L’ANTICA MADRE
ANTONIO BELTRAMELLI
L’ANTICA MADRE
ROCCA S. CASCIANO
LICINIO CAPPELLI, EDITORE
Proprietà Letteraria
Rocca San Casciano 1900, Stab. Tipografico Cappelli.
A Sem Benelli
Una goccia cade dal cielo nel mare e si disperde in silenzio, eppure ella rispecchiò le immagini delle cose vicine e lontane.
Ora, questa goccia, va verso l’ultimo mare; altre dopo lei ne andranno così, finchè fatalmente tutta la mia forza non precipiti alla morte.
Io so forse che tutto ciò sarà superiore al mio volere, ma non importa: l’approvazione tua ed il tuo affetto sono con me.
Vi fu un tramonto in cui tu, con calmo sapere, indicasti una gran via di lavoro, da quell’ora ci votammo all’idea; sia pure con noi tutto il male, nulla ci distorrà dal compirla.
Pongo il tuo nome qui; io sono come un fanciullo che teme la tenebra e ricerca la mano del fratello. Cos’è, Sem, a volte il nostro orgoglio? Vogliamoci bene, così serenamente guarderemo perdersi quest’atomo verso l’ultimo mare della morte.
LA MADRE (PREFAZIONE)
Nella terra ove io vissi, che mi nutrì fanciullo e che dette agli antenati miei il frutto delle glebe ch’essi con le loro forti mani smossero e resero atte alla fecondazione, ha la mente mia trovato, per osservazione continua, l’avvio a quell’arte alla quale ogni mia facoltà fu votata con amore inesausto. Quella terra sempre, all’occhio dell’insaziabile amante, si presentò nuova e maravigliosa, ricca di vergini bellezze, strana e paurosa, raccolta e soave; ella ebbe la molteplice vita che porta lo spirito alla gran sintesi delle cose; ella ingenuamente mi mostrò, come per dar nuova esca al mio essere insaziabile, le sue miserie e le sue ricchezze, fu mia in tutte le ore e volle farmi sapiente. Per questo l’amai e la benedico ora.
Qui alla buona Terra degli antenati miei mi prostro come un semplice devoto delle grandi cose.
Io vissi fanciullo, quasi incosciente della vita, non che nella mia anima ignara fosse un silenzio perenne e la mia mente non avesse vivacità d’intelletto, ma fin d’allora io era come schiavo di un’anima la quale si dipartiva dalle cose per avvincermi in istrane sensazioni che ancora confusamente ricordo.
Vissi nello stupore come un pellegrino giunto ad una terra promessa che trova, ne’ suoi incantamenti, superiore ad ogni immagine, per quanto vividamente creata da un fanatismo religioso; la buona madre non voleva sciogliermi da sè, ella vedeva il suo fanciullo prostrarsi religiosamente a’ suoi aspetti e lo avvinceva sempre più.
La prima memoria chiara ch’io mi abbia della vita è l’aspetto di un tramonto.
Ricordo il viso pallido del nonno, un viso di tristezza e di pensiero, egli mi accompagnava. Non so dove, nè quando questo avvenne, il tempo non lo saprei precisare, certo l’anima mia era bambina. Andavamo da lung’ora, spesse volte il buon vecchio si dimenticava di me, io lo seguiva con fatica, correndo quasi, attaccato con le piccole mani al lembo del suo pastrano.
Così, ricordo ancora, egli aveva le mani incrociate dietro le reni, il capo basso e a tratti alzava il viso esclamando qualche parola; cosa che non mi rassicurava punto, perchè mi avevano detto che i pazzi parlavan forte quand’eran soli. A me rimaneva per consolarmi il lembo del pastrano suo che era ogni mia speranza, ed ogni mio salvamento.
Ad un tratto il nonno si fermò e si sedette, io rimasi vicino a lui senza parlare; raccolsi da terra qualche ciottolo; raccolsi de’ fiori sui margini dei fossi, poi mi rivolsi e improvvisamente vidi il suo volto rosso acceso e intorno le piante e le siepi animarsi dello stesso colore. I miei occhi ricercarono la sorgente della luce.
Fui avvinto; come una forza afferrò il mio spirito e lo tenne. Era il più tragico tramonto ch’io m’avessi visto mai.
Non so se la sensazione dipenda anche dall’improvvisa rivelazione per l’anima mia, certo un simile terrore non l’ebbi più nella vita.
Guardai ancora il nonno. Egli aveva gli occhi celati da una mano appoggiata alla fronte, forse aveva fatto ad arte per non guardare, sentii il mio capo rivolgersi ancora e tutto mi apparve il cielo.
Io ricordo, non so forse precisare, ricordo un infinito invaso da una fiamma di croco; l’impressione mia fu di terrore, sentiva i miei piccoli polsi tremare, sentivo freddo nel viso e per il corpo mi serpeggiava un brivido continuo. Il sole non c’era più, ma la luce era viva, la luce scaturiva da mille sorgenti invisibili e potenti, l’incendio era di una straordinaria verità, le cose vi si perdevano. Vidi perdivisi i profili degli alberi, i paesi.
E non aveva voce e non aveva un grido, nè un atto mi era possibile. Immerso in un’estasi terrificante, guardavo con la paura di vedermi in preda, da un istante all’altro, di qualche terribile ruina. La sentivo avvicinarsi, mi opprimeva lentamente con l’inesorabile condanna di un’acqua che cresca fino alla gola, fin sopra agli occhi, e non udivo nulla e nulla mi riusciva chiaro all’intorno, solo il cielo animato da una potenza vulcanica enorme e vibrante di bagliori acciecanti.
Forse fu un attimo, ad un tratto sentii scendere dall’alto un urlo raccapricciante, prolungato, asprissimo, che passò, ritornò, si ripercosse, aumentò di vigore senza interrompersi.
D’improvviso sentii il mio cuore pulsare con veemenza, chinai gli occhi e piansi disperatamente.
Ricordo la voce del nonno:
— Cos’hai, cos’hai bambino mio?
Non so cosa risposi, so che poco dopo mi spiegai l’origine dell’urlo; sopra noi era un campanile e le campane ondavano a stormo chè scendeva la sera.
Questa memoria tenne il mio spirito, vario tempo, sotto un giogo d’incosciente stupore ed apri poi il cielo delle mie osservazioni e de’ miei ragionamenti.
Dal senso di stupore passai gradatamente ad un sentimento di ammirazione; pensai che l’universa madre aveva per noi parole che incitavano all’umiltà non già vile, ma cosciente e illuminata.
Vidi l’immensa ironia delle grandezze umane e allorchè passata l’adolescenza, la mia anima d’uomo volle più profondamente considerare, vidi infrangersi una barriera che al mio intelletto avevano creato principi inculcatimi col sangue; e lanciato così nel campo dell’ignoto conobbi il dubbio.
Allora cadde come per incanto il grande edificio dell’umanità, mi trovai a brancolare nel buio, a fissar incessantemente termini perchè la mia ragione umana non si perdesse nell’orrore della pazzia. Risi, dileggiai, ogni cosa mi apparve meschina, ogni azione dell’uomo, inutile. Volli dimostrare il continuo inganno, persuadere l’umanità a starsene queta aspettando la morte, unica cosa meritevole come fine della più terribile ironia dell’universo.
Quando parlai qualcuno mi guardò spaventato, altri rise, altri non intese. Solo un uomo, il nonno, mi disse:
— Non è forse in ciò che tu vai predicando, un infinito egoismo, un infinita superbia?
Tentai una dimostrazione del contrario, il mio spirito turbolento non si sarebbe così facilmente piegato a ragioni avverse, pure considerai il pensiero trovandovi una vera sorgente di bene.
Ma ancora non potevo fissare chiaramente un limite, ondeggiavo fra mille ragioni e il dubbio scendeva sempre a sconvolgere i miei piani. Fu una notte, avevo vegliato nello studio; nei libri non trovavo ragioni sufficienti al mio ardente desiderio di pace; avevo in me il male, il male dell’ironia. Il mio pensiero avanzava, con quest’arme, tutto distruggendo e lasciando lo spirito invano proteso al sapere per trovarvi la calma. Perciocchè tutto cadeva: amore, lavoro, sapienza, bontà, grandezza; tutto era trascinato in questo vortice. L’uomo era un’ombra, una forma, l’inganno più perfetto di un artefice mostruoso.
Lo stato di pena dell’anima mia era intollerabile, così non avrei potuto in alcun modo continuare, necessitava una risoluzione, una fine, era imperioso il bisogno, la tensione dei nervi troppo prolungata, avrebbe finito per spezzare la mia fibra. Ero risoluto di trovare una spiegazione: o il mio spirito sarebbe rimasto soddisfatto ed io avrei trovato una nuova via di ragione, oppure tutto sarebbe finito con un unico atto, vile.
In quella notte mi accadde di temere la morte perchè il mio essere insoddisfatto, che pure aveva in sè energie da esplicare, vi si ribellava con violenza. La ragione e il sentimento lottavano senza tregua, ebbi allucinazioni, che mi parve a volte d’aver raggiunto l’ultima verità e a volte d’essere il più meschino fra gli uomini, un senso chiaro bensì mi avvertiva ch’io mi accostavo al limite oltre al quale la ragione più non ha campo.
In una risoluzione improvvisa mi dissi: Se altri con scienza vive concordemente a natura, indaghiamone il mistero.
Così comparvi nello studio del nonno. Egli mi accolse con bontà, senza meravigliarsi della mia presenza a quell’ora, pareva mi aspettasse da molto tempo con pazienza e che quella venuta per lui fosse certa.
Alzò gli occhi dal libro che ponderava e nel viso ebbe un sorriso calmo, buono, soddisfatto. Vidi il completo equilibrio delle sue facoltà, la perfetta quiete del suo spirito e a un tratto gli chiesi con veemenza, come per entrare subitamente nell’anima sua e coglierla in quello stato di letizia:
— Ditemi, d’onde traete la vostra serenità, nonno; io ho l’inferno nel core.
Egli mi prese una mano; disse:
— Lo sapevo.
Poi si rizzò, mi condusse alla finestra che aperse ed esclamò a voce bassa, come innanzi ad un tempio:
— Guarda.
Era un plenilunio d’aprile, vidi l’insieme in un attimo: un gran mondo assopito sotto l’incantamento della bianca luna. Il mio pensiero, la mia anima, tacquero; io ritrovava l’antico stupore che mi tenne fanciullo.
I miei occhi non distinsero particolari, da quella finestra aperta improvvisamente sulle quete campagne sentii giungere un largo respiro di cose addormentate. Una dolcezza nova mi velò gli occhi, ebbi volontà di pianto; il piano era «solingo più che strade per deserti.»
Solo a capo di una lunga strada che si perdeva sotto alla luna, fra gli olmi ultimi, neri nella massa uniforme, udii andare un carro nel cigolio lento che giunse e una voce cantò, la voce di un bovaro che andava aspettando l’alba:
— Si è levata la stella del bovaro,
fra poco sarà chiaro il giorno,
e noi ricominceremo a tracciare i solchi.
O terra lavorata! terra dell’amor mio,
o terra forte! —
E il canto s’interrompeva per incitare i buoi in lunghe grida.
Il nonno parlò. Udii la sua voce che non cresceva tono, passare come la voce di uno spirito, sentivo in me dissolversi come un gelo e una mano dolce scorrermi sul viso.
Ecco: la buona madre era ancora innanzi a me nel suo aspetto benefico e sorridendomi mi invitava al suo amore.
Da quella notte si compì la trasformazione del mio spirito ed io ebbi man mano più certa la via da percorrere.
Trovai l’umiltà, mi sentii figlio.
Ciò non avvenne rinunziando a qualsiasi vittoria di pensiero, cadendo nell’apatia. Bisogna essere soprattutto concordi con quelli che stanno intorno a noi per muover guerra ai vicini.
Strinsi un patto con la madre, mi fortificai nella sua bontà ed attinsi forze nuove e straordinarie, come non mi sarei aspettato. Il nonno mi aveva aperta la sua scienza, sì che mi fu manifesto ciò che prima mi appariva oscuramente.
Così le umili cose si strinsero in laccio con l’anima mia.
Sull’argine
Bosso soleva sul tramonto prendere le viottole della pineta e compire un suo giro di guardia fino a notte inoltrata; sorvegliando se di lontano qualche colpo di accetta, lo avvertisse di un brutto tiro che un astuto volesse fargli: non già ch’egli fosse oltremodo severo coi condannati dalla fame, egli sapeva le sofferenze fino alle cime dell’abbrutimento, ma non voleva che altri si prendesse gioco di lui. Quando un uomo gli disse:
— Compare, nella capanna non rimane un filo di paglia; nella madia non vi è farina. Il mio piccino muore!
Egli non scrollò le spalle, ma nel suo giro usuale, sul tramonto, quando udì i colpi dell’accetta come singhiozzi rudi, cambiò sentiero.
Disse anche alcuna volta a suo figlio:
— Daniele, noi abbiamo per tre questa sera, la cena è abbondante, vuoi tu portare a Giovanna parte del pane?
E siccome l’altro assentiva, dette del suo.
Ora, così silenzioso e forte e buono oltremodo, egli era un santo per i poveri del luogo, un amore timoroso e strano gli portavano.
Disse di lui un poeta semplice, una sera a veglia nella stalla, fra i buoi:
— Il bosso ha fiorito viole!
E fu da allora che lo chiamaron Bosso. Egli aveva un suo singolar modo di esprimersi a frasi brevi ed incisive; la vita, i luoghi eran riflessi ne’ suoi pensieri. La pineta ha gridi e dolcezze, la palude immensità e silenzio: figlio di questi elementi, ne aveva tratto l’essenza della vita.
Ed era mite perchè aveva osservato molte albe e molti tramonti ove nessun limite ha l’orizzonte, perchè ancora la morte aveva imperato dal bianco al sanguigno.
Eran venuti a turbe i lavoratori, li aveva visti nell’alba passare sull’argine, neri sul bianco come incisi da un forte bulino. Li aveva uditi cantare poche note sempre basse, in cadenza, su parole d’amore. Turbe di lavoratori eran passati sull’alba, nel canto e a sera nel singhiozzo.
Così ebbe nella mente l’idea di un destino, di una forza fuori di natura; essa spingeva gli uomini alla morte. E come non si era mai ribellato nella vita a nessuno, così nell’idea di una forza malvagia che regolava l’esistenza, aveva sentito il bisogno di essere buono.
Inoltre non è primavera nella pineta; forse un verde più chiaro appare nel maggio, le serpi si stendono al sole, è una dolcezza stanca di cosa che ha vissuto molto e non può rinnovarsi in un repentino irrompere di gioia. Sboccia qualche flore nell’ombra, pallido molto, un giglio selvatico; una rosa canina; pochi petali che un soffio disperde; sopra loro sta la severità dei pini.
Così egli aveva letto in un libro sacro, in una semplice bibbia, una tristezza ed un vecchio sorriso perenne; così egli si era sentito compenetrare da una potenza divina, da un verbo d’amore: — Ama gli uomini essi sono sotto i cieli, come i gigli selvatici nella pineta. —
Ma un senso oscuro era anche nell’anima sua, s’egli nell’uomo scorgeva la malvagità. Come schiacciava il rettile che attentava ai nidi, avrebbe ucciso senza rimorso il malvagio.
Ora, egli compiva il suo giro di guardia, il fucile a traverso una spalla. Passava tra l’ombre e le luci in vicenda continua, andando sempre più verso il folto.
A un tratto sostò e si volse, aveva udito un grido, un grido lontano: girò lentamente il capo scrutando con l’occhio socchiuso fin dove glielo permetteva la radura, prestò orecchio a tutti i rumori e stette alquanto in attesa; ma i corvi, i corvi soli passavano in larghe spire volteggiando sui pini, nel gridio feroce e insaziabile, verso il convegno ove eran molti di loro e più alte salivano le grida. Continuamente, sorda minaccia per la prossima tenebra, saliva ingrandendo il grido dei corvi, unito, aspro e selvaggio nella lontananza; come nelle turbe ribelli quando più preme la passione, nell’ansia suprema, le voci quasi immedesimandosi del pensiero, acquistano asprezze metalliche e salgono ad una altezza tragica di delirio, eran le grida dei corvi. Quali orribili cose dicevano essi nella continuità di una narrazione lugubre? Quali morti avevan essi trovato per festeggiarli in sì largo turbinio di grida?
Bosso notò le voci dei corvi che pure gli eran abituali, ma nella cura d’intendere se udisse ancora e impedendoglielo queste, n’ebbe un impeto d’ira.
Sentì come un brivido e si portò la mano al core. Corrugò le ciglia e nella sua strana superstizione si disse:
— Forse è passata la morte.
Poi curvò il capo, incrociò le mani dietro le reni e passò dall’ombra in una luce sanguigna per ritornar nell’ombra. Eran fasci di capelli gli ultimi raggi che fra i tronchi dei pini penetrando si frastagliavano sciogliendosi nei cespugli bui; pareva di sentirne la morbidezza e il profumo selvaggio: i pini odoravan così. Qualche viso, fra le alte vette, sorrise nello spazio di due rame e le rame si allontanarono tremando in quel novo sorriso di bocca fiammante.
Dicon gli uomini della pineta che quando al tramonto le serpi fischiano lungamente, vi son delle femmine che desiderano i loro allacciamenti: le femmine del tramonto procaci e sensuali.
Bosso andava a capo chino, ma non vide distesa sul sentiero una serpe e la calpestò. Ella si ritorse, riandò un sibilo saettando rapidamente lo biforcuta lingua e strisciò fra i cespugli. Egli n’ebbe un brivido, ciò non gli era accaduto mai.
Poi fra il gracchiare dei corvi udì un colpo di fucile e ancora un grido umano, ma più vicino, più affannoso. Non forse s’implorava il suo nome?
— Bosso Bosso!
Egli aveva ben udito nel grido umano queste sillabe.
E però non ebbe la forza di gridare al vento:
— Chi implora?
Ma preso il fucile dette un colpo d’avviso. Un altro gli rispose più vicino e vide poi un’ombra muoversi tra i cespugli rapidamente. La riconobbe, ma nel terrore di un avvenimento inconscio, non si mosse, nè parlò.
— Bosso Bosso?
Egli aveva il capo eretto e i muscoli del collo gonfi in una contrazione; l’occhio in una larga fissità stava senza scrutare. L’ombra allargò gli ultimi cespugli curvandosi ed uscì sul sentiero.
La voce che da lungi aveva gridato ora risonò vicina, più bassa, più cupa:
— Bosso? Non intendi adunque? Corri alla tua capanna, c’è bisogno di te.
Egli tese repentinamente una mano agguantando la spalla dell’uomo e gli uscì una parola dalla strozza.
— Cosa?
L’altro si curvò verso lui e a voce bassa quasi che la selva ne inorridisse, parlò:
— T’hanno ammazzato il figlio!
Vi fu un silenzio in cui più alto salì il grido dei corvi, poi uno schianto aspro di rame significò la fuga precipitosa, come un inseguimento.
***
Egli solo lo vestì dell’abito nero, e gli cinse al collo (le sue mani rudi ebbero delicatezze muliebri) la ciarpa rossa a nastro, come egli soleva per le feste delle Sagre. Il rosso avea le vibrazioni delle campane, le vibrazioni accese delle stridule campane; ora dava sangue. Quando risonò lento, da una chiesa perduta nella pineta, un tocco a lunghi intervalli egli chinò il capo poichè l’opera era compita: la terra invocava il figlio.
Fu allora che un’ombra d’uomo rimasto in un canto della stanza si fece innanzi:
— Bosso, andate.
Lo spinse leggermente verso la porta. Egli vi si lasciò condurre. Rimase nello spazio breve, fra i pini, una radura che lasciava passare la luce appena.
Egli stette ritto nella radura, fra la corona dei pini; sfinge strana che aveva in sè coi caratteri dell’ignoto qualcosa di biblico.
E ancora il suono lento di una campana lo avvolse nel rintocco come un urlo. Chi gridava dalla terra, dalle profondità della terra:
— Io voglio! Io voglio! — Nel cielo era l’ombra.
Egli udì il martello sul legno; passò a volo uno stormo di corvi; passò a volo un grido e un’ombra. Poi il martello tacque e nel silenzio i pini si curvarono a guardare. Quando riprese pareva che mille uomini picchiassero sulle poche tavole di abete — Bosso udì un singhiozzo. Fra gli ultimi cespugli, presso la radura, una donna giovane, curvata baciava la terra. I capelli eran sul nero un oro.
Ella s’immedesimava nel cespuglio, come se le rame curvandosi l’avesser raffigurata.
Intese Bosso mormorare il nome del figlio; in alto fra una radura luccicò una stella.
Egli non chiese: — Perchè piangi? Chi sei tu che piangi? — La stella era velata da sangue. E i pini sulle cime ardevano, fiaccole accese dal tramonto, tutta l’anima della pineta ardeva.
Ancora la campana implorò, poi ad una si unirono molte altre a significare la morte del giorno, sì che parve il saluto leggendario delle turbe.
E scesero dall’alto diluviando voci e singhiozzi. Sotto quell’ave tutte le forme rimasero assorte e immobili: solo la donna si levò dal cespuglio e, ritta nell’ombra, alzò le braccia e il viso al cielo e rimase a guardare in una sua contemplazione.
Ell’era nell’oscurità, ma il sole scendendo trovò un varco fra le rame e scivolò fino a lei, fu un rettile fluido che strisciò via silenzioso, ella si trovò così ritta come un’erma in un aureola di fuoco.
Bosso vide e non intese.
Allora che il martello ebbe compita l’opera, apparve sul limitare l’uomo:
— Bosso. È finito. Aspettate.
Egli non rispose, ma quando non udì più stridere i passi sull’erba, entrò nella capanna.
Chi lo vide uscire? Chi vide il fardello che lo faceva curvare sul sentiero?
I corvi disegnavano l’ombra roteando vertiginosi; egli andò sotto alla croce.
Scelse i sentieri più oscuri, quasi commettesse un furto.
E corteo al triste funerale furono i pini, essi bensì si animarono tremando.
La donna bionda seguì da lontano.
Per un sorriso spento palpitaron due anime; due cuori s’infransero.
E si turbò un mattino.
II.
Egli seppe che uno dei Lari aveva ucciso suo figlio. Daniele tornava dalla festa della Sagra; in un punto ove la strada era deserta, Gianni Lari sbucò da una siepe, assalì con veemenza Daniele e come questi indietreggiava per prendere alcuna difesa, ebbe un urlo e si lanciò.
Per ben tre volte il coltello luccicò e disparve, poi Daniele cadde riverso. Gianni gettata l’arme, si aprì un varco nella siepe, fuggendo nei campi.
Uno che sopraggiunse di corsa, disse che il sangue uscì dalle ferite a fontana e udì pure il morente singhiozzare: — Maddalena! Maddalena!
E null’altro; trama di pochi fili, nenia di poche note.
I corvi a torme quando passano al meriggio, oscurano il sole un attimo, il batter d’un ciglio, pure nell’ombra fuggevolissima qualche palpito si arresta.
Così il dramma della sua vecchiaia si svolse. Egli vide un enorme martello precipitare su di un’incudine rugginosa, dalle altezze di un tramonto e l’incudine era il mare; sotto il colpo rude la massa si scompose; più della forza del tempo quella dell’attimo aveva agito in modo terribile. Così un mazzapicchio atterrò in un colpo il pino più antico, sì ch’egli, solo nella radura, non ebbe a sostegno nella caduta le rame protese degli ultimi pini.
Bosso passò i primi giorni dopo la rovina, senza avere alcuna percezione di vita; nessun cibo prese, non ritornò alla capanna. La pineta fu il suo eremitaggio: per tre giorni errò nei luoghi più oscuri, solo, senza nulla dire, con un pensiero fisso: la morte.
Ed egli ebbe nel senso la percezione della fine. Si sentì man mano estenuare, come una luce che fugge, sentì sè stesso allontanarsi dalla sua materia: lo spirito corse veloce e vide l’alba, e il corpo errò sempre più lento in una stanchezza dolce e continua.
Una pioggia autunnale interra così in una carrezza le ultime foglie.
Ma egli non ebbe il desiderio di morire, non fu un volere il suo; come un fanciullo, prese una strada di cui non sapeva la fine e andò senza guardare innanzi a sè.
Di un edificio costruito in lungo tempo non eran rimasti che i ruderi, i primi elementi: tutto era scomparso: pensiero, volere, azione; non eran viventi se non due cose: una inconsapevolezza strana e un martirio sottile; così dalla prima si sentiva spinto a seguire il cammino, e il martirio era l’alba. Lo spirito traversava spazi e spazi, per raggiungere la chimera. L’anima di un bimbo segue così a volo qualche ombra, nel cielo riflesso dalle sue pupille.
E degli uomini non ebbe ricordo e lo stesso delitto scomparve dalla sua mente man mano. — Daniele era vissuto? o non era esso la luce del cielo? — Di lassù giungeva sempre una voce, una invocazione, egli l’udiva, egli solo. Qualche cirro che si cullò mise un’ombra nel sole:
— Daniele? Daniele?
Alcune volte egli tese le braccia. Ebbe così in sè stesso una dimenticanza completa; gli parve di non avere vissuto o di essere stato sempre nella vita. Ora faceva il suo primo sogno: una luce; e doveva seguirla.
Errò tre giorni come un estatico senza prender cibo; nella notte del secondo si assise e la mattina penò a rialzarsi, non aveva dormito; sulla fine del terzo incespicò e cadde.
Quando tentò rialzarsi puntando una mano, una spina gli penetrò nelle carni. Vide il sangue e una specie di ubbriachezza lo avvolse.
Il sangue velò il sogno. Il suo viso si contrasse in una espressione di dolore, gli occhi si fissarono su di un cespuglio, larghi orribilmente, vi passò tutta la tenebra dello spazio, e vide ancora un corvo precipitarsi su di un serpentello e rapirlo a volo nell’aria.
In una convulsione repentina dello spirito, egli vide sangue fluire, udì campane ondare a stormo, ebbe la realità perfetta della vita.
La voce che gli narrava il delitto, disse:
— Io vidi il sangue lanciarsi dalle ferite a fontana. Nel singhiozzo che irruppe in un grido, si formulò il pensiero della vendetta. E tentò rialzarsi, ma le forze ormai stremate non glielo permisero: allora carponi seguì la via del ritorno, lentamente.
Così l’uomo tornò piangendo dal sogno alla vita, per una goccia di sangue.
***
Come tutte le cose, prese la vendetta nella sua mente, un aspetto sacro. I Lari si eran macchiati di una colpa, non uno d’essi, ma tutta la famiglia, il sangue versato sarebbe su loro ricaduto stilla a stilla, fiamma e castigo.
E ciò non doveva l’uomo, ma Iddio. Iddio, per lui, era lo spazio e la forza. Si agitava nello spazio qualcosa di grande ch’egli non concepiva se non come un mistero sotto al quale conveniva curvare il capo in umiltà. Egli aveva nei ricordi un Dio quasi imposto da una comune credenza; ora la sua vita, l’osservazione, il pensare, ne avevan creato un altro vastissimo, informe e di straordinaria potenza.
Forse era il sole, forse la tempesta e la tenebra, o tutto ciò sintetizzato in semplice fede. Aveva osservato la nascita e la morte, gl’inverni e le primavere e il sole continuamente baciare per due volte l’orizzonte: così dal seminato verzicava il grano e cresceva biondeggiando e mani abbronzate recidevano spiche; così uomini curvi incitavan buoi tracciando le porche, mentre ridevano ancora nell’aia moggia di grano bene auguranti al sole.
Tutto ciò in vicenda continua; come ugualmente scendea la nevicata, o la tempesta gridava negli abissi dei cieli.
Egli non comprese l’Iddio fra i ceri, ma si curvò adorando l’Iddio che lo ammoniva nello schianto del fulmine; e nella certezza del suo amore, della reverenza per questa forza, ne aspettava (e qui le ataviche tendenze riprendevan vigore) una ricompensa. Questo Iddio gli avrebbe dato l’occasione della vendetta completa, egli solo, non altri.
E attese con sicurezza l’avvenimento.
Pertanto la sua vita riprese apparentemente il solito andare. Disimpegnò le occupazioni usuali, ebbe cura dell’argine del fiume e guardò la pineta.
Visse per un pensiero non tormentoso, ma placido e severo; se il rettile ingoiava la rana, il corvo spezzava il rettile; vi era un punto di partenza innocente e un fine di vendetta forse inconscia, ma compensatrice.
La sua morale sorgente dall’osservazione dei fatti naturali e da un substrato antico al quale ubbidiva come automa, per inconsapevole azione derivata dai padri, era, come il suo carattere, di una maravigliosa semplicità.
Egli aveva sentito nulla la sua individualità, ubbidire era stato il suo verbo, sempre, ora sentiva di dover ubbidire a un comando, a un dovere.
Messa all’opera la sua forza materiale sola, avrebbe fallito: attendere l’accenno e l’aiuto dal suo Dio era doveroso e necessario. Così senza ardore, attese l’ora.
E nella pineta, più si confaceva il chiuso al suo pensiero, ebbe quasi fissa dimora. L’alba lo trovava fra i pini, il tramonto gli dava l’addio; allora volto verso l’occidente, e a capo chino e scoperto, stava fino a che il sole fosse scomparso, e ciò per invocare.
V’era un luogo chiamato ==La volta== per la strana disposizione delle rame in intrecciamenti singolari. Stava presso il limitare della pineta una radura, i pini intorno eran disposti quasi a cerchio, dietro vi era il folto e avanti come un largo intercolunnio, e la palude e il cielo. Ma le rame, in alto, si aggrovigliavano siffattamente da dare sembianza di volta. Una architettura non mai immaginata, severa e paurosa, si disignava a maraviglia. Come se un pazzo adunando molte cose disparate, le avesse poi per subitanea idea geniale, in mirabile armonia riunite.
Così, si aggrovigliava un rettile a due mani protese; così steli penduli, chiome selvaggie e corolle oscure, figuravan corone. In quella radura Bosso chinava il capo scoperto al sole morituro per invocare.
Una volta, era fredda l’aria per la fine d’autunno, aveva dato molta pioggia il cielo continuamente, Bosso tornava sulla sera verso la capanna, gli accadde di veder scivolare qualcosa attraverso un cespuglio, una piccola cosa, come un po’ di biondo. Ebbe il pensiero di un ladroncello che tentasse sfuggire e disse:
— Fermati.
Ma vide ancora muovere i cespugli più oltre e udì uno scalpiccio di piccoli piedi paurosi. Non tanto per punire, quanto per riconoscere il fanciullo, affrettò il passo e lo raggiunse.
Allora vide innanzi a sè, una bimba; ella aveva sotto al braccio un piccolo fascio di sterpi e stava in atto umile, come per piangere, presso il gigante della pineta. Egli la guardò, un po’ bruna dal sole e molto bionda. — La veste breve, lacera e scolorita, umiliava la personcina snella e le scarpe assai grandi avevan il ricordo di troppo cammino per il piccolo piede; ma i capelli biondi e arruffati le stavan sulle guancie, ma i capelli pareva glieli avesse dati il sole. Era il tramonto, e Bosso credette che l’alba l’avesse dimenticata là.
Quando alzò gli occhi (parevan di smalto e pure vi parlava un infinito timore) Bosso sentì il bisogno di chinare i suoi.
La interrogò:
— Perchè non mi hai chiesto di venire a far legna?
Forse trillò la capinera; ella disse:
— Io ho molta paura di voi.
— Ma così tu hai rubato.
Ella parve rinfrancarsi:
— Son quattro stecchi; ve li rendo Bosso e fece l’atto di posarli.
— No, no tienli.
Allungando una mano per assentimento, accadde che la palma sfiorasse la guancia della bambina; ne ebbe un contatto come di bacio e sentì un intenerimento. Così, in una lontana primavera egli aveva accarezzato una guancia simile.
Quando essa fece atto di partire, egli le chiese:
— Come ti chiami?
La bimba alzò ancora i suoi occhi su di lui, ma ora sorridevano:
— Viola.
Tutta la pineta ascoltava, nel cielo eran pallidezze estenuanti:
— Tornerai ancora a far legna?
— No, se voi non lo volete.
— Vieni, ma prima cerca di me ed io ti condurrò in un luogo ove è molta legna.
Ella sorrise, guardò quel grand’uomo che prima temeva mentre ora gli sembrava più buono del pane e disse:
— Addio Bosso.
— Addio.
Egli vide ondulare due frasche, riudì il rumore dei passi e fra un cespuglio apparve la piccola ombra; attraversò più lontana il sentiero e si perse nel folto. Ascoltò fino all’ultimo lo stropiccio delle vecchie scarpe sull’erba secca; qualcosa che gli aveva sorriso si allontanava ancora.
***
Quando socchiuse l’uscio della capanna, quella sera, fu colpito dallo stridore lento e continuo dei cardini rugginosi, era quello il saluto della vecchia casa, l’unica voce di vita nel tugurio. Parve che la breve capanna palpitasse in quel saluto serale.
Dacchè il desco era deserto dall’ombra cara, egli non vi s’era assiso mai più. Due coperti stavan sempre sul desco; una notte di Natale apparecchiò così, sperando che l’ombra tornasse e un gran ceppo arse nel focolare, mettendo molti bagliori nella stanza e molte ombre. Attese, senza sonno, fino al mattino, finchè l’ultima fiamma crepitò violetta, presso l’alare. Ora sperò ancora nel ritorno. Sentì fluire nell’anima come una corrente di fiori, da una tenebra subitamente aperta, da uno spazio infinitamente oscuro, tenuissima trama di corolle.
Rivide ondulare due frasche e una lieve voce sussurrò: — Viola.
Non ebbe stupore di questa sua improvvisa tenerezza, perchè sentiva nell’anima tutto un desiderio veemente di amare; perchè quella sua solitudine troppo aspra l’avrebbe forse ucciso prima dell’avvenimento supremo. Poi quegli occhi di bambina semplici e interrogativi eran nella sua memoria, come se in altri tempi, lo avesser fissato allo stesso modo.
Stette ad ascoltare il forte ritmo della sua vita e socchiuse gli occhi nella visione di Viola.
Ella mise le mani sulle palpebre pese, come se dalla corrente di fiori si fosser levate due corolle a dargli nel sonno una piccola ombra buona.
Seguì qualche giorno in cui non la rivide, poi un mattino udì una voce chiamare:
— Bosso? Bosso?
Viola veniva correndo dal sentiero.
— Vengo con voi Bosso; volete?
Egli le tese la mano ch’ella prese con semplicità e andaron così.
— Sei venuta a far legna?
— No, debbo cercare i funghi; voi sapete dove sono?
— Sì.
Andarono a lungo. Ella parlava a scatti, rideva molto, si sentiva felice d’esser protetta da quel gigante.
Egli ascoltò tutte le musicalità di quella voce, tutta la semplicità di quelle parole inconscie che piovevano nell’anima sua, come su di un orto antico un pesco unico semina in una primavera l’ultima sua bellezza.
Il mattino era chiaro, il mattino palpitava di luce, Bosso sentì che la piccola mano diaccia si riscaldava nella sua ed ebbe coscienza di una virtù.
Disse:
— Viola tornerai?
Per la prima volta la chiamava per nome, ella aveva già vissuto molto nell’anima sua.
— Sì, tornerò sempre.
— Ora non hai più paura di me, vero?
Ella abbassò il capo in un subito pudore infantile.
— No... voi siete buono.
Quella mattina l’aiutò alla ricerca dei funghi, tanto che il piccolo grembiale ne fu pieno. La sera Viola ritornò a far legna e stettero insieme, poi il giorno dopo ancora e così in seguito finchè non fu giorno in cui ella non andasse a lui.
Una volta le regalò le scarpette, ella ne gioì come di una reggia favoleggiata, poi ancora una breve veste.
Passaron così mesi, s’ella una volta mancò, Bosso ne ebbe un rincrescimento vago. Ella si era insinuata lievemente, come un fil di sole fra due steli, ma l’anima ne vibrava, l’anima ne sentiva ora la necessità imperiosa.
S’egli pensò ancora alla bontà della vita fu per il fascino di quei grand’occhi di smalto, che scrutavan nelle sue memorie, ridestando un’ombra simile, ma lontana, ma incerta, come prima della vita. S’egli sentì la dolcezza di qualche istante fu per quei suoi capelli biondi, strani, arruffati, serpentelli nati dal sole per una magia. Bosso amò Viola per un ricordo ed una gentilezza, Viola amò Bosso per un suo abbandono soave, come fa il capel venere coll’antica muraglia.
La pineta stupì, alcune volte, nella severità antica; Viola trillò, corse, rise, tutta la sua giovinezza esuberante si librò nell’aria a volo verso il più alto cielo che i pini tentavan nascondere.
E al tramonto quando Bosso tenendola per mano la condusse a traverso la pineta per il ritorno, in quel silenzioso andare parve materiata tutta la umana bontà.
Qualche corvo che passò non mise ombra alcuna su quei volti, ma schivò saettando, in volo rapido senza un grido.
Le grandi cose hanno così il potere di vincer natura.
III.
E la notte scese improvvisa mentre l’acqua cresceva ancora di minuto in minuto, d’attimo in attimo.
Già da quando corse nelle basse campagne il grido: — La piena! La piena!
Si vide in quel piano un’animazione improvvisa.
Le case basse avevan palpitato, molti visi eran comparsi sulle porte, alle finestre, scrutando il cielo; visi di vecchi che avevan molto passato nella mente.
I ragazzi andaron come a festa verso l’argine delineantesi lontano. E da allora cominciò un andare e venire, uno scambiarsi opinioni, avvisi, avvertimenti.
Un vecchio ritornò dall’argine scuotendo la testa canuta, molti lo avvicinarono, lo richiesero, egli continuò il lento andare.
— Ho ottantacinque anni. Fu nel trentaquattro una piena simile, ma a quest’ora non piovve più. Ora, vedete? acqua ne promette il monte, ancora. Malo augurio, figliuoli; malo augurio!
Tornò una donna, nè giovane, nè vecchia, indefinibilmente triste. Ella reggeva un piccolo bimbo col braccio sinistro, un bimbo pallido più della sua guancia. Un altro più grandicello la seguiva correndo a brevi tratti, sotto un grande ombrello di tela verde e la tela metteva sul volto suo riflessi lividi.
Fino a che rimase un po’ di luce, si vide il peregrinare continuo, poi la notte scese improvvisa e la tenebra imperò. Sull’argine ondularono le lanterne dei guardiani vigilanti il pericolo; in ogni casa fu una finestra illuminata.
I corni d’avviso vibraron nello spazio, intrecciandosi, richiamandosi; lontani, vicini, come ombre che riempissero lo spazio.
Poi corse una voce in tutte le case, un avviso sinistro si comunicò più rapido del fulmine: — L’argine pericola, l’acqua dilagherà fra poco; annegheremo! annegheremo!
I corni moltiplicarono le grida, le fiaccole si mossero rapide in lontananza e il rombo continuo della fiumana giunse come dal cielo, come dal cielo di ferro.
Ma la disperazione, il terrore, miser nei piccoli uomini, nelle miserabili ombre, nulle di fronte agli elementi in ruina, grida che vinser natura. Si udiron voci maschie imprecare, rudi, stridenti, come andare di seghe su metallo.
— Aggioga i buoi al carro. Il grano, il grano, salva il grano per la vita.
I buoi emisero alto il loro muggito. Poi furon pianti di donne ed urli di bambino, bestemmie e preghiere e il pellegrinaggio cominciò.
Andaron verso l’argine unico luogo di salvamento, gli uomini recando o sui carri o sulle spalle, le poche cose della vita; le donne coi bimbi fra le braccia cercando di soffocarne il pianto e la paura sul loro seno; e i vecchi si assisero sui carri fra le masserizie. Anche essi eran vecchie cose, come pendole esauste che desser gli ultimi tocchi, segnando un’ora di martirio e di rovina.
Nel piano le case tornaron nel buio. E l’acqua scese lenta e continua, non fu nel cielo la minima traccia di luce. Alcuna volta parve squarciarsi lo spazio in un biancore improvviso e violento, le nubi vi presero figurazioni strane.
Le donne vider la croce, videro un Cristo, un grande Cristo silenzioso e terribile sulla croce di ferro; esse gridarono, esse teser le braccia.
— Perdono perdono. — Cercando la maggiore umiliazione le donne esauste chieser la vita pei figli. Esse videro, videro: una mano enorme si protese su loro dall’abisso in atto di condanna. Passò un grido: — È il castigo di Dio! e scorse un fremito di orrore più doloroso della morte.
E il castigo di Dio scendeva dalle nubi, in una notte di tempesta, per le turbe incoscienti. Molti uomini induriti dal lavoro, chinaron il capo paurosamente sotto l’ombra, pensando una fine universale.
***
Ma Bosso non vide nel cielo figurazioni spettrali, non pensò malefizi, nè ire, nè punizioni e non si sgomentò, come altri, dei peccati di tutte le genti. In una sua sintesi selvaggia, credette egli solo compendiare tutti gli uomini, egli avere in sè l’anima di tutte le cose; se quella rovina avveniva, non il caso l’aveva condotta, nè la volontà di qualche essere incrudelito dalla malvagità degli uomini, ma il suo Dio. E come questi era sì gran parte dell’anima sua quasi da confondersi con un secondo sè stesso idealizzato, pensò procedere l’avvenimento da un suo volere assiduo.
Aveva sentito formarsi nel cuore, come una veste di marmo, impenetrabile, inflessibile.
Ma quando passò vicino a bambini, chiamò sommessamente:
— Viola? Viola?
L’orecchio si tese invano ad ascoltare; l’accenno della voce infantile ben nota non giunse. Vide capelli arruffati, udì singhiozzi di bimbi, ma l’invocazione della piccola voce d’oro non udì, ella forse era lontana tanto che tutto lo spazio la soffocava.
La povera piccola voce aveva qualcosa de’ suoi capelli, qualcosa de’ suoi occhi, due dolcezze in una, se tremava come una frasca nell’alito dell’alba, se si addolciva assottigliandosi nell’affanno di una preghiera.
Solo per lei Bosso sentì il dolore. Scorse più volte il tratto d’argine che gli era dato in guardia, la lanterna pendula da una mano gli ondeggiava ai piedi proiettando un’ombra che sempre più si allargava, quasi a comprendere il cielo.
Non vide Viola, ma volle pensarla in salvo. Pure la tempesta ebbe la tempesta; sentì la rudezza della rupe.
Chi voleva quel diluvio? Chi aveva detto alle nubi, come non mai: — Date acqua finchè il fume ne trabocchi; finchè gli argini più non la rattengano; finchè dilaghi nel piano?
Chi aveva gridato dalle nubi una parola di vendetta?
Ricordò una radura nella pineta. Per molti anni si era prostrato là, al sole morituro per invocare, e aveva visto il sole macchiarsi di sangue; ora, essendo la tenebra, l’acqua avrebbe lavato ogni macchia.
Andava fra due abissi: la terra ed il cielo e pareva sconfinare in quest’ultimo.
Ascoltò tutte le voci, prestò orecchio a tutti i suoni, nel suo cammino lento.
Per chi cercò interrogarlo non ebbe risposta, lo vider passare, ombra silente e grave, molti credettero ch’egli avesse il potere del salvamento.
Una donna gli si gettò ai piedi alzando le braccia.
— Bosso, Bosso, salvate il mio bambino.
Egli la schivò senza curvarsi e seguì la sua strada. Passò presso gruppi di persone illuminate dalla lanterna, ma il suo volto non si vide, il suo volto non ebbe lume.
Quando fu vicino al fine del suo tratto d’argine, l’acqua gli arrivava ai piedi. Alcuni squilli di corno gli detter l’avviso di un pericolo imminente; vide un’ombra correre verso di lui agitando le braccia:
— Bosso, aspettate.... — la voce s’interrompeva nell’affanno della corsa.
— ... conviene arare l’argine.... è l’ultima speranza!
Egli incrociò le braccia e non rispose. Stette così nella tenebra, immobilmente. Se improvvisa si fosse aperta una voragine vi sarebbe precipitato come una torre, come un granito.
Poi vide rifulgere un po’ di bianco, i buoi venivano ondulando il capo, in un moto forte e ritmico, l’aratro dietro loro rialzava la terra, ponendo un ultimo riparo.
Udì il respiro della fatica, vide alla luce della lanterna un largo alitare, nell’aria fredda, dalle narici nerastre. Poi che furon più presso, l’uomo che guidava i buoi gettò un grido prolungato ed eguale per la sosta.
Bosso li vide immobili, muggirono tendendo il capo verso l’alto e si dettero dopo una larga aspirazione, a ruminare in atto d’attesa paziente.
L’uomo gridò:
— Bosso sta a voi.
Egli sentiva nell’animo un turbinare violento di passioni.
— Non sarà questa l’ora, troppo hai sperato!
Il dubbio tendeva le sue dita di scheletro, il dubbio gli dilaniava le viscere: — Non potrai! Non potrai! Sentiva rimpicciolirsi, gli pareva diminuire, quasi che trovandosi su di un terreno melmoso affondasse senza grida, gli occhi sbarrati dal terrore invincibile.
Adunque tutto era vano? Anche Iddio, anche l’anima erano vani?
— Bosso spicciatevi.
Egli lo guardò fissamente.
— Non udite? L’acqua non aspetta voi.
Intese e avanzò. Prima di curvarsi sull’aratro, si tolse il fucile dalla spalla:
— Maso prendete, voi verrete con me a guida de’ buoi.
L’altro tendendo la mano ubbidì.
Quando Bosso fu per curvarsi, un baleno di tutto il cielo illuminò la scena. Si videro allora le acque giallastre precipitare verso un abisso turbinosamente e si vider passare ombre di pagliai e fasci di legna. Forse qualche vittima umana gettò un grido uscendo da un vortice, un attimo, lo spazio di un grido.
L’argine si scolpì linea nera e diritta; su di esso, come intagliati in un metallo ardente, furono i buoi, l’aratro, l’ombra di Bosso.
Poi Bosso gridò:
— Avanti.
Maso punzecchiò i buoi. Questi scossero la coda come in atto d’intesa e ripreser l’andare. Curvo sul timone dell’aratro, Bosso camminò nel solco profondo. La terra si alzava invano.
— Maso è fatica inutile.
L’altro per tutta risposta incitò i buoi che presero un andare più sollecito. Ma poi una scossa violenta fece tremare l’argine, il fragore delle acque moltiplicò. I buoi si arrestarono ad un tratto rizzando le orecchie e di lontano un corno vibrò, disperato avviso, lungamente nell’aria.
Maso si volse, stette come perplesso un istante, poi, ripetendo il corno l’avviso tetro, posò il fucile e si lanciò di corsa nella tenebra.
— È la rovina! È la rovina!