LA STRANIERA NOVELLE E TEATRO
Edoardo Calandra.
EDOARDO CALANDRA
LA STRANIERA
NOVELLE e TEATRO
S. T. E. N.
Società Tipografico Editrice Nazionale
(già: Roux e Viarengo — Marcello Capra — Angelo Panizza)
Torino, 1914.
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(3085) Officine Grafiche della S. T. E. N. (Società Tipografico-Editrice Nazionale) — Torino.
EDOARDO CALANDRA
Non è nome famoso quello di Edoardo Calandra. Ma giova appunto discorrere tra persone serie di coloro dei quali non parla a tutti la fama, questa moderna fama giocoliera, vestita di cartelloni e di giornali ritagliati, che suole ignorare l’esistenza di chi in qualche modo non la lusinghi e la paghi. Edoardo Calandra la trascurò, la sprezzò, e non ne ebbe i doni. Quando vedeva tanti altri comparire pomposi alla ribalta della celebrità, egli si ritraeva discretamente in disparte, quasi vergognandosi di assistere allo spettacolo non di rado inverecondo. Cominciato il conflitto con la Turchia, ricordava Alessandro Dumas padre, che, dopo tanti universali successi, era morto nel 1870 presso che oscuramente, perchè allora tutti in Francia avevano il capo alla guerra contro la Prussia; e diceva sorridendo: Non bisogna morire in tempo di guerra...
Morì appunto il 28 ottobre 1911, dopo le più sanguinose giornate dell’occupazione di Tripoli. Ma, guerra o non guerra, la sua morte non poteva passare inosservata. Era stato tale uomo e tale artista da non dover uscire dal mondo senza profondo pianto d’amici e rispettoso compianto di estimatori anco ignoti. Della nostra personale commozione non importa ai lettori; importa invece a tutti che le memorie alte e belle siano raccolte e tramandate.
I.
A Torino il nome di Calandra indica una famiglia intera, nota con suoi particolari caratteri come un uomo solo, tanto palese era tra padre e figli la continuità dello spirito, il trapasso delle attitudini. Piemontesi genuini del vecchio ceppo, siano tranquilli borghesi o industriali o uomini politici o artisti, qualunque cosa facciano, recano nella persona e nel modo di vivere il segno infallibile della stirpe: sembrano militari, e qualche cosa di militare hanno nell’intimo della loro natura. Hanno la disciplina interiore, l’istinto di devozione al bene pubblico e la correttezza tra bonaria e altera così dei modi come delle opinioni. Concepiscono ciò che fanno non altrimenti che il buon soldato concepisce il suo dovere, con rispetto e con serietà nativa. Se tutti gli italiani fossero cittadini di questo stampo, l’Italia sarebbe lo Stato ideale sognato dai filosofi antichi.
L’avvocato Claudio Calandra, il padre, era rimasto vedovo ancor giovane. La moglie, bella e buona, gli era morta di ventotto anni, nel 1858, lasciandogli i figliuoli bambini, Edoardo di sei anni, Davide di due: sicchè la loro educazione fu fatta quasi esclusivamente da lui, secondo la sua indole meditativa e operosa ad un tempo. Egli esercitò dapprima l’avvocatura; ma poi la lasciò, assorto in tutt’altri studi. S’era dato spontaneamente, da autodidatta pertinace, all’idraulica e alla geologia; onde fece la scoperta di un nuovo modo di estrazione delle acque sotterranee, che porta il suo nome, e potè dare opera efficace al prosciugamento di paludi, all’irrigazione di terreni riarsi, al risanamento di piaghe malariche, con piena riuscita nelle bassure della sua provincia di Cuneo, con tentativi animosi nel Tavoliere di Puglia. Amava il vivere all’aperto e gli esercizi fisici, nei quali si fece presto compagni i figli giovinetti, che addestrava alla scherma e alla caccia, di cui era appassionatissimo. Ottenne così ch’essi acquistassero famigliarità con le cose della natura libera e insieme con le armi. Di armi antiche, non per manìa da dilettante, ma con sentimento della storia e dell’arte, teneva raccolta, fin dalla prima gioventù, e la arricchiva di continuo con ricerche pazientissime nel suo paese e in tutti quelli che aveva occasione di visitare. Così, quando fu deputato per il collegio di Savigliano al Parlamento di Firenze, battè tutta la Toscana in cerca di armi antiche, delle quali studiava a fondo l’uso, la fattura, le origini, le fogge di età in età. Per ciò la sua raccolta si corredava di molti libri d’antica arte militare, con storie e figure di tattica, d’artiglieria, di fortificazioni, opere vecchie e nuove di cui prendeva diletto grandissimo; e di tutta questa storia guerresca, piena di spiriti virili e di nozioni artistiche, intratteneva i figliuoli, formava intorno a loro un ambiente i cui effetti non dovevano più venir meno nel loro ingegno.
Mentre poi il padre era fuori per le sue faccende, essi erano condotti a passare lunghe ore nella casa della nonna materna, vecchia casa simile ad un privato museo, dove le pareti erano tutte coperte, letteralmente, di quadri, stampe e disegni di pregio; e v’erano in copia oggetti d’arte e nobili libri, con cui il vecchio nonno, appassionato raccoglitor di belle anticaglie, morto prima che i nipoti nascessero, operava egli pure sul loro spirito, educandolo al culto sagace e al gusto del passato.
Era compagno dei loro svaghi giovanili il cugino Ermanno Ferrero, erudito figlio di erudito, divenuto poi storico autorevole e professore d’archeologia all’Università di Torino: il quale, come più studioso, giovava egli pure a istruire i cugini, comunicando a loro tante memorie della famiglia, che con quelle della città e del Piemonte si confondevano.
Dotti come lui sarebbero cresciuti i due Calandra, se non fossero nati artisti, cioè dotati di un’intima vita poetica, che tanta educazione storica potè foggiare e alimentare, non reprimere. Davide si avviò poi più risolutamente alla scultura, nella quale oggi ha l’alta rinomanza che tutti sanno. Edoardo invece, a somiglianza di Massimo D’Azeglio, fu lungamente pittore prima che scrittore; onde il suo talento, non raccolto in un’arte sola, non diede forse quel più che in trent’anni di lavoro avrebbe potuto.
Impaziente di fare, di espandere le forze profonde dell’animo nella rappresentazione comunicativa, egli abbandonò il liceo dove si sentiva intristire, a diciassette anni, e andò a scuola di pittura: prima nello studio del paesista Domenico Roscio, poi, nel 1872, all’Accademia Albertina, donde passò quasi subito presso Enrico Gamba, eccellente disegnatore e pittore a’ suoi giorni autorevolissimo, che gli fu maestro ed amico, all’antica. Cominciò fin dal 1874 ad esporre, a Torino, quadri di soggetto o di costume storico: Le vedette valdesi, Al rogo la strega!, Una vittima di Caterina de’ Medici, Distrazioni; tentativi dei quali più tardi non voleva più sentir parlare, ma nei quali era già, se non l’annunzio dell’avvenire, la nota delle facoltà fondamentali, coscienziosa ricerca del segno giusto e del carattere storico, espressione di umanità perenne nelle forme episodiche. Facoltà esordienti nel pittore allora, maturate poscia nello scrittore.
Prese intanto a viaggiare, a veder mondo. Nel 1874 percorse con Giuseppe Ricci, suo caro compagno alla scuola del Gamba, le rive del Reno. Fra il 1875 e il 1876 dimorò a Parigi e nei dintorni, sempre con la tavolozza alle mani, facendo studi e quadretti di genere; entrò nel giro degli amici, se non discepoli, del Couture; conobbe da presso Bastien Lepage e l’altro giro di artisti che allora parevano scapigliati. Colà, come da per tutto, fu osservatore degli uomini e della vita, non tecnico chiuso negli esercizî dell’arte sua.
Alla pittura serbò fede ancora per qualche anno. Dopo avere eseguito col fratello, sotto la direzione del padre, gli scavi della necropoli longobardica di Testona presso Moncalieri, onde vennero in luce tante eloquenti reliquie guerresche e domestiche, e dopo avere per la prima volta preso la penna a illustrare le dotte scoperte compiute, Edoardo si cimentò in composizioni di largo stile, visioni dell’età barbarica, come Rosmunda e Ritorno d’Italia, tele che andarono vendute oltr’Alpe, e di cui non rimane fra noi se non la modesta immagine in qualche cartolina postale. Interessante specialmente il Ritorno d’Italia, dove si vede una torma di barbari, una di quelle torme a cui pensava il Manzoni scrivendo il primo coro dell’Adelchi, la quale scavalca alle soglie delle sue capanne selvagge, recando alle donne e ai vecchi le belle prede fatte nelle terre di Roma. Dall’esame delle antichità barbariche dissepolte così presso a Torino, l’artista era stato tratto a vedere con gli occhi della mente figuratrice gli uomini che quegli oggetti avevano portato nella valle del Po e le avventure della lor vita di ferro e di rapina: poesia dell’archeologia.
Comincia a questo punto l’avviamento di Edoardo Calandra alla letteratura, il suo passaggio dall’una all’altra arte, nella florida maturità dell’ingegno. Esso procedette, come tutti i mutamenti spirituali anche più impensati, da ragioni interiori e da ragioni occasionali. Avendo avuto dell’uomo conoscenza attentissima, io credo ch’egli abbandonasse a trent’anni la pittura non già per uno scoraggiamento d’amore non corrisposto o per vaghezza di nuovi tentativi con più vicine speranze, ma perchè la pittura non lo soddisfaceva intimamente più. Con l’esperienza e con la riflessione, il suo temperamento d’artista s’era in qualche modo spiritualizzato, e sempre più poi era destinato a spiritualizzarsi: non sapeva più fermarsi alle forme esterne, penetrava addentro in quel segreto delle coscienze e degli animi che San Francesco stimava il più oscuro dei misteri, e nelle sue visioni abbracciava troppe più cose che l’arte figurativa non possa rappresentare. Il passato stesso, quel passato che sin dall’infanzia lo circondava co’ suoi documenti evocatori, e la cui passione ereditaria si faceva in lui dominante, non poteva più apparirgli soltanto ne’ suoi aspetti pittoreschi e decorativi, come uno scenario da teatro. In quello scenario egli vedeva anime vivere, mutarsi costumi: vedeva sotto le fogge antiche l’intima umanità de’ suoi padri simile alla sua, continuata fino a lui giù per i secoli, con disposizioni e sentimenti per i quali, oltre le mutevoli apparenze della storia, egli si sentiva contemporaneo delle generazioni antiche. E per descriverle, per rappresentarle quali il suo intuito le vedeva, non gli bastava più il pennello: gli occorreva, gli si faceva desiderare come necessaria l’universale potenza della parola, che dipinge essa pure, ma inoltre narra e documenta e indaga e ragiona, e tutto investe e tutto dice.
Occasione al mutamento fu la moda del medio evo. Si stava preparando a Torino, per l’Esposizione nazionale del 1884, la costruzione del borgo e del castello medioevale nel parco del Valentino, raccogliendo in una riproduzione compendiosa gli elementi più belli e più caratteristici che agli artisti innamorati offrissero i monumenti piemontesi, massime i castelli del Canavese e della valle d’Aosta. Di quegli artisti ricostruttori, con Vittorio Avondo e Giuseppe Giacosa, a non dir di tanti altri, fu anche Edoardo. Era il tempo (che converrà studiar meglio) del fervore letterario torinese, quando l’editore Francesco Casanova parve signore di tutta la fresca letteratura italiana: Giacosa, Praga, Boito, Verga, Fogazzaro. Nella libreria di piazza Carignano si formava un centro di cultura, che ebbe il suo bel meriggio e la sua importanza. In quella compagnia, nella dimestichezza quotidiana con l’autore della Partita a scacchi e del Fratello d’armi, ma nudrito di cultura storica ben più solida che non fosse quella del suo già celebre amico, Edoardo fu tratto alle prime prove letterarie.
Non però senza trapasso. Fra il dipingere e lo scrivere fu ponte il disegno per libri. Il Casanova gli fece illustrare, con vignette appropriate, Il filo del Giacosa e le Novelle rusticane del Verga; e gli fece scrivere e illustrare con disegni in penna in leggenda della Bell’Alda, che fu il primo esperimento, seguito, in quello stesso anno 1884, dalle Reliquie, prose e disegni. L’anno dopo, il nuovo lavoro sembrò interrotto dal lungo viaggio che Edoardo con un suo cugino omonimo compì nell’Oriente, visitando la Grecia, la Turchia, l’Egitto e la Palestina. Egli ne tornò più maturo, non mutato. Nel 1886 pubblicò ancora, della prima maniera, I Lancia di Faliceto, con disegni suoi e con l’affettuosa prefazione del Giacosa. Poi non più. I Pifferi di montagna, stampati nel 1887, furono da lui ripudiati. Da quell’anno egli fu tutto nelle lettere, non ebbe più altro strumento al suo ingegno che la penna. Materia ebbe duplice: la diretta esperienza della vita quotidiana con le sue passioni, e i casi e costumi del passato: elementi pronti a fondersi e compenetrarsi, nel racconto o nel dramma.
Furono materiali storici per lui non pure gli atti scritti e i libri, ma ancora, e forse più, le testimonianze varie delle cose e degli uomini, che con acuto studio sapeva interrogare: gli oggetti antichi che amava e ricercava nelle botteghe dei venditori, nelle case dei possessori; vecchie lettere trovate in famiglia o comunicategli da amici, opuscoli curiosi, annuarî, almanacchi, giornali dimenticati, manifesti rari: documenti minimi, che nell’archivio della sua memoria formavano i viventi segni del passato, le note espressive del costume e dell’ambiente di un’età. Curiosità storiche, particolarità erudite, che agli studiosi servono a integrare la conoscenza dei tempi lontani, erano per lui elementi di creazione, perchè egli era sempre e sopra ogni cosa artista. Con tanta accuratissima preparazione di studî, egli confessava (ricordo) che un’epoca, una parte qualunque nella storia a cui pensasse, gli si atteggiava sùbito alla mente nella forma di una «favola», novella o romanzo, con personaggi rappresentativi di pronta e spontanea invenzione. Nel passato non cercava e non vedeva la peregrinità elegante o fastosa, non le scene culminanti della storia illustre, ma la vita ordinaria della gente, scossa e modificata per vie quasi sempre lontane e indirette, talora inavvertite, dai grandi casi politici: qual è la nostra. E s’intende che quel passato, verso il quale lo traeva tanto amore, non poteva comprendere tutta quanta l’esistenza storica dei padri, o un suo momento qualunque. L’inclinazione dell’artista doveva pur fare spontanea opera di scelta. La «maga distanza», come diceva Ippolito Nievo, sfuma i contorni delle cose e le circonfonde di poesia; ma se troppo allontanata, troppo àltera.
Fatte da prima le sue concessioni al medio evo di moda, che nell’opera de’ suoi amici prossimi si sfumava e alterava soverchiamente, che troppo facilmente si snaturava in leggende e fantasie leggiadre, ombre senza corpo, Edoardo lasciò divertire gli altri e seguì l’impulso sincero nell’animo. Come non si sognò mai di descrivere altro paese che il suo, cioè Torino e le terre attigue verso Saluzzo e Cuneo, così abbandonò, per dovere di sincerità, il medio evo, troppo lontano dalla nostra veduta e dalla nostra coscienza, e da artista fece quello che il Taine fece da storico: sentì nel Settecento, il gran secolo della seminagione ideale, le origini del presente, e in quello contemplò la vita dei vecchi piemontesi, tra l’epoca della Rivoluzione, della lunga resistenza armata e dell’invasione francese, e la terribile reazione del 1799, seguìta dalle nuove campagne napoleoniche e dall’annessione all’Impero.
Quella è la storica «bufera» che, prima di dare il titolo al suo maggior romanzo, dà materia a tutti i suoi racconti migliori, dalle Reliquie in poi. Non per nulla, narrando casi di quell’età o avventure di campagna e di caccia, egli si ritira volentieri dietro la persona d’altro raccontatore o dice così spesso di riferire cose udite da questo o da quello. In realtà quel suo traboccante archivio mentale non era ricco soltanto delle reliquie e delle testimonianze che dissi più sopra, ma anche di ricordi autentici, perchè da ragazzo in su non aveva dimenticato nulla: ricordi del vecchio servitore di casa Ferrero, veterano del primo Napoleone; ricordi della Rivoluzione e dell’Impero, venuti a lui, per via del padre, dalla nonna, maritata nel 1796 e cognata di Carlo Giulio, ch’era stato uno dei triumviri del Governo provvisorio del Piemonte; scene di guerra riferite da reduci delle campagne italiane e francesi, fino a quella del 1870; e poi tradizioni dei campagnuoli anziani, istintivi custodi di memorie secolari, e aneddoti dei vecchi braconniers, uditi durante le lunghe giornate di caccia nella boscosa pianura. A quel modo che le sue cartelle eran piene di documenti, la sua fantasia era piena di rimembranze; onde le sue narrazioni, che noi leggiamo come opera d’immaginazione e di arte, erano per lui «storia», e si potrebbero documentare, pagina per pagina, con testimonianze di fatti accaduti in epoche e condizioni varie, e da lui adoprate a’ suoi fini.
In ciò il Calandra era, senza saperlo o volerlo, un fratello del Nievo. Come le Confessioni di un ottuagenario, così i suoi racconti son tutti composti di realtà conosciuta: perfino i fenomeni di telepatia, di suggestione e di presentimento, a cui egli diede tanta importanza, senz’essere punto spiritista; persino, in Juliette, lo strano fatale esito del duello e lo stranissimo vivere della vedova con la salma del marito, insomma i casi che parrebbero a prima vista inverosimili, tutti hanno riscontro nei documenti da lui raccolti. Egli sapeva bene che l’inverosimile non esiste nella realtà della vita, pregna di misteri, o almeno oscura alla conoscenza nostra; e per ciò non si curò mai dell’incredulità altrui, egli che del vero aveva scrupolosamente senso e culto. E volentieri, scrivendo, si faceva egli stesso ascoltatore della parola altrui, perchè in effetto tale era sempre stato. Se avesse potuto, avrebbe sempre fatto come aveva finto di fare il Manzoni nei Promessi Sposi, mostrando di trascrivere più che di scrivere, dissimulando la sua elaborazione della materia.
Ma non sarebbe stato artista e scrittore, senza codesta elaborazione fantastica. La quale può dissimularsi nel pieno racconto, non nell’opera scenica. Ora, a’ suoi anni più ferventi, Edoardo non si tenne pago a raccontare; e la famigliarità medesima con i poeti di teatro lo indusse a tentare più volte il dramma. Ebbe amici e interpreti affettuosi Virginia Marini, Eleonora Duse, Zacconi, Andò, Reinach. Dalla Marini fu presentata con fortuna, circa vent’anni sono, la sua prima commedia, Ad oltranza, cui seguirono Leonessa, Disciplina, scritta in collaborazione con Sabatino Lopez, La parola, La Primavera del 1799, L’irreparabile. Fra le quinte e nei camerini degli attori era alquanto singolare, senza far torto a nessuno, l’apparizione di quello scrittore gentiluomo, che non sapeva trattare nè la réclame, nè gli affari, e la cui discrezione tra riguardosa e altera, mal si affaceva ai costumi del teatro. Non era casa sua quella, che prima lo sedusse, poi gli venne a noia; e le opere drammatiche, in tutto affini per concezione o per materia a’ suoi racconti, rimasero nella sua vita letteraria un episodio chiuso, una pagina voltata. Al teatro pensò anche poi, con una specie di nostalgia invincibile, mentre seguiva con occhio attento le venture de’ suoi amici commediografi; un’altra commedia aveva anche composto negli ultimi tempi; ma di necessità tornava al più tranquillo lavoro del libro. La contessa Irene, meglio assai il Vecchio Piemonte (1890) avean mostrato la qualità, se non la misura, del suo ingegno. Son già in quei racconti, in cui si specchia il paesaggio e l’anima della patria, gli elementi tutti che annunziano l’opera più grande e più bella, venuta in luce nel 1899, La bufera.
II.
Nei nove anni d’intervallo tra l’uno e l’altro libro erasi anche mutata la vita dell’uomo. Annoiato della vita esteriore e mondana, precocemente inclinato alla solitudine, acquistò piena e intera la dolcezza della pace domestica sposando la donna esemplare che lo consolò con la perfetta comunione del sentire e del vivere fino all’ultimo respiro, e avendone un figliuolo cui tocca ora consolar la madre, rinnovellando le virtù paterne.
Dal cuore della vecchia Torino, dove era sempre vissuto, passò nel 1895 ad abitare col fratello Davide nella palazzina che questi seppe far bella di sobria eleganza, a mezzo il corso Massimo d’Azeglio, di fianco al parco del Valentino. Erano quelli allora luoghi di fresca esplorazione, strade appena tracciate, plaghe incognite della città nuova; e all’ospite inesperto Edoardo mandava, per farsi trovare, una deliziosa mappa figurata, in cui si vedeva delineato il quartiere sorgente dai deserti, e, di là dalla macchia tenebrosa del parco, il Po (fiume) con pesci natanti, e di là dal Po le colline popolate di selvaggi simili a Pelli-rosse. Che mutamento, in quindici o sedici anni! A mano a mano che il nuovo quartiere si venne addensando e popolando, e la città nuova cinse del suo vivace operare la casa degli artisti fratelli, Edoardo si ritrasse in sempre più schiva solitudine, abbandonando a poco a poco, quasi senz’avvedersene, le consuetudini cittadine. Ancora per qualche anno frequentò il Circolo degli Artisti; nel 1908 fu parte attiva del Comitato formatosi per costituire al Gerbino un teatro d’arte, che non ebbe fortuna; si lasciò eleggere e rieleggere membro del Consiglio direttivo del Museo Civico. Ma dopo che cominciò a soffrire in salute, fu tutto nella famiglia e nel lavoro.
Era quella la casa dell’amicizia e del nobile lavoro: al piano superiore Edoardo copriva lentamente della sua scrittura diritta e spaziata i grandi fogli sciolti, senza posa gettati e rifatti: giù a terreno, nel vasto studio eretto apposta, Davide modellava cavalli eroici e figure monumentali: e l’uno pensava all’altro, con quella virile tenerezza che dei due fratelli faceva un cuore e un intelletto solo. Venuta l’estate, le due famigliuole passavano nella casa avita di Murello, ignorato villaggio oltre Racconigi, in mezzo alla pacifica pianura sparsa di foreste e di belle acque correnti, che Edoardo dipinse con discrezione d’innamorato ne’ suoi racconti.
Quivi non altro svago che la lettura, la visita di qualche amico, e la caccia, pretesto a lunghe camminate contemplative più che a stragi d’animali innocenti, dei quali, massime degli uccelli, rimpiangeva con anima francescana, non per bramosia di preda, lo scarseggiare sempre più sensibile, la distruzione bestiale tollerata dalle leggi. Conosceva gli animali, le piante e la campagna meglio di un naturalista e di un coltivatore; ma, villeggiando su le sue terre date in affitto, non le guardava con l’occhio del padrone, non sentiva la proprietà della terra che non coltivava. Mi parve sempre poco persuaso del diritto di ricavarne la sua modesta agiatezza. Non gli sarebbe piaciuto essere più ricco: dì guadagni suoi propri, per il suo lavoro, sì, non di proprietà. Non gli vidi mai danaro nelle mani. Non ne teneva, non se ne occupava, lasciava l’amministrazione ai suoi di famiglia: sapeva bene che, col suo assoluto disinteresse, non avrebbe giovato alla casa. La parsimonia non gli costava il minimo sacrificio: di tutto quello che a lui non importava godeva soltanto per la famiglia. Si può capire, con un temperamento simile, che razza di affari facesse con gli editori e con le compagnie comiche.
La prima edizione della Bufera andò esaurita, con poco aiuto di pubblicità sui giornali, mentre Edoardo attendeva agli altri lavori che via via, per un bisogno invitto, compose negli ultimi dieci anni: La falce (1902), A guerra aperta (1906), Juliette (1909): tutte opere sorelle, che di quella maggiore ritengono e confermano i pregi. Esse attestano una volta di più la verità della sentenza, che il meglio della letteratura narrativa è dato in Italia dagli scrittori paesani, pittori dei costumi tradizionali e provinciali. Il Calandra è tra essi degli ottimi, dei più sinceri e originali: perchè ritraendo con religioso amore di verità i caratteri e gli aspetti del caro paese subalpino, mostra intera nelle sue visioni della vita la personalità propria d’uomo superiormente probo e pensoso.
Fu detto che la Bufera, che tutti i lavori del Calandra, commedie e racconti, mentre con sì delicata giustezza rendono l’immagine riconoscibile della verità, contengono uno spirito di mistero che inquieta il lettore e lo affascina, un senso indefinito di rapporti oscuri, ma certi, fra la vita e la morte, un’idea non espressa dell’universale coesione e continuità dell’essere, un intuito, più che un concetto, di qualche cosa d’ulteriore che si cela nella realtà definita. La bufera sarebbe una narrazione mirabilmente chiara dei turbamenti recati nella società piemontese dai casi occorsi fra il 1798 e il 1799, tra la partenza di Carlo Emanuele IV e l’invasione degli Austro-Russi; ma non sarebbe un romanzo, non sarebbe il bellissimo romanzo che è, senza quella invenzione della scomparsa del dottor Ughes. Parte nascostamente una mattina, lasciando la sposa amatissima, e non torna più. È andato lontano, è carcerato, è stato ucciso? Non si sa, non se ne sa più nulla. Ma questo assente è sempre presente, incombe su tutta l’azione, la domina, la precipita, protagonista occulto, anima di dramma che fa tremare tutto il libro, nel suo candido stile. Così il poeta, sincero sovra ogni altro, trovò espressioni reali e oggettive a quel sentimento del mistero che lo governava, fuor d’ogni affermazione religiosa o filosofica, e che è poesia appunto perchè è sentimento, non dottrina.
Benedetto Croce, che non conobbe mai di persona il Calandra, studiandone l’opera in un saggio critico ancor recente, scriveva fin dalle prime linee: «A leggere i suoi romanzi e le sue novelle si prova la confortevole impressione di aver da fare con un galantuomo». E concludeva: «Anche il suo stile mi sembra da galantuomo». Impressione giustissima, e direi infallibile, perchè il Calandra nello scrivere traduceva l’essere, e non avrebbe potuto fare altrimenti. Gli infingimenti letterari, anche i più usuali e veniali, gli ripugnavano come menzogne, come quelle mediocri menzogne che sono. Bastava conoscerlo per comprendere che tutto quanto in arte è fittizio, retorico, ciarlatanesco, fatto senza sincerità di sentimento per conseguire un certo effetto, era cosa estranea a lui, precisamente come le male azioni sono estranee al pensiero dell’uomo onesto. Così basta leggere le cose sue per comprendere la tempra e il tipo umano di chi le scrisse.
Lasciate da gran tempo le eleganze mondane, egli viveva e vestiva con semplicità quasi rustica. Ma chi lo avesse incontrato pur fra i campi, così dimesso ma nitido, come il rustico bastone mondato dalle sue stesse mani, non avrebbe mai potuto sbagliare, avrebbe subito riconosciuto un «signore», di sangue, un essere fine e superiore, al quale affetto e rispetto erano tributi immancabili. Il titolo di cavaliere gli veniva da natura. Non lo descrivo, perchè le descrizioni di persone non servono a nulla. Dico soltanto che la sciolta nobiltà del portamento, la dignità gentile di tutta l’alta asciutta persona, l’aria dolce e arguta del viso che fu bello sempre, anche nell’età cadente e tormentata, il fare aperto e signorilmente corretto, davano dell’uomo una impressione divenuta rarissima a questi nostri tempi, nei quali l’umanità cosmopolita tende mirabilmente a incanagliarsi. Alla sua mano ogni mano si stendeva sicura, perchè si vedeva ch’egli era ignaro d’ogni viltà, puro e schietto come un eroe nella sua semplicità tranquilla. Direi, se la parola virtù può essere intesa ancora nel suo alto senso antico, ch’egli era uomo di virtù, tanto più amabile e onorevole quanto più aliena da qualsiasi considerazione del giudizio altrui e quasi inconscia della sua nobiltà. Era insomma di quei pochissimi uomini la cui amicizia, come si dice, riconcilia col genere umano, e che ciascuno deve reputarsi fortunato d’avere incontrato nel mondo.
Parlava con lo stesso spirito con cui scriveva, vario e piacevole, ricco di aneddoti con circostanze ben precise, pieno di buon senso, volentieri faceto, alla francese; e giudicava la gente e le cose da conoscitore, con la serenità del saggio che ha viaggiato così nei tempi come nei paesi lontani, e che da tanto vedere ha imparato un’indulgenza non scettica ma rassegnata, una coscienza quasi stoica del male inevitabile e dei contrasti anche acerbissimi per cui vivere è vivere, non campare. Ma quando quella dignitosa coscienza e netta si ribellava a un’iniquità troppo vergognosa, nessuno aveva più di lui recisa e ferma l’espressione dello sdegno. Il disprezzo, scrisse il Foscolo, è sentimento di cui rari, assai rari mortali sono veramente capaci. Edoardo Calandra era uno di quelli.
Parrebbe che un autore di tanta sincerità, il quale non scriveva se non di ciò che per elezione e per affetto avesse fatto suo, e rifuggiva da qualsiasi studio di virtuosità tecnica e ostentazione di eleganze formali; parrebbe che un tale scrittore, non descrittore, a cui lo stile era diretta espressione del pensiero, non decorazione sovrapposta, dovesse comporre con facilità e spontaneità, magari alla buona, appagandosi di fare a modo suo. Invece no: qualunque opera, anche piccola, gli costava inestimabili tormentose fatiche, prima per incontentabilità d’artista, a cui difficilmente piaceva oggi quello che aveva fatto ieri; e poi perchè questa terribile arte dello scrivere italiano gli dava una soggezione immensa, la soggezione che chiunque di noi, se ha coscienza, prova davanti alla carta bianca, con di più la soggezione propria del piemontese mal sicuro della sua italianità idiomatica: la preoccupazione linguistica, di cui l’esempio più famoso è Vittorio Alfieri, di cui fu trattatista il Galeani Napione, di cui soffrirono, qual più qual meno, tutti i moderni subalpini, e il D’Azeglio e il Balbo e il De Amicis e l’Abba, timorosi del proprio sapere e del proprio gusto e perciò indotti ad eccedere nello studio della buona lingua e nel culto del vocabolario. Il Calandra, a vederlo lavorare, dava l’immagine compiuta di tutti que’ suoi predecessori conterranei che, paurosi d’esser poco italiani, finirono col non essere più piemontesi: male anche questo, segnatamente negli scrittori di cose famigliari e locali. Così avviene che la sua prosa ho talvolta un che di stentato, risente il dizionario, lo sforzo di rendere genuinamente caratteri e discorsi piemontesi, senza incorrere in idiotismi piemontesi. Inutilmente qualche amico gli consigliava di abbandonarsi un poco, di lasciare che i suoi racconti tenessero dal paese dove si svolgono anche il colore idiomatico, quale si nota senza biasimo, quando non trasmoda, nella Serao, nel Rovetta, nel Fogazzaro, nel Verga. La sfiducia nel proprio senso d’italianità era in lui troppo grande e continua. Si aggiunga lo scrupolo storico, per il quale, senza punto proporsi di scrivere storia od anche romanzo storico, egli era incapace di citare pur fuggevolmente una circostanza di fatto, una data, un nome, un particolare genealogico o militare o topografico, senza essersene bene accertato sui documenti, consultando con infinita diligenza critica le fonti.
Non avrebbe mai perdonato a sè stesso un’inesattezza: gli sarebbe parso di tradire insieme l’opera sua ed i lettori, ai quali, come a qualunque persona, non avrebbe mai voluto dire cosa che non sapesse vera. Scrupolo di galantuomo anche questo, non diverso dal vivere allo scrivere, secondo un dovere che troppi trascurano, credendo sul serio che siano lecite e naturali nell’arte le trasgressioni morali di cui non si vorrebbe essere rimproverati nella pratica quotidiana.
Così, tra dubbi e scrupoli ed esigenze eccessive verso sè stesso, Edoardo scriveva con infinita pena e si logorava fuor di misura. Non se ne accorgono i lettori de’ suoi libri; se ne accorgevano bene gli amici, che vedevano peggiorare con tante ostinate fatiche la salute malferma dell’artista, già estremamente sensibile di complessione, e negli ultimi tempi tormentato da’ disturbi della circolazione, fatali annunziatori, che egli credeva segni di nevrastenia. Cercava ristoro nello stare all’aria aperta e nel lavoro manuale, beneficio inestimabile, privilegio che ogni studioso gli invidiava, perchè non disforme dai soggetti del suo studio nè dai modi dell’arte sua. Dal padre, credo, e da una pratica non mai abbandonata, teneva una singolare abilità febbrile in restaurare mobili ed armi, anticaglie di cui a poco a poco s’era adorna tutta la casa, dove non è forse uno stipo, una cornice, un oggetto da tavola o da ornamento che non abbia avuto il compimento della sua bellezza attuale dalle mani del padrone. Sapeva scovare nelle botteghe degli antiquari e fin nelle case dei rustici le cose trascurate che il suo lavoro rifaceva mirabili. Pochi anni addietro vide per caso nella fucina di un fabbro un fascio di piastre di ferro informi: le considerò, le comprò, ne cavò un bellissimo arnese di guerra, l’armatura completa di un ufficiale francese del Cinquecento. Trattava da maestro i legni e i metalli, che trovava men duri della parola scritta. E aveva il buon gusto delle cose materiali, come aveva il buon gusto morale, ancor più difficile a trovarsi. Nelle sue stanze di Torino e di Murello è gran semplicità, ma non vi è cosa che sia brutta o volgare.
Negli ultimi tempi le sofferenze sempre più frequenti lo avevano reso un po’ selvatico: di rado usciva, nelle parti centrali della città non andava quasi più. Tardi, troppo tardi, aveva avuto compiacenze tanto più grandi quanto men cercate. Juliette era piaciuta molto. In tutta Italia, i critici più riputati si occupavano finalmente di lui, tutti con lode, qualcuno con ammirazione profonda. Mentre attendeva alla seconda edizione della Bufera, che non fu ristampa, ma risoluto e delicato rifacimento dell’opera intera, fatica indicibile di un anno e mezzo, senza una giornata di tregua, si confortava leggendo gli articoli de’ suoi lodatori non richiesti nè conosciuti, e le testimonianze del favore che le cose sue acquistavano in Francia, dove si prendevano a tradurre e a pubblicare nelle riviste in voga. Non aveva mai scritto nè detto parola per attirare l’attenzione altrui: tanto più grati gli giungevano gli omaggi inattesi. Quando il Croce spontaneamente gli scrisse chiedendogli i libri suoi che non trovava a Napoli, Edoardo non glieli voleva mandare, per non mostrar di aspettarsi alcun che dall’autorevole scrittore della Critica. Bisognò sforzarlo, persuaderlo che il Croce avrebbe saputo ben comprendere l’animo suo discretissimo, come seppe infatti. Era troppo riguardoso, troppo signore, per questo nostro mondo della réclame, del bluff e del boum, fiorenti industrie. Così era schivo di cariche e uffici pubblici: l’idea di un impiego, per quanto nobile, gli era assolutamente inaccettabile e nemica. Nemmeno la successione onorifica di Vittorio Avondo nella direzione del Civico Museo di Torino avrebbe accettata, nemmeno se avesse goduto di miglior salute. Tanto ritroso senso d’indipendenza era il riscontro legittimo della sua discrezione verso la gente e l’autorità, a cui nulla aveva mai chiesto.
Visse e lavorò libero, supremo bene, e non si lagnò della vita perchè seppe accettarne virilmente i travagli, senza la ridicola pretesa della felicità. Morì, per sua ventura, fuor di coscienza, dopo mezza giornata di patimenti seguìti da un sonno senza risveglio. Otto giorni prima la signora Calandra gli aveva fatto vedere il suo anello nuziale che, perduta la saldatura, appariva spezzato. Edoardo, che pur non era superstizioso, le disse: — Sono io che me ne vado... — Ci aveva pensato sempre, massime negli ultimi tempi, senza alcun tremore. I suoi sapevano bene ch’egli voleva essere seppellito in una umile bara, nell’umile terra di Murello, fra le zolle e le piante che gli pareva di conoscere ad una ad una, non da quando era nato, ma da tutta l’antichità de’ suoi padri, ai quali spiritualmente si ricongiungeva.
Di quella terra fu il poeta, di quell’antichità l’evocatore. Il suo amoroso tributo al vecchio Piemonte assume nell’arte valore nazionale, e a lui assicura onorato luogo fra gli scrittori moderni. Nella letteratura del nostro paese onusto di tanto passato, superstite di molte vite, le forme miste di storia e d’invenzione, l’arte nudrita di memorie, son cose naturali e necessarie. Da noi non è possibile dimenticare, e vivere solo del presente. Scrittore veramente italiano è chi, come Edoardo Calandra, illustra con l’arte sua la continuità vitale dello spirito patrio, e lascia libri in cui a questa sola legge obbedisce il franco e disinteressato ingegno.
(Nuova Antologia, gennaio 1912).
Dino Mantovani.
LA STRANIERA (Novella).
a Ugo Ojetti.
Nella vera storia si legge che il contado di Auriate, o sia Auretite, si estendeva per quella dilettosa parte del Piemonte che sta fra la Stura, le Alpi e il Po.
Al tempo di Adalaida, famosissima contessa, duchessa, e marchesana delle Alpi Cozie, era viceconte di Auriate dominus Pagano, detto lo Casto. Questo Pagano fu nobilissimo signore, vir magnificus: ed è opinione per alcun maestro delle più antiche e strane leggende, che somigliasse alcun poco a Guglielmo, duca di Normandia, quale è ritratto nel roman du Rou:
«Guillaume Longue Épée fu de haute estature;
Gros fu par les épaules, greille par la chainture:
Jambes eut longues, droites, et large la forcheure;
Oils droit et aperts eut, et douce regardeure:
Mais à ses ennemis semble moult fière et dure:
Bel nez et belle bouche, et belle parleure;
Fort su comme jehans, et hardi sans mesure».
Pagano lo Casto abitava la rocca di Malavasio, fornita di ogni vettovaglia e di tutte cose; e fortissima per la qualità del sito scosceso e dirupato sur un’acqua molto rubesta e strepitosa. Niuna persona vi poteva andare se non per una strada a giravolte, tra aspri pietroni e piantature spinose. Un’apertura, fatta a regola d’arte, metteva in un grande spazio, intorniato e fortificato con una gagliarda palificata. Nel diritto mezzo, situata sopra una prominenza circondata da un fosso, era la torre, quadrata e massiccia, tutta di buon legno indurato e stagionato, con rade e piccole finestre, e piccola porta, alla quale si saliva per un ponticello volante. Dentro il recinto, dalla parte che più guarda a mezzogiorno, stavano gli alloggi degli uomini, la stalla dei cavalli e i magazzini.
A quel tempo, sulle vette ignude del monte Vesulo saltavano stambecchi e camosci di stupenda velocità, e balzellavano quelle lepri che d’inverno si cibano di neve; nelle foreste di pini, nelle selve di castagni, nei boschi di querce vagavano orsi irsuti e zannuti cinghiali di molto terribile ferocia; nelle praterie e nei campi del piano scendevano le damme e i cavriuoli a pascolare.
Pagano andava a cacciare in compagnia dei suoi buoni uomini, con bracchi e levrieri, e prendeva molta selvaggina. Di quando in quando, per dare a sè ed ai suoi altri piaceri e diletti, si acconciava di buone armadure e d’un bello e forte destriere e cavalcava in avventura per lo contado. Cercava i ladroni di strada, stanava gli scherani della selva Laubiera, e li metteva al taglio delle spade; o, come fanno i paladini nel romanzo di Gérard de Nevers, ne infilava parecchi a un tratto dans le dur bois de sa lance, comme si c’étaient oiseaux friands à embrocher. Alcuna volta, per trarre bel tempo, s’imboscava presso a qualche buona strada e correva addosso ai mercatanti, ai pellegrini, ai monaci, agli ebrei e li depredava di forza o si faceva pagare grosso pedaggio.
Ora avvenne una notte che, dormendo, gli parve in sogno di essere in un nobile e ricco palagio, anzi in una sala tutta dipinta e storiata. A un punto si faceva là dentro una grande oscurità, una grande contesa, con colpi di spade e saettamento; poi subito uno splendore ch’era a vedere come un regno celeste. Ed ecco per la sala venire una donzella, che portava il viso velato, ma molto bella di suo corpo; addobbata di drappi tutti chiari, lucenti e trasparenti; con una corona d’oro e di pietre preziose che più valeva che tre ricche castella, e una cintura e due guanti che valevano bene una ricca città. La donzella si metteva con lui in soave parlamento d’amore; lo prendeva per la mano e lo faceva sedere in una sedia reale e trionfale di bello avorio e di puro cristallo; lo incoronava soavemente di quel suo reame. E la sala si empiva di duchi, conti, marchesi, baroni, principi, varvassori e varvassini, tutta gente di grande nominanza, che mostrava grandissima allegrezza.
Venuto il mattino e aperti gli occhi, egli cominciò a guardare per la camera; e, non vedendo che il suo letto, un deschetto e il forziere, stette un poco crucciato e malinconioso. Poi si levò e si fece alla finestretta. Essendo l’alba chiara e appressandosi la bella stagione e il bel mese di maggio, gli uccelli andavano cantando per la verzura. Allora, senz’altra dimoranza, uscì dalla camera di sopra, discese nella stanza di sotto, dove erano le pertiche delle armadure e i fornimenti da cavaliere. Mise la sua broigne, tutta coperta d’anelli di ferro fortemente cuciti; si allacciò l’helme a nasale, si cinse le branc: e così armato e fervestu, uscì dalla stanza, andò giù per la scaletta, e passò il ponticello. Quivi montò sul destriere forbito ed acconciato; si fece dare il forte scudo e la lancia del pennoncello verdazzurro. Ed essendo tutti gli uomini armati ed assembrati, volle con sè Olivenco scudiero, Glabrione, Manfredone, Durcogno, Quosa e Mascher. Lasciò nella rocca Grisagonnella e i famigliari di cui si poteva ben fidare, raccomandando di fare buona guardia. E poi uscì dalla apertura e prese la scesa.
E andando con la sua compagnia, arrivò a uno sbocco della valle, e lì ritenne il destriere, guardando d’intorno, come fa chi non sa da che parte gli convenga rivolgersi. E a quel punto gli si parò innanzi una donna scapigliata, e molto rea di sua persona.
Il signore disse:
— Masca, in qual parte troverò io la buona ventura?
E la strega rispose:
— Tenete a mano destra, e troverete la più alta ventura del mondo.
Pagano di tali parole fu assai allegro, e le gettò un marabutino d’oro.
E appresso, volendo a man destra tenere alla speranza di Dio, si mise coi suoi per un sentiero tortuoso, e in poco tempo pervenne in un bel piano dove erano due vie: l’una moriva nei campi; l’altra, più battuta e antica, aveva nome strata magna communis, e, passando per la valle donde scende la Stura, riusciva in Provenza. In quel piano era una bellissima fonte d’acqua chiara e un rio d’acqua viva, e torno torno molta erba verde e grande. Sentendo un soave venticello venire, Pagano dismontò, appoggiò sua lancia a un pioppo, e diede il destriere a Olivenco perchè lo abbeverasse. Anche gli uomini posero giù lor lanciotti e lor targhe, e si misero a sedere. E mentre ciascuno stava cheto, udirono a un tratto un gran calpestìo. Per la qual cosa rizzatisi in piedi, videro venire per la strata magna un polverone sollevato da gente in cammino; e il sole alto or sì or no feriva sopra l’armi e facevale tutte lustrare e rispondere, sicchè era bella cosa a vedere.
Pagano disse:
— Per la mia fè, io credo che quello sia Aymo di Roccabruna con sua compagnia.
E Olivenco rispose:
— Certo, monsire, ma potrebbe medesimamente essere Magnifredo di Roccasparviera, o Gosso di Montemale, o Morderio di Montefalcone...
Ed a tanto, ecco comparire un cavaliere armato di tutte armi e bene in sulla persona che pareva una maestà. Ecco accanto a lui, seduta sopra un ricco palafreno, una dama addobbata come se da lontane e strane parti venisse: una benda, bianca come neve o più se più si potesse dire, le avvolgeva il capo e il collo, per modo che non si vedeva niuna cosa altro che gli occhi; la inviluppava un grande mantello di drappo, che guardato da punti diversi, mostrava diversi colori, tutto cangiante e iridescente come coda di superbo paone. E dopo loro venivano alcuni famigliari; due muli carichi di roba: e una schiera di forse 20 pedoni da battaglia, con piastroni di cuoio cotto e imbusti di canavaccio armati di squame.
Come Pagano vide che costoro portavano i capelli tonduti sopra la fronte e spioventi sopra le spalle, e tutti, chi più chi meno, vestivano di corto, conobbe ch’erano di nazion meridionale. Cominciò a pensare alla visione che gli era apparsa la notte, a ciò che dianzi gli aveva profetizzato la Masca; e gli parvero due fatti alti e maravigliosi, collegati misteriosamente tra di loro e tendenti a grandissimo fine. Voleva pensare ancora, ma il momento stringeva, perchè la comitiva passava oltre e andava a suo viaggio. Rimontò a cavallo, e tutto solo si fece verso il cavaliere, e lo salutò bonariamente:
— Sir cavaliere, io ti domando in cortesia che tu mi conti tuo nome e di qual parte tu vieni.
Lo straniero a ciò non rispose; e Pagano tenne il non rispondere a grande disdegno:
— Cavaliere, cavaliere, bene mi devi intendere, se tu non sei sordo. Mentre puoi aver pace, non volere aver guerra. Io ti consiglio che tu non ti metta in avventura di morte.
Il cavaliere non parlava niente e drittamente andava a sua via.
Allora il signore di Malavasio fece vista di essere molto crucciato, e lo prese per il freno, dicendo:
— Ahi quanto tu sei villano cavaliere! Per mia buona fè, io saprò tuo nome piacciati o non piaccia. Or qui fa mestieri di mostrare tua oltramaravigliosa prodezza. Qui va ardire contro ardire, forza contro a forza, ferro contro a ferro. Non sia più parole in fra noi: prendi del campo, ch’io ti appello alla battaglia.
Allora il cavaliere, intendendo ciò che voleva dire, cominciò alquanto a sorridere, e imbracciò lo scudo e impugnò la lancia.
E tantosto, l’uno si dilungò dall’altro quanto può gettare un arco; poi abbassarono le lance e si vennero incontro. Nello scontrarsi si diedero due grandissimi colpi, che le aste volarono in pezzi, e quasi si spezzarono anche gli scudi; ma niente li mutò d’arcione e rimasero più fermi che due torri bene fondate. Fornito il corso, misero mano ai loro taglienti brandi. Lo straniero, ch’era di molta lena e finissimo schermidore, cominciò a fare certi atti maestri, come chi a battaglia dimostra suo sapere e valore, menando colpi a destra e a sinistra, e mandritti e manrovesci: avvolgendo Pagano così che l’elmo gli risonava in testa, l’armadura gli si affalsava indosso, le carni si facevano livide, tinte di sangue e di sudor sanguigno.
La dama, vedendo quel combattimento tanto forte e tanto pericoloso, non si sbigottì niente, e solo si ritrasse alquanto indietro. E stavano a vedere anche gli uomini di Pagano e quei dello straniero.
Pagano veniva gridando:
— Cavaliere, guardati da me! Sire san Vittore e san Costanzo e san Ponzio, soccorrete, soccorrete! Datemi aiuto e consiglio!
Avvenne che anche il cavaliere gridò:
— Aur! aur!
Al grido i suoi risposero:
— Or a jaus! or a jaus!
E quei di Malavasio:
— A lor! a lor! Corri accorri! Piglia, piglia!
E tutti trassero a ferire molto vigorosamente, e cominciò la mislea. Ed erano sì grandi le strida, lo scontrare degli scudi, il romore dei ferri, che se fosse tonato non si sarebbe udito; tanta era la polvere, che faceva nell’aria come una nebbia, sì che appena l’uno con l’altro si potevano vedere.
Accorgendosi Pagano che il cavaliere era dei migliori combattenti del mondo, disse con fervente cuore:
— Gesù crocifisso aiutami! — Ciò detto, si ristrinse in sè, poi di tutta sua forza e possa colpì l’avversario sopra l’elmo, sì che glielo partì; e, passato il cappuccio, gli fece schizzare il sangue per il naso e per la bocca, e percuotere il mento sull’arcione. Della quale gran piaga nella testa il cavaliere di subito morì.
Allora il signore di Malavasio rivoltò il destriero e corse addosso ai pedoni a guisa di fiero leone selvaggio fra bestie basse e minute. Gridava come ruggendo: — Rendetevi prigioni! Arrendetevi per morti! — E feriva e feriva: e quanti ne scontrava, tutti li veniva abbattendo.
Quelli prima si volsero alla loro difesa: poi gli diedero il passo: poi cominciarono quanto potevano a fuggire.
Quando la straniera vide il compagno disteso sul cammino, non si gettò a terra ad abbracciare quel corpo, facendo pianto e lamento e immaginandosi di morire quivi con lui: ma stette quasi avesse il cuore di diamante: e solo abbassò la testa e la tenne chinata come se pensasse una grande sottil cosa.
Avendo Pagano in poco d’ora sbaragliata o morta quella gente di fuori via, si pose a bocca un corno e lo suonò a ciò che la sua compagnia venisse tutta a lui.
E allora gli uomini cominciarono a legare quelli che gettate giù l’armi s’erano arresi; ripigliarono e rimenarono il cavallo dello straniero e i muli da bagaglio che se n’andavano fuggendo. Il sire vincitore fece sua la spada del vinto, la quale era tanto bella e tanto buona: bella, perchè fornita ad argento nobilmente con alcune pietre di ricca valuta; buona, perchè ben trinciante e di finissima tempera. Comandò ai villani, accorsi da quei luoghi intorno, di seppellire a grande onore quelli dell’una parte e dell’altra ch’erano stati tratti a fine. Appresso venne alla dama e le parlò molto umanamente:
— Dama, non sono ora in tempo di vantarmi, ma la battaglia è stata leale e di grande pregio. Molto mi sono sforzato d’averne l’onore, e Iddio mi ha donato tanta grazia che voi siete rimasta nelle mie mani, conquistata per virtù e forza d’arme. Io vi dico che le cose che si fanno in avventura d’arme non si debbono tenere a onta nè a disonore. Voi avete perduto un cavaliere, e n’avete guadagnato un altro. Sappiate che io sarò sempre apparecchiato al vostro comando, pronto ad ogni cenno, e di me potrete fare la vostra volontà. Ora io vi consiglierei che al presente voi ve ne veniste con me... Dama, mai non fui desideroso di tanta cosa, quanto di questa...
Ella stava come donna uscita di sè, cioè fuori d’ogni pensiero e d’ogni intendimento. E quando Pagano si mosse e andò innanzi secondo signore, mutamente si accompagnò con lui.
Gli uomini, chi sano e allegro per la vittoria avuta, chi doglioso delle percosse ricevute e per l’affanno durato, presero in mezzo i prigionieri: e tutti insieme affrettarono lor ritornata.
Tornati che furono dentro la rocca, il signore dismontò, aiutò la straniera a dismontare, e la fece condurre e riserrare nella camera della torre, comandando che fosse bene servita di ciò che le faceva mestieri, e ben onorata. Appresso mandò i cavalli e i muli alla stalla; e, poichè s’era fatta preda, si accinse a dividerla secondo il modo, l’usanza e l’ordine di Malavasio.
In quel punto, Grisagonnella, guardatore della rocca, ch’era ragionevole e risparmiante, venne verso di lui e disse:
— Monsire, di quello che oggi vi è intervenuto, io sono gioioso, imperò che voi potete dire d’aver avuto buona ventura. Ma perchè salvare la vita ai vinti? Or che faremo noi di coteste bocche inutili?
Pagano rispose:
— Vassal, vassallo, non darti impaccio di cosa che non ti tocca.
E s’accostò ai prigionieri.
Uno di costoro, che aveva lo cuore ardito e la fronte giuliva, si fece avanti, e disse in suo linguaggio come si chiamasse Barthoumiou, e fosse di Marsiglia, tenuto un finissimo cantatore e sonatore, e facesse di belle canzoni e il suono e il motto; e cominciò una canzonetta quanto seppe il meglio:
«Aissi co’l sers que cant a fait lone cors
Torna murir als crit del chussadors».
Ma Pagano, che per aver fatto tanto d’arme in quel giorno era scaldato d’allegrezza e uscito fuori d’ogni misericordia, li fece spogliar tutti nudi, salvo che di mutande; e alzata la spada del cavaliere ucciso, la quale teneva tuttavia in mano, voltò le punta dove mancavano sette pali della palificata, precipitati per corrosion del terreno. E tantosto Mascher e Durcogno presero Barthoumiou e lo menarono in quella parte.
Il cantatore, come si vide in proda della grande ripa, stette con peritosa faccia e temenza grandissima; poi cominciò a divincolarsi ed a scontorcersi, a dare tratte per rompere i suoi legami, facendo gran lamento di sua vita. Durcogno diceva a Mascher:
— Buttalo di sotto, buttalo di sotto.
E Mascher rispondeva:
— Anzi buttalo tu.
E Pagano, fiero e crudele, dette a Barthoumiou un pesante colpo della spada in piattone sopra la testa, che lo stordì e lo mandò in profondo.
I buoni uomini tirarono avanti un altro, così trangosciato e fuori di sè, che in niuna maniera poteva parlare. E Pagano lo piattonò e precipitò.
Il terzo, ch’era ginocchioni a gran divozione, si levò in piedi, alzò gli occhi al cielo e si lasciò cadere.
Allora tutti gli altri prigionieri, riconosciuta la diritta via di ritornare a Colui che li aveva fatti venire in questo mondo, s’inabissarono insieme e uscirono di tanta langura.
Appresso Pagano entrò nella torre, si disarmò di tutte sue arme, salvo che di spada; ed essendo i suoi raunati, disse:
— Le tavole sono messe, se a voi diletta, possiamo mangiare.
Gli uomini risposero ch’erano apparecchiati.
Portata e data l’acqua alle mani, si posero a sedere: dominus Pagano in capo di tavola, e ciascuno per sè in suo luogo ordinato.
Leggesi di monsignor lo re Filippo I di Francia ch’era rottamente goloso des hures de sanglier farcies de grives: il visconte di Auriate voleva le teste di cinghiale piuttosto ripiene di storni amaretti e gustosi. Quando la vivanda prediletta venne, egli che nel pensiero impedito si mostrava svogliato, prese a mangiare fortemente, e a bere di molto possente e buono vino senza nulla acqua. A poco alla volta la potenza del vino gli montò nella testa, e cominciò a favellare assai assai:
— Sappiate che io ero fermo di non prendere mai donna, perchè ho sempre tenuta vita cavalleresca e continuamente mi sono dilettato in cani ed in cavalli, e d’essere molto molto libero di mia persona. Ma già da qualche tempo io veggo che d’ogni vera allegrezza questa mia vita è priva. E voglio mutare. Per la qual cosa intendo che mia moglie sia la dama vedova, la quale è ora in nostra balìa. Costei è colei che fa per me. Io non so di che paese si sia, nè di quale gente: ma mi pare di gran parentado. E anche mi pare che mai non formò natura tanto bella femmina quanto è questa. Per la mia fè ch’io la lascerò pensare ai casi suoi tutta questa semmana, e appresso le dirò: — Berta, Adila, Immilla. Ageltruda o come diavol ti chiami, mi vuoi tu per marito? — A cui ella risponderà saviamente: — Signor mio, sì. — E adunque vi saranno le nozze grandissime e belle; e al tempo debito ella metterà alla luce un figliuolo maschio, che sarà il mio erede, il vostro natural signore dopo di me: e di bellezza, di prodezza, di cortesia passerà tutti i signori del mondo... Ma innanzi il dì della sua nascita, noi ci partiremo di qui, e passeremo foreste e monti, terre ed acque, e ci ritroveremo nel paese di mia dama. E secondo che m’è venuto in visione, io riceverò la signoria di quel paese; che appresso manterrò in pace e con amore e giustizia. E voi che farete? Giurate voi di ubbidire sempre ai miei comandamenti? Se mia mogliera fosse lignaggio di re, come ventura può portare, e m’ìncoronasse della metà o di tutto un reame, starete voi a ubbidienza di mia corona?
E Olivenco rispose:
— Monsire, voi siete padre, signore e governatore di me e di tutta vostra gente: imperò fate e comandate tutto quello che a voi piace. Con voi e per voi trarremo a fine la più alta impresa che mai fosse in questa contrada.
E perchè il mangiare e il bere tengono l’uomo allegro, i valenti uomini parlavano e ridevano molto fortemente; e quando ebbero fatto una moltitudine di parole e le maggiori risa del mondo, presero commiato e andarono ai loro luoghi ciascuno.
Non rimase se non Pagano; il quale, come li vide andati via, spense tutti i lumi ch’erano nella stanza, salvo che un torchietto, e quello prese per salire in camera. Ma saliti quattro o cinque scalini, ritornò in sua memoria; e, come colui ch’era costumato, discreto e riguardoso, pensò un poco dicendo fra sè: — Nella mia camera sta serrata la mia dama novella. Che le dirò presentandomi a lei? Le dirò soavemente: — Deh voi siate la benvenuta... Cristo, nostro Sire, vi doni la buona notte... In cortesia io vi domando che voi mi perdoniate il disagio e la gran manchevolezza di questo mio luogo. — E dette queste parole, che mi risponderà? Che interverrà? Delle due cose sarà l’una: o mi discaccerà, o mi lascerà dimorare. E dimorando, come mi dovrò portare? Io non posso richiederla d’amore perchè mi pare molto onesta donna, perchè devo tenere suo onore in piè, perchè non la voglio in disordinato modo. Come mi dovrò portare? Certo che se io fossi stato più grande amatore di dame e damigelle, ora non sarei così impacciato e impedimentito. Sire Amore, sire Amore, donami aiuto e consiglio!
Non sapendo che si dovesse fare, spense il torchietto, poi chetissimamente rammontò a guisa di letto la paglia fresca sparsa sul pavimento, e si pose adagiato.
Ma ebbe una molto pessima notte.
Passata che fu la notte e venuta l’alba, Pagano si levò, chiamò due servi e comandò loro che discendessero giù nella valle, e cercassero e prendessero una donna giovane e piacente, che potesse fare da cameriera alla dama. Innanzi mezzogiorno i due servi tornarono alla rocca, menando una guardiana di pecore, la quale aveva nome Gisla. Questa Gisla fortemente strideva, pregando il nostro Signore che la dovesse aiutare.
Pagano la disciolse e l’andò confortando, fin che fu presta a fare ciò che lui comandava. E allora le diede un paniere di delicate vivande confortative e ristorative, buon confetto aquicelus fatto con pinocchi e miele, un’anguistara di finissimo vino vermiglio; appresso l’accompagnò pianettamente all’uscio della camera dov’era la straniera.
La giovane rimase nella camera fino ad ora di vespro: e, quando venne fuori, il signore le domandò come stava la dama. Gisla rispose che la dama stava come persona muta, ma non turbata nè smarrita.
Pagano notò le parole, fu molto allegro e le donò largamente.
Venuto l’altro giorno bello e chiaro, il signore stava provando di molte saette nuove. Olivenco gli era dalla destra parte e Grisagonnella dalla sinistra. Glabrione, ancora ferito nel braccio manco d’un colpo di scure d’arme, batteva la febbre seduto in terra, con la schiena appoggiata alla palificata.
Or mentre Pagano tendeva l’arco e vi poneva suso una saetta, eccoti apparire la straniera sulla soglia della gran torre. Non portava più la bianca benda, e il suo viso pareva una rosa novella; e i capelli, più biondi che l’oro, le andavan per le spalle a grande abbondanza. Non portava più il paoneggiante mantello, ma un bel bliaud di drappo cilestrino, a pieghe fitte e minute sul busto, lunghe e diritte dalla cintola in giù.
Stata che fu un poco, discese il ponticello e si avanzò.
Pagano e i suoi compagni, vedendola tanto leggiadra quanto dire si potesse, rimasero tutti istupefatti; poi la inchinarono e salutarono, come fare dovevano.
Ella rese graziosamente il saluto e passò oltre. Come fu davanti a Glabrione, il fece rizzare in piè, gli sfasciò il braccio dolorante, e vide ch’era piaga da guarire. Lo rifasciò morbidamente, mostrando molta conoscenza in su le fasciature.
Appresso si diede diporto per quel recinto, fin che il giorno venne mancando: allora rientrò nella torre.
Ma riapparve la seguente mattina, e prese a curare Glabrione di sua ferita, e a medicare tutti quelli che avevano magagne o sostenevano dolori. Così si vide che non era dama al mondo che sapesse più di medicine e conoscesse meglio le erbe medicinali.
Non parlava niente: ma ogni sera, essendo nella camera presso la finestra, cominciava a cantare una dolce dolce melodia, ch’era maraviglia a udire. Gli uomini, udendo il canto, si raccoglievano a piè della torre, e ciascuno stava cheto e in grande diletto. Ma Grisagonnella diceva a loro:
— A dolcezza di canto si perdono le vertudi.
Il signore, tutto soletto, andava per il recinto in qua e in là; e spesso se ne veniva a un parapetto, lo quale era a capo l’apertura, e riguardando la valle tenebrosa, dove non si vedeva niente, gli pareva di udire romore d’armi e nitrire di cavalli, come se schiere grosse e cavalieri di gran paraggio, venissero contro di lui, per prendere alta vendetta.
Nel seguente tempo, tanto Pagano continuò a mirare e rimirare la dama del fresco colore e ad immaginare quelle sue grandi bellezze, che uscì d’ogni altro pensiero. Il giorno poco mangiava e meno beveva, la notte non dormiva; e, non trovando requie nè posa, sempre sospirava; — Ahi bella, bella, bella dama, quanto per voi è tristo il mio cuore! — Il capo e la barba si faceva più bellamente apparecchiare che non era avanti; vestiva d’una roba vermiglia, lavorata ad aquile ispessissime d’oro, e a vederlo da lontano faceva gran comparita, ma da vicino era giallo, magro e di malvagio sembiante. Parlava chiuso, perchè diventato cruccioso ed arrogante per amore. Niun diletto gli pareva niente, e non voleva più prendere arme; ma alcuna volta andava fuori quasi per disperamento, e stava come uno lasso e tralunato, e il cavallo lo portava a suo modo e dove voleva; o vero scorrazzava ora innanzi ora indietro, di luogo in luogo, devastando i campi, calpestando i seminati, gettando a terra i lavoratori, cacciando e predando gli animali domestici come fossero fiere. E niuna persona osava per nulla maniera pararsi davanti al forsennato signore.
Di ciò grande mormorio n’era per la rocca e per quei contorni. Grisagonnella ch’era savio per natura e stava molto in sugli auguri: cioè quando il fuoco fa rombo, quando gli uccelli s’azzuffano, quando l’uomo vede il corvo nell’aria o trova la donnola nella via, diceva alla gente:
— Più vale malizia che forza. E io tengo per fermo che se il nostro sire ha la testa piena di tafani, questo avviene per opera d’incantamento. La dama di lontano paese, la quale dimora tra noi, è la più saputa dama del mondo, e molto sa delle sette arti della negromanzia. E sì vi dico che i nemici capitali dei negromanti sono i romiti. Rivolgetevi al Romito giovane, egli vi donerà consiglio santo e giusto.
Questo Romito era giovane forse di ventotto anni: d’alto sembiante bronzino, gagliardo e bene intagliato di sue membra. Andava con il capo scoperto, e scalzo, e portava grossa schiavina: ma pareva veramente cavaliere di scudo, travestito di sua persona.
Abitava una grotticella, formata dalla natura nel monte un poco più in su di Malavasio: una grotticella dove si poteva a fatica distendere; e mangiava radici d’erbe e pomi salvatici, e beveva acqua di fontana. Non stava giorno e notte in orazione davanti alla croce, alla clessidra e al teschio, come i mortificatissimi anacoreti della Tebaide, ma sempre e d’ogni tempo, come che piovesse o nevicasse, andava vagando per la campagna con passo di pellegrin frettoloso. A volte, quando ventura lo portava, saliva alla rocca, ed era usato sedere sur un poco di pratello, vicino all’apertura. I buoni uomini, per volontà di sapere alcuna novella, si ponevano in cerchio. Ed egli, parte in suo, parte in loro linguaggio, parlava dell’alto mare, del gran diserto, di lioni, serpenti, cristiani e saracini. Contava della città di Gerusalem, dov’è perdonanza di colpa e di pena: come gl’infedeli vituperassero i fedeli, e li costringessero a fare brutture sulla pietra dove Cristo fu posato, unto con l’unguento prezioso e involto nel panno oglientissimo; come Foulques le Noir, comte d’Anjou, avesse pigliato a gabbo quegli oltraggiosi spandendo sulla pietra una vescica di vino bianco del migliore del mondo; come le comte de Blois, mentre inginocchiato baciava tre volte il Santo Sepolcro, avesse saputo distaccare coi denti una scheggia, che ora portava chiusa nel pomo della spada a guisa d’una molto santa reliquia.
E i valenti uomini fremevano e si adiravano; volevano armarsi ciascuno di gran vantaggio, e passare oltremare, e fare dei cani saracini una maravigliosa uccisione.
Perseverando adunque Pagano e nello amore e nelle sue matte bestialità, parve tempo ai villici di ripararsi da tanto dannaggio. Si fece l’adunanza di notte. Si formò la quistione. Molte parole v’ebbe. Finalmente si deputarono Bruno bifolco e Girelmo bergiere, che andassero molto cautelosamente al Romito. E come fossero davanti a lui, lo pregassero di parlare al signore di Malavasio, perchè signoreggiasse più a cheto, cioè senza storpiare la gente, senza guastare e rompere le cose altrui.
Bruno e Girelmo andarono; e, giunti dove trovarono il Romito, dissero come ai villici piaceva che dicessero.
Il Romito rispose che farebbe molto volentieri; e preso suo grosso bordone si mise in cammino.
Pagano, poi che aveva desinato, stava sotto un pino ch’era di contro alla torre.
Olivenco, Manfredone, Quosa e Durcogno, riposavano sopra l’erba, più qua e più là dove non poteva il sole.
Il Romito entrò nel recinto; e, quando fu al cospetto del sire, lo salutò cortesemente. Ma Pagano, che con l’animo era altrove, non degnò di rendergli suo saluto. Allora il Romito, molto uomo superbo che niente ridottava, cominciò a rampognarlo in favella latina:
— Si quis agricolarum, caeterorumve pauperum praedaverit ovem, aut bovem, aut asinum, aut vaccam, aut capraeum, aut hircum, aut porcos, nisi per propriam culpam; si emendare per omnia neglexerit, anathema sit.
Dette che il Romito ebbe queste parole, Pagano lo mirò in traverso e molto odiosamente, e disse:
— Servo di Dio, servo di Dio, la coscienza mi riprende di farti onta e villania. Per la qual cosa io ti dono questo consiglio: esci di mia rocca e torna a tua via.
Disse il Romito:
— Mi farai tu forza?
Rispose Pagano:
— Certo se tu stai in mia forza! Che poca ira che tu mi facci, io non ti guarderò nè per schiavina nè per bordone; anzi te lo aggrapperò di mano il tuo bordone: e tanto l’adopererò sulle tue spalle, che soperchio ti parrà. Va a tua via, va a tua via.
E il Romito latinamente:
— Si quis sacerdotem, aut diaconum, vel ullum quemlibet clericum arma non ferentem, quod est scutum, gladium, loricam, galeam; sed simpliciter ambulantem, aut in domo manentem invaserit, vel coeperit, vel percusserit.
Pagano favellò furiosamente, e disse:
— Ahi mal romito dello mala ventura, che mala perdita ti doni Iddio! Come hai tu ardire di parlar così a migliore che tu non sei? Donde vieni? Chi furono gli antichi tuoi?
E il Romito:
— Sappi ch’io sono stato nobile e potente signore, ch’io ebbi la maestria e lo ardire del combattere. Sappi ch’io m’innamorai senza misura d’una donzella, che non credo nascesse in questo mondo ma fosse formata nel paradiso. Ella non si curava del mio amore, non per odio nè per mala volontà, ma perchè ancora non sentiva niente d’amore. Io tutto mi consumavo per lei; e non potendo più soffrire mio dolore, mi convenne lasciare tutti i miei beni, ogni cavalleria e ogni diletto, e andare tapinando per mare e per terra, per Cristianità e per Saracinia; e poi divenire romito in luogo foresto.
Pagano non ascoltava niente, guardava il Romito minuto minuto, pensando una sua gran crudeltà. Poco gli pareva impenderlo, decollarlo, arderlo o smembrarlo: avrebbe voluto fargli un pertugio nell’ombelico, cavar fuori il capo di un budello, legar quel capo a un palo; e appresso frustare duramente il buon uomo, sì che corresse in tondo, fin che tutto il budellame gli si fosse estirpato dal corpo.
Il Romito così proseguiva:
— Secondo ch’io conosco, sei innamorato anche tu. E l’uomo innamorato s’egli era allegro, diventa tristo; s’egli era savio diventa folle. Iddio creò l’uomo a immagine sua; l’uomo ma non la donna. Ed è per via della donna che la prevaricazione è venuta sulla terra. Eva donò ad Adamo tal mangiare che sempre mai fu tristo. Non t’impacciare d’amore, Pagano, non t’impacciare d’amore! Pensa a ragionevolmente signoreggiare: che lo signore sicuro fa sua gente sicura; lo signore liberale fa sua gente leale, lo signore non crudele fa sua gente fedele...
Mentre il saggio parlava in tale maniera, Pagano non udiva niente, era tutto in estasi e mirava molto molto verso la torre.
Il Romito, accorgendosi di tale mirare, si voltò indietro, vide venire avanti una dama, e troppo bene raffigurò la chiarità del viso, le mani bellissime, il corpo adorno di quella che cotanto l’aveva fatto languire. Non parvegli vero, credette sognare, si sentì fallire gli spiriti; poi le andò incontro gridando:
— Richilde! Richilde!
Questa voce mise gran maraviglia nell’animo di Richilde aux beaux cheveux; che fiso guardato colui il quale pellegrin forestiere credeva, e già già riconoscendolo, disse:
— Raymond? Raymond?
E incontanente cominciò nella sua natural lingua a raccontare di sè: come dai prieghi di quei del suo lignaggio costretta di prender marito, avesse preso missire Raoul del Pojet, gentils castellans de Proensa, ma senza mettere suo cuore in amore; come essendo passata di qua dai monti con Raoul per visitare la badia del Villar san Costanzo, di gran nomea, disfatta già tempo dal saracini e rifatta con grandissima spesa della contessa Adalaida, si fossero scontrati in un signore selvaggio e predace, che aveva disfidato a morte Raoul, sbarattati i suoi, e lei presa e imprigionata dentro quella rocca, non però ch’ella avesse mancanza di nulla cosa.
Allora Ramondo ciò che avvenuto gli era dal dì della sua partita infino a quel punto narrò, e intanto si batteva lo volto con le mani, si travagliava di parole, diceva molte cose di suo amore: ora tutto insuperbito, giurando che se il passato era stato tempo di gran dolore, voleva che il presente fosse tempo di vendetta e di crudeltà; ora raumiliandosi verso di lei e rimettendosi nella sua mercè.
Richelda pensava e nel pensamento apprendeva il vero: come Ramondo era stato il più fedele cavaliere del mondo, e l’aveva amata non di folle ma di leale amore; e cominciò a pentirsi di quella sua gran freddezza, a sospirare, a lagrimare per compassione dei passati infortuni. Conchiudendo, disse in suo cuore: — Questi veramente sarà il mio signore. — E senza aver riguardo a quelli che quivi erano, con le braccia aperte corse al collo del Romito e lo baciò in segno di pace e di buono amore.
E così stando Ramondo e Richelda in tale parlamento, Pagano erane molto gramo e geloso, e veniva dicendo:
— Oh come, che parole son queste che dite voi? Che parole son queste?
E finalmente, perduto il lume degli occhi, tirò fuori un appuntato coltello per ferire quei due. Ma la schiavina non toglieva però lo ardire del cuore nè la forza del braccio al Romito; il quale, impugnato il bordone, menò a Pagano un colpo nella mano diritta, sì che il coltello andò in piana terra.
In su quel punto, Pagano molto odiava Ramondo, e Ramondo odiava lui, e volentieri l’uno avrebbe tratto a fine l’altro. Ma gli uomini che riposavano sopra l’erba, si levarono, entrarono in mezzo ai due mortali nemici e li fecero dispartire.
Pagano, infiammato dall’ira, era la più violenta cosa del mondo a vedere: diceva tutto quello che a bocca gli veniva; tutto quello che a mano gli veniva stracciava e squarciava. Ogni poco metteva un grande grido: — L’arme! l’arme! — e menava tale tempesta, che i suoi in nulla guisa non lo potevano tenere. E il sangue tanto ribollì e si ragunò dentro al celabro, ch’egli cacciò un mugghio come un toro, e tantosto cadde come fosse al tutto morto.
Allora Manfredone e Durcogno lo presero l’uno per le spalle e l’altro per i piedi, lo portarono dentro la torre, e lo posarono sul letticello, che s’era fatto fare nella stanza di sotto.
Or mentre tutti quelli della rocca si assembravano dov’era il loro signor tramortito, e non sapevano nè che si dire nè che si fare: Grisagonella e Olivenco si trassero a consiglio.
Grisagonella disse:
— Io temo forte l’augurio. Credo che il prendere vengianza del Romito porterebbe mala ventura a tutti noi. Adunque bisogna che noi gli perdoniamo ogni maltalento. Per liberare nostro sire dallo incantamento, che dobbiamo fare altro se non rendere alla dama il palafreno, sì ch’ella vada a suo viaggio?
E definita tale questione, Olivenco andonne alla stalla e menò fuori il palafreno sellato e cinghiato.
Ramondo non fu tardo, staffa non richiese, ma di colpo saltò su dicendo: — Ah mia bella e buona e forte ventura! — E tantosto presa Richelda per il braccio e per la vita, se la pose davanti a l’arcione e se la portò via con grande allegrezza e con ebbrezza d’amore.
Pagano stette senza alcun sentimento di vita più e più giorni: era nel viso come uomo trapassato, e non si trovava persona che rimedio gli potesse dare. Dopo cominciò a guardare per la stanza: vedeva sì com’egli giaceva in un letto, ma non sapeva dove; vedeva sì il guardatore della rocca, lo scudiere e tutti gli altri, ma non li conosceva, e si rammaricava in sè medesimo, pensando: — Come sono io qui? Chi sono io? Chi sono costoro?
Però un giorno tornò repentemente in sua memoria, si risovvenne della straniera, e voltandosi verso Grisagonnella, gli domandò dove fosse andata.
Grisagonnella trinciò l’aria con la mano distesa per significare che se n’era andata in lontane provincie.
E Pagano cominciò a piangere amaramente nel suo cuore, dicendo fra sè: — Oh bella, bella, bella e malvagia mia dama, come t’ho io perduta? Perchè mi ti hanno tolta? Ecco che al presente tu dimori col tuo amante in grande libertà ed esultanza! Ecco che avete a compimento ogni vostra gioia; e io sono rimasto in pianto e in dolore; e per poterti riavere darei per patto il contado di Auretite, il contado di Bredulo e il più gran reame del mondo.
E rinvenendo sempre più in sè, gli pareva di essere molto travisato e contraffatto di sua persona, d’avere vituperosamente perduta sua signoria. Ed essendogli venuto meno tutto l’orgoglio, spesso abbassava la testa e un gran pezzo la teneva chinata, ragionando così: — Io sono ancora vivo, perchè è determinata l’ora che l’uomo deve morire. Ma il mio amore è morto, e io sono sì come fosse morto tutto il mondo.
Ora avvenne una volta tra l’altre ch’egli si drizzò in piedi e disse con oltremirabile senno:
— Amici miei, non vi maravigliate s’io mi tribolo e fo lamento. Mentre l’uomo è in gioventù ed in sanità, non si cura di cosa che addivenire gli possa; e in ciò falla molto, imperò che tutto muta nel mondo. Ohi mondo errante ed uomini incauti! Incauto sono stato anch’io, e tutto rovina dintorno e sopra me. E questa è la cagione per cui non conosco altra miglior via, che di servire a Dio. Adunque vi perdono; e prego voi che perdoniate a me ogni offesa che io contro voi avessi fatta.
E sì tosto domandò sue armi, che si voleva armare e andar via.
I suoi fedeli stavano tutti coi loro cappucci in su gli occhi, e uno si fece innanzi e disse:
— E come, monsire, andrete a vostro cammino così soletto? Come prenderete voi battaglia che siete quasi come uomo balordo?
Ed egli rispose loro aspramente, dicendo:
— Grisagonnella, Olivenco e voi tutti, io vi comando sotto pena del cuore e dell’avere, che voi non siate tanto arditi di farmi impedimento. L’arme! l’arme! scudiero; e sì ti dico che questo sarà l’ultimo servigio che il tuo signore ti debba mai domandare.
Dopo, di altero ed aspro si fece umile e dolce; si armò e montò a cavallo. Il tempo s’era turbato: ecco baleni e fulgori e tuoni, poi una gragnuola venne che pareva globetti d’acciajo. Ma Pagano non ne aveva cura; e cammina cammina, per la via piemontana arrivò alla badia del Villar san Costanzo dell’ordine di san Benedetto.
L’abate e i frati lo ricevettero con grande onore, presero il suo cavallo e lo menarono a una bella stalla, e lui disarmarono.
Allora egli guardò e riguardò assai teneramente suo elmo, suo scudo; trasse fuori dal fodero la spada un poco spuntata, e disse:
— Ahi lasso! o care mie armi, care mie compagne, oggi è quel giorno che voi vi partite da me e io da voi: ma per mia buona fè, non verrete più alle mani di nessun combattente.
E suo elmo, suo scudo e sua spada fece appiccare nella grande chiesa; e dopo, confesso e pentito dei suoi peccati, diventò umile fraticello a servire Iddio.
L’ORSO (Novella).
«18 aprile 1582, sabato. Fu veduto un gran orso sopra le fini di Cavallermaggiore, qual fece pagura a molti...»
(Memorabili di Giulio Cambiano di Ruffio. Dal 1542 al 1611).
Veniva la sera. Biagino Ghiliestra uscì dalla cascina della Torre, prese la stradicciuola che faceva capo, allora come adesso, alla strada maestra, voltò a diritta, s’avanzò fino alla chiudenda che cingeva l’aia della Rivarola; e, messo un occhio a uno spiraglio, vide quel che manco avrebbe voluto vedere.
Il fittabile Tomaso Giusiana e la sua bella figlietta Clara erano a sedere sur una panca dinanzi all’uscio di casa; presso di loro, a cavalcioni sur un panchetto, stava Melchiorre Gadano detto Marchioto.
— Lo dicevo io! — esclamò Biagino dentro di sè. — Quel diavolo è già qui. Ha anticipato d’un buon poco. Anticipa tutte le sere...
E stette lì a sbirciare e a rosicchiarsi le unghie.
Erano già due anni che Biagino voleva a Clara tutto il suo bene e desiderava di mettersi con lei; ma vedendola selvatichella, sdegnosetta e di pochissime parole, non aveva mai saputo risolversi a farle la sua brava dichiarazione.
Intanto nel febbraio del 1591 erano ritornati di Provenza in Piemonte diversi gentiluomini d’arme e molti soldati del duca di Savoia. Tra questi Marchioto, già cavalleggere, poi archibugiere a cavallo. Egli aveva preso dimora ai Tetti; e la sera traversava i campi e se ne veniva a veglia alla Rivarola. Era ben formato, buon compagnone, cantava La bella Malgarita e La bella Franceschina, ballava alla spagnuola, contraffaceva questo e quello, e raccontava un monte di cose sbalestrate vedute e udite girando il mondo. Oltre a tutto questo faceva la corte a Clara e dava in burla a Biagino. E Biagino, timido, modesto e un po’ malinconico, dissimulava più che poteva, ma soffriva.
Soffriva maledettamente anche quella sera, vedendo il padre, la figlia e il corteggiatore in ragionamenti che gli parevano più serrati del solito; e tutt’a un tratto gli spuntò un’idea: — Fanno un gran parlare, un gran parlare: ci dev’essere per aria qualcosa. Che Marchioto tratti il matrimonio con Clara?! — E non potendo più stare alle mosse, rasentò la chiudenda, giunse all’apertura, entrò nell’aia.
Vistolo apparire, Tomaso fece un saluto brusco ma amichevole. La brunetta Clara aggrottò le ciglia e si ravviò i capelli. Marchioto squadrò il giovine, e ghignato un pochetto, disse:
— Uhei! come ti sei fatto bello! Giubbone di tela fina, lattughette alla camicia, tre penne nuove al cappello!
Biagino diventò rosso e rispose:
— Non sono nuove: le ho comprate alla fiera di Racconisio un anno fa.
— Ah ah! — riprese il soldato; — tu stai sulle eleganze? Aspetta aspetta; domani sera ci abbiglieremo anche noi. Io mi vestirò alla militare e Tomaso alla civile. Non è vero, Tomaso?
Il fittabile, che stava accigliato per effetto di meditazione, si scosse un poco, e borbottò tra i denti che quelli non erano tempi da mettersi in gala. Poi continuò:
— Dove si rimase col discorso?... Ah! sicuro, il 92 risica d’esser peggio del 91. L’altr’anno è apparsa una stella cometa la notte del 12 aprile, venerdì santo. E quindi abbiamo avuto maggio piovoso: maggio ortolano molta paglia e poco grano. Quest’anno si è sentito un gran terremoto la sera del 7 marzo. E adesso le querce si vanno coprendo di bruchi scuri e pelosi, segno di guerra guerreggiata sul luogo.
— Sarà vero di certo — disse Biagino, che si era messo a sedere sur un ceppo; — ma, senz’offesa, non capisco come c’entrino i bruchi; come i bruchi possano far nascere una guerra!
Marchioto, che rideva quasi continuamente, e dì nonnulla, dette in una gran risata:
— Vedi, è perchè tu non hai comprendonio.
— Non capisco nemmeno io — disse Clara, un po’ seccamente.
Tomaso si ristrinse nelle spalle:
— Questi sono misteri, come dice il prevosto: cose oscure, delle quali non si comprende nè la cagione nè la ragione, ma che non si possono negare. Un giorno dell’85, per modo d’esempio, è piovuto sangue a Pancalero. Che è che non è, questo denotava la morte dei due fratelli di Savoia Racconisio laggiù nella Spagna!
Cominciava a imbrunire. I polli erano già andati tutti a pollaio. Un cane, nero quanto una mora, girondolava solo per l’aia; d’improvviso trottò verso la strada e abbaiò.
Un uomo, rinvolto e serrato in una cappa scura, passava dando di piede a un muletto.
— È Poirino — disse Tomaso: — quel mercante che ha tanta paura degli assassini.
— Poveraccio! — esclamò Marchioto.
— Eh! — fece Biagino: — è già stato assaltato tre volte; una in fra l’altre, ferito con una pistolettata nel collo e lasciato per morto.
— Diavolo! e dove?
— Nel bosco di Monasterolo.
Il cane fece un’altra abbaiata.
Un omacciotto tarchiato, con un cappello di paglia grossa, un giubbone di panno fratesco, una gran paniera al collo, entrò nell’aia gridando con accento forestiero:
— Passa via, cagnaccio; vuoi tu mangiare il marsé, il marzarolo?... Buona sera, bella compagnia.
— Cuccia giù, Barucco! — disse il fittabile a tutta voce.
Il merciaiuolo si avanzò, si fermò, volle scoprir la paniera per mostrare la sua merce:
— Pettini, bella compagnia, specchi, fibbie, collane, coltelli, bottoni, aghetti e spilletti, nastri e stringhe, cuffiotti...
— Niente — interruppe ruvidamente Tomaso, — non abbiamo bisogno di niente.
— Pazienza.
Alcuni uomini, una donna, due ragazzotti che avevano finito di accudire alla cascina, s’erano avvicinati, e consideravano curiosamente il soprarrivato.
— Si fa notte — riprese costui: — mi dareste un boccone e un po’ d’alloggio per l’amor di Dio? chè sono stracco morto e al paese non ci posso arrivare.
Clara si alzò snella, entrò in casa, tornò di lì a un momento con una scodella di minestra e un bicchier di vino, e li diede al merciaiuolo.
— Dio vi mantenga sana, che bella siete! — esclamò questi; e messosi a sedere in terra, mangiò avidamente.
Saziato che fu, posò la scodella e diede un’occhiata in giro.
Il fittabile, senza aspettar la domanda, alzò la mano e indicò a sinistra:
— Il fienile è là: c’è la scala a piuoli.
— Va bene — rispose il merciaiuolo. — Ah, stasera non ho bisogno di culla: sono stracco finito! Quello del marsé da cavagna è il mestiere più miserabile dell’universo. Una vita da cani. Quando penso che ho moglie e figliuoli che m’aspettano al paese, di là dalle montagne! Sette figliuoli, dico, che uno non può portar l’altro. Oggi poi è giornataccia. Non ho fatto niente per ragion dell’orso.
I circostanti si guardarono l’un con l’altro. E il forestiero continuò:
— Oggi fu visto un grand’orso tra Cavalermaggiore e Cavalerleone. Le donne si sono chiuse in casa coi bambini, di uomini hanno tenuto consiglio e preparata la caccia. Sicchè domani la bestia sarà stanata, ammazzata e divisa in chi sa quante parti... Che peccato!
— Perchè? — domandò più d’uno.
Il forestiero si voltò a Marchioto e strizzò un occhio:
— Se fossi giovane e avessi l’amorosa, vorrei fare un colpo da maestro. Mi leverei alla punta dell’alba, piglierei le buone armi, e me ne andrei diritto diritto ai boschi di Macra, dove fu visto l’orso... Ah, ah, un orso è un bell’aiuto per chi ha da metter su casa! La pelle si vende bene, e c’è il grasso, c’è la carne! Separate il grasso dalla carne mediante una giusta cottura; aspergetelo di sale; mettetelo così purificato in una buona pentola; dopo otto giorni, dieci al più, troverete a galla un olio sopraffino, e sotto un burro da leccarsene le dita.
— Dev’essere una caccia ben pericolosa! — esclamò ingenuamente Biagino.
— Spaventosa! — rispose Marchioto. — L’orso, come prima vede l’uomo, gli salta addosso che il maggior pezzo restan gli orecchi.
— È così gagliardo — aggiunse Tomaso, — che stringendo con le sue branche un cavallo, lo fa crepare; che prendendo un sasso ben duro, lo riduce in polvere e lo sparge sfarinato per l’aria.
— Oibò! — fece il merciaiolo: — queste sono fanfaluche da ignoranti. Non bisogna attaccarlo quando c’è abbondanza di sorbe, ecco, perchè questo frutto gli allega i denti e gli dà la bramosia del sangue. Del resto l’orso è un gentiluomo: come dire che se non lo molestate, non vi degna d’uno sguardo; se lo molestate, vi stronca. Io posso parlare con cognizion di causa, che anni fa, quand’ero più in gamba, cacciavo nei boschi di Villar-de-Lans, La Ferrière, Palanfrey, Saint-Barthelemi. Tutti i boschi saran boschi, ma quelli!... E mi son trovato a certe avventure!
Non aspettò che gli dicessero — racconta; — incominciò subito. I presenti si misero in attenzione; e Marchioto, svelto, cambiò posto e si pose a sedere proprio accanto a Clara.
Allora Biagino prese a indagare i loro movimenti; e a quel che gli pareva di vedere così al buio, diceva tra sè: — Come sono d’accordo! Qualcosa per aria c’è di sicuro. Se la intendono che è un piacere. Ecco, lui la punzecchia col gomito. Lei gli soffia una parolina in un orecchio. Tutti e due fanno a ginocchino. Fanno all’amor segreto, e credono che nessuno se ne accorga!... E io mi mangio il cuore. Io per me dico che uno strazio così non deve mai esser toccato a nessuno! — E non potendosi frenare per la grande impazienza che lo agitava, si alzò, girò inosservato intorno al pagliaio, strisciò lungo la chiudenda, si trovò sulla strada.
Dopo pochi passi provò rammarico, provò una voglia accesa di tornare indietro, ma fece forza a sè stesso e tirò via.
Non era lume di luna, ma uno stellato che faceva bel chiarore. La campagna sterminata pareva tutta piena di grilli canterini; la civetta errava per l’ombre notturne, gettando il suo tuttomio! tuttomio! lugubre e rapace.
Biagino, assorto, non vedeva e non udiva nulla attorno di sè. Gli tornava in mente il discorso che aveva sentito; e gli pareva d’essere in tale stato d’animo e di corpo da poter fare qualche cosa di gran momento con l’armi. Precorreva i fatti con l’immaginazione, superava con la fantasia tutte le difficoltà e si figurava già di far l’entrata nell’aia della Rivarola, glorioso e trionfante, con dietro un carro su cui stava l’orso morto, morto da lui. Il fittabile, la figlia, tutti gli abitanti della cascina gli correvano incontro, lo attorniavano, lo interrogavano senza dar tempo a rispondere. Poi, mentre si facevano feste grandissime, egli traeva Tomaso da parte e gli chiedeva arditamente in moglie la fanciulla adorata.
Giunto tra il ribollimento di questi pensieri alla cascina della Torre mise pian pianino la chiave nella toppa, entrò in punta di piedi per non destare i suoi vecchi che dormivano nell’altra stanza più interna, e spogliatosi in fretta andò a letto.
Passò la notte senza mai dormire; gli pareva mill’anni che si facesse giorno, per mandare a effetto il proposito fatto quasi inconsciamente. Al primo albore indossò certi non troppo buoni panni da cacciare, calzò scarponi da fango, si mise al collo il fiaschin del polverino, ad armacollo la fiasca della polvere e il sacchetto delle palle, pigliò l’archibugio e uscì.
Essendo di domenica, pensava di non trovar persona in quell’ora, ma girando lo sguardo sulla campagna vaporosa e guazzosa, scorse a sinistra, poco distante, un uomo armato come lui, che come lui andava nella direzion di levante. Riconobbe Marchioto, e subito si rimpiattò dietro un tronco.
Ma colui venne speditamente alla volta sua gridando:
— Olà, Biagino! vuoi fare a rimpiattino? Dove vai così per tempo?
Il giovine, fortemente crucciato ma tuttora timido, rispose che andava a far due passi.
Marchioto fece una risata per mostrare che non ci credeva:
— Ah ah ah! e perchè hai preso il tuo archibugio?
— Così... per compagnia.
— Bugiardo che non sei altro!
— Ebbene vado a una mia faccenda segreta, importantissima, che da un pezzo ho in animo di fare...
— Vai a cercar l’orso, nega se puoi! Fegato non te ne manca davvero! Ma ci vuol altro. Se vuoi andar sicuro, devi venir con me; quando che no, tu porti pericolo dello vita. Eh, so bene che mi manderesti alle forche molto volentieri! Ma questo non fa. Una mano lava l’altra e tutte e due lavano il mostaccio. Ci aiuteremo scambievolmente...
Biagino fece una scrollatina di testa.
Marchioto prese un’impostatura autorevole:
— Hai da sapere che l’orso dorme così profondamente che non sente nè voci nè ferite nè percosse. Se abbiamo la fortuna di trovarlo addormentato, lo leghiamo come niente. Se lo troviamo desto, io lo ammazzo al primo e tu mi aiuti a strascinarlo. Orsù, è inutile che tu stia sull’onorevole, hai da venir con me.