonerà quello che tu ài fatto verso lo suo idio. E Sidrac rispuose, e disse che di quello non gli chiedeva perdonanza; e poi anche disse: ditegli che, se egli vuole ch'io compia lo suo servigio, ch'egli si creda in Dio padre onipotente, creatore del cielo e della terra, e ubidisca i suoi comandamenti; e io gli mosterrò chiaramente le potentissime e le graziosissime cose del cielo. E gli messaggi tornarono al re, e si gli dissono la risposta di Sidrac; e lo re di ciò fue molto crucciato, e comandò che fosse lasciato istare così legato in prigione X giorni. E in capo di X giorni lo re gli mandò quelle medesime parole(133) di prima. Sidrac simigliantemente come di prima gli rispuose. E quando lo re vide che non poteva altro fare, e egli e la sua gente era isconsigliato(134), che niuno perfetto consiglio non aveano, se Sidrac non vi fosse, si mandò per lui, e fecelo diliberare de' legami. E Sidrac venne a lui, e disse: voi m'avete fatto venire qui dinanzi a voi, non so perchè cagione neanche, che in verità, per lo mio Idio vero del cielo, ch'è possente sopra tutte le cose e sopra gli tuoi idii e sopra tutto lo mondo, ch'io gli ò fatto una promessa: che per me nè per lo mio consiglio lo tuo bisogno non sarà facto, nè per dono nè per parole che tu mi sapi dire o fare; anzi ti lascierò perire, te con tutta tua gente, in su questa montagnia, e non avrai aiuto nè consiglio, nè chi(135) te lo sappia dare, se non il solo Idio; e, se a lui piace, egli ti darà il consiglio, o per me, ch'io ti consigli io, o per altrui che a lui piaccia. E se di tutto questo tu vuogli iscampare, tu e la tua gente, e avere lo tuo disio, sì ti conviene credere in Dio del cielo, e ubidire i suoi comandamenti, e disfare e rinegare i tuoi idii, i quali sono alberghi e abitacoli del diavolo, il quale Idio cacciò di cielo per lo suo argoglio(136). Quando lo re Botozo udì tanto dispregiare e avilire i suoi idii, cui egli tanto amava e onorava, sì gli disse, per grande cruccio: tu non mi saprai tanto i miei idii avilire, che io allo tuo perciò creda, se di lui o da lui alcuna certezza non ne veggio, apertamente. Ciò ti mosterrò io bene, disse Sidrac. E lo re disse: ora lo mi mostra, e io crederò nel tuo Iddio. E Sidrac si trasse uno poco in disparte, e riguardò verso il cielo, e fece questa preghiera: Messere Domenedio, piatoso padre e udevole(137), criatore del cielo e della terra, che creasti cielo e terra e acqua, e creasti gli angioli dentro dal cielo, e a loro donasti biltà e sapienzia e allegreza e spirito sanza corpo(138), messere, quelli malvagi si innorgoglirono e rubelloronsi da voi; per la loro cupidenzia(139) seguitarono Setanasso; e la vostra umiltà disciese in terra, e formaste tutte le cose corporali, e l'altre che ci sono, e formasti Adamo di terra, e gli donasti spirito di vita; e poi formasti Eva della sua diritta costa; priegoti che mi debi mandare, per la tua santa pietade, la tua sancta grazia, sicchè io possa vinciere lo nemico crudele, e fare tornare questi miscredenti allo tuo sancto nome. Quando egli ebe finita la sua preghiera, e un angelo disciese da cielo, e venne a lui e disse: Sidrac, Iddio à udita la tua preghiera, sicchè tu confonderai lo nimico e lo suo podere; e la grazia di Dio è isciesa in te, sicchè tu saprai mostrare a questi miscredenti dal cominciamento del mondo infino alla venuta del verace profeta figliuolo di Dio; e anche saprai mostrare infino alla venuta del falso profeta figliuolo di Satanas; e anche saprai mostrare infino alla fine del mondo. Piglia uno vasello(140) di terra, e asettalo(141) in su tre legni, al nome della sancta trinità, padre e figliuolo e spirito sancto, tre persone in uno Idio(142); e enpi lo vasello d'acqua, e poi vedrai la vertude di Dio, e mostralo a questi miscredenti. E allora l'agnolo si partì. E Sidrac venne verso lo re, e disse: messere lo re, io vi mosterrò la potenzia del mio buono Idio. E lo re disse, con grande cruccio: mostralomi, che voglio vedere s'egli è migliore che 'l mio. E Sidrac fece recare uno vasello di terra, e fecielo enpiere d'acqua, e si lo puose(143) in su tre legni(144), siccome l'agnolo gl'insegnò. E incontanente vide l'onbra della santa trinitade, ed una boce si gridò ad alti(145), e disse: re Botozo, guarda nell'acqua del vasello, e vedrai lo verace Idio, re di tutto il mondo. E lo re venne con grande ira, e riguardò nell'acqua, e vide l'onbra della santa trinitade, padre e figlio e spirito sancto, in una sedia(146), e gli angeli cantando e glorificando lo padre e lo figliuolo e lo spirito sancto. Era lo figliuolo col padre, e tutti e tre erano uno(147). Quando lo re vide questo, ebene grande allegreza, e parveli(148) essere in gloria. E allora disse lo re: Sidrac, io credo nel tuo Iddio, e in quello ch'è di lui e fu e sarà; ma io ti priego che tu mi dichi come egli sono tre. Disse Sidrac: messere, questa è la sancta trinitade, ed è padre, figlio e spirito sancto, e sono tre persone e uno Idio. Disse lo re: come conversan'eglino insieme? Messere, disse Sidrac, come lo sole, ch'e tre cose in uno: la prima è la sustanzia, la seconda è lo chiarore, la terza è lo calore. La proprietà, cioè la sustanzia, si è lo padre, e la chiarità si è lo figliuolo, e lo calore si è lo sancto spirito. Queste sono tre cose in una; altressì possono essere tre in uno Idio. Quando Sidrac ebe tosto detta questa ragione, molto piacque allo re, e ebene grande allegreza, e gridò ad alta boce: Io adoro e credo nello Idio di Sidrac, padre e figlio e sancto spirito, tre persone in uno Idio(149), e sancta trinitade. Quando ebe questo detto, la sua gente se ne crucciò molto, e giurarono tutti la morte di Sidrac; e consigliaronsi una partita(150) insieme, e dissono: lo nostro re à perduto lo senno, e Sidrac lo 'ncantatore l'à ingannato, e àgli fatto rinegare lo suo buono iddio, e di suo padre e di suo avolo. E vennono a lui e dissono: male ài fatto; la tua gente è malamente crucciata(151) verso di te, di quello che voi avete fatto, e creduto a quello incantatore Sidrac; chè gli suoi incantamenti ànno disfatto lo tuo buono idio; e te à fatto rinegare i tuoi buoni idii, del tuo padre e del tuo avolo. E lo re rispuose e disse: io ò lasciato la bruttura e preso lo fino oro(152); che lo mio padre e li miei anticessori e io avavamo malvagio Idio; ma Sidrac m'à mostrato lo chiarore del mondo; e insino a qui ò avuto ria credenza; e da ora inanzi io non avrò altro Idio, se non colui che creò lo cielo e la terra; e, se a lui piace, nella sua credenza voglio vivere e morire, e lui voglio adorare e sacrificare, e non altro Idio che lui. Di questa risposta si crucciò molto la gente sua, che d'intorno a lui erano; e tornarono indrieto, e consigliaronsi insieme d'avere savi che quistionassono con Sidrac; e elessono quattro, i più savi uomini dell'oste, che lo mattassero(153), acciò che lo re tornasse alla sua credenza. E vennono allo re, dissono che voleano disputare con Sidrac. E lo re di ciò molto si contentò, e Sidrac. E allora cominciarono a disputare insieme, e dimostravano la loro miscredenza; e Sidrac mostrò loro la potenza di Dio, e come fece lo cielo e la terra e lo sole e la luna e tutte l'altre cose ch'al mondo sono; sicchè coloro non si poteano difendere da lui; ma disono: se il tuo Idio è così buono e leale come tu di', bei questo bicchiere pieno di veleno aguto, che noi abiamo fatto recare. E Sidrac istese la mano, e prese il bicchiere, e disse: io beo questo bicchiere pieno di veleno aguto(154), al nome del mio Idio che creò lo cielo e la terra. E bevvelo, e incontanente ch'egli l'ebbe bevuto, dimorò più fresco e più chiaro(155) che prima; e tutti quegli che lo vidono, di ciò assai si maravigliarono. E lo re ebe di ciò grande allegreza; più perfettamente amò Idio onipotente. E incontanente disciese di cielo un fuoco con folgore(156), sopra quelli quattro savi, e abattegli morti incontanente. Quando gli altri videro questo, incominciarono a dire l'uno all'altro: se lo Iddio di questo uomo non fosse buono e leale, egli non sarebbe iscanpato di quello veleno, anzi sarebe incontanente morto, nè costoro non sarebono arsi. Ma perchè furono folli, diceano male del suo Iddio, si ne fece questa maraviglia. E la maggior parte della gente, e spezialmente del popolo minuto, si convertirono a Dio. E lo re diventò più fermamente più credente in Dio. Quando lo diavolo vede che à ricevuto sì grande inganno(157) per Sidrac, si cominciò a gridare altamente, per li idoli(158), che v'erano ancora, da nove o dieci, che non erano ancora disfatti, e diceano: re Botozo, cattivo, che ài fatto tu? ài creduto i detti e gl'incantamenti di Sidrac, el(159) grande incantatore; tu ài lasciato noi, e noi lascieremo te; e le tue(160) offerte giammai non riceveremo, e li tuoi beni distrugeremo, e le tue bestie uccideremo, e li tuoi nimici sopra te manderemo; del tuo reame a tua onta ti caccieremo, e gli tuoi figliuoli e gli tuoi parenti perderai, e a grande dolore ti faremo morire. E se tu vorrai iscanpare, sotto i piedi degli tuoi cavagli(161) fa incontanente ardere lo incantatore, che t'à tracto(162) della nostra buona credenza; e fa ronpere quello vasello; e quell'acqua che v'è dentro falla(163) gettare sotto i piedi de' cavagli(164), ch'è tutta incantata di grandi incantamenti; e gli tre legni fa ardere, chè Sidrac incantatore della credenza sancta e degna di tuo padre e di tuo avolo e delli tuoi anticessori ti vuole levare; e lo capo a lui fa tagliare. Quando lo re Botozo e la sua gente udirono questo, egli si maravigliarono molto di ciò; e Sidrac, che gli vide essere ismagati(165), fu molto adirato, e dissegli: re Botozo, la tua credenza abbi in Dio fermamente, e guarda che lo ingegno(166) del diavolo non ti sormonti(167); chè per lo padre del cielo, cioè Idio, io isconfonderò lo diavolo e lo suo podere. Allora prese Sidrac una iscure(168), e disse agli demoni che dentro v'erano: io vi caccierò per la potenzia di Dio padre onnipotente. E comincia a dare della scure per l'idoli, e tutti quanti gli ruppe. Quando i diavoli vidono che non vi poteano più dimorare, partironsi, e feciono uno romore sì grande(169), che tutta la gente si spaventò. Allora venne uno tuono per la terra, per lo 'ngegno(170) del nimico, che parve loro che tutta la terra dovesse profondare;(171) e cominciò a balenare e a tonare e a piovere sì forte, che tutta la contrada allagava, e pareva che la terra dovesse allagare(172). Quando lo re e la sua gente videro questo(173), forte si maravigliarono(174); e Sidrac disse: messer lo re, non vi isgomentate, chè la forza di Dio del cielo è maggiore che lo 'ngegno del diavolo, e confortatevi che(175), se a Dio piace, voi vedrete incontanente la grazia di Dio sopra voi e sopra coloro che in lui crederanno. E incontanente disciese uno angiolo da cielo, con grande luminaria(176), e disse: Sidrac, piglia dell'acqua di quello vasello, e gittane a quattro cantoni del padiglione(177), al nome della sancta trinità; e piglia l'uno di quegli legni, e picchia(178) l'uno sopra l'altro per lo padiglione, al nome di Dio onipotente; e allora si confonderà il diavolo. Allora si partì l'agnolo, e Sydrac(179) fece lo suo comandamento; e in quella ora medesima la tenpesta rimase, e incontanente disciese un altro agnolo da cielo, con una ispada di fuoco in mano, e fedì lo diavolo, e confondello, e arse tutte l'idole. Quando gli altri che non erano ancora convertiti vidono questo miracolo di Dio, si convertirono tutti a lui. Lo re ebbe di ciò grande allegreza, e molto ringraziò Iddio e lo suo padre(180). E poi domandò Sidrac quello che significavano gli tre legni(181) e lo vasello e l'acqua che v'è dentro, e quella ch'egli gittò ne' quattro canti del padiglione, e gli due legni che tu battesti l'uno contro l'altro. E Sidrac disse: messere, io vel dirò: la significazione di ciò che voi m'avete domandato volentieri vel dirò, colla grazia di Dio: gli tre legni significano la sancta trinità, padre e figliuolo e spirito sancto, tre persone in uno Dio(182). Lo vasello della terra significa lo mondo, lo quale è sostenuto dalla sancta trinità(183). L'acqua che v'è dentro significa lo figliuolo di Dio, che verrà nella Vergine, e prenderà in lei corpo, e serà salvazione del mondo e degli suoi amici, e confusione del diavolo e del suo podere e della sua credenza e degli suoi amici. E quello prezioso corpo, che 'l figliuolo di Dio prenderà nella vergine Maria, morirà nella crocie, e sarà messo in terra, siccome quella acqua fu messa dentro a quello vasello di terra. E per quello crucificamento(184) e morte diliberrà Adamo e gli suoi parenti del podere del diavolo. Quella acqua che io gittava ne' quattro canti del padiglione, significa(185) che 'l figliuolo di Dio sarà battezzato(186) in acqua, e sarà(187) novella legge. I quattro cantoni significano quattro buoni uomini, che saranno al tenpo del verace profeta figliuolo di Dio, e saranno de' suoi disciepoli, e scriveranno lo suo detto e lo suo comandamento e li suoi miracoli; e saranno allevati e cresciuti(188) per li quattro elementi(189) del mondo; e per quelle iscritture confonderà lo diavolo e lo suo podere. I due legni ch'io battei l'uno coll'altro per lo padiglione, significano i santi uomini che saranno disciepoli del figliuolo di Dio verace profeta; e andranno per l'universo mondo, e chiameranno le genti che saranno perdute per la loro miscredenza; e convertirannole(190) alla fede del verace profeta figliuolo di Dio, e sì gli salveranno(191). Quando lo re udì questo dire a Sidrac, piacquegli molto, e ebene grande allegreza; sì si affermò più nella credenza di Dio adorare, e credette(192) nel suo nome perfettamente. E volle che Sidrac gli dischiarasse di belle quistioni, che avea volontà che dischiarate gli fossono, e non trovava niuno uomo che gli sapesse dire, se non Sidrac. Le quali quistioni furono nel torno di 565. E lo re domandò Sidrac e disse:

(15) Abbiamo corretto col C. R. 2. Il C. L. ha: „le quali egli ha promesso di dare loro il paradiso.„(16) Volle C. R. 2.(17) Sapesseno C. R. 2.(18) Insine C. R. 2.(19)... qui ensegnoient les gens a vivre selon leur usages; et tous ceulx qui maintiendront leurs usaige, ec. C. F. R. — che insegnavano vivere alle genti li vizi che allora erano, e tucti quelli che manteneano le loro uzanze, ec. C. R. 2. — Ci sembra evidente che sia qui usato vizii per vezzi (usi, consuetudini), due parole che hanno comune la loro origine in vitium lat.(20) Nella compagnia C. R. 2.(21) Le jugement de nostre Segnor dou deluge il ne fu per autre cose, etc. C. F. R. Da causa, ant. fr., cause, cose.(22) habitarono in terra e cominciarono C. R. 2.(23) uzanza C. R. 2.(24) Et Deu les beney; et leur dona la beneixion de croistre et de multiplier lor decedence qui ot nom Iafem de generation en generation, si maintindrent la loy de Deu ce que lor pere Noe tenoit. C. F. R. — E Idio diede loro la perfectione di crescere e di multiplicare il mondo uno de' figliuoli di Noe, che ebbe nome Giafet, di generatione in generatione, che di lui nacquero quelli che mantennero la fede di Dio, sì come Noe loro padre l'avea. C. R. 2.(25) Meraviglia C. L. — Abbiamo corr. col C. F. R. e col C. R. 2.(26) Figliuolo C. R. 2.(27) Sydrac C. F. R. — Sidracha C. R. 2.(28) le quel enpli le monde de toutes sciences de savoir toutes les coses. C. F. R.(29) Cestui Sidrac Deu le deigna de mostrer per sa grace la forme de la soe sainte trinite. C. F. R. — E questo Sidrach Idio si degnò per sua gratia e misericordia di mostralli la forma della sua santa trinità. C. R. 2.(30) Nontior C. F. R.(31) Il C. R. 2. ha qui e sempre: autre.(32) Boctus C. F. R. — Bottus C. R. 2.(33) Convertire C. L. Abbiamo corretto col C. F. R. e col C. R. 2.(34) Gl'idoli sordi e mutoli C. R. 2.(35) Conteremo. C. R. 2.(36) Trataber C. R. 2. — Al C. F. R. manca.(37) per la gratia di Dio nostro signore Jesu Xpo e della sua madre madonna sancta Maria C. R. 2. Qui nel C. R. 2. è una divisione di capitolo, e ciò che segue è intitolato così: Coma lo re Botus domanda Sidrach di quistioni.(38) glie le dispianò C. R. 2.(39) per la qual cosa gli piacque molto, e sì ne fecie questo libro C. R. 2.(40) par la trait dou deable C. F. R. Potrebbe leggersi ancora par l'atrait; e corrisponderebbe meglio alla traduzione italiana.(41) Madiano C. R. 2. — Madiam C. F. R.(42) Prine C. F. R. Se non è errore per prince, potrebbe intendersi nel senso che ha il vb. primer. Nell'ant. fr. si trova prin, per prim, prime.(43) Manan C. R. 2. — C. F. R.(44) Traduzione litterale del franc. dou tout en tout, che significa affatto, interamente. Trovasi pure du tot en tot, des tot en tot. F. Burguy, Gram. II, 329.(45) Padre C. R. 2., che è certo errore, legg. nel C. F. R. poeir.(46) Grison C. F. R.(47) Sabastra C. R. 2. — Sabaste C. F. R.(48) Dionasile C. R. 2. — Ayo vacileo C. F. R.(49) Abbiamo corr. col C. R. 2. Il C. L. ha lo al.(50) Demetrio C. R. 2.(51) et si fu a Tolette martures et mors. C. F. R. Martures da marturiare.(52) Manca questo libro al C. L.: abbiamo supplito col C. R. 2.(53) Chiericia C. R. 2. — Clergie C. F. R.(54) de gresois en latin. C. F. R.(55) e ordinò tanto che lo ebe C. R. 2.(56) le tint en gran chierte por les belles demandes que il trouva en lui C. F. R. Corr. cherte e cf. Burguy, Gramm., e Littré, Dictionn. Il C. R. 2.: tennelo molto caro per le belle cose che su v'erano scripte.(57) lo re Amomeni di Tunisi C. R. 2. — Emir el Momenim C. F. R.(58) Saracinesco C. R. 2. — Sarazinois C. F. R.(59) Nuova divisione di capitolo nel C. R. 2. dove ciò che segue ha per titolo: Come lo 'mperadore Federigo mandò per questo libro allo re di Tunisi.(60) respontioni C. R. 2.(61) maraviglionsi C. R. 2. — merveilloyent C. F. R.(62) Ogier C. F. R.(63) Todia filosafo C. R. 2. — Todre le phylosophe C. F. R.(64) Antiochia C. R. 2.(65) Camberlain C. F. R. Il prov. camarlenc, chamarlenc, è quello che noi chiamiamo oggi ciamberlano, nell'ant. fr. chambellanc, chamberlens, ufficiale della camera. Manca camarlingo, in questo significato, alla Crusca.(66) Teodia C. R. 2.(67) le manda en present C. F. R.(68) Antiochia C. R. 2.(69) Abbiamo corr. col C. R. 2. — Il C. L.: Alleone.(70) Assemprò C. R. 2. — contecrist C. F. R., errore che forse potrebbe essere corr. in contr'escrsit, contrescrist, nel senso che ha contrefaire, reproduire, par imitation, quelque chose. Varie forme ebbe questo vb. al t. p. nell'ant. fr. escrit, escript, escristrent.(71) ciasquiduno C. R. 2.(72) De quoy cest livre cascun ne le pot mie avoir C. F. R. De quoy (de coi, d'où vient que) è mal tradotto per de' quali. E il senso torna meglio secondo il testo francese, facendo punto dopo buoni libri. Anche il C. R. 2. ha: non lo possono avere.(73) Nuova divisione di capitolo nel C. R. 2. dove ciò che segue ha per titolo: Siccome lo re Bottus cominciò la ciptà e ongni vuolta era disfacta, onde fece venire tucti li filozafi et i savi.(74) Persia la grande C. R. 2. — Perce la grant. C. F. R.(75) Bocteriensa C. R. 2. — Boctoriens C. F. R.(76) avint que cil roy Boctus apres la mort de Noe de C VIII. et XLVII ans voloit ec. C. F. R.(77) guerdoier C. F. R., che potrebbe essere errore per guerroier o per guarder.(78) Guarahap C. F. R.(79) da capo tostamente C. R. 2. — de richief mout austivement C. F. R. De richief corr. de rechief, re-chief, re chef. Austivement sarebbe forse errore per vistement, che nell'ant. fr. trovasi per prontamente, tostamente?(80) Manca ogni cosa al C. L.; abbiamo supplito col C. R. 2.(81) che C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(82) gueroyer C. F. R.; e ciò conferma l'errore di guerdoyer.(83) la nocte è abactuto e messo in terra C. R. 2. — le demain se treuve tout abatu C. F. R.(84) Noi crediamo che da cherere, siasi fatto cherendo, cheiendo, e quindi, pel cambiamento dell' e in a, caiendo, caendo. E lo stesso cambiamento riscontrasi nell'ant. fr. del Berry, ove in luogo di chercher si disse charcher. Cf. Jaubert, Gloss., supplément.(85) Discorso; e in questo senso manca alla Crusca.(86) Qui nel C. R. 2. è un'altra divisione di capitolo, intitolato: Si come li Savj disseno ch'aveano veduto come la torre si compierebe.(87) voleano venire dinanzi da lui C. R. 2. — voloyent venir per devant lui C. F. R.(88) faites vos bon corage C. F. R.(89) Abbiamo preferita la lezione del C. R. 2. Il C. L. ha: a quindici dì della luna allora che noi comincieremo, il punto e direllovi (direnlovi), e allora ec. Nel C. F. R.: et a tel jor passant a XVI jors de la lune, alore che nos conmanderons et au point, feres comencer, ec.(90) vi saremo presenti C. R. 2.(91) Ci è sembrata migliore la lez. del C. R. 2. Nel C. L.: vi misero a guardare.(92) Vogliamo notare che il C. F. R. ha: vos de la ne istres; perchè istre è una delle forme più rare del vb. issir. Trovasi ist, uscì e istroit, uscirebbe, nel Romans de Brut: Et Brutus ist de son agait. — Corinéus s'an istroit; vol. I. pp. 14, 48.(93) È propriam. trad. del franc. engien, engin.(94) fist aler la crie C. F. R.(95) Trattabero C. R. 2.(96) Noe le grand C. F. R.(97) Così il C. R. 2., preferibile alla lez. del C. L.: venne di mano di re in altro.(98) Sidrach C. R. 2. — Sydrac C. F. R.(99) Io re Bottus mando altamente salute alla vostra signoria e amico carissimo C. R. 2.; e meglio il C. R. 1.: a vostra signoria, re Trattabar, come a signore ed amico.(100) suoi lectere C. R. 2.(101) prede C. L. Ci è sembrato buono di dare preferenza alla lez. del C. R. 2. Nel C. F. R.: qui les poroit avoir feroit quant que il vodroit. Vodroit, da vouloir, una delle molte forme del condizionale.(102) siamo C. R. 2.(103) Et elli si mosse e cavalcò tanto C. R. 2.(104) sopra essa per pascere C. R. 2. — et s'acist sus celle C. F. R. Acist ( assir, asseoir da ad e sedere ) è forse una forma del vb. achir, che si usò nel Picard. Cf. Littré, Dictionn.(105) forma, figura. „Così temo vostra altiera fazzone, Madonna mia.„ Dello Bianco.(106) les chieres C. F. R. Dal lat. cara, fecesi chere, chiere nell'ant. fr., cara in prov. e spagn., cera in ital., e significò viso, sembianza. „Che s'io troppo dimoro, aulente cera„ Pier delle Vigne. I Cinamologhi, nel Dittamondo di Fazio degli Uberti, han muso e le labbra di cane. Lib. V., cap XX.(107) feminoro C. R. 1. e C. R. 2. Forse dal gen. plur. del latino, feminarum, feminaro, feminoro. Il trovarsi questa stessa parola in tre codici di lezione diversa, e di diverso tempo, ci pare prova sicura che non sia da tenersi per errore; e ci conferma in questa opinione il trovare regno femminoro nel testo della Tav. Rit. pubbl. dal Polidori, pag. 292.(108) dampno C. R. 2. È noto che Fra Guittone usò dampnaggio, e che l'ant. fr. ha dampnier, e il prov. dampnatge.(109) Aboivrent C. F. R., da aboivre.(110) doveunque C. R. 2.(111) l'idoli manca al C. L. Abbiamo supplito col C. R. 2.(112) Così pure gli altri codd. Essendo idole in fr. di gen. fem., il traduttore ha scritto idola.(113) gittava C. L. Abbiamo corretto col C. R. 2.(114) enlace C. F. R. Da laqueus, franc. lac, prov. lacs, port. lazo, ital. laccio; e vbb. allacciare ital., lacer, enlacer, franc.(115) Abbiamo corretto col C. R. 2. Nel C. L.: come ài così idio e così bello come questo?(116) ma C. R. 2.(117) non si die nient'adorare, ma vergognare et avilarlo C. R. 1.(118) et en s'amor sacrifier C. F. R. Nei pronomi possessivi ma, ta, sa si usò qualche volta di elidere l' a, quando la parola che seguitava cominciasse per vocale. Così trovasi: m'amour, s'auctorité ec. Il C. R. 2. ha: del suo benedetto nome si de' sacrificare.(119) Nel dialetto del Picard si usò biel.(120) di lui isguardare C. R. 1. — en lui esgarder C. F. R.(121) Abbiamo dato la preferenza alla lez. del C. R. 1. Il C. L. ha solamente disse Sidrac; e il C. R. 2.: disse lui Sidrach.(122) Nel C. L. vi noia. Abbiamo corretto col C. R. 2. — Venque nostre creance C. F. R.(123) iscongiurato C. R. 2.(124) devant cest mescreant C. F. R.(125) erano C. L. Abbiamo corretto col C. R. 2.(126) se murent en tour C. F. R.(127) e arse, e a modo di cenere si fece C. R. 2.(128) sconficto C. R. 2. — qu'il ne poient riens faire, et seroient malement desconceilles C. F. R. Desconseillies vale abbandonati, senza consiglio. „Mais nostre sires qui les disconsellies conseille.„ Villehardouin. — Lo isconsigliato del n. t. è traduzione letterale del francese.(129) sapiate C. L. — Abbiamo creduto di corregg. col C. R. 2.(130) per forteries ou per la force de son deu C. F. R. Credo da correggere sorteries, per sortilegi. Da sortiarius del b. l. fecesi sortiere ital., sortero spagn. Il testo francese del ediz. Palat. ha: par sorcerie ou par la force de son dieu. — Nel Romans de Brut, sortisséors: venir fist ses sortisséors.(131) fomes a plaisir C. F. R.(132) al nostro C. R. 2.(133) paroule C. R. 2.(134) isconficti C. R. 2. — desconceilles C. F. R.(135) ch'io te lo sappia C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(136) gli quali Idio cacciò del cielo per la loro argaria e per la loro superbia C. R. 2. — Argaria per algaria. „Algaria è nelle persone belle„. Bart. da San Conc.(137) oyables C. F. R., del quale è traduz. letterale udevole (da oyr). Ma parrebbe che avesse piuttosto a leggersi oyant, che odi, udente.(138) isnel espirt C. F. R.(139) cupiditade C. R. 2.(140) vagiello C. R. 1.(141) asiele C. F. R., che pare abbia ad essere l'imperativo del vb. aseoir, placer, etablir.(142) tre e per uno idio C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.(143) acist C. F. R., forse da achir.(144) fusti C. R. 1.(145) Lo stesso che ad alto. „Il loro luogo è molto ad alti.„ Fr. Giord. Pred. — Nel C. F. R.: et cria a haute vois.(146) en leur ciege (siege) C. F. R.(147) in uno C. R. 2.(148) parvi C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.(149) tre per uno idio C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.(150) parte C. R. 1.(151) troppo corrucciata C. R. 1.(152) ò lassato el pionbo et preso el fino oro C. R. 1. — ie ai laisse la longuaigne et la pulentie. C. F. R. — Longuaigne in ant. fr. vale latrina, elvace. Pulentie dev'essere lo stesso che empuance, che significa fetore, corruzione. Trovasi pulent, pullent, che il Burguy fa derivare da purulentus. Cf. Du Cange, Gloss.; Burguy, Gloss. Fino oro è anche nel Tesoretto di B. L.: Sì ch'io credea che 'l crino. — Fosse d'un oro fino.(153) L'ant. fr. ha mater, matir; prov. matar, che vuol dire abbattere, vincere, indebolire. Si hanno esempi di matare, emattere, in antichi scrittori italiani. Cf. Nannucci, Analisi, 253, 2.(154) pessimo veleno C. R. 1. — trencant venin C. F. R. Trencant intenderei mortale, che abbatte, che uccide, dal vb. trencher, trancher. Cf. Burguy, Gramm.; Diez, Etym. Wört. a Trinciare.(155) Esempio da aggiungersi a quello delle Istorie Pistolesi e de' Fioretti, registrati dalla Crusca. Dove bene osserva il Nannucci ( Analisi, 147-48) non essere da intendere chiaro per forte e gagliardo, ma per lieto, brillante, gaio, sereno di spirito. E non solamente il provenzale ha clar in questo significato, come il Nannucci avverte; ma anche l'antico franc. ha clair, cler, cleir, secondo il Burguy, il quale però non reca esempi che confermino questo significato. Il C. F. R. ha solamente plus fres; e il T. F. P.: plus sains; il C. R. 1.: più bello e più fresco.(156) una saetta di folgore C. R. 1.(157) dampnagio C. R. 1.(158) entrò elli e li suoi ne li altri ydoli C. R. 1. — se mist dedens les aultres idoles C. F. R.(159) allo C. L. — Abbiamo preferita la lez. del C. R. 1.(160) tuoi C. R. 2.(161) cani C. R. 1. — chiens C. F. R.(162) ingannato C. L. — Abbiamo preferita la lez. del C. R. 1.(163) e falla C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.(164) chiens C. R. 2.(165) iscomentati C. R. 2.(166) et garde toy de l'engi au deable C. F. R. Engi è da corregg. in engin, engien, che qui vale, inganno, furberia.(167) soctometti C. R. 2.(168) scura C. R. 2. — cougne C. F. R. Da cuneus fecesi in ant. fr. coignie, coignee, cognee; in prov. cunh, conh, cong. Nel dialetto vallone trovasi counie, cougne. Cf. Grandgagnage, Dict. etym. de la langue Wall.(169) misero una boce sì forte C. R. 1.(170) 'mpegno C. R. 2. — engin C. F. R.(171) e vene uno terrimuoto per ingegno del diavolo, sì che allora fu viso ha tucti si dovesser confondare C. R. 1. Nel Romans de Brut: „Vis li fu là où il dormoit„ etc. Confondare è traduzione erronea del franc. confundre, prov. confondre, cofondre, che vale rovinare, distruggere.(172) annegare C. R. 2. — sonabissare C. R. 1. — de gros tonieres et lampieres et plovoir et gresilles che toute celle terre senblent qu'elle devoit noyer C. F. R. — Gresil sarebbe diminutivo di gresle, grêle. Cf. Burguy, Gloss.(173) questo manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 2.(174) si smagò C. R. 1.(175) che manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 2.(176) claritade C. R. 1.(177) de la haberge C. F. R. — Heberge, tenda, accampamento.(178) piega C. R. 2. — bates C. F. R.(179) Sydrac manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 1.(180) pooir C. F. R. Pare che il traduttore abbia confuso poor, poer, pooir con peire, piere, pere.(181) fusti C. R. 1.(182) tre per uno Iddio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.(183) Lo vagello è 'l mondo ke sostiene el podere di Dio e santa trinità k'è tutto uno C. R. 1.(184) risucitamento C. R. 2. — passione C. R. 1. — cruceflement C. F. R., che credo da corr. crucifiement.(185) significano C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.(186) battegiato C. R. 1. Il prov. ha bathegar, batejar.(187) fera C. F. R.(188) letti e creduti C. R. 1. — leaus et creaus C. F. R. — leuz et creuz T. F. P. — Leaus potrebbe correggersi in leus, partic. pass. del vb. lire; e creaus, creus, creuz potrebbe essere una forma del partic. pass. del vb. creire, crere, croire. Il tradutt. pare che abbia creduto leus partic. del vb. lever, e creus del vb. croistre.(189) alimenti C. R. 2. — elemens C. E. 2.  — parties C. F. P. — Crediamo che non si abbiano esempi di elementi del mondo per parti del mondo, nè in francese nè in italiano.(190) convertiranno C. L. Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.(191) e salveranno C. L. Abbiamo aggiunto si gli dal C. R. 2.(192) ad adorare e credere C. R. 2.

Sidrac, ebe Idio mai cominciamento? E Sidrac rispuose (Qui diciamo capitolo primo, ma gli altri cinque sono nella storia adietro):

E' non ebbe unque cominciamento nè fine, nè none avrae. Egli fece cielo e terra, e anzi ch'egli lo facesse, si sapea bene ch'egli dovea fare questo e l'altre cose ch'egli fece. E sepe lo novero degli angioli, anzi che gli facesse, e degli uomini e delle bestie e de' pesci e degli uccielli, e quale morte dovea ciascuno fare; e sapea tutti quelli che doveano essere salvi e che doveano essere perduti(193), e gli loro pensieri e gli loro fatti e li loro detti e le loro volontadi; e s'egli non sapesse questo, stato egli non sarebe Idio(194). E di tutto ciò, perchè facesse lo mondo e le cose che sono nel mondo, egli non se ne migliorò punto; e s'egli noll'avesse fatto, egli non potrebe esser di nulla piggiorato. Iddio fu sanza cominciamento e sarà sanza fine(195). La sua potenza sa tutto, e si è per tutto. E si è la sua sustanza in tre(196) cieli; l'uno corporale, e questo è quello che noi veggiamo; e l'altro è spirituale, e questo è quello che noi non vegiamo(197), ove gli angioli sono; lo terzo è quello ove Idio nostro signore dimora, lo quale vedranno i giusti visibilmente.(193) dampnati C. R. 1.(194) non sarebbe egli stato Idio C. R. 1.(195) finiminto C. R. 1.(196) intra C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.(197) veggiano C. R. 2.

Cap. II.

Lo re domanda: puote Idio essere veduto? Sidrac risponde:

Iddio è visibile e non visibile: egli vede tutto, e non puote essere veduto; chè niuno corpo terreno puote vedere ispirituale cosa; ma lo spirito vede lo spirito. Ma, se lo spirito è buono e giusto, potrà essere ch'egli vedrà Idio, secondo(198) le sue opere. Ma questo averrà apresso(199) lo tenpo che 'l figliuolo di Dio sarà venuto(200) in terra; che sarà(201) lo spirito di Dio che si aonberrà(202) in una vergine, e lo nome della vergine sarà apellato Maria; e piglierà di lei corpo, e sarà veduto e udito(203); e farà(204) tutto quello che l'uomo; e sarà sanza peccato; e sarà Idio medesimo; e per la sua potenza sarà egli in cielo e in terra. E la vergine Maria, concieputo per spirito sancto, si rimarà vergine inanzi il parto e dopo il parto(205). E se egli non pigliasse corpo nella Vergine, niuna corporale cosa lo potrebbe vedere.

(198) esendo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(199) presso C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.(200) veduto C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2. — apresso de l'avenimento di Dio C. R. 1.(201) cosa arà C. L. — non sarà C. R. 2. La lezione ci pare errata in ambedue; nè col C. R. 1. e col C. F. R. possiamo corregg. Ma il senso del discorso ci fa credere che abbia da legg. sarà.(202) s'aombrara C. R. 1. — Se ombrerà C. F. R. — S'aombrer, s'anombrer nell'ant. fr. significa divenire uomo nel seno della Vergine. „Com fist Gabriel li Archangles — Quant me dist que li rois des Angles — S'aombreroit en mes sains flancs.„ Du Cange, Gloss. Gall. — In provenzale ha lo stesso significato solumbrar. Il Raynouard ne reca due esempi, tolti da un testo prov. del Sydrac: „Apres l'avenimen del filh de Dieu qui solombrara en la Virgis„; e traduce qui s'ombragera, con errore che ci par manifesto. „Virtus Altissimi obumbrabit tibi.„ S. Luca, I, 35.(203) manca al C. L. e sarà. — Abbiamo suppl. col C. R. 2.(204) sarà. C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(205) Così il C. R. 2. Nel C. L.: E la vergine Maria che concieputo per lo spirito sancto l'averà vergine fatta inanzi il parto, e vergine sarà dopo il parto.

Cap. III.

Lo re domanda: è Iddio in tutti luoghi e per tutti? E Sidrac risponde:

Iddio è in tutti luoghi e per tutti i tenpi. Egli è potente in ogni luogo come in un altro; e com'egli è possente in cielo, così è possente in terra e in ninferno, perciò ch'egli è tutto possente là ov'egli è; chè a quella ora che governa quelli che sono in oriente, a quell'ora governa le cose che sono in occidente; e però è egli tuttavia per tutto, che governa tutto giorno tutte le cose.

Cap. IV.

Lo re domanda: sentono tutte le cose Iddio? E Sidrac risponde:

Idio non fece unque(206) nulla criatura, che lui non sentisse, e che lui non dotti; chè queste cose che noi asenbriamo(207) sanza anima mortale(208), quelle vivono e sentono lo loro criatore. Lo fermamento lo sente, quando, per lo suo comandamento, non fina(209) di volgersi il sole, la luna; le stelle lo sentono, che tutto tenpo ritornano(210) nello loro luogo; la terra lo sente, che ciascuno anno rende lo suo frutto; i venti lo sentono e lo mare, che, quando egli fanno la fortuna, ritorna in bonaccia per la sua volontà; l'acque lo sentono, ch'elle corrono allo luogo là ond'elle escono; i morti lo sentono, che risucitano alla sua volontà, quando a lui piace; la notte e lo giorno lo sente, ch'egli guardano bene quella legge che Idio à loro donata; le bestie lo sentono, ch'elle seguiscono la loro natura.

(206) umche C. R. 2. — L'ant. franc. onkes, unkes, unques, unc, onc.(207) che noi sembriamo C. R. 2. — che noi sembiamo C. R. 1. — chi nos semblent C. F. R.(208) animale mortale C. R. 2.(209) finono C. R. 2. — Da finare, ant. franc. finer, prov. finar. „Finar, madre, non volemo„ B. Iacopone. „Per mostrar alla gente. — Che loco sia finata. — La terra e terminata.„ B. Latini, Tesoretto.(210) ritorna C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

Cap. V.

Lo re domanda: che fece Idio primamente? Sidrac risponde:

Primieramente fece Idio uno molto bello palagio, lo quale è apellato regno di cielo; e poi fece questo secolo, e poi lo 'nferno. Ma quello palagio à egli eletto uno grande ordine de' suoi amici(211): onde egli non usciranno giammai, poi che egli vi fieno entro. E quello numero volle egli fare d'uomini come delli angeli, per umiltà, perchè gli uomini e gli agnoli adorassono uno solo Iddio in trinità, padre e figlio e spirito sancto.

(211) Ma in quello palagio àe egli uno lecto grande di suoi amici C. R. 2. — mais ycel palais ailes leupor un grant nombre de ses amis C. F. R.; che io leggerei: mais ycel palais a il esleu por, ec. E uno lecto credo che debba intendersi per una eletta.

Cap. VI.

Lo re domanda: quando(212) furono fatti gli angioli? Sidrac risponde:

Allora che Idio disse, sia fatto lucerna(213), e tutti gli agnoli e arcagnoli furono fatti in quello punto, cherubin e serafin. E quando lo malvagio agnolo Lucifero vide che Idio gli avea dato onore e gloria sopra tutti gli altri agnoli, si volle dispregiare gli altri agnoli, e volle essere pari del suo(214) creatore; e volle avere altra sedia che Idio non gli avea dato; e si volle agli altri per lo suo argoglio comandare. E egli fu incontanente del paradiso cacciato, cioè gittato, e fu messo in carcere. Siccom'egli era prima bello e splendiente(215), così fu poi laido(216) e scuro e nero, ch'egli cadde incontanente. E si dimorò una ora in gloria(217); che, si tosto com'egli fu fatto, si cadde; che diritto non era(218) ch'egli gustasse di quella gloria, poi che così fatto argoglio avea incominciato contro lo suo criatore. Gli altri che peccarono co lui, traboccarono co lui di cielo, perciò che a loro piacque lo suo argoglio; e credeano ch'egli potesse Idio sopra montare. E egli erano simigliantemente alti sopra gli altri, e gli più mastri di loro con esso lui furono gettati in ninferno(219), e gli altri furono cacciati nella più ispessa aria(220), là ove egli ardono, come s'egli fossono in uno fuoco(221), che giammai mercè non avranno, e non la poterano adomandare(222).

(212) come C. R. 2.(213) „Vid'io in essa luce altre lucerne.„ Dante.(214) al suo C. R. 2.(215) sprendiente C. R. 2. — piagente C. R. 1.(216) ladio C. R. 2. — lasco C. R. 1. Lasco può essere il lasche, lasque, nel senso di vile.(217) Sappiate ke non vi dimorò una ora compita C. R. 1.(218) Nel C. L. sono, per errore evidente, ripetute le parole ora in gloria che si tosto.(219) onferno C. R. 1.(220) in questo più spesso aiere C. R. 1.(221) in onferno C. R. 1.(222) mercè non avranno potranno e non la domandorno C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

Cap. VII.

Lo re domanda: di che servono gli angeli in cielo? Sidrac risponde:

Li angioli che sono in cielo non ebono volontà di peccare verso lo loro criatore, e perciò non caddono eglino cogli altri, anzi dimorano in gloria. Idio dà a ciascuno ordine e uficio angielico. Angeli v'à che anunziano(223) agli uomini le grandi cose. Anche altra maniera di angieli v'à, che anunziano(224) alle comuni creature, cioè agli uomini, le piccole cose. Altre maniere d'angioli v'à, che sono potestadi, che comandano agli maligni spiriti, che più non facciano crudeltade all'umane cose. Altre maniere d'angioli v'à, che si chiamano principi(225), che ànno signoria sopra i buoni ispiriti, e lo loro comandamento si è a conpiere lo comandamento di Dio(226). Altre maniere d'angioli v'à, che si chiamano dominazioni, che sormontano gli detti grandi angioli(227), che gli altri son loro subbietti per ubidenzia. Altra generazione d'angioli v'à, che si chiamano troni, sopra gli quali è la sedia(228) di Dio, per gli quali egli giudica i suoi giudicamenti(229). Altre maniere d'angioli v'à, che si chiamano cherubin, in cui tutte le scienzie e molte altre creature umane sono subbiette e ubidienti(230), e servono; in quello ch'egli guardano lo specchio del chiarore(231) di Dio, perfettamente egli ricevono gli segreti del creatore(232). Altre generazioni d'angieli v'à, che si chiamano serafin; quelli sono ardenti e più presso dell'amor di Dio che nulla criatura; e sormontano(233) ogni criatura d'onore, chè tra loro e Dio non è nullo altro spirito.

(223) avanzano C. R. 2.; secondo uno de' significati che ha il vb. avancer in franc., che è di annunziare.(224) avanzano C. R. 2.(225) principati C. R. 2.(226) e loro comandano he compiano el servizio di Dio C. R. 1.(227) degli angioli C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(228) el sedio C. R. 1.(229) elli usa spaventevolmente suoi indicamenti C. R. 1.(230) a cui tucta scientia e più creature entendevoli sono obedienti e subiecti C. R. 1.(231) della chiarità C. R. 1.(232) delle umane creature C. R. 2. — de le creature C. R. 1.(233) formentano C. L. Abbiamo corr. col C. R. 1., e col C. F. R. che ha: surmontent. Nel C. R. 2.: soctomecteno ogni creatura d'onore.

Cap. VIII.

Lo re domanda: gli diavoli sanno tutte le cose e possonle fare? Sidrac risponde:

Di quello ch'(234) egli ànno angelica natura, sanno molto grande iscienzia, ma però non sanno egli tutte le cose. Che tanto quanto la loro natura(235) è più spirituale che quella degli uomini, di tanto sono eglino più(236) savi di tutto ingiegnio(237); le cose che sono a venire non sanno egli niente, se non tanto quanto Idio lascia loro sapere. Ma le cogitationi(238) e le voluntadi non sa se non Iddio, e colui a cui egli lo vuole dimostrare. E non possono fare quello che egli vogliono, che lo bene egli non vorranno fare nè non potranno; ma egli possono assai mal fare, e non mica quanto vorrebono, se non tanto come i buoni agnoli gli lassano(239) fare.

(234) Dal franc. de ce che (que).(235) Invece di natura legg. nel C. L. ma. Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.(236) più manca al C. L. Abbiamo suppl. coi Codd. R. 1. e R. 2.(237) di tucti ingegni C. R. 1.(238) comuntioni C. L. Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.(239) lascieremo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

Cap. IX.

Lo re domanda che forma ànno gli angioli e se sanno tutto. Sidrac risponde:

In una maniera(240) ànno la forma di Dio, che somigliantemente(241) fece la somiglianza(242) del nostro signore in loro, in tale maniera, ch'egli sono lucenti(243). E sono sanza corpi, pieni di tutta biltade. E nella natura delle cose non à nulla ch'egli non sapiano, ch'egli vegono(244) tutti Iddio, e tutte quelle cose ch'egli vogliono, possono(245) fare senza niuna graveza. E perciò che lo numero degli angioli(246) fosse conpiuto, si fu fatto l'uomo. Egli fu fatto di corporale e di spirituale sustanzia. Lo corporale(247) fu fatto di quattro elimenti(248); che l'uomo à carne della terra, e lo sangue dell'acqua, e dell'aria si à l'anima, e del fuoco si à lo calore. Lo capo(249) dell'uomo si è ritondo, come lo fermamento, e si à due occhi altressì come lo cielo à due lucenti(250), cioè lo sole e la luna; e simigliantemente, come lo cielo àe in sè sette pianete, simigliantemente àe in sè l'uomo sette pertugi(251) nel capo; e simigliantemente come l'aria(252) à in sè gli tuoni e gli venti, sì à l'uomo al petto le grande alene(253) e le grande scosse(254). E altressì come il mare riceve tutta l'acqua, così riceve l'uomo nel suo ventre tutto enpitume(255); altressì come la terra sostiene tutte le cose, altressì sostengono i piedi tutti i pondi(256) dell'uomo. Del celestiale fuoco à egli la veduta; e dal più alto aire à l'ardore, e dal più basso à el soffiamento del naso(257); e dell'acqua lo gustare(258); e una partita della dureza delle pietre à egli nell'ossa; lo verdore(259) degli alberi è(260) negli occhi; della spirituale substanzia à egli l'anima, ch'egli è spirito in lui, e la immagine e la simiglianza di Dio(261). La inmagine si dee intendere la forma di lui, e la simiglianza si è la qualità, la grandeza; la divinità si è nella trinità(262). L'anima tiene la sua ymagine, ch'è la memoria, perch'ella si ricordi delle cose che sono passate; e si à intendimento, perch'ella intenda le cose che sono udite(263); e si à volontà, perch'ella dispregia(264) lo male e fa il bene. In Dio sono(265) tutte le cose e tutte le virtudi; e simigliantemente come Idio non puote essere tenuto dentro della sua creatura, conciosiacosa ch'ella conprende tutte le cose, el cielo no la puote mica contastare(266), ch'ella non sappia assai delle cose celestiali e dello inferno, simigliantemente che questa è la spirituale sustanzia(267).

(240) mainira C. R. 1. — Ant. franc. maniere, meniere; prov. maneira, manieira, maniera, manera.(241) insiememente C. R. 1.(242) sembianza C. R. 1.(243) lucerna C. R. 2. — luysans C. F. R.(244) ch'egli possono vegono C. L. — Abbiamo soppresso il possono, che non trovasi in nessuno degli altri Codd., e che toglierebbe senso al discorso.(245) Qui manca possono nel C. L., mentre leggesi negli altri Codd. Onde è chiaro che l'amanuense traspose erroneamente questa parola, ponendola sopra, dove non poteva stare, e omettendola qui dov'era necessaria.(246) degli angeli buoni C. R. 2. — dei boni C. R. 1.(247) Le corpora C. R. 2.(248) alimenti C. R. 2.; C. R. 1.(249) corpo C. R. 2.; C. R. 1.(250) lucerne C. R. 2. — luminire C. R. 1. — lumiers C. F. R. — Di lucente sost. reca un esempio la Crusca. Invece di luminire crediamo abbia da leggersi luminiere. Si hanno esempi di luminiera per luce. L'Ariosto, a significare il sole e la luna, disse luminario. L'ant. franc. ha lumiere, luminaire; il prov. lumeira, lumneyra, lhumnieyra, luminaria. „Foron fachas luminarias, so es lo solelh e la luna.„ Rayn., Lex. IV, 104. „E troverai de' buon, la cui lumiera. — Non dà nullo splendore.„ Dante, Canz. O patria degna, ecc. pag. 297., ed. Barbèra.(251) pertusi C. R. 1. — Pertuis, ant. franc., da pertusiare, pertusium.(252) airie C. R. 1.(253) aleines C. F. R. — L'ant. fr. ha il vb. anheler e per trasposizione dell' n e dell' l, aleiner, onde aleine, alainne, alaine; ed il prov. ale, alen, hale, halena.(254) le grande cose. C. R. 2. — le gran cosse. C. R. 1. — les grans tous C. F. R. — les grans corps T. F. P. — Tous e corps ci sembrano errori, e supponiamo che abbia da leggersi invece cous e cops, colps, colpi, forse nel senso che ha coup in franc. di fatto, azione, al che risponderebbe in certo modo le cose de' Codd. Ricc. Se pure non volesse intendersi che l'uomo riceve al petto i grandi colpi; ed allora il senso sarebbe renduto meglio da le scosse del Cod. Laurenz. E noi preferiamo quest'ultima interpretazione.(255) empictione C. R. 2. — empleures C. F. R.; e pare che voglia intendersi de' cibi. La Crusca registra empitura, ma non empitume empizione per empimento.(256) poins C. F. R. — L'ant. fr. ha poix, pois, peiz; il prov. pens, pes: da pensum. Cf. Diez, Etym. Wört.(257) Così il C. R. 1. Il C. L. è in questo punto estremamente confuso. Ma è da avvertire che esso C. R. 1. ha, invece di soffiamento, sofocamento; mentre il C. R. 2. e il C. L. hanno soffiamento; il C. F. R. souflement, e il T. F. P. soufflement.(258) el gustamento C. R. 1.(259) l'odore C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.(260) àe C. R. 2.(261) e de la spiritual substantia à l'anima di vita ke Dio vi mise per lui, ke n'è scripto in lui l'imagine a la sembianza di Dio C. R. 1.(262) A' teologi lo spiegare l'imbroglio di questo periodo, in tutti i Codd. ugualmente confuso. Nel C. R. 1. si legge: la imagine si dia intendere la forma di lui; la sembranza è la grandeza; la divinità fie ne la trinità. Nel C. F. R.: la semblance si est qualite, et le grandesse la divinite si est le trinite. E nel T. F. P.: et la semblance est la qualite, et la grandeur est la dignite, qui est en la sainte trinite.(263) le cose che sono ora C. R. 1. — le cose che sono decte. C. R. 2.(264) dispera C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2. — despite C. F. R. — Forse invece di dispera è da leggere despira, che potrebbe derivare dall'ant. fr. despire, despirer, che ha appunto il senso di dispregiare.(265) Idio se non C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.(266) Per contrastare.(267) La confusione e l'oscurità è uguale in tutti i Codd., e maggiore nel francese. Al T. F. P. manca questo tratto.

Cap. X.

Lo re domanda: fece Iddio l'uomo colle sue mani? Sidrac risponde:

L'uomo fu facto per lo suo comandamento solamente; e perciò possiamo noi intendere la cattiva natura dell'uomo: elli lo fece di vile cosa(268), per lo confondimento del diavolo, ch'egli n'avesse vergogna(269), che così cattiva cosa montasse nella gloria, unde elli era caduto per suo orgoglio; e si li fece nome di ciò che elli(270) era facto di quattro elementi, donde(271) questo secolo è fatto; e si ebbe nome delle quattro parti(272) del mondo(273), satachano carboncini tramas robras amefin; e lo lignagio dee enpiere le quattro parti del secolo. Anche àe l'uomo simiglianza al nostro Signore in questa maniera, che, altressì come lo nostro Signore è sopra tutte le cose in cielo, e altressie sopra tutte le cose fece l'uomo in terra. E però che egli sapea ch'egli peccherebe, sì fece l'altre cose corporali, cioè quello ch'egli avrebe mestiero(274). E sì fece le mosche e le formiche e le pulci e le zanzare(275) e gli altri vermini, per l'argoglio dell'uomo, perciò che, quando elle lo pungono, egli si pensa che molto è cattivo, che non può contastare a così cattive e vili cose(276). Le formiche e li ragni, che si travagliano(277) nella loro opera, ne danno asenplo(278) che noi dobbiamo lavorare. Se noi guardiamo(279) bene tutto ciò che Idio fece(280), si ci è uno grande diletto: chè gli fiori ànno biltade, e l'erbe ànno medicina, gli frutti della terra si ci pascono, gli venti e lo sole e la luna si ci portono significanza(281); e tutte quelle cose che ci sono buone, e furono fatte per l'uomo, e si furono fatte alla gloria dell'uomo(282).

(268) Il C. R. 2. aggiunge: cioè di bellecta di terra; lo che non leggesi nè nel C. F. R. nè nel C. R. 2., onde è a crederlo un glossema dell'amanuense. Belletta è il limus de' latini. „Or ci attristiam nella belletta negra„. Dante.(269) ontia C. R. 1. Manca alla Crusca.(270) Nel C. L.: nella gloria la ove egli era fatto, ec. Abbiamo corr. e suppl. col C. R. 1.(271) unde C. R. 1.(272) partite C. R. 1.(273) secolo C. R. 1.(274) di ciò ke avia mistiero C. R. 1.(275) zenzare C. R. 2. — zanzane C. R. 1.(276) a si picciola cosa C. R. 1.(277) che si fadicano C. R. 1.(278) essempro C. R. 2.(279) sguardiamo C. R. 1. — Ant. fr. esgarder, esguarder.(280) fane C. R. 1.(281) portent significations C. F. R.(282) a lodo de la gloria di Dio C. R. 1. — a la loenge de la gloire de Deu C. F. R. — Loenge, louenge vuol dire permesso, approvazione, onde fu mal tradotto per lodo. Invece di alla gloria dell'uomo, com'è nel C. L., crediamo si abbia a leggere alla gloria di Dio.

Cap. XI.

Lo re domanda: dove fu fatto Adamo? Sidrac risponde:

Adamo fu facto in Ebrot(283), ove egli morì e fu sopellito. E quando elli fu facto, fu messo in paradiso, cioè in uno luogo molto dilettevole(284), in Oriente. Là(285) sono albori di diverse maniere(286); egli sono buoni contra diverse infermitadi: uno tale albore v'à che, se l'uomo mangiasse del frutto, giammai fame non avrebe; e se del secondo mangiasse, giammai istanco(287) non sarebbe; e al drieto(288), s'egli mangiasse di quello che si chiama frutto di vita, giammai non infermerebe e non invecchierebbe, nè mai non morrebbe. E in quello paradiso fu egli messo; e Eva fu fatta in quello paradiso dal lato(289) all'uomo, quando egli dormia, cioè a intendere della sua costa(290). E simigliantemente, come egli furono d'una carne, così furono d'una volontà e d'uno cuore(291). E Iddio volle ch'egli fossono simiglianti a lui, che siccome di lui disciesono tutte le cose, così nascono di lui tucte le cose e tucti gli uomini(292), cioè d'Adam(293); e però fu fatto Eva di lui. E si li fece tali ch'egli potessono peccare, per magiore merito avere; che, quando egli furono tentati, s'egli non avessino consentito al diavolo, allora sarebono stati sì afermati(294), che giammai eglino e gli altri non potrebono avere peccato. Inanzi ch'eglino peccassono erano ignudi(295), e non aveano di loro membri vergogna, se non come degli occhi; che sì tosto come egli feciono quello peccato verso lo loro criatore, sì si vidono ignudi, e spogliati del vestimento della grazia. Essi ebono cupidizia l'uno verso l'altro, e si cominciò a nasciere tra loro una grande confusione, e ebono vergogna degli loro menbri. E perciò che l'uomo sapesse che tutte le schiatte doveano essere colpevole di questo peccato, fece rimanere lo nodo che àe la gola(296). E 'l nostro Signore sapea(297) che grande bene e grande profitto dovea essere(298) di quella ischiatta. Anzi che peccassono vidono Idio in paradiso. Lo diavolo ebe grande invidia di ciò, ch'egli dovea montare là, onde egli era caduto, si entrò nel serpente, e parlò alla femmina, e la ingannò; che, si tosto com'ella fu nata, ella fue ingannata. Essi non dimorarono in paradiso se non sette ore(299); e le tre ore(300) mise Adamo nome a tutte le bestie; alle sette ore(301) mangiò la femina il pome(302), e diello al marito, e egli lo mangiò per lo suo amore; e a ora di nona furono cacciati fuori del paradiso. E incontanente disciese l'agnolo da cielo, cherubin(303), con una spada di fuoco in mano; quello fuoco era uno muro di fuoco(304), onde quello paradiso ne fue intorniato(305), apresso quello peccato. Cherubin fu quello che guarda lo fuoco ch'è intorniato al paradiso, e getta adietro i corpi e gli spiriti(306); chè nullo ispirito v'enterrà, nè buono nè reo, infino a tanto che il figliuolo di Dio perverrà in terra, e morrà inpeso(307) in croce, per questa disubidienzia che Adamo fece verso lo suo criatore. E per quello amore ispegnerà lo muro del fuoco, che intornia(308) il paradiso, e ronperrà le porti(309) del ninferno, e trarranne fuori Adamo e gli suoi amici, e metteragli nel paradiso celestiale. E allora(310) tutti quelli che morranno perfetti, sì saranno amici di Dio, e andranno in paradiso celestiale, e non troverranno chi loro lo vieti. Certo bene dee l'uomo credere a quello Idio, che manderà lo suo figliuolo di cielo in terra, per noi diliberare(311) si lascierà morire.

(283) Ebron C. F. R., C. R. 1.(284) diliciano C. R. 1.(285) ine C. R. 1. — ileuques. C. F. R., che è da corr. ilueques.(286) mainiere C. R. 1.(287) lasso C. R. 1.(288) da dirieto C. R. 2. — a la perfine C. R. 1. — au deran C. F. R. — Vedesi come il traduttore del testo Laurenziano abbia volgarizzato secondo il significato etimologico della parola. Au darrien, au daarrain, a la deraina, significa in ultimo luogo, alla perfine, e deriva da deretranus, e questo da de retro, onde il drieto, dietro del nostro testo.(289) de la costa C. R. 1.(290) de la sua costa diricta C. R. 1.(291) coragio C. R. 1. — corage C. F. R. — Nel franc. ant corage, coraige vuol dire cuore, sentimento, volontà. Lo stesso significato ha coratge in prov. e coraggio in ital.(292) Abbiamo adottata la lez. del C. R. 2., che è conforme al C. F. R.: que tout encement ( esement, ensement ) com de lui descendent toutes coses, encement nasquissent tuit li home d'Adam.(293) cioè Adam C. L. Abbiamo aggiunto il d'. Nel C. R. 1. v'è di più: d'Adamo ke fu masso di tucta l'umana generatione.(294) fermi C. R. 1.(295) inudi C. R. 1.(296) Del nodo della gola non parlasi nè nel C. F. R., nè nel T. F. P., nè nel C. R. 1.(297) che sapea C. L. e C. R. 2. — Abbiamo tolto il che, parendoci errore evidente, e non leggendosi nè nel C. R. 1., nè nel T. F. R.: et nostre sire soit, ec.(298) nasciare C. R. 1. — estre C. F. R. Probabilmente il testo francese da cui fu trad. il nostro, diceva istre, una delle forme del vb. issir, uscire, che dal volgarizzatore fu confusa con estre, essere.(299) VII dì C. R. 1.(300) e a la terza ora C. R. 1.(301) a la sexta ora C. R. 1.(302) pomo C. R. 1. — pome C. F. R.(303) lo quale avea nome cherubin C. R. 2.(304) Concordano tutti i codd. Il T. F. P. ha: qui sembloit feu, et de celle espee fist ung mur, ec.(305) avironato C. R. 2. — environee C. F. R.(306) i corpi e gli spiriti che di paradiso, che nullo, ec. C. L. — Abbiamo tolto che di paradiso, stando alla lez. del C. R. 2.(307) apresso C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2. Nel C. R. 1.: pendente.(308) invirona C. R. 1.(309) Per porte. Cf. Nannucci, Teorica, Cap. X., 265, 268.(310) e da ine inanzi C. R. 1.(311) ricomparare C. R. 1., per ricomprare.

Cap. XII.

Lo re domanda: quando Adamo fu fuori del paradiso dove andò egli? E Sidrac risponde:

Adamo sì venne in Ebrocti(312), ove egli fu fatto, e là ingienerò gli figliuoli(313). E poi(314) cento anni egli pianse Abel suo figliuolo, che Caino l'avea ucciso; e unque poi non si volle acostare(315) alla moglie. Ma però che Idio non volle nasciere della malvagia semenza(316) di Caino, fece Adamo amaestrare per l'agnolo suo, che giacesse colla moglie: e egli sì lo fece, e ingenerò uno figliuolo ch'ebbe nome Sem, della cui ischiatta lo figliuolo di Dio nascierà(317). E sapiate tutti di vero che dal tenpo d'Adamo infino al tenpo di Noè, non piove(318) unque, e non aparvono nuvoli in cielo(319). E non mangiavano carne e non beveano(320) vino: e tutto quello tenpo era così bello come la state; e si era abondanza di tutte le cose; e tutto questo rimase(321) per lo peccato della gente.

(312) Ebron C. R. 1. e C. F. R.(313) VII anfans C. F. R. — filz et filles T. F. P. — Nel C. L. si legge: e là ingienerò gli figliuoli disse Signore e poi cento anni, ec. Disse Signore, che non trovasi in nessuno degli altri codd., ci è parsa una interpolazione dell'amanuense, e l'abbiamo soppressa.(314) e per C. R. 1. — e più C. R. 2.(315) asenbiare C. R. 1. — assembler T. F. R.— Assembler, assambler, assanber, ant. fr., unirsi ad alcuno; e assemblement, unione dell'uomo colla donna.(316) semente C. R. 1.(317) nasceo C. R. 1.(318) piobe C. R. 1.(319) nè apparì arco in cielo C. R. 1. — l'arc dou ciel C. F. R.(320) bevivano C. R. 1.(321) cessò, mancò.

Cap. XIII.

Lo re domanda: fece Adamo altro peccato inverso lo suo criatore, se non quello ch'egli trapassò(322) lo suo comandamento e mangiò lo pome(323)? Sidrac risponde:

Non certo(324); ma questo fu tropo gran peccato, ch'egli disiderò d'essere Iddio, e(325) però mangiò lo pome, che Idio gli avea vietato. Egli non volle fare lo comandamento di Dio, e la criatura non dee fare nulla(326) contra lo suo creatore. Certo se tu fossi inanzi a Dio, e alcuno ti dicesse guardati indietro, e se tu non lo facessi(327) tutto il secolo pericolerà; e(328) Idio ti dicesse, io non voglio che tu guardi indrieto, anzi voglio che 'l secolo pericoli, tu dei(329) fare lo comandamento del tuo criatore, e l'altro no, conciosia cosa che(330) 'l mondo perisca. E così fece Adamo, egli era(331) dinanzi a Dio. E sì tosto come lo diavolo lo molestò(332), egli guardò indietro, e però fece magior peccato, che di pericolare tutto il mondo. Et in quello solo peccato fece secte criminali peccati, per li quali(333) egli ingonbrò(334) tutti quelli che doveano nasciere di lui. Primieramente fue argoglio ch'egli volea essere pari di Dio; lo secondo fu(335) innobedienzia, ch'egli trapassò lo comandamento del suo criatore; lo terzo fu avarizia, ch'egli disiderò più che Idio non gli volea dare(336); lo quarto fu sacrilegio, ch'egli prese in sè quello che Idio gli avea difeso(337); lo quinto fu la spirituale fornicatione, che la sua anima era coniunta a Dio, e quando egli fece la volontà del diavolo, sì fece adulterio(338), e però perdette l'amore del suo verace isposo; lo sesto fu micidio(339), ch'egli uccise sè e tutti gli altri; lo settimo fu morte e ghiottornia(340), ch'egli mangiò lo pome, e credette alla volontà della femina, e fece quello che Idio gli avea vietato(341), e tolse l'onore a Dio. Per quello peccato gli conviene fare sodisfazione, che chi dell'altrui toglie, rendere gli conviene, e per l'amendamento(342) si piglia mercede. E perciò che Adamo dee fare sodisfazione a Dio, egli è ancora in tenebre d'inferno, e sarà, infino a tanto che il verace profeta figliuolo di Dio verrà in terra per lui diliberare.

(322) travalcò C. R. 1.(323) la poma C. R. 1.(324) None niente C. R. 1.(325) ma C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(326) neuna cosa dia fare C. R. 1.(327) che tu nollo avessi fatto C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — e se nol fai C. R. 1.(328) Abbiamo agg. questo e dal C. R. 2. e C. R. 1.(329) dii C. R. 1.(330) Qui ha il senso di malgrado che, nonostante che, conforme al franc. ja soit ce que, ja seit ce que, di cui è traduzione. Cf. Burguy, Gramm., II, 383; Roquefort, Gloss. — Nel C. R. 1.: Se tucto el mondo perisse.(331) Pare che debba sottintendersi infinchè o quando. Nel C. R. 1.: k'era.(332) Ci pare migliore la lez. del C. R. 1.: l'amaestrò. Nel C. F. R.: lor mostra. Mostrer, ant. fr., insegnare.(333) Così ha il C. R. 1., la cui lezione ci è parsa preferibile a quella del C. L.(334) Così tutti i Codd. Encombrer in ant. fr. e encombrar in prov. hanno il significato di souiller. Il Raynouard reca questo stesso passo, tolto da un testo prov. del Sydrac: el fetz VII peccatz mortals per que encombret cels que devion naisser de lhuy. Cf. Burguy, Gramm., e Roquefort, Gloss.(335) ch'egli fu C. L. Errore evidente, che abbiamo corr. col C. R. 2.(336) gli avia donato C. R. 1.(337) proibito.(338) avolterio C. R. 1.(339) omicidio C. R. 1.(340) mortal ghiotornia C. R. 1.(341) vetato C. R. 1.(342) lo mendamento C. R. 1.

Cap. XIV.

Lo re domanda che cose tolse Adamo a Dio, e come gliele converrà rendere. Sidrac risponde:

Adamo tolse a Dio tutto quello che doveano avere tutti quelli che di lui doveano nasciere, e simigliantemente vincere lo diavolo, com'egli era vinto da lui. E se tutti quelli che doveano nasciere di lui in tal maniera lo doveano(343) ristorare, come se egli non avesse unque peccato, però ch'egli avea magior peccato che tutto il mondo, si dovrebbe rendere tal cosa che fosse magiore di tutto lo mondo; ma egli non potè fare nè l'uno nè l'altro; però rimas'egli in cattivitade.

(343) la dovea C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

Cap. XV.

Lo re domanda perchè non fue perduto di tutto in tutto(344), che(345) così grandissimo peccato avea fatto. Sidrac risponde:

Perciò che non potea essere disfatto quello che Idio avea fatto e stabilito. Iddio avea ordinato che egli conpierebe lo numero degli eletti del legnaggio d'Adamo, e non però(346) egli avea volontà d'amendarlo(347), et egli(348) non potea, e la misericordia di Dio non gli volle perdonare, e mettere nel suo regno tale come egli era. E se Idio gli avesse perdonato la sua ingiuria, sanza sodisfacimento, dunque non sarebe tutto potente, se egli mettesse tale uomo nella(349) sua gloria senza vendetta, là onde egli avea cacciato l'agnolo per una sola cogitazione, dunque non sarebe mica diritto; però dee essere presa la vendetta(350) del peccato, cioè del peccatore. Quando uno uomo truova pietre preziose in alcuno luogo lordo, elli no le mette mica nel suo tesoro, infino a tanto che non l'à lavate. Però che lo servo dee essere fedele del suo signore, e egli era andato al tiranno, che l'avea messo in carcere, serà mandato lo figliuolo dello re, e batterà lo tiranno, e rimenerà lo servo al suo signore colla sua gloria.

(344) in tutto C. R. 1.(345) puoi che C. R. 1.(346) impertanto C. R. 1.(347) amender C. F. R.(348) egli C. L. — Abbiamo agg. et dal C. R. 2.(349) in della C. R. 2.(350) presso alla vendetta C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.

Cap. XVI.

Lo re domanda e disse: perchè non mandò Iddio uno angelo inanzi per lui diliberare, o ch'egli avesse fatto uno uomo per lui diliberare? Sidrac risponde:

Se l'agnolo raccattasse(351) l'uomo, dunque sarebbe(352) suo servo, e l'uomo dee essere ristorato, sicchè egli sia simigliante all'angelo. E l'altra cosa divisò Idio, che l'angelo(353) è fiebole nella sua natura, e se egli divenisse uomo, di tanto avrebe meno di potestà. E se egli avesse fatto un altro uomo, e l'avesse mandato per lui diliberare(354), dunque non aparterebbe(355) nulla la ragione alla schiatta d'Adamo. E però che l'agnolo non potea raccattare l'uomo, nè egli per sè non potrebbe fare sodisfazione, si piglierà primieramente lo figliuolo di Dio carne in una sola persona, fatta in due maniere: l'una maniera si è che vincierà lo diavolo e serà Iddio, e vincierà lo diavolo simigliantemente che lo diavolo vinse l'uomo, e averà podestà sopra tutte le cose, come elli serà Iddio, che aprirà lo cielo e tutti coloro che entrare vi dovranno; l'altra maniera si è ch'egli diventerà uomo, e farà ciò che fa(356) l'uomo sanza peccato.

(351) Se l'angelo avesse ricomparato C. R. 1.(352) sarebbe l'uomo C. R. 1.(353) l'uomo. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e col C. F. R.(354) ricomparare C. R. 1.(355) parrebbe C. L. — Abbiamo di creduto poter corr. aparterebbe sulla scorta del C. F. R. che ha: apartenist; e del C. R. 1. che dice: dunque non avarebbe apartenuto.(356) e sarà ciò che l'uomo C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.

Cap. XVII.

Lo re domanda(357): perchè vorrà egli nascere di vergine, e come sarà ella vergine quand'egli nascierà di lei? Sidrac risponde:

Per quatro modi(358), siccome Idio fece l'uomo: lo primo, quando Adamo fu facto non ebbe nè padre nè madre, se non Iddio, così nascierà lo figliuolo di Dio, della Vergine, e egli sarà sè medesimo padre(359), e la figliuola sarà sua madre(360). Lo secondo modo si è, siccome Eva nacque della costa dell'uomo, e divenne femmina, altressì lo figliuolo di Dio nascierà della Vergine, dello Spirito Sancto e del Padre, e ciò sarà egli medesimo, e diventerà uomo. Lo terzo modo(361) si fia(362) per la sua potenza, per la sua volontade. Lo quarto modo di solamente femmina nascirae(363), per confondere lo diavolo, e per diliberare l'uomo del suo podere. E dal cominciamento del mondo guardò Iddio quelli che più l'ameranno, e lo suo comandamento faranno, e lo suo benedetto nome adoreranno: di quello lignaggio sarà eletta la Vergine, che sarà netta e pura, sanza peccato, florente, e di tutte degnità; sì generrà(364) lo figliuolo di Dio salvatore, sanza nullo diletto, e partorirà sanza nulla ordura(365) e sanza niuno dolore. E lo Salvatore entrerà(366) nel suo corpo, e uscirà, e tuttavia chiusa(367), similemente come lo sole entra per la vetriera(368), sanza danneggiarla(369). E nel suo ventre piglierà umana natura, e dimoreravvi nove mesi, però che si conpierà nove ordini d'angioli, delle genti che nascieranno in questo secolo. E tutte le cose saprà egli come Idio; e secondo la sua podestà potrà egli fare tutte le cose; ma egli vorrà di tutto in tutto tenere(370) la natura dell'uomo sanza peccare.

(357) domanda disse C. L. — Abbiamo soppresso il disse.(358) I modi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2., e sulla scorta del C. F. R.(359) ed elli medesimo sarà el padre C. R. 1.(360) „Vergine madre, figlia del tuo figlio„.(361) mainira C. R. 1.(362) fa C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.(363) Così ha il C. R. 1. Nascirae manca al C. L.(364) genererà.(365) Ord, ordure fr. — Nel C. R. 2.: lordura.(366) increrà C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e col C. F. R.(367) entrerà nel suo ventre la porta kiusa e n'escirà la porta chiusa C. R. 1.(368) ventiera C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Nel C. R. 1.: vetro. Nel C. F. R.: veriere, che vuol dire vetro e finestra.(369) e no la danagia C. R. 1.(370) manca al C. L. tenere. — Abbiamo suppl. col C. R. 1.

Cap. XVIII.

Lo re domanda(371): quanto tenpo visse Adamo? Sidrac risponde:

Adamo vivette novecento anni. Quando egli venne a morte mandò lo suo figliuolo a l'angelo, che gli desse sanità di quello male ove egli era(372); e lo figliuolo andò per la via che Adamo gli disse, tanto che capitò alla porta del paradiso, là onde Adamo fu cacciato; e volendo entrare alla porta e l'angelo gliel vietò. Egli gli domandò sanitade per lo padre; e l'angelo gli diede tre granella(373), e disse: portale allo tuo padre, e mettigliele in sulla bocca; e diragli che l'uno di queste granella lo diliberrà della grande infermitade: e lo comandamento si è a cinque giorni e mezo. E egli si partì e ritornò a Adamo(374), e missegli le granella in bocca, e contogli quello che l'angelo gli avea detto. E disse, padre, non ti isgomentare, che l'agnolo mi disse che di qui a cinque giorni e mezo tu guarresti(375). E Adamo sospirò, e disse: sappi che lo giorno di Dio è mille anni; e poco stante e egli trapassò di questo secolo. E i diavoli presono l'anima sua con grande allegreza, e misserla nella sponda del ninferno. I novecento anni che Adamo vivette significano quello ch'egli fece disubidienzia verso Iddio, e dispectò la(376) conpagnia de' nove(377) ordini degli angioli(378). Le tre granella significano che nascieranno di loro albori, de' quali legni fia fatta la croce, sopra la quale fia crocificato e morto lo figliuolo di Dio. E Adam guarirà della sua infertà(379), per quella(380) morte che lo figliuolo di Dio farà, sarà diliberato dello inferno, e tutti gli amici di Dio con lui. I cinque giorni e mezo significano cinquemilia cinquecento anni(381).

(371) domanda e disse C. L. — Abbiamo soppr. e disse, stando alla lez. del C. R. 2.(372) che il li donast guarison de cel mal ou il estoit C. F. R.(373) tre granella del pomo c'Adamo avia mangiato C. R. 1.(374) Adamo C. L. — Abbiamo agg. a.(375) guariresti.(376) alla C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(377) novi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(378) les C IX ans senefient les IX ordens d'angles, per ce ch'il fist desobedience vers Deu, et si despita la compagnie des IX ordens des angles C. F. R.(379) sincope d' infermità.(380) la qual C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(381) Il C. R. 1. è in questo cap. di lezione assai diversa e più diffusa del C. R. 2. e del C. F. R.

Cap. XIX.

Lo re domanda e disse: perchè è chiamata morte, e quante morti sono? Sidrac risponde:

Perciòe è chiamata morte, perch'ella è amara, perchè Adamo morse lo pome che gli era vietato; però fummo noi morti. Quella morte che non è di natura(382), siccome quella de' garzoni, e quella ch'è di natura(383), siccome quella de' vecchi uomini, per lo peccato d'Adam è ordinata, la morte(384); altrimenti non morrebbe l'uomo. Che somigliantemente come l'una generazione trapassa apresso l'altra per la morte, e l'una generazione apresso l'altra per la vita, simigliantemente saremmo(385) mutati allora di volto in volto(386), e alla fine saremmo stati tutti simiglianti agli angioli.

(382) natura C. L. — Il C. R. 1. e C. R. 2. hanno matura, ma a noi è parso meglio corregg. di natura.(383) e quella siccome ch'è di natura C. L. — Abbiamo tolto siccome, essendo evidente che è stato scritto per errore. Nel C. R. 1.: k'è naturale.(384) Crediamo questa ripetizione la morte un errore dell'amanuense.(385) saremo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(386) di molto in molto C. R. 2. — de mort en mort C. F. R. — de mont a mont T. F. R. Tre varianti che ci paiono tutte erronee. Noi supponiamo che abbia da leggersi di volta in volta.

Cap. XX.

Lo re domanda, e disse: nuoce agli uomini di quale morte e' si facciano? Sidrac risponde:

Non mica, nè poco nè molto, chè quelli che si pensano ch'egli deono morire, quelli non muoiono già di morte subitana; e questo fanno(387) medesimamente i buoni, che in Dio credono, e lo suo comandamento fanno. E questi, in qual modo muoiano, o ch'egli sieno uccisi a ghiado(388), o ch'egli sieno divorati per le bestie salvatiche, o ch'egli sieno arsi in fuoco o anniegati in acqua, o ch'egli sieno appesi come ladroni, o ch'egli sieno morti per alcuna disaventura, non nuoce a loro: giustizia, nè lo loro ben fare non puote essere perduto(389). Questa maniera di morte non nuoce loro niente. Che se egli avessono fatto in questo secolo alcuna cosa, per fragilitade della fievole carne, si è loro tutto perdonato, per la grazia dell'aspera morte. Che della(390) morte de' malvagi uomini, che non credono in Dio, e non fanno lo suo comandamento, egli non ànno grande proficto(391), quando egli giacciono lungamente in infermità, anzi ch'egli muoiano. La loro morte è ria, ch'egli non sono mica morti in Dio(392), nè solamente(393) nollo vogliono pensare; e però la loro morte è molta pessima. Non credono mica quelli che viveranno lungo tenpo dopo noi, Idio del cielo mandi loro buona ley(394) e li X comandamenti(395), già sia cosa ch'(396) egli siano credenti in Dio, se egli non servano i dieci comandamenti, che Iddio loro averà mandati, egli morranno in quell'aspra morte, nè loro profitterà niente(397). Anche non credono gli altri, che viveranno dopo loro grande tenpo, che lo figliuolo di Dio si scienderà(398) in terra, e loro comanderà una buona legge e giusta, e crederanno in lui, ch'egli è verace Idio, e quelli che non faranno i suoi comandamenti, che a loro saranno comandati per li suoi ministri, già l'aspra morte non loro profitterà nè poco nè molto(399), anzi loro nuocie.

(387) questi muoiono C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2., C. R. 1. e C. F. R.(388) a ghiadi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(389) car la soe iustisse ne les siens bienfais ne peuent onques estre perdus C. F. R.(390) la C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(391) perfetto C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(392) idio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. e C. R. 1.(393) nella mente C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(394) Questa parola francese che trovasi nel ms. mostra forse che il volgarizzatore non seppe come tradurla. L'ant. fr. ha loy, ley, legge.(395) li X i comandamenti C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. Dopo comandamenti il C. L. ha: che Idio; ed essendo chiaro l'errore da ciò che segue, abbiano soppresse queste parole.(396) Intendasi avvegna che, come ha il C. R. 1. Già sia cosa che è trad. lett. del franc. ja soit ce que, che significa appunto quoique, bien que.(397) Così abbiamo corr. sulla scorta del C. F. R. che dice: ne lor profitera neent. Il C. L. ha: nè loro perfettamente; il C. R. 2.: nè loro profeta niente varrà; il C. R. 1.: e non proferà loro niente. Proferà supporrebbe un infinito profare, forse fare pro recare utile, non volendo crederlo errore per profitterà. Tutto questo periodo, assai confuso, ci pare da intendere così: Quelli che viveranno dopo noi e avranno da Dio buona legge e i dieci comandamenti, non ritrarranno da ciò alcun profitto, benchè sieno credenti in Dio, se non osserveranno i dieci comandamenti.(398) ascienderà C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(399) Abbiamo corr. col C. F. R. che dice: ia l'aspre mort ne lor profitera ne tant ne quant. Il C. L. ha: già fia l'aspra morte non loro perfettamente nè poco nè molto. — Ed errate del pari sono le lezioni degli altri codd. ital.

Cap. XXI.

Lo re domanda e disse: come vanno l'anime nell'altro secolo? Sidrac risponde:

L'anime vanno nell'altro secolo simigliantemente come lo malfattore(400) si mena alla giustizia, con grande conpagnia di sergenti; non gli fanno altro(401) se non la giustizia; e simigliantemente, come l'anima si dee partire del corpo morto(402), se ella è(403) ria, si ragunano grande quantità di demoni, e si la portano in ninferno(404), e se l'anima è stata credente verso lo suo creatore, ella sarà diliberata verso la(405) conpagnia d'Adam, quando lo figliuolo di Dio ronperà lo 'nferno, e lo(406) diliberrà(407). E se l'anima non sarà stata credente verso lo suo creatore, ella sarà radice di ninferno tutto tenpo mai(408). Ma al tenpo della credenza del figliuolo di Dio, saranno l'anime menate in tre modi: quelli che avranno tenuto giustamente la sua fede e la sua credenza, e avranno fatto lo suo comandamento, quando questa giusta anima si partirà dal corpo, si raunerà(409) grande moltitudine d'angeli, nella conpagnia dell'angelo che l'averà guardato nelle percussioni(410) e nelle tribolazioni; elli lo porteranno, laudando e glorificando Idio, egli la meneranno nel paradiso celestiale. La seconda maniera, di quelli che muoiono e ànno facto assai male e poco bene, e poi si confidano(411) nella fede, la quale lo figliuolo di Dio àe loro donata e comandata, e s'amendano(412) inanzi la loro morte, quando l'anima loro escie del mortale corpo, si viene l'angiolo di Dio, e si la piglia, e dalla al malignio ispirito; e egli la porta in uno luogo dello 'nferno che si chiama lavatorio(413), cioè purgatorio, di vizii di questo secolo; egli la mette in quello luogo, e no le puote poi più malfare(414), se non quello che lo buono agnolo averà comandato. E quando ella è lavata e purgata quello ch'ella dee(415), e viene lo buono agnolo, e pigliala, e mettela in paradiso celestiale, dove sono gli altri buoni(416). La terza maniera di menare si è di quella anima che tutto tenpo avrà mal fatto, e stata in questo secolo male e in peccato, fuori della fede e del comandamento di Dio: si vengono grandissime moltitudine di diavoli, e piglialla, e portalla a grande onta(417) e a grande vergogna, e mettolla al fuoco dello 'nferno, e là istarà tutto tenpo, che giammai fine non avrà.

(400) li mali factori C. R. 1.(401) altro male C. R. 2.(402) mortale C. R. 2. — mortel C. F. R.(403) la sella sebbe C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(404) in onferno C. R. 1.(405) ne la C. R. 1. — in della C. R. 2.(406) egli lo C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.(407) quando el figliuolo di Dio discendarà ad inferno e strugiarà el diavolo e delibarà e' suoi amici C. R. 1.(408) tous iors mais C. F. R. — L'ant. fr. ha: tos jors, tos dis, tos tans, ma non trovo esempi ne' quali a questo avverbio sia aggiunto mais, conforme al nostro sempre mai. — Sarà radice di ninferno ci pare da intendere: avrà radice nell'inferno, sarà abbarbicata all'inferno.(409) si raunerà manca al C. L. — Abbiamo suppl. col C. R. 2.(410) Sebbene tutti gli altri codd. abbiano persecutioni, non ci pare di poter tenere per errore percussioni.(411) Il C. L. ha: si confondono. — Abbiamo data la preferenza alla lez. del C. R. 2. Nel C. F. R. leggesi: se porpencent; da porpenser, che vuol dire meditare, riflettere, pensare; onde se porpencent de la foy, significherebbe meditano, pensano della fede.(412) s'emandano C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.(413) Nel C. L.: lavoto; e nel C. F. R.: lavest; ma ci sembrano errori ambedue. Il C. R. 2. ha: lavatorio; e forse anche nel francese potrebbe leggersi: lavatoire; parola che trovasi usata dall'Amyot. Cf. Dict. de l'Acad. Franc. Lavatorio manca alla Crusca.(414) molestare C. R. 2.(415) Et quando avrà compiuto ciò ke die C. R. 1.(416) le buone anime C. R. 2.(417) ontia C. R. 1.

Cap. XXII.

Lo re domanda e disse: che cosa è paradiso celestiale? Sidrac risponde:

Paradiso celestiale è vedere Iddio, quando l'uomo lo vede a faccia a faccia. Che se tutte le gioie e li diletti che furono che sono e che saranno fossono in uno uomo, non avrebono delle centomilia parti l'una, d'allegreza e di diletto e di bene, che ànno coloro che vegiono Idio: egli non disiderano di sanitade e di biltà nè di forza nè d'allegreza, quelli che Iddio veggono.

Cap. XXIII.

Lo re domanda: chi fu fatto innanzi tra il corpo o l'anima? Sidrac risponde:

Lo corpo fu innanzi fatto di quattro elimenti, d'aria e d'acqua e di fuoco e di terra; e sì à quattro complessioni(418) in sè. E poi ch'egli fu formato, Iddio, per la sua grazia, gli soffiò nel volto ispirito di vita, e gli donò la signoria sopra tutte le cose che sono in terra; e che egli fosse signore in terra; altressì come Iddio è in cielo. E di lui fece Eva la sua parecchia(419), e non volle da loro se non l'ubidienza, siccome voi avete udito inanzi. E ella(420) si uscì fuori de' suoi comandamenti, e incontanente fu ispogliato de' vestimenti di grazia, e gittato fuori del paradiso.

(418) Sebbene tanto il C. L. che il C. R. 2. abbiano comparazioni e comperazioni, noi abbiamo creduto di correggere complessioni, stando al C. F. R. che dice: et si a IIII conplesions; parendoci che dalla lez. de' due codd. fiorentini non si potesse ritrarre nessun senso. — Il presente cap. manca al C. R. 1.(419) I due codd. fior. hanno parrocchia, errore manifesto, che noi abb. corr. in parecchia, nel significato di pari, simile, come in quel verso di Dante: „Salendo su per lo modo parecchio — A quel che scende„ (Purg. XV); e nel Ninfale del Bocc.: „Or che farà la tua madre cattiva, che non arà giammai un tuo parecchio?„ Il C. F. R. ha: sa pairille; e questo pure crediamo errore per pareille. In provenzale parelha vuol dire compagna, femmina, ed altri potrebbe forse supporre che il volgarizzatore toscano abbia voluto dare a parecchia questo significato, come già lo ebbe par nel basso latino e per nell'ant. francese, i quali si trovano usati per isposa, compagna.(420) elli C. R. 2.

Cap. XXIV.

Lo re domanda e disse: chi parla o 'l corpo o l'anima? Sidrac rispuose:

Lo corpo non parla, anzi l'anima; ma l'anima è spirito e 'l corpo mortale(421). Simigliantemente uno uomo che fosse in su una bestia, e egli la mena ove egli vuole, et ella(422) lo porta, simigliantemente aviene del corpo e dell'anima: che cioè(423), che 'l corpo parla e fae si viene dall'anima, conciosia cosa che(424) 'l corpo abia volontà di fare alcuna cosa, egli no la puote contastare. E magiore colpa àe l'anima che lo corpo: chè il corpo è fatto di terra; e in terra dee ritornare, e morire gli conviene. Perciò non à egli così forte natura, come l'anima, che morire non puote, nè niuno travaglio sente. Dunque à l'anima magiore podere sopra lo corpo, che il corpo sopra l'anima. E l'anima puote molte volte delle cose vietare al corpo, che 'l corpo non puote fare all'anima; e perciò dician noi che l'anima governa lo corpo, e fallo muovere a parlare, e fa tutti argomenti, ciòe che 'l corpo non puote fare all'anima. E questo potete voi vedere chiaramente: quando l'anima si parte dal corpo, lo corpo rimane la più laida carogna(425) che sia nel mondo, che parlare nè muovere non si puote. Perchè l'anima si parte dal corpo, ella non muore nè mica, ma ella va a ricevere lo guidardone di quello ch'ell'avrà fatto in quello corpo ov'ella è stata; e secondo ch'ell'avrà governato, in quello tempo(426) ch'ella sia istata in quello corpo(427), ella sarà pagata. E però de' avere l'anima magior colpa che lo corpo: che per lei fae lo corpo tutti gli argomenti(428) ch'egli fa. Che s'ella non fosse consentiente del male ch'egli fa, dunque non sareb'ella dannata; nè non sarebbe messa in gloria, per lo bene che 'l corpo facesse, che 'l corpo avrebbe(429) l'uno e l'altro. Ma però che tutti gli argomenti che lo cuor pensa(430), vegnon da lei, sarà ella più colpevole e dannata che 'l corpo.

(421) e l'anima parla però che l'anima è spirito e lo corpo è mortale C. R. 2.(422) Abb. agg. et dal C. R. 2.(423) echo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.(424) Qui come indietro ja soit ce que (avvegna che) è stato trad. per conciosiacosache.(425) carogna (ant. fr. charoigne, carongne ), dal nom. lat. caro, è la carne senza spirito, il cadavere.(426) tempo manca al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.(427) in quel corpo al secolo C. R. 2.(428) Qui argomento pare che abbia il significato di azione. Nel C. F. R.: argumens.(429) manca al C. L. chè 'l corpo avrebbe. — Abb. suppl. col C. R. 2.(430) che lo corpo fae C. R. 2. — che le cors fait C. F. R.

Cap. XXV.

Lo re domanda: l'anima ch'è ispirito solamente, che non à corpo nè membro, nè prendere nè tenere non si può, nè vedere, come può sentire gioia e gloria in cielo, e pene e dolore nello 'nferno? Sidrac risponde:

L'anima si è spirito(431) veramente, e lo spirito si è l'anima; e si è sottile cosa, ch'ella non si può vedere; e si è leggiere come vento, nè morire non puote, nè mangiare nè bere non vuole. E se centomilia anime fossono in su uno pelo, lo pelo non peserebbe più, nè più carico non avrebbe, e pigliare non si potrebe. E sì gusta(432) e sente l'anima grande gioia e grande pena e grande gloria e grande dolore: chè, quando la buona anima si parte di questo secolo, incontanente ricieve ella vestimento di gratia e di gloria, sente la gratia e la gloria di Dio, e stae(433) tra gli angioli, che mai non avrà fine(434). E la ria anima, quando ella si parte di questo secolo, incontanente riceve vestimento di pene e di dolore, e incontanente è menata allo 'nferno e al purgatorio, là ov'ella à servito(435) di stare. S'ella è in ninferno, ella vi sta sanza fine; e s'ella è in purgatorio, ella si purgherà, e poi incontanente monta in cielo, e sarà vestita di vestimento di grazia e di gloria; e questo sarà dopo l'avenimento che 'l figliuolo di Dio farà(436) in terra.

(431) isposa C. L. — Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. F. R.: espirt.(432) se giusta C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.(433) Abb. agg. stae dal C. R. 2.(434) est ele entre les angles sans fin C. F. R. — tra gli angioli che mai non ànno fine C. R. 2.(435) a deservi C. F. R. — Desservir nell'ant. fr. ha il senso di meritare, come in alcuni es. di ant. scritt. ital. ha servire.(436) verrà C. L. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2. — Nel C. F. R.: apres la venue dou fis de Deu en terre.

Cap. XXVI.

Lo re domanda: qual'è più sicura tra l'anima e 'l corpo? Sidrac risponde:

Lo corpo è più sicuro; ma, se dannaggio loro aviene, l'anima avrà più pericolo che lo corpo. Altressì come due uomini che vanno per uno cammino pericoloso, e l'uno è ardito e l'altro è codardo; lo codardo pensa in sè medesimo: io sono in compagnia d'uno valente uomo, e se alcuno ci asaliscie, egli difenderà sè e me; e questa ragione fa lo codardo sicuramente. E lo valente pensa in sè medesimo: io sono in conpagnia d'uno codardo uomo, e se alcuno ci asaliscie, egli fuggirà, e io rimarrò solo al fatto, o serò preso o serò morto; e a questa cagione non va bene sicuro. Tutto altressì aviene del corpo e dell'anima: lo corpo dice: io farò i miei diletti e le mie volontadi, e quando morrò, io diventerò terra, e non mi cale che avegnia di me. L'anima dice: lo corpo mi tiene ria compagnia, e menami in malo luogo e in malvagio camino e pericoloso, e al dirieto io arò pericolo e pena(437); con tutto ciò egli de' essere meco participale di tutte le mie pene; cioè ad intendere che lo corpo è lo codardo e l'anima è lo valente. E spesse volte viene magiore male del codardo che del valente, per molte cose.

(437) Nel C. L.: e pene nella fine. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Al dirieto è trad. del franc. au derain.

Cap. XXVII.

Lo re domanda e disse: dove abita l'anima? Sidrac risponde:

L'anima abita nel suo vasello, cioè a intendere per tutto lo corpo, dentro e di fuori, là ove è lo sangue; chè lo vasello dell'anima è lo sangue, e lo vasello del sangue si è il corpo. Là ove sangue non è, l'anima non vi dimora, cioè a sapere agli denti, all'unghie, a' capelli. L'anima non abita giammai in questi luoghi; e lo duolo di queste tre cose che noi abiamo contate, si è perchè la loro radice tocca il sangue, e però dogliono elle; ma chi le tagliasse o tondesse, egli non dorrebbono punto.

Cap. XXVIII.

Lo re domanda: perchè non puote dimorare nel corpo quando lo sangue è tutto fuori? Sidrac risponde:

L'anima non puote dimorare nel corpo, altressì come una fonte piena di pesci, e allora viene l'uomo, e spande l'acqua di quella fonte, a poco a poco, tanto che tutta l'acqua è perduta, e gli pesci si truovano sopra terra, e conviene loro morire. Allora viene l'uomo, e si gli piglia, e l'uno fa arostito e l'altro fa lesso e l'altro fritto, secondo ch'egli fieno buoni a mangiare. Altressì viene(438) dell'anima: quando lo corpo perde lo suo sangue, di qualunque modo si sia(439), l'anima va tuttavia infievolendo; e quando lo sangue è tutto fuori, l'anima rimane come lo pescie sanza acqua, che si truova in terra; e allora si parte di quello medesimo cuore, che non vi puote più dimorare, ch'ella à perduta la sua innodritura(440), simigliantemente come lo pescie l'acqua, e a ciò si conviene allora partire per forza. Lo pescatore dell'anime buone o malvagie, cioè a intendere pescatore, o angelo o diavolo, la piglia, e portalla, e dalla(441), secondo ch'ell'à fatto e governato in quello medesimo corpo. E se ella à ben fatto, ella sarà della conpagnia del figliuolo di Dio, quando egli sarà risucitato.

(438) adiviene C. R. 2.(439) di quale uomo sia C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Nel C. F. R.: de chelche maniere chi soit.(440) notritura C. R. 2.(441) e si la dae C. R. 2.

Cap. XXIX.

Lo re domanda: come è ciò, che in questo mondo chi vive e chi muore? Sidrac risponde:(442)

Le genti muoiono per molti modi: alcuno modo è quando egli ànno conpiuto lo termine che Idio à loro dato. Altri muoiono per grandi misfatti, ch'egli ànno misfatto verso lo loro creatore, simigliantemente come lo servo, ch'è cacciato, anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per lo suo misfatto. Altri muoiono per molte malizie(443); altri per necessità di cose corporali; altri per battaglia e per molti altri modi; chè niuna anima del mondo potrebbe vivere solo uno punto, oltre al termine che Idio gli à dato. Ma per lo suo misfatto puote bene morire anzi lo suo termine, simigliantemente, come noi abiamo detto di sopra, del servo che è cacciato, anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per lo suo fallo e per la sua volontà. In luogo(444) del forfatto(445), potea egli ben fare, e sarebe dimorato nell'albergo del suo signore, a conpiere lo termine al suo signore e al suo amore, la ov'egli si fosse soferto(446) di mal fare, già arebe(447) bene fatto. E semigliante fanno le genti del bene e del male, per la loro volontade. E di qual maniera egli muoiono, della giustitia di Dio non possono fuggire, chè al suo giudicamento conviene passare(448) i buoni e i rei.

(442) Questa rubrica nel C. L. dice: Lo re domanda come vivono le genti ch'età muoiono tosto e quanta diede. Mancando il senso, nè potendo giovarci, a correggerlo, del C. R. 1. nè del C. F. R., abbiamo posto il titolo quale trovasi nel C. R. 1.(443) Per malattie, come trovasi negli antichi. Il franc. malice non ha questo significato; trovasi però maligeux, agg., di debole salute, e maleza prov. per malattia.(444) e luogo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.(445) Da foris facere fecesi forfaire, e in ital. forfare. Alcuni credono che il prefisso for delle lingue romane, sebbene abbia relazione col lat. foris, sia stato ant. usato sotto l'influenza del prefisso germanico fair, far, for.(446) fosse C. L. — Abb. agg. si dal C. R. 2., necessario in questo luogo, per il senso che ha sofferire di astenersi, conforme a' due es. citati dalla Crusca. Lo stesso significato ha pure in ant. fr. il vb. sofferir, e in prov. sufferre, sufrir. Cf. Roquefort, Gloss.; Raynouard, Lex.(447) Sebbene tanto il C. L. che il C. R. 2. abbiano sarebe, noi abbiamo corr. arebe, e perchè altrimenti non avremmo saputo qual senso potesse avere il periodo, e perchè il C. F. R. ha: auroit.(448) essere C. R. 2. — passer C. F. R.

Cap. XXX.

Lo re domanda: come potrebbe l'uomo sapere che Idio facesse l'uomo alla sua similitudine? Sidrac risponde:

Noi troviamo nel libro del buon servo di Dio, ciò fu Noè, che quando l'umanità di Dio fece Adam, ch'egli disse: noi faremo uno uomo alla nostra simiglianza; e la parola fu alla divinità, al suo spirito(449). E per quella parola sapiamo noi bene che Idio fece l'uomo alla sua simiglianza; che egli è tre per uno Dio; ch'egli potrebe bene avere detto: faremo uno uomo; e questo sarebe inteso che Idio avesse facto uno uomo in altrui simiglianza che nella sua. E se avesse detto: io farò uno uomo, sarebe inteso ch'egli non sarebe istato padre e filio e spirito sancto; che lo figliuolo e lo sancto spirito venisse in terra, e(450) quello medesimo uomo dilibera(451) dal podere del diavolo, Adamo e li suoi amici. Si disse egli anche: noi faremo uno uomo, però ch'egli volle che noi fossimo degni d'avere parte del suo regno, chi(452) servire lo vuole. Ancora ci diede pura iscienzia di sapere, che noi siamo la più degna criatura del mondo.

(449) e allo spirito santo C. R. 2.(450) por C. F. R.(451) diliberare C. R. 2. — delivrer C. F. R.(452) a qui C. F. R.

Cap. XXXI.

Lo re domanda: quando(453) noi siamo fatti alla simiglianza di Dio, perchè non possiamo noi fare altressì com'egli? Sidrac risponde:

Veramente Idio ci à facto alla sua simiglianza. Perciò ch'egli ci à facto alla sua simiglianza, egli à dato podere sopra tutte l'altre criature ch'egli fece, che tutte ci fanno reverenza, e sono al nostro comandamento. E per quella medesima simiglianza, conosciamo noi le cose che sono state e sono e saranno; e conosciamo il nostro bene e il nostro male; e sapiamo guadagnare e vivere e lavorare; e sapiamo tutto l'altre criature pigliare al nostro servigio, travagliare e aoperare. L'altre creature che Idio fece, che non sono alla sua simiglianza, non ànno già podere di questo fare che noi facciamo. Noi non dobiamo comandare, nè dire che noi fossimo altressì savi nè altressì forti come Idio: ciò non possiamo noi essere, ch'egli è possente di tutto, e noi siamo servi, e egli è signore di tutto lo mondo. Egli è più degno che 'l cielo; e tutte l'altre cose che sono e saranno di lui muovono. Egli non ebe unque cominciamento, nè fine non avrà. Però ch'egli volle enpiere la sedia degli angioli che caddono per lo loro argoglio, ci à elli(454) fatti alla sua simiglianza; che di noi che siamo alla sua simiglianza dee le sedie rienpiere; che altra criatura e altra simiglianza che la sua, non sarebe degna d'entrare nella sua conpagnia. Ma noi v'enterremo, cioè quelli che degni saranno, e gli suoi comandamenti faranno.

(453) Per poichè; ma non trovo che in questo significato siasi adoperato il quant, quand dei Francesi.(454) e àgli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

Cap. XXXII.

Lo re domanda e disse: lo sangue che diviene quando lo corpo è morta? Sidrac risponde:

Iddio fece lo sangue d'acqua e lo corpo di terra; che altressì come l'acqua abevera la terra e la mantiene, altressì lo corpo abeverato è mantenuto(455). L'anima mantiene lo corpo, e l'anima per lo suo calore iscalda lo sangue e lo corpo. Quando lo sangue perde lo suo calore dell'anima, si torna alla sua natura in acqua; e di questa acqua bee il corpo, ch'è della natura della terra, altressì il bee come la terra l'acqua; e allora, quando lo corpo l'à bevuta, egli la scaglia(456), e diventa nulla. L'anima non puote essere sanza lo sangue, e 'l sangue sanza l'anima al corpo.

(455) Meglio nel C. R. 1.: altresì el sangue abevera l'uomo e sostiene el suo corpo.(456) et cel aigue le cors la boit chi est de la nature de la terre, auci le boit com la terre reboit l'aigue; adonc le prent le cors et le boit et le chaille et devien neent C. F. R. — Vedesi che la scaglia dovrebbe essere trad. del fr. le chaille; ma mi pare evidentemente un errore. Sul modo di correggerlo sto incerto assai, non vedendo quello che possa significare il chaille fr., e non parendomi ch'e' possa corregg. in echaille. — Il C. R. 1. ha: quando el corpo bee el sangue elli cambia et viene in niente.

Cap. XXXIII.

Lo re domanda: che diviene lo fuoco quand'egli è spento? Sidrac risponde:

Lo fuoco escie del sole, e al sole ritorna quando egli è ispento. E simigliantemente, quando noi vegiamo che il sole fa lo suo torno, pare che si corichi, e tutto lo sprendore e lo calore che si spande sopra la terra si ritrae a lui, egli dimora tuttavia sopra la terra, e da lui non si parte; altressì il fuoco quando è spento e' si ritrae a quella medesima regione del sole, cioè della sua natura; che tutti i fuochi e i calori del mondo escono del sole e al sole ritornano.

Cap. XXXIV.

Lo re domanda: perchè non si parte l'anima, quando il corpo perde la metà del sangue e più? Sidrac risponde:

Quando lo corpo perde la metà del suo sangue, lo caldo che è nell'anima, che lo sangue mantiene, non perde già; che in quello poco sangue che vi dimora, l'anima dimora in lui. Il sangue sostiene l'anima, e l'anima sostiene il sangue e lo corpo: e l'uno de' due non puote stare al(457) corpo solo. E quello poco sangue che rimane al corpo sostiene l'anima, altressì come uno piccolo lucignolo sostiene uno molto bello fuoco; e quando lo lucignolo falla, il fuoco viene meno e si spegne e si parte; che il sangue si è lo lucignolo, e il fuoco si è l'anima. Quando lo corpo non perde il sangue e muore di malattia, l'anima consuma; e allora parte l'uno dall'altro, altressì come lo lucignolo è al fuoco, èe tutto consumato e diviene nulla. Il fuoco ne va al sole, che è di sua natura; altressì diviene dell'anima e del sangue: l'anima si ritrae a Dio, al suo comandamento; e per la lena che di bocca gli uscie (di quella lena gli donò l'anima), altressì si ritrae al suo comandamento; e ella aventa, secondo ch'ell'avrà servito in questo secolo(458).

(457) lo C. L. — Abb. corr. cogli altri Codd.(458) Nel C. F. R. leggesi: „auci se retrait ele a son comandement, et per cel comandement elle aura, seguont ce che elle aura deservi en cest siecle.„ Notisi il seguont (segont, selon) di cui nota il Burguy trovarsi rari esempi nella lingua d'oïl, se non nelle provincie prossime alla lingua d'oc. — Nel C. L. sia scritto: altressì ritrae. — Abbiamo aggiunto il si sulla scorta del Francese. — Di aventare reca un solo esempio la Crusca, nel senso di crescere, allignare. Ma noi crediamo che il nostro aventa abbia piuttosto il significato dell' avantar provenzale, avvantaggiare, avere vantaggio (esse potiori conditione): l'anima si avvantaggia, si nobilita, secondo i proprii meriti. Nel C. R. 1.: e per quello comandamento avrà secondo l'uopara k'avarà servito in questo mondo.

Cap. XXXV.

Lo re domanda: di qual natura è 'l corpo e di quale conpressione? Sidrac risponde:

Lo corpo è della natura della terra e di fredda conpressione; e si è facto di quattro elimenti: che della terra à egli la carne, e dell'acqua lo sangue, e dell'aria l'anima, e del fuoco calore. La carne, che è fatta di terra, è fredda; lo sangue, che è facto d'acqua, si è freddo; l'anima, ch'è fatta d'aria, si è calda, che ciascuna torna alla sua natura. Il calore che è della lena di Dio, si è l'anima, che la lena si è di due cose: aria e calore(459). E quello calore che a l'anima(460) dà la lena di Dio, si abita al sangue, e per diritta natura inforza(461) il sangue e lo scalda. Et elli scalda(462) l'altre cose che sono al corpo, e si fa gli omori neri e gialli, per la natura del sole, caldi essere.

(459) el calore ke ella avia da Dio è anima di natura; di natura si è calda, kè alena si è due cose: aiere e calore C. R. 1.(460) che è anima C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.(461) isforza C. L. e C. R. 2. — Abb. corr. col C. R. 1., e col C. F. R. che ha esforce, da esforcer, fortificare, rendere più forte. Isforzare, trad. letter. di esforcer, non ha in ital. questo significato.(462) Abb. aggiunto et elli scalda, dal C. R. 1.

Cap. XXXVI.

Lo re domanda: l'anime sono fatte dal cominciamento del mondo o sono facte ciascuno giorno(463)? Sidrac risponde:

Dio fece tutte quelle cose che essere doveano dal cominciamento del mondo a una volta(464), e tutte le cose fece insieme; che iscritto è che allora fece tutte le cose che erano a venire; ma egli le divise poi di(465) diverse maniere. Che altressì come lo comandamento fue dal cominciamento del mondo, che, tante creature nasciessero, tante anime fossero facte a una volta dal cominciamento del mondo, che incontanente fue lo suo comandamento adenpiuto. Però diciamo noi che infino allora furono conpiute tutte le cose che essere doveano in questo secolo, infino allora che 'l suo comandamento fu fatto. Non credete già che ciascuna criatura che nascie(466), che Idio in quell'ora comandi lo suo nascimento; anzi è il suo nascimento(467) comandato dal cominciamento del mondo; chè 'l buono signore a una volta suo comandamento e volontà à compiuto, insiememente come leale justizia, ch'è ordinata e scripta sempre mai a tucti(468).

(463) o sono facte di dì in dì C. R. 2.(464) a l'octa C. R. 1.(465) in C. R. 1. e C. R. 2.(466) nascesse C. L. — Abb. corr. coi Codd. R. 1 e R. 2.(467) sua nascenza C. R. 1.(468) Nel C. L. e nel C. R. 2. questo periodo è molto confuso e senza senso. Al C. F. R. manca. Noi abbiamo per conseguenza adottata la lez. del C. R. 1., sebbene assai oscura anch'essa.

Cap. XXXVII.

Lo re domanda: quelli che Idio nè nullo bene conoscono s'elli possono avere(469) nulla scusa? Sidrac risponde:

Tutti quelli che non conoscono Idio, Idio non conoscie loro; e tutti quelli che non vogliono conosciere Dio(470) nè per fede nè per ley(471) nè per opere, quelli saranno dannati colli suoi nemici per tutto tenpo. E quelli che lui credono e non vogliono fare le sue opere(472), che semplicemente intendono, come semplici uomini(473), se egli sono dannati, elli sono più crudelmente tormentati, se inanzi la loro morte chegiono perdono e merciede, e prometteranno che giammai peccato non faranno, e in questa promessa attendono(474).

(469) Abb. agg. avere. Nel C. R. 1.: puote avere niuna scusatione.(470) Abb. agg. Dio dal C. R. 1.(471) Parola schiettamente francese. Nel C. R. 1.: nè per leggi, nè per fede, nè per uopera. — La stessa parola abbiamo trovata al cap. XX.(472) suo comandamento C. R. 1.(473) Intendi: coloro che hanno intelletto semplice.(474) È evidente che il senso non torna. Correggasi dunque col C. R. 1., che va daccordo col francese: s'elli sono dampnati non sono duramente tormentati; ma kelli ke bene conoscono e suoi comandamenti, e no li vogliono fare, quelli sono duramenti tormentati, se prima ke muoiono non si pentono, e promectano di giamai più non peccare, et kesta promessa manterano.

Cap. XXXVIII.

Lo re domanda: dèe l'uomo fare altra cosa che 'l comandamento di Dio? Sidrac risponde:

Idio à facto l'uomo naturalmente per lui servire, e fare lo suo comandamento, e odiare lo suo nimico e lo nostro, cioè a intendere lo diavolo e lo suo ingegno. E simigliantemente(475), come noi abiamo e volemo avere signoria, e essere serviti da tutte l'altre criature che Iddio fece, altressì vuole Iddio che è tutto possente avere servigio da noi, e che noi gli crediamo e adoriamo, che noi dobiamo avere grande amore in Dio lo creatore, e grande odio al diavolo.

(475) e essere simigliantemente C. L. — Abb. soppresso essere sulla scorta de' Codd. R. 2, e F. R.

Cap. XXXIX.

Lo re domanda: perchè è chiamata morte? Sidrac risponde:

Le morte non è chiamata morte a quelli che trapassano di questo secolo, anzi è chiamata trapassamento; che quegli che muoiono in questo secolo, e pare che muoiano, non fanno(476), anzi trapassano di questo secolo nell'altro. Quelli che non credono in loro criatore, e sono fuori del suo comandamento, quelli muoiono, e a cotal gente vale molto la morte, se avere la potessono, perch'egli domanderanno la morte, e la morte loro fuggirà. Quando verrà la seconda volta lo figliuolo di Dio a giudicare lo mondo, i buoni e li malvagi risuciteranno; i malvagi saranno col corpo e coll'anima, siccom'egli sono in questo secolo, in pene; e gli buoni trapasseranno. E non morranno già quelli che lo loro creatore conoscono. E quelli che(477) lo suo comandamento non fanno, saranno messi nel più alto inferno; egli vi dimoreranno sanza fine. E la seconda volta che 'l figliuolo di Dio verrà per noi giudicare, i corpi de' buoni ritorneranno coll'anime in(478) gloria di vita eterna, nella conpagnia degli angioli, che mai non averà fine.

(476) ma non muoiono C. R. 1.(477) Abbiamo agg.: E quelli che; poichè altrimenti il senso non torna. — Il C. R. 2. concorda col C. L.(478) di C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

Cap. XL.

Lo re domanda: quanti secoli sono, e quanti mondi, e come si tengono? Sidrac risponde:

Due sono i secoli e due mondi: l'uno si è la grazia e la gloria di Dio, là ove sono gli angioli e gli arcangioli, e là ove la buona generazione d'Adamo monterà. L'altro secolo è lo 'nferno, là ove è lo diavolo, e le tenebre sono e lo grandi pene. L'uno mondo è chiamato lo sole e la luna, e lo giorno e la notte, e l'altre cose spirituali che a noi danno lo lume, e noi servono in questo secolo. L'altro mondo si è quello che noi vegiamo e che noi tocchiamo corporalmente; l'altro, che tutto inghiotte nostro ventre e tutto consuma, cioè mondo corporale, èe il mondano secolo, buono o rio(479).

(479) Nel T. F. P.: L'aultre est ce que nous mangons et touchons corporellemente; ce de quoy nous vivons en la terre, qui tout engloutte en nostre ventre, qui tout consumme, c'est le mond corporel.

Cap. XLI.

Lo re domanda: Idio è di grande guidardone? Sidrac risponde:

Niuna anima non potrebe pensare nè dire nè 'l bene nè l'amore nè 'l guidardone(480), che Idio dae a quelli che in Dio(481) credono e lo suo comandamento fanno. E non domanda loro altro che questa piccola cosa, ch'egli faccino il bene e lascino lo male. Egli gl'innorerà(482) cogli suoi angioli; e poichè gli angioli sono spiriti tanto solamente(483), i buoni, quando il suo comandamento faranno, egli gli metterà in cielo col corpo e collo spirito; e per loro manderà il suo figliuolo in terra a liberragli, e per loro si lascierà morire. Questo è grande guiderdone alli suoi amici. Chi è quelli che per li suoi amici lascierebe il suo figliuolo morire? Sapiate di verità che Idio lo farà per li suoi amici, e sapiate che ciò sarà, e sarà grande guidardone che Idio loro farà; che niuna anima potrebe pensare lo bene nè l'amore nè il guiderdone che Iddio darà ai buoni.

(480) ne bene nell'amore del guidardone C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., che concorda perfettamente col C. F. R.(481) da quelli che in Dio C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.(482) Per onorerà, come in parecchi esempi citati dalla Crusca.(483) Per solamente, come nel Boccaccio: „essendo contento d'avervi tanto solamente ricordato,„ ec. — Il C. F. R. ha: tant solement.

Cap. XLII.

Lo re domanda: le gienerazioni che saranno al tenpo del figliuolo di Dio, saranno egli credenti a lui tutti comunemente? Sidrac risponde:

Tutti saranno credenti alla sua fede, cioè(484) a 'ntendere del suo popolo. Ma egli saranno di diverse maniere di linguaggi(485); e l'uno avrà più stretto comandamento che l'altro(486); che quello che il figliuolo di Dio comanderà al suo popolo sarà tutto uno; e quello(487) che li suoi dodici ministri comanderanno, sarà quello ch'egli avrà comandato della sua bocca. Ma gli altri che verranno apresso, saranno in luogo di ministri(488), vedranno la fragilità della fievole carne della gente, e allora faranno uno comandamento più leggiero, ch'egli ànno il podere di ciò fare, dal podere di Dio e de' suoi ministri. Ma ciascuna delle nazioni crederà essere migliore l'una che l'altra, al loro parere; ma tutti saranno come in uno grande giardino, ove avrà molti albori, e l'albero che più renderà al giardino, lo giardiniero più l'ama e più lo 'nnacqua e tienlo più caro(489). Simigliantemente saranno tutte le nazioni e le generazioni che crederanno nel figliuolo di Dio vivo, e lo suo comandamento(490): quelli che più fermamente terrà sua fede e suo comandamento, quelli sarà più presso di lui in cielo e in gloria.

(484) acciò C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.(485) ligniagi C. R. 2.(486) che la loro C. L. — Abb. corr. sulla scorta del C. F. R.: des autres.(487) quegli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.(488) meglio il C. F. R.: et seront en leu des ministres.(489) Abb. adottata la lez. del C. R. 2., come più corretta di quella del C. L. Dobbiamo però avvertire che in esso C. R. 2. si legge, invece di lo giardiniero, lo giardino, che a noi è parso errore da potersi senza esitanza correggere, sull'autorità del C. F. R. che ha jardinier.(490) ed al suo comandamento C. R. 2.

Cap. XLIII.

Lo re domanda: che comandamento farà Iddio al suo popolo? Sidrac risponde:

Iddio comandò al suo popolo amore e giustizia, e che l'uomo non faccia a niuno quello che non volesse che l'uomo faccia a lui(491). Che per l'amore di Dio che à in Adamo(492), egli manderà il suo figliuolo in terra a morire, per lui diliberare; e per l'amore che 'l figliuolo di Dio avrà in lui, si lascieranno molti morire per diversi tormenti, per andare nella sua compagnia in cielo. Per l'amore e per la povertà e per l'astinenzia, andranno egli in cielo nella sua gloria: che chi àe buono amore in Dio, egli à buono amore in sè medesimo; chi à la povertà(493) e la sofferenza e l'astinenzia in lui, egli à l'amore di Dio in lui.

(491) Migliore la lez. del C. R. 2.: Idio comanda al suo populo timore e giustizia e astinenzia, e che l'omo non faccia a nullo quello che non volesse che fosse fatto a lui.(492) che Dio àe in Adamo C. R. 2.(493) punta C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

Cap. XLIV.

Lo re domanda: qual'è la più sicura cosa che sia e la più benedetta e la più degna e la più bella? Sidrac risponde:

L'anima è la più degnia cosa del mondo, e la più bella e la più benedetta; chè la buona anima è più bella e più isplendiente che 'l sole, e più degnia che niuna altra cosa che Idio abia fatta in terra; ch'ella è fatta della lena di Dio; e sì sono stabiliti gli angioli per lei isguardare(494); e si istà inanzi a Dio a faccia a faccia, e è la più sicura cosa(495) che Idio abia fatta; ch'ella è buona, e sicura ch'ella sarà della conpagnia di Dio, nella sua gloria, tra gli agnoli, e non avrà mai fine, nè fame nè freddo nè caldo nè male nè dolore nè tristizia nè invidia nè cupidigia, ma tutto giorno gioia(496) e letizia delle sue benedizioni. L'anima è la più benedetta cosa che Idio abia fatta; chè egli benedisse tutte le cose per lei servire. La benedizione è sì grandissima, che, se ella entrasse in una pietra, ella parlerebbe. Ella sarà benedetta per lo figliuolo di Dio, per tutti i tenpi, quando egli verrà la seconda volta a giudicare lo mondo, cioè a sapere alla fine del mondo, che giudicherà i buoni e' rei.

(494) Il C. F. R. ha garder, che noi crederemmo usato qui nel senso di proteggere. Potrebb'essere che il testo francese da cui fu tradotto il nostro avesse esgardeir, esguarder, che fu adoperato per consigliare.(495) Abbiamo agg. cosa da' codd. R. 2 e F. R.(496) e tutto giorno è gioia C. L. — Abb. corr. sulla scorta del C. F. R.: mais tous iors ioie, ec.

Cap. XLV.

Lo re domanda: qual'è la più laida cosa che sia, e la più pericolosa e la più maledetta e la più paurosa? Sidrac risponde:

L'anima ria è la più laida cosa che Idio facesse, e la più orribile cosa che sia; che, chi la ria anima potesse vedere, egli avrebe paura di lei. Ella si è la casa del diavolo; e si è sì puzzolente, che gli angioli nolla possono sofferire a vedere nè udire. E sta ella tutto giorno in grande paura d'avere maggiore pene che non à; e si sarà tormentata, nella conpagnia del diavolo, di sua maladizione. Ella è la più maladetta cosa che Idio abia fatta, che ella sarà maladetta dal figliuolo di Dio, al dì del giudicio, inanzi gli angioli e inanzi gli arcangioli e tutte l'altre buone anime, che tutte avranno allegreza del suo male.

Cap. XLVI.

Lo re domanda: le buone anime non avranno duolo del male delle rie anime? Sidrac risponde:

In verità vi dico che le buone anime saranno nella volontà di Dio, e a tutti piacerà lo suo giudicamento degli suoi nimici, e ched egli si vendichi(497) di tutti coloro che sono istati contra lui; chè egli è diritto, e lo suo giudicamento si è diritto e leale. E quando le buone(498) anime vedranno che(499) Idio l'avrà giudicate in pene, elle si diletteranno di vederle, altressì come noi ci dilettiamo di vedere i pesci nell'acqua.

(497) e ch'egli si vendica C. L. — Abb. pref. le lez. del C. R. 2.(498) rie C. L. — Abb. creduto di dover preferire la lez. del C. R. 2., anche per l'autorità del C. F. R. che ha: quant les bones armes.(499) Meglio il C. F. R.: veront les felons.

Cap. XLVII.

Lo re domanda: che vale meglio o la santà o la malizia? Sidrac risponde:

Degna cosa è la sanità dell'anima che è pura e netta, e quella anima sarà nella conpagnia del cielo(500). Altressì come uno cavaliere che è forte e prode e è valente, e fosse della vostra masnada, e voi andasti in battaglia, bene vorresti ch'egli fosse della vostra conpagnia; e se egli fosse malato e fievole e debole, voi non vorresti che egli fosse presso a voi; simigliantemente(501) della sanità e della malizia; che sanità varrà meglio che malizia all'anima. Che l'anima ch'è malata, cioè di peccato, quella anima è della conpagnia del diavolo; e Dio non vuole che s'acosti a lui, se di quella malizia non guariscie. La sana, ch'è sanza peccato, vuole egli bene che sia apresso di lui. Eziandio al corpo vale meglio la sanità che la malizia, a coloro che la sanità e la forza usano bene per loro e per altrui. Gli rei, che lo bene non vogliono fare e fanno lo male, la malizia al corpo loro vale meglio che la santà; chè, per la fievoleza del corpo e della malizia, si ritragono di mal fare; e gli buoni non ànno briga delle loro rie opere, ch'egli fanno.

(500) Così hanno i due Codd. L. e R. 2. Ma la lez. è senza forse errata, e a corregg. giova riferire il testo del C. F. R. che ha: car l'arme chi est saine, elle est nete et pure; et celle arme sera en la compagnie Deu. Chi corr. ki. — E del pari ha il C. R. 1.: „Dengna cosa è la sanità dell'anima; imperciò ke l'anima k'è sana e necta, quella cotale anima saràe de la conpagnia di Dio.„ Ed esso C. R. 1. seguita: E l'anima k'ene amalata si è de la compagnia del diavolo; e Dio non vuole ke s'apressi a lui, se di chel male non guarisse.(501) simigliantemente è C. R. 2.

Cap. XLVIII.

Lo re domanda: che podere dona Iddio all'anima in questo mondo? Sidrac risponde:

Iddio à donato a ciascuna uno reame(502) a guardare e a governare; s'ella lo governa bene, quello reame che Idio l'à donato a guardia, ella sarà coronata e posta a sedere nella sedia reale(503), a grande allegreza e con grande laude, innanzi a Dio; e Idio gli dirà: amico, vieni inanzi, e ricevi la corona ch'io t'ò serbata, che l'ài bene lealmente guadagnata, e tu se' degna di questa corona portare. Lo reame è lo bene che 'l corpo fa; lo corpo è questo secolo, e la buona credenza che l'uomo à nel suo creatore, e a fare il suo comandamento(504). Che ciò che l'anima vuole, lo corpo fa alla sua volontà(505), che l'anima è lo re, e lo corpo è lo reame e lo comandamento di Dio. E se l'anima non governa bene lo reame che Idio l'à donato in guardia, ella sarà nel mal fuoco gittata; e però dobiamo noi lasciare l'opere del diavolo, e fare quelle del nostro criatore che ci à fatti, e fare i suoi comandamenti. E chi avesse uno suo grande amico, che gli facesse uno grande benefacto per lui, conciosia cosa ch'egli non sia di suo prode, anzi di suo travaglio, egli lo farebe volentieri per colui che bene gli fa(506). Dunque diricto è che noi crediamo il nostro criatore, e che noi facciamo i suoi comandamenti, che egli ci darà signoria sopra tutte le cose del mondo; e non ci comanda nullo travaglio, se non che noi lo crediamo, e che noi l'amiamo, e che noi non facciamo male per lo suo amore. Sappiate che quegli che verranno dietro a noi, egli saranno credenti in Dio. Loro domanderà più ch'egli non fa ora a noi; e saranno chiamati il popolo del figliuolo di Dio, lo veracie profeta. Egli a loro domanderà più che a noi, nè a coloro che inanzi a loro verranno; e più loro domanderà, chè lo servigio sarà più(507).

(502) regname C. R. 1.(503) assettata in sedio di re C. R. 1.(504) Abb. corretto questo periodo coll'aiuto del C. R. 2., del C. R. 1. e del C. F. R. Altri veda se abbiamo errato. Ecco le tre lezioni: Lo reame e ello bene che 'l corpo fa lo corpo e in questo secolo la buona credenza che l'uomo à nel suo creatore e facto il suo comandamento C. L. — Lo reame è lo bene che lo corpo fa lo corpo è questo secolo la buona credensa che l'uomo àe nel suo creatore àe fatto il suo comandamento C. R. 2. — Lo reame si è el corpo e 'l ben fare ke l'omo fa in chesto secolo e la buona guardia C. R. 1.— Le royaume est le cors afait en ceste secle et la bone garde et la bone creance che l'om a à son creator et à fair son comandement C. F. R. — Afait potrebbe essere errore per afaitié, afetié, poli, ajusté, da afaiter, orner, parer ec.(505) che ciò che l'anima volle lo corpo alla sua volontà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.(506) Il senso di questo periodo riescirebbe oscuro se non lo chiarisse il C. R. 2., conforme al C. F. R.: — E chi avesse uno suo buono amico che gli facesse grande bene, e lo suo amico lo pregasse ch'elli facesse uno grande fatto per lui, conciosiacosa ch'elli non sia di suo prò, anzi di suo travaglio, egli lo farebbe volentieri per colui che bene gli fa. — Conciosiacosachè è traduz. erronea di ja soit ce que, sebbene, abbenchè. Meglio degli altri poi ha il C. R. 1.: Unde ki avesse uno buono amico, e pregasselo ke facesse uno gran facto per lui, avenga ke non fusse sua utilità, anzi fusse in suo affanno, elli lo farebbe volentieri, per colui ke ben li fae; molto magiormente ec.(507) e più domanderà loro perchè 'l servigio sarà più grande C. R. 2. — a costoro domandarà più k'a noi e che a quelli ke apresso noi veranno, ke la comandigia sarà più grande C. R. 1. — Di comandigia non reca che un esempio solo la Crusca.

Cap. XLIX.

Lo re domanda: lo cruccio e la gioia onde viene? Sidrac risponde:

La gioia e lo crucio sono di molti modi: gioie sono di ricchezze e di guadagni e di buone novelle e di molti modi; lo cruccio viene di dannaggio e di perdite e di malizie e di paura e di molte cose. Ma l'uomo che avesse di queste cose cioè di sopra dette, della gioia e del cruccio(508), si aviene(509) per sè medesimo per due cose: di vivande e d'olore. Che se egli mangia buone vivande(510), sì gli viene buono sangue, che gli rinverdiscie lo cuore e fagli avere gioia. Lo cruccio viene di male vivande e di pesanti e grievi, ch'elle si muovono lo rio sangue e lo rio omore, e vanno intorno al cuore e lo rinfebiliscono(511), e faglielo grave, e allora si cruccia. E simigliantemente aviene del male olore, ch'egli l'amena al cervello e portalo al cuore, e fallo crucciare.

(508) cioè della gioia e del cruccio C. R. 2.(509) se li aviene C. R. 2.(510) buone vivande e umide C. R. 2.(511) infievoliscono C. R. 2. — Abbiamo lasciato rinfebiliscono perchè lo crediamo traduzione di afebloient (da afebloir ). Il presente capitolo manca al C. F. R., quindi non possiamo sapere quale fosse la parola francese corrispondente a rinfebiliscono. È noto che la Crusca registra infiebolire e infiebolito.

Cap. L.

Lo re domanda: dopo lo tenpo che 'l figliuolo di Dio monterà in cielo averà istolomia(512) nel mondo per insegnare? Sidrac risponde:

Quando lo figliuolo di Dio monterà in cielo, si lascierà lo suo podere a' suoi XII apostoli, e quelli istabiliranno una casa che sarà chiamata dello figliuolo di Dio(513). Dopo loro verranno gli altri, che tuttavia lo comandamento loro seguiteranno uno grande tenpo, e saranno i primi che al figliuolo di Dio avranno creduto, e saranno di grande podere e di grande ricchezze e signoria; e poi diventeranno fievoli nella credenza del figliuolo di Dio e ne' suoi comandamenti, i quali avranno istabiliti i dodici apostoli; e non si vorranno amendare delle loro rie opere. Iddio per loro peccato gli distruggierà. Quelli saranno dell'arte della stolomia(514), perch'elli saranno molti savi e di grande provedenza.

(512) istrologhi C. R. 2. — estronomen C. F. R. — Crediamo che sia da correggere istrolomia. — Il prov. ha: estrolomia; e più sotto strolomia ha il C. R. 2.(513) una casa che sarà chiamata lo figliuolo di Dio C. L. — e quelli stabiliranno uno che sarà chiamato lo figliuolo di Dio C. R. 2. — Lezioni erronee ambedue. Noi abbiamo creduto di ristabilire rettamente il senso, correggendo dello figliuolo di Dio, sull'autorità del testo francese: une sainte maison che sera apelée la maison dou fis de Deu; e del C. R. 1.: che sarà apellata la magione di Dio.(514) Il C. R. 1. ha qui: astralumia.

Cap. LI.
(515)

Lo re domanda: chi bene nè male non fa è menato a peccato? Sidrac risponde:

Lo principe(516) de' ministri del figliuolo di Dio quelli l'acomanderà(517) a uno buono uomo che avrà nome Pietro(518); e dall'uno a l'altro sarà comandato(519), insino alla venuta del falso profeta che tutto il mondo divorerà; quelli sarà figliuolo del diavolo. Dopo la venuta del figliuolo di Dio M anni, crescerà peccato al mondo, fra 'l suo popolo, contra la fede, e sarà mescolato(520) tra' buoni, come i' loglio(521) tra 'l grano(522). E dopo lungo tenpo nascieranno due grandi colonne(523), che la fede di Cristo accrescieranno; e i miscredenti, che tra' buoni saranno, distrugeranno. L'una delle due colonne saranno apellate frati minori, e gli altri fratri predicatori(524); e saranno molto temuti per lo mondo, e povera gente saranno. I buoni gli ameranno e onoreranno e temeranno, per lo bene che faranno, e per la fede ch'egli acrescieranno; i rei gli temeranno, e onore e reverenza loro faranno, per la paura ch'egli avranno di loro; che per la gente di quelle due colonne(525) molti mali si lascieranno a fare, per la paura che i malvagi avranno di loro; ch'egli saranno la spada e la forza della casa del figliuolo di Dio, e aversari del diavolo di ninferno.

(515) Questo Cap. nel C. R. 2. e nel C. F. R. ha per titolo: Lo palagio del figliuolo di Dio a cui sarà accomandato quando elli verrà in terra? E questo titolo è necessario tener presente alla memoria, per intendere ciò che segue.(516) principio C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.(517) lo comanderanno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.(518) È curioso a notare che, mentre i due Codd. L. e R. 2. sono affatto conformi al C. F. R., e il C. R. 1. è affatto diverso e nell'ordine e nella dicitura e nella mole, qui esso C. R. 1. ha, invece di Pietro, padre de' padri; e pere des peres ha il C. F. R., mentre Pietro ha pure il C. R. 2., come il L.(519) Per accomandato. Comander franc. e comandar prov. hanno il senso il raccomandare.(520) saranno anunziato C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. R. 2. ha: e saranno amischiati.(521) gramegna C. R. 1. — La Crusca non registra che gramigna e gremigna.(522) Aggiunge il C. R. 1.: et sarano famati per loro risia patarini. — La Crusca non registra famato, nè risia.(523) Così hanno tutti i Codd.(524) sarà chiamata la minore, l'altra l'amonestatore C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. Pare che il traduttore non intendesse la parola amonesteors del testo francese, che vuol dire propriamente consigliere, da amonester (ad monitare) consigliare. — Il C. F. R. ha: amonesteors prechors. Prechor significa predicatore, da precher.(525) che per quelle gente de le due colonne C. R. 1.

Cap. LII.
(526)

Lo re domanda se quelli che non fanno nè bene nè male è menato al peccato. Sidrac risponde:

Chi bene nè male non fa egli mena vita di bestia, e peggio che bestia; che se la bestia avesse iscienza in lei(527), farebe bene. Quelli che fa lo peccato, fa male; e quelli che lascia lo bene a fare, là ove egli lo possa fare(528), egli pecca simigliantemente. Come colui che à gran voglia di manicare, e egli passa per uno molto bello verziero, ove àe molti belli frutti, e lasciasi morire di fame, che non ne vuole toccare nè mangiare, egli fa male, quando egli no ne piglia e mangine, anzi che si lasci morire; chè magior male è di lasciarsi morire, che di mangiare il frutto.

(526) Nel C. L. il titolo del presente cap. è errato; cioè e stato dato a questo Cap. il titolo che appartiene al seguente LIII.; e ad esso LIII., il titolo del LIV.; mentre doveva avere quello del LII.(527) en soi C. P. R.(528) Abb. adottata la lez. del C. R. 2. — Il C. L. ha: la ond'egli lo possa fare.

Cap. LIII.

Lo re domanda se la signoria de' fare asprezza o de' essere piatosa. Sidrac risponde:

La signoria si è dal comandamento(529) di Dio; egli comanda in terra giustizia; e se la giustizia non fosse tra le genti del popolo del figliuolo di Dio, sarebe a maniera di pesci, che lo forte mangierebe lo fievole, e lo grande lo piccolo(530). Tutte le giustizie debono esser fatte(531) per giudicare i rei a diritto e a ragione, e a ciascuno dare la sua ragione. Inanzi che lo figliuolo di Dio venga in terra, nascierà uno re molto buono e credente a Dio e suo profeta(532); e dirae nella sua profezia: benedetti sieno quelli che faranno giustizia, e che la manteranno a tutti i tenpi. Se lo malvagio è preso in alcuna malvagia opera, egli si die iudicare secondo sua uopera(533); e se lo signore vuole avere merciè di lui, e perdonagli una volta, egli lo puote bene fare; ma s'egli vi cade altra volta, egli è ben degno del suo merito(534).

(529) se dal cominciamento C. L. — Abb. corr. col C. R. 1., che concorda col C. F. R.(530) troppo cresciarebbero e malifatori, che li forti mangiarebero li debili C. R. 1.(531) Così ha pure il C. R. 2.; ma il C. R. 1.: tucta justizia dia essare forte. — E il C. F. R.: toute justice doit estre fort.(532) Qui, come in parentesi, sia scritto nel C. F. R.: Roy Daniel.(533) Abb. corr. col C. R. 1. Il C. L. ha: è ispento e lealmente judicare. — Ed errato è pure il C. R. 2.(534) Tanto il nostro che il C. R. 2. hanno: degno del suo merito. — Ed eccone la spiegazione. Nel C. F. R. sta scritto: il est bien dignes de sa deserte avoir. — E siccome deserte avea il significato di merito e di ricompensa, il traduttore ha scambiato l'uno coll'altra. Ed infatti il C. R. 1. ha: è degno di ricievare guidardone di sua uopera. — Vale a dire, è degno di avere la sua ricompensa, la ricompensa di avere perdonato la seconda volta.

Cap. LIV.

Lo re domanda: de' l'uomo fare bene a' suoi parenti e a' suoi amici? Sidrac risponde:

Buono e rio(535). Se gli tuoi parenti sono buone genti, e sono disagiate, e ànno perduto lo loro per disaventura, loro dei ben fare e consigliare e atare. E se i tuoi parenti e i tuoi amici sono rei, e perdono in male, per la loro volontade, grande malfatto fae chi fa bene loro, e tutto si perde; altressì come uno grande ciero di bella ciera, accieso inanzi a uno uomo cieco, che non vedesse lume, o come la candela allo lume del sole, ch'ella non à nullo valore. Simigliantemente aviene de' rei uomini, che si perde tutto, siccome la cera inanzi al cieco, e la candela inanzi al sole.

(535) Egli ene bene e si è male C. R. 1.

Cap. LV.