NELLA LOTTA
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NELLA LOTTA
ROMANZO
DI
ENRICO CASTELNUOVO
SECONDA EDIZIONE
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1884.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tip. Fratelli Treves.
NELLA LOTTA
I.
—A rivederci, signora Giulia, a rivederci, Lucilluccia mia—disse il giovine ingegnere Roberto Arconti, stendendo la mano alle due signore Dal Bono, madre e figliuola, ch'entravano in un negozio di mode nella Galleria Vittorio Emanuele a Milano.
La signora Giulia fece una piccola smorfia sentendo il tono di confidenza con cui Roberto salutava la sua ragazza; pure quella smorfia finì in un sorriso, ed ella rispose—Addio, capo scarico,—mentre Lucilla non diceva nulla e si contentava di avvolgere il giovinotto in uno di quegli sguardi, che, a ventidue anni sopratutto, come ne aveva l'Arconti, penetrano fino alle midolle.
Era pur bella, Lucilla. Svelta della persona, con due grandi occhi neri, una bocca e un nasino da statua greca, e dei capelli d'ebano, lucidi, folti, un po' indocili, che facevano risaltare il candore d'una fronte squisitamente modellata.
Era pur bella e sapeva d'esser tale, e molti glielo avevano detto. Ma nessuno era andato più in là. Era opinione comune ch'ella avrebbe finito collo sposar Roberto Arconti, il quale, del resto, era un partito convenientissimo.
Ufficialmente i due giovani non erano ancora fidanzati. Lucilla aveva appena compiuto i sedici anni; Roberto, come sappiamo, ne aveva soltanto ventidue. Egli s'era laureato da pochi mesi al Politecnico e suo padre aveva deciso di mandarlo a fare un viaggio d'istruzione in Francia, in Belgio e in Inghilterra prima di cercargli una posizione. Dopo questo viaggio, sarebbe avvenuta per parte degli Arconti la domanda formale di matrimonio. Intanto Roberto e Lucilla avevano una certa libertà di vedersi e di chiacchierare anche da soli. A quattr'occhi usavano del tu confidenziale; in presenza dei terzi si davano del lei, ma quel caro e simpatico tu faceva di tratto in tratto capolino nella conversazione, salvo a rintanarsi timidamente a uno sguardo severo dei rispettivi babbi. In quanto alle mamme, esse lasciavano correre.
Roberto, lieto d'aver incontrata l'amata fanciulla, tornava a casa col viso giocondo e col passo elastico di chi trova bella la vita. Sì davvero; per lui la vita era sparsa di fiori. Nulla gli era mancato, nulla, tranne la prova della sventura. Quanti baci, quanti sorrisi, quante cure avevano rallegrato, avevano protetto la sua puerizia e la sua infanzia! Adolescente, egli era stato fornito di tutti i mezzi necessari ad acquistare una solida e varia istruzione; nè lo studio gli era riuscito difficile. Immaginoso, pronto d'ingegno, dotato di singolare memoria, era stato sempre fra i primi della scuola e aveva mostrato uguale attitudine per le lettere e per le scienze. Tutti facevano i più lieti pronostici pel suo avvenire; chi conosceva la famiglia diceva: Non sarà da meno di suo padre che ha saputo conquistarsi la stima universale. Nè la natura era stata avara con Roberto di quelle doti esteriori che solo gli spiriti molto ingenui possono spregiare in buona fede. Egli era bello di una virile bellezza; aveva la fisonomia aperta, intelligente, vivace, vestiva con naturale eleganza, ed era peritissimo negli esercizi che si associano volentieri all'eleganza e alla gioventù, come la ginnastica, l'equitazione, la scherma. A coronar questa giovinezza felice era venuto l'amore, l'amore di una tra le fanciulle più leggiadre di Milano, una fanciulla, soggiungevano gli spiriti positivi, che aveva circa duecentomila lire di dote.
Giunto a casa, in via Monte Napoleone, Roberto si fermò un minuto a scherzare col bimbo della portinaia, e quindi fece in quattro salti le scale.
Il servo, che venne ad aprirgli l'uscio, gli disse:—Il padrone la prega di passar subito nel suo studio.
—È già in casa il babbo?—chiese Roberto, facendo una di quelle domande inutili che sono uno dei tanti modi di esprimere la propria sorpresa.
—Sì, signore, da circa mezz'ora.
Il giovine entrò un momento nella sua camera a mutarsi vestito; poi si avviò allo studio di suo padre.
Il cavaliere Mariano Arconti era un uomo sulla cinquantina, i cui lineamenti ricordavano molto quelli del figlio. Appena qualche pelo bianco spuntava nella sua barba e ne' suoi folti capelli castani, tantochè egli avrebbe potuto parer più giovine che non era, se non lo avesse tradito una certa aria di stanchezza diffusa nella fisonomia. E siffatta stanchezza fu avvertita forse per la prima volta da Roberto nel momento in cui, aprendo l'uscio dello studio paterno,—disse—Babbo, mi hai fatto chiamare?
—Sì—rispose il cavaliere Mariano sforzandosi di nascondere la sua agitazione—debbo parlarti di cosa seria.
—Di cosa seria?—esclamò il giovine che cominciava a turbarsi.—C'è qualche disgrazia?
—Roberto—soggiunse il signor Mariano—finora la vita fu tutta rose per te; io speravo che tale sarebbe stata ancora per un pezzo…. ma la Provvidenza dispose altrimenti…. Non impallidire, figliuol mio…. Forse è meglio così…. Guai a chi non si addestra per tempo alla lotta.
—Babbo, io sono forte, ma il tuo esordio mi fa paura…. Vuoi ch'io ti ascolti imperterrito, e tu stesso sei imbarazzato a dirmi precisamente di che si tratta….
—Hai ragione…. Leggi questa lettera…. Or ora ti spiegherò.
E gli porse un foglio aperto il quale conteneva due sole righe. «Egregio signor cavaliere. Siamo dispiacentissimi di non poter accettare la nota operazione. Con la massima stima
/# «per la Compagnia Reale Italiana «di Assicurazioni sulla vita dell'uomo
«IL SEGRETARIO, ecc. ecc.» #/
—Ebbene.—chiese Roberto che non capiva nulla.
—L'operazione che si rifiuta—rispose il signor Mariano—è una sicurtà di 60 mila lire a tuo benefizio, pagabile alla mia morte.
—Oh babbo!—esclamò Roberto, che amava sinceramente suo padre.—Che idee son queste? La tua morte!… Ma non voglio nemmeno sentirne a parlare…. Ho piacere anzi che non si sia accettata la sicurtà….
—Povero ragazzo,—disse il cavaliere sorridendo tristamente.—L'affetto toglie al tuo spirito l'ordinaria lucidezza…. Si può non voler parlar della morte, ma si muore. E quando questo fatto inevitabile non si presenta più come una cosa remota, allora, se ne parli o non se ne parli, bisogna pensarci e preoccuparsi di quelli che resteranno dopo di noi…. allora vengono i rimorsi della negligenza passata, allora si vuol riparare alla propria leggerezza, alle proprie colpe…. e spesso è troppo tardi….
—Ma di che colpe puoi accusarti, tu il migliore dei mariti, il migliore dei padri?…
Il cavalier Mariano tentennò il capo.
—È duro doversi accusare davanti ai figli, ma è quello che mi tocca far oggi. Sì, io ho amato tua madre, ho amato svisceratamente te, ma mi è mancata una tra le qualità essenziali del capo di famiglia, la previdenza…. Mi dicono un uomo d'ingegno….
—Lo sei.
—Forse…. È vero, ho fatto da me la mia educazione, la mia carriera. A quattordici anni, i miei genitori, ch'eran poveri, dovettero ritirarmi dalla scuola e mettermi in un banco di cambia valute. Non mi scoraggiai per questo; continuai a studiare da me, e seppi uscire dalla mia umile posizione; fui un po' giornalista, un po' letterato, un po' uomo d'affari, e finalmente consigliere d'amministrazione e direttore di questa Unione, che è tra i più cospicui istituti di credito del paese. M'han fatto cavaliere, hanno agitato la mia candidatura al Parlamento….
—E saresti stato un ottimo deputato….
—Sì, sì, ma intanto ho sempre vissuto giorno per giorno, pieno d'una fiducia baldanzosa in me, senza curarmi dell'indomani. Bada ch'io non approvo quelli che sagrificano il presente all'avvenire; l'avvenire è dubbio, il presente è certo, ed è una sciocca speculazione quella di viver male oggi per l'idea di viver bene domani; ma chi ha famiglia e non ha una sostanza propria non può a meno di mettere in serbo qualche cosa. Noi si vive da gran signori, tu lo sai; la tua mamma possiede forse ancora meno di me l'istinto del risparmio; si vive da gran signori, ma non s'avanza nulla, e se io morissi oggi, vuoi sentire cosa resterebbe a voi altri poveretti? La roba di casa, la dote di mia moglie (ventimila lire), poche azioni della Compagnia, insomma meno di quanto siamo avvezzi a spendere in un anno…. E volesse il cielo che non restasse anche qualche debituccio!…
—Ma perchè torni a parlar di morire, padre mio?—ripetè Roberto che cominciava a sentire nell'anima un vago sgomento.—Tu sei ancora nel fior dell'età, sei vigoroso; hai ancora tanti e tanti anni da vivere con noi…. e prima che avvenga…. oh non voglio nemmeno pensarci…. prima che avvenga una disgrazia, insomma, mi sarò fatto una bella posizione anch'io…. Non sono poi uno sciocco…. via, babbo, scaccia da te queste ubbie; diverremo vecchi insieme, conteremo insieme i nostri capelli bianchi…. T'ho detto che quella biricchina di Lucilla sostiene che ce ne sia già uno…. qui…. in mezzo a questa folta e ammiratissima capigliatura?… Ma già non dev'esser vero….
—Ottimo figliuolo!—proruppe intenerito il signor Mariano.—Quanto mi costa il dover amareggiare il tuo cuore! Eppure non posso, non posso farne a meno…. Sai tu perchè volevo far quella sicurtà, sai tu perchè me l'hanno ricusata?
—Perchè te l'abbiano ricusata, no; ma in quanto alla ragione per cui volevi farla, l'hai detta prima….
—Sì, ma ignori sempre il primo movente…. Sono parecchi mesi, Roberto mio, che non ho più la salute di una volta.
—Hai qualche incomodo di tratto in tratto—osservò Roberto impallidendo—ma son cose da nulla… lo dicevi tu stesso…. Infatti non hai mai voluto il medico….
—Non l'ho mai voluto perchè temevo che le sue parole fossero una rivelazione dolorosa. E quella rivelazione mi avrebbe impedito d'effettuare il mio piano…. Anche noi uomini onesti facciamo i nostri compromessi gesuitici con la nostra coscienza.
—A che compromessi alludi?… Non ti intendo.
—Se io avessi saputo positivamente che la mia salute era rovinata, non avrei potuto proporre a nessuna Compagnia una sicurtà sulla mia vita…. Ma finchè non avevo che un dubbio, la faccenda era diversa…. Ora, fin dal primo giorno in cui m'accorsi d'essere un altr'uomo da quel ch'ero un tempo, mi si affacciò il pensiero della morte vicina, e dello stato non lieto in cui avrei lasciato la mia famiglia…. Ma se io potevo garantire ai miei eredi una sessantina di mila lire, tutto mutava aspetto…. Tra queste sessanta mila lire e la dote di tua madre, c'era abbastanza per affrontare e vincere le prime difficoltà. Tu avresti potuto perfezionare la tua educazione e non correre il rischio di rovinare il tuo avvenire accettando il primo impiego che ti fosse capitato…. Io sarei stato contento e (chi sa?) sarei forse vissuto di più. Il rifiuto della Compagnia rovescia il mio bell'edifizio….
—Ma tu esageri la tua indisposizione, tu vuoi assolutamente veder tutto in nero, oggi.
—Non son io, Roberto, che mi creo dei fantasmi. In primo luogo la Compagnia assicuratrice non volle concluder l'affare appunto in vista della mia salute.
—Ne sei sicuro?
—Che altro motivo potrebbe esserci?… Dovetti sottopormi a una visita medica, non superficiale come d'ordinario, ma minuziosa, lunghissima…. Il medico non disse nulla; era però facile accorgersi che egli non era soddisfatto… La visita ebbe luogo ieri; questa mattina ricevetti la lettera.
—Ciò non basta ancora a provare….
—Non basta; ma io passai due ore fa da Rebaldi….
—Il nostro dottore?
—Sì; gli feci la storia de' miei incomodi e lo pregai di esaminarmi accuratamente. Egli lo fece con quello scrupolo che è una delle sue caratteristiche principali, e io leggevo sul suo volto ordinariamente impassibile le impressioni non buone che egli andava via via ricevendo…. Quando ebbe finito e prima ancora ch'egli aprisse la bocca, io lo scongiurai in nome della nostra vecchia amicizia, in nome dei nostri ricordi di giovinezza, in nome delle ore passate insieme nel 48 sotto la medesima tenda, di spiattellarmi tutta la verità, tutta quanta, per amara che potesse essermi. Rebaldi esitò un momento, ma poi mi disse queste precise parole: «Ti conosco da un pezzo; sei un uomo, e con un uomo si può parlar chiaro. Tu hai una malattia di cuore.»
Roberto represse un gemito.
—«Una malattia di cuore abbastanza avanzata. Sono malattie insidiose di cui pur troppo non ci si accorge che quando sono al punto da lasciar un campo ben angusto, all'arte medica.» Ma si muore presto? io chiesi, «Come vai dritto per la tua strada!» egli soggiunse. «Nelle tue condizioni si può viver qualche anno, si può morire in pochi mesi, quando meno si crede.»
—Ma, padre mio—proruppe Roberto nel massimo turbamento.—Rebaldi non deve saper quello che si dice…. Non è possibile ch'egli abbia ragione…. Tu così sano, così vigoroso fino a poco tempo fa…. Bisogna consultare qualche altro medico…. Vedrai che non sarà vero niente…. Se fosse vero, sarebbe necessario che tu ti sottoponessi a una cura, che ti mettessi in riposo….
—La cura me l'ha suggerita Rebaldi. Non consulterò altri. In quanto al mettermi in riposo, ci penserò di qui ad alcuni mesi…. se sarò ancora al mondo…. Adesso è impossibile.
—Perchè?
—Perchè son direttore di una Società ch'io stesso feci entrare in alcune speculazioni piuttosto avviluppate, e non m'è lecito di rallentar l'opera mia finchè queste difficoltà non sian tolte. Ce ne va del mio onore e quindi dell'onor tuo…. Io ho fatto grande e rispettata l' Unione, io devo restar sulla breccia finchè la veggo al sicuro dalle tempeste…. È inutile che tu insista. Ritirarmi oggi sarebbe anche peggio per la mia salute…. L'inquietudine morale mi sarebbe ben più funesta dell'attività fisica…. Non più di ciò, adunque. È un'altra cosa ch'io voglio dirti. In primo luogo, di quanto ti rivelai, non una parola, per ora almeno, ad anima viva; e meno di tutti a tua madre. Tu la conosci; ella è buona, ma il suo spirito si smarrisce facilmente…. Non troveremmo in lei un aiuto, ma un ostacolo…. O non vorrebbe credere, o cadrebbe nel parossismo della disperazione…. E ora più che mai ho bisogno di calma. Siamo intesi su ciò?
Roberto chinò il capo. Pur troppo suo padre diceva il vero.
—Adesso parliamo di te—riprese il cavaliere Mariano.—Nelle condizioni nuove della famiglia è forza che tu rinunci al viaggio d'istruzione che avevi stabilito di fare.
—O babbo, e potrei partire sapendoti malato?
—No, non potresti partire se non nel caso che tu avessi una posizione.
—Una posizione lontana da te?
—Speriamo che non sia necessario. Quello ch'è necessario si è che tu ti ponga presto in grado di guadagnare…. Lo vedi, non abbiamo più tempo da perdere…. Non bisogna lasciarsi cogliere alla sprovveduta dalla sventura…. Oh lo so, lo so, Roberto, non era questo l'avvenire che tu avevi il diritto di aspettarti…. Il lavoro sì, perchè senza il lavoro cos'è la vita?… Ma il lavoro alla fine de' tuoi studi, il lavoro cercato come un coronamento indispensabile dell'esistenza, non come il mezzo di sottrarsi alla miseria…. Con un po' meno di spensieratezza da parte mia questo scopo si sarebbe raggiunto, ma ormai al fatto non c'è rimedio…. Tu mi perdonerai, non è vero?
—Perdonarti? O padre mio, consigliami, guidami tu…. Io sono giovane, inesperto, ho bisogno di te….
—E io sono ancora al tuo fianco—rispose il cavaliere Mariano.—Noi cercheremo insieme ciò che può convenirti…. Intanto sai che mi fa un gran bene il vederti così ragionevole, così disposto a compiere il tuo dovere…. È un destino…. Tocca a te quello ch'è toccato a tuo padre… Coraggio, Roberto… Ci si fa uomini a questo modo…. Coraggio e silenzio con tutti. Riprenderemo il colloquio in altro momento….
Roberto non si decideva ad andarsene.
—Hai da chiedermi qualche cosa?
—E a Lucilla—disse il giovine con peritanza—a Lucilla posso dir nulla?
La fronte del signor Mariano si annuvolò.
—Lucilla—proseguì Roberto—è la fanciulla che amo, è quella che dovrebbe essere un giorno mia sposa. Non ha diritto a tutte le mie confidenze?
—Sei tu ben sicuro di attingere da lei la forza che ti occorre?—domandò il cavaliere Arconti.—Sei tu ben sicuro ch'ella ti reggerà nei virili propositi?
—O padre mio—proruppe Roberto—oggi dunque crolla tutto l'edifizio della mia felicità? Dovrei dubitare anche di Lucilla?
—No, povero ragazzo, non dubitarne. Colei che ti amò nei giorni lieti, ti amerà pure, io ne ho fede, ne' giorni tristi e procellosi, ma Lucilla è assai giovane, è allevata nel cotone; non si può esiger troppo da lei…. Bada a me, non precipitare…. Aspetta a parlare più tardi, quando sarai rimesso un poco dal tuo turbamento…. Aspetta.
Il signor Mariano capiva benissimo che i suoi argomenti valevano poco, che in massima suo figlio aveva ragione, ma ciò che lo faceva parlar così era il timore che Roberto dovesse esporsi a un nuovo e più amaro disinganno. Egli non aveva mai visto di molto buon occhio l'amore di Roberto per Lucilla, che gli pareva una ragazza non cattiva, ma frivola. E nessuno meglio di lui poteva sapere quanto grave fosse il non aver a compagna una donna di tempra salda e vigorosa.
Egli si alzò in piedi sforzandosi di sorridere, e disse a Roberto che non s'era ancora mosso:—Su, su, va nella tua camera, mettiti a far qualche cosa….
Roberto esitò un momento; poi scattando dalla seggiola, si gettò fra le braccia di suo padre e ruppe in singhiozzi.
Il cavaliere Mariano, ch'era riuscito a mantenersi quasi impassibile fino a quel momento, strinse al petto il figliuolo, ch'era il suo amore e il suo orgoglio, e confuse le sue lagrime con quelle di lui. Poi ripetè con tenerezza:—Va, Roberto, rasciugati gli occhi, che tua madre quando torna a casa ti trovi composto e sereno.
Roberto si lasciò accompagnar per mano fino all'uscio, poi si avviò macchinalmente alla sua camera.—Mettiti a far qualche cosa—gli aveva detto suo padre. Oh sì davvero! Egli sentiva proprio l'animo disposto a far qualche cosa! Che poteva fare se non tornare col pensiero alla terribile rivelazione che gli aveva poc'anzi straziato il cuore? Come tutto l'avvenire, come tutta la vita aveva mutato aspetto per lui! Gli oggetti, gli uomini, gli parevano diversi affatto da prima, come accade a chi, dopo aver visto un panorama attraverso un vetro nitido, lo rivede attraverso un vetro affumicato. E non poteva versare la sua angoscia nè in sua madre, nè in Lucilla! Roberto divideva, suo malgrado, l'opinione paterna; egli sentiva che nè da sua madre, nè da Lucilla avrebbe potuto sperare efficace conforto.
II.
Siccome non c'è male a cui non si mesca qualche cosa di bene, così anche l'aver a che fare coi caratteri leggeri ha, di fronte ai gravissimi inconvenienti, qualche piccolo vantaggio. E uno di tali vantaggi è la facilità di dissimular con loro lo stato del proprio animo. Eravate lieti alla mattina e siete mesti la sera; essi se ne accorgeranno al primo momento, ve ne domanderanno conto forse, ma poi s'appagheranno di qualsiasi risposta, e, purchè non li turbiate nelle loro abitudini, vi lasceranno in pace. La tempra del loro spirito li dispone a interpretar tutto nel modo più tranquillante; c'è così poca serietà nella loro vita; perchè devono supporre che ce ne sia nella vita altrui? Roberto era cambiato, profondamente cambiato. Ma nè la signora Federica, nè Lucilla attribuivano questo mutamento a ragioni gravi.—Roberto ebbe anche nella sua infanzia di questi periodi di spleen. Ma passano—diceva la signora Federica. In quanto a Lucilla, ella trovava che Roberto voleva far l'uomo d'importanza. Dacchè aveva ricevuto elogi speciali dai professori del Politecnico, non era più quello d'una volta. Roberto soffriva di questa spensieratezza della fanciulla amata; egli avrebbe voluto ch'ella si mostrasse sollecita di saper le ragioni vere della sua mestizia, che gli strappasse di bocca quelle confidenze ch'egli non poteva farle spontaneamente; ma poi cercava di giustificarla, cercava di persuadersi ch'è un egoismo l'affliggere gli altri con la scusa che siamo afflitti noi. Del resto era inevitabile tra non molto una spiegazione. S'avvicinava il tempo in cui Roberto avrebbe dovuto partire pel suo viaggio, e poichè egli non partiva più, sarebbe ben convenuto dirne il motivo.
Lo stato del signor Mariano non peggiorava visibilmente. Egli era sotto una cura, ma il dottor Rebaldi aveva accondisceso al desiderio dell'infermo, e non s'era lasciato sfuggire una parola con la signora Federica circa alla gravità della malattia. Dal canto suo, la signora Federica era irritatissima contro il medico, il quale secondava le ubbie di suo marito.—A badare a tutto—ella diceva—si sta freschi. Anch'io, se dèssi retta a' miei nervi, dovrei prendere medicine tre volte alla settimana. Ci vuol altro! Mariano ha sempre avuto il vizio di ascoltarsi troppo.
Era un'abitudine della signora Federica di trovar un precedente a tutto ciò che avveniva. Spesso questo precedente ella lo inventava di pianta, ma esso le serviva a ogni modo per concludere:—Ciò che è passato una volta passerà ancora.
La signora Federica era stata bellissima in gioventù, ed era sempre piacente, quantunque avesse una certa tendenza alla pinguetudine. Già non aveva che quarantadue anni e conservava le sue pretese di donna galante. Bisogna dir per altro, a onor del vero, che la sua era stata sempre una galanteria innocente. Vestir bene, andare a teatro, in società, lasciarsi fare un po' la corte, tutto finiva lì. Le sue amiche non avevano mai potuto accusarla di nessun intrigo serio, e quando non lo potevano le sue amiche! Anzi esse dicevano che la sua vera salvaguardia era la sua frivolezza.—La Arconti—continuavano—non è capace d'innamorarsi. Noi, più giusti, diremo, che, in fondo, a modo suo, ella amava suo marito, e siccome non le mancava nulla, le tentazioni grosse non venivano ad assalirla.
L'assalivano le piccine. Aveva la mania delle toilettes, delle acconciature, dei gingilli d'ogni specie, e, quand'ella passava per la galleria Vittorio Emanuele, tutti i bottegai sentivano allargarsi il cuore. A casa piovevano i conti, e il signor Mariano aveva sempre pagato con rassegnazione. Adesso però gli pareva che fosse tempo di por argine a questa prodigalità, e si lasciava sfuggir qualche parola in proposito. Egli non era più giovine, non aveva più la lena d'un tempo; gli affari dell' Unione non eran più brillanti come per lo passato; c'era la crisi commerciale; tutte le cose costavano il doppio; bisognava moderarsi nei desideri, non gettar via le proprie entrate fino all'ultimo centesimo; e avanti di questo tono. Ma la signora Federica si stringeva nelle spalle.—Quante volte ho sentito questi discorsi! Sempre la crisi, sempre gli affari che non van bene, e poi tutti gli anni hai dovuto finire per confessarmi che tra le tue competenze e la tua parte di profitto guadagnavi tra le quaranta e le cinquanta mila lire. O che si deve logorarsi la vita per un po' di danaro?—La signora Federica, come si vede, era superiore alla question d'argent, o, a meglio dire, l'aveva risolta a suo modo: ci fossero quattrini o no, a lei bastava spendere. Nondimeno, ella aveva la degnazione di concludere che aveva capito e che farebbe volentieri qualche sacrifizio, pur di non turbare la pace domestica. E infatti per una settimana ella si metteva in economia; poi l'acqua tornava a correr giù per la sua china. Roberto s'infastidiva, avrebbe voluto dir la sua opinione anche lui, ma la signora Federica non lo lasciava parlare.—Quel Roberto diventa intollerabile—ella brontolava.—Un ragazzo moralista! Si può dar di peggio?—C'erano momenti in cui il giovane si sentiva salire alle labbra la rivelazione della catastrofe ch'era sospesa sul capo della famiglia, ma ne lo tratteneva la promessa fatta a suo padre. E il signor Mariano, egli pure, aveva strane indulgenze verso sua moglie. In fin dei conti—egli osservava talvolta al figliuolo—ella avrà abbastanza privazioni da imporsi dopo; lasciamo che adesso faccia a suo talento. Il cavaliere Arconti era uno di quegli uomini, e son tanti, che, dotati di una singolare energia di carattere, spiegano tutta questa energia nella loro vita esteriore, e non ne esercitano affatto entro le pareti domestiche.
Questa sua rilassatezza appariva anche nel modo in cui egli cercava impiego a suo figlio. Aveva parlato, aveva scritto, ma in complesso non ci si era posto con quell'impegno che forse sarebbe stato necessario per raggiunger lo scopo. I momenti eran difficili, Roberto era conosciuto per un ottimo studente e nulla più; e così non si riusciva che a ottener buone parole. Tutti dicevano all'Arconti: Fortunato voi che non avete premura! Vostro figlio non ha bisogno di guadagnarsi un pane da un giorno all'altro. E ce ne son tanti che questo bisogno l'hanno! Avrebbe convenuto sradicar questa fallace opinione, ma come farlo senza spiattellar intera la verità?
Passò così qualche mese, e nulla era mutato nell'andamento della famiglia Arconti. Roberto era infinitamente più serio d'una volta, il cavalier Mariano era sempre più giù di cera, e non mancava di prender una mezza dozzina di pillole al giorno, ma le abitudini della casa erano sempre le stesse.
La signora Federica continuava a veder tutto in rosa. Quando suo marito le disse che aveva dimesso il pensiero di far viaggiare Roberto, ella principiò col meravigliarsene assai, ma finì coll'osservare esser già stata sempre la sua opinione che questo viaggio non fosse punto indispensabile a suo figlio, e che Milano fosse una città ove c'era quanto occorreva sì per istudiare che per divertirsi. E quando Mariano le soggiunse che si proponeva di far entrare addirittura Roberto nella vita pratica, la signora Federica tentennò il capo e volle atteggiarsi a donna positiva. Sicuro, Roberto non aveva nessuna urgenza, ma se poteva trovare un'occupazione decorosa, in quanto a lei non ci si sarebbe opposta. È bene che la gioventù cominci presto a lavorare. Anzi ella aveva avuto un'idea. Perchè suo marito non prendeva Roberto con sè? All' Unione c'erano impiegati che avevano grossi stipendi e non valevano la metà di quel che valeva Roberto. Era impossibile che non ci fosse un posto anche per lui. E se non c'era, lo si poteva sempre creare. A una Società come l' Unione alcune migliaia di lire sarebbero state una vera bazzecola, e il Consiglio d'amministrazione aveva troppi obblighi verso l'Arconti da potersi opporre a un sì onesto desiderio.
Il fatto si è che l' idea della signora Federica era la meno effettuabile di tutte quante e la più lontana dalla mente del cavalier Mariano. In primo luogo, bisogna dirlo a sua lode, egli era stato sempre alieno dall'esercitare la sua influenza sulla Società per procacciar sinecure agli amici e ai parenti: in ogni caso poi, questa influenza era oggi grandemente scemata. Il Consiglio d'amministrazione e gli azionisti riconoscevano i meriti dell'Arconti; erano disposti ad ammettere che col suo ingegno e con la sua iniziativa egli aveva dato un vigoroso impulso alla gestione, ma soggiungevano ch'egli era troppo poeta, che s'era slanciato in affari non conformi allo Statuto, che non aveva saputo fermarsi a tempo, e che era per buona parte colpa sua se le azioni, dopo esser salite al doppio del pari, non trovavano più compratori nemmeno al valor nominale. L'Arconti, si continuava, vuol far sempre a modo suo; è un piccolo despota; gli avvertimenti dei suoi colleghi del Consiglio e dei censori, gli ordini del giorno dell'Assemblea vanno a frangersi contro la sua resistenza passiva. In tutte queste accuse c'era pure un lato di vero, ed era verissimo poi che l'Arconti, come di ordinario gli uomini i quali sanno d'aver reso eminenti servigi ad un'amministrazione, teneva in poco o nessun conto le opinioni degli altri. Questa corrente ostile che s'era formata tra gli azionisti era secondata da alcuni tra i membri del Consiglio e da parecchi impiegati della Società, creature sue in massima parte, da lui beneficate a più riprese, e che gli si erano voltate contro per basse invidie, e forse in ragione degli stessi benefici ricevuti. È una tra le nostre maggiori infermità morali quella di non saper sopportare il peso della gratitudine. Pro gratia odium redditur; lo disse anche Tacito, il grande psicologo di Roma imperiale.
Con queste disposizioni degli animi non era nemmeno da pensare a impiegar Roberto presso l' Unione. Aggiungasi che a lui, ingegnere, sarebbe convenuto molto più un ufficio tecnico amministrativo. La signora Federica dovette quindi intascare la sua idea brontolando, e dicendo che a lei non si badava mai, quantunque ella vedesse più in là di molti che la pretendono a gente di garbo. A ogni modo, secondo il suo solito, di lì a quarantott'ore non se ne diede più per intesa.
Presso l' Unione si preparava una giornata tumultuosa, quella cioè dell'assemblea generale, in cui avrebbe dovuto approvarsi il bilancio e si sarebbe rinnovato un terzo del Consiglio d'amministrazione. Si sapeva che il bilancio non era brillante, e nell'opinione di molti azionisti e anche d'una minoranza del Consiglio, ci sarebbero state ulteriori riduzioni da fare pel deprezzamento di parecchi titoli valutati al disopra del reale e per parecchi crediti dubbi. Non era un mistero per nessuno che un grosso partito avrebbe presentato un ordine del giorno per la nomina di una Commissione speciale incaricata della revisione di questo bilancio. Se un tale ordine del giorno era accettato, evidentemente tutto il Consiglio doveva dimettersi, e prima di tutti l'Arconti, che era in pari tempo membro del Consiglio stesso e direttore della Società. Alla rielezione sarebbero stati nominati di nuovo coloro che oggi rappresentavano la minoranza; agli altri si sarebbero sostituite persone d'idee conformi a quelle prevalse nell'assemblea. Nell'ipotesi migliore, quella cioè della rielezione parziale, l'Arconti non sarebbe stato tra gli uscenti di carica, ma era certo che sarebbero entrati trionfalmente in Consiglio alcuni tra gli azionisti più ostili a lui. La sua posizione di consigliere sarebbe diventata difficilissima: e più difficile forse la sua posizione di Direttore, quantunque non necessariamente connessa all'altra. Le benemerenze che in tanti anni egli si era acquistate presso la Società avrebbero senza dubbio costretto a speciali riguardi i suoi avversari; non si sarebbero volute spingere le cose all'estremo; pur vincolando la sua libertà d'azione, non si avrebbe forse voluto rovesciarlo d'ufficio; sarebbe rimasto Direttore, ma Direttore di nome. E per un uomo della sua tempra, questo sarebbe stato il peggiore supplizio.
Invero, non era la prima volta che si erano manifestati degli umori tempestosi in grembo alla Società, e ch'era occorso tutto l'ingegno e tutta l'influenza del cavaliere Mariano per dominarli. Però egli sentiva che ora la corrente era troppo forte e ch'era ben piccola la speranza di opporvisi con buon successo. I colloqui ch'egli aveva avuto coi principali azionisti, con quelli intorno a cui faceva capo l'opposizione, lo avevano scoraggiato. Mentr'egli parlava, sembravano convinti delle sue ragioni; ma quand'egli aveva finito, tornavano a ripetere le cose dette prima, senza entrare a discutere i suoi argomenti. Ed è questo il sintomo più grave per chi voglia tirar dalla sua un contradditore. All'assemblea generale il signor Mariano avrebbe parlato eloquentemente secondo il suo solito, ma egli era troppo esperto di siffatte cose da poter credere che i bei discorsi abbiano la virtù di modificare i voti degli azionisti di una Società anonima. Ognuno va alla seduta col suo voto preparato, ognuno ha impegnato la sua parola, e a discussione chiusa, l'urna dà il medesimo responso che avrebbe dato se la si fosse consultata prima che la discussione fosse aperta.
Queste angustie non potevano a meno d'influire sinistramente sulla salute del signor Mariano. Ormai non c'era che la signora Federica la quale non volesse accorgersi del suo deperimento e insistesse a dire che le erano fisime belle e buone, e che la malattia vera sarebbe venuta più tardi per causa dei rimedi. Il dottor Rebaldi poteva farle a sua posta il viso serio e tentar di preparar l'animo di lei alla realtà delle cose; ella usciva dai gangheri e lo strapazzava senza misericordia.
Sappiamo già che impressione profonda avesse ricevuto Roberto dalle confidenze di suo padre; pur l'animo umano, e l'animo dei giovani soprattutto, è così disposto a lasciarsi ingannare, che vedendo per alcuni mesi la salute del cavaliere Mariano rimaner quasi stazionaria, egli aveva cominciato a riaprire il cuore alla speranza, a credere almeno che il male non fosse avanzato come si temeva. Ma in poche settimane il peggioramento era stato così manifesto che le ultime illusioni avevano dovuto inesorabilmente svanire. Roberto capiva che la catastrofe si avvicinava a gran passi, e pensava con orrore al giorno in cui gli sarebbe mancato l'appoggio più caro e più necessario. Le difficoltà economiche che lo aspettavano sparivano davanti alla gravità morale della sventura; egli non si curava nemmeno più del suo impiego, tant'era assorbito da un'unica preoccupazione.
Tra Roberto e suo padre c'era stata sempre una gran conformità d'idee. Egli ne aveva le qualità, ne aveva in parte i difetti. Sin da piccino egli si faceva una festa ogni volta che poteva star col babbo, uscir col babbo, avere una carezza dal babbo. Il babbo aveva veduto tante cose, sapeva tante cose, e la sua conversazione alimentava l'intelligente curiosità del fanciullo. Con la mamma invece i temi di discorso eran presto esauriti; le passeggiate avevano un unico scopo, quello di far spese. E che aiuto aveva prestato il cavalier Mariano a Roberto durante i suoi studi! Il cavaliere, che non aveva fatto nessun corso regolare, che ancor giovine aveva dovuto entrar nella vita pratica, era un uomo coltissimo e fino all'età matura aveva consacrato i suoi ritagli di tempo a istruirsi. Egli si rimproverava d'imprevidenza, nè forse il rimprovero era infondato; ma almeno egli aveva il conforto che questa imprevidenza non gli aveva diminuito l'affetto di suo figlio; in questo campo dell'affetto egli aveva seminato a larga mano, e la raccolta corrispondeva alle più balde speranze.
III.
Il signor Benedetto Dal Bono era di pessimo umore, e sfogava il suo spleen dando molestia alla diletta consorte.
—Finalmente la ho saputa giusta sulla salute d'Arconti. La signora Federica diceva che non è nulla, tu come un pappagallo ripetevi le sue parole, e Lucilla, anche lei, faceva un terzetto con voi altre due. Oh nulla! Una malattia di cuore! Piccole bazzecole!… Già, con un deperimento di quella fatta, sfido io che non ci fosse sotto qualche cosa di serio…. Si è aperta la finestra…. quella lì…. chiudi…. Sono mezzo sudato, e un malanno si fa così presto a buscarlo…. Sono più giorni che non istò bene…. Chiudi anche l'uscio.
—Ma, babbo, si soffoca—esclamò la Lucilla, ch'era in un angolo del salotto con la sua cagnetta Gipsy.
—Se soffochi, va in un'altra stanza.
Lucilla non se lo fece dire due volte, e sgattaiolò via seguita da Gipsy. La signora Giulia avrebbe fatto lo stesso assai volentieri, ma suo marito la trattenne.
—Ho certe punture qui…. e qui…. non vorrei che ci fosse qualche ingorgo nella circolazione…. Il medico dice di no….
—Ma se non hai nulla….
—Bravissima, nulla!… È la solita parola…. Bell'aiuto che si ha da voi donne…. Intanto Mariano Arconti se ne va col treno direttissimo all'altro mondo…. E in quanto all'età, c'è così poca differenza tra noi…. Siamo nati nello stesso anno, egli in gennaio, io in dicembre; coetanei non ci si può dire, io sono più giovine, ma di undici mesi soltanto…. È vero—continuò il signor Benedetto con piglio più soddisfatto—è vero ch'io mi sono strapazzato meno…. Non feci il volontario, io, nel 48…. Non mutai mestiere tre o quattro volte…. Non ebbi mai i capricci della galanteria, mentre lui…. basta…. aggiusti i conti con la signora Federica, chè per noi non ci si deve entrare…. Dopo tutto, la sua malattia di cuore se l'è voluta…. Me ne dispiace, ma chi è causa del suo mal pianga sè stesso …. Però son cose che fanno sempre un gran senso…. Impossibile non pensare che quello che accade agli altri può accadere anche a noi…. Povero Mariano! Lo conosco da tanto tempo….
Il signor Benedetto si soffiò il naso in attestato di simpatia pel suo vecchio amico; poi prese una pastiglia da una scatola che teneva in tasca.
—Che disgrazia per quella famiglia!—esclamò la signora Giulia.
—Disgrazia!… Una rovina addirittura. Ma! spendevano e spandevano come se fossero principi…. Non si è pensato mai all'avvenire…. Solo adesso Mariano voleva fare sulla sua vita una sicurtà, che naturalmente gli fu rifiutata…. Una gran lezione, una gran lezione! Specchiati in questo esempio, tu, che avresti ogni momento qualche nuova spesa da suggerire….
—Io?—proruppe la signora Giulia nella massima maraviglia.
—Già….. non più tardi di ieri sera t'era venuto il ghiribizzo delle tendine nuove in salotto.
—Son tutte sdruscite.
—Si rattoppano.
—Si son già rattoppate due volte….
—E si rattoppano anche la terza….
—Se fossimo poveri, direi….
—E che ne sai tu se siam poveri o no?… La casa in via Principe Umberto spigionata; ad Abbiategrasso una grandine che ha distrutto il frumento; belle allegrie davvero!… Poveri! E chi lo sa se non si diventa tali anche noi?… Gli Arconti intanto….
—Ma gli Arconti erano imprevidenti, lo hai detto tu stesso….
—Una ragione di più per non imitarli.
Si sentì il suono di un pianoforte nella stanza vicina. Era Lucilla che scorreva colle dita sui tasti.
—Mi dispiace anche per quei ragazzi—disse la signora Giulia guardando verso l'uscio.
—Che? Che?—borbottò il signor Benedetto.—Riscaldi di gioventù….. Impegni non ce ne sono…. Grazie a Dio, la promessa formale non ha ancora avuto luogo…. In ogni modo, quando cambiano le circostanze….
—Ma si amano come due colombi….
—Colombi o tortore, chi non ha quattrini non prende moglie…. E sarebbe ora di farla finita con quelle sdolcinature di promessi sposi….
—Si riguardan come tali da parecchi anni….
—Male, malissimo; colpa tua…. Non bisognava permettere….
—S'era tutti d'accordo….
—D'accordo nella massima, forse…. Ma potevano accader tante cose, e infatti sono accadute. E bisogna far intender ragione agli Arconti….
—In questo momento?… Io non ho certo il coraggio…. Parla tu, se credi….
—Io? Io?—proruppe il signor Benedetto mettendo in mostra un'altra faccia del suo carattere, ch'era la vigliaccheria.—Non l'ho mica arruffata io la matassa…. Parlare? Sicuro che parlerò…. a suo tempo…. Quei due Arconti, padre e figlio, son certa gente furiosa…. Piglian fuoco per un nonnulla…. E già m'immagino che Roberto capiterà qui anche stasera….
—È probabile…. Povero giovine! Che si deve fare! Ha tanto bisogno d'un po' di sollievo….
—Bei discorsi questi! Intanto, invece di allentare il nodo, lo si stringe di più…. Oh parlerò, giacchè chi dovrebbe parlare si rifiuta, parlerò io….
—Ma non adesso, Benedetto, te ne prego—soggiunse in tono supplichevole la signora Giulia.—Sarebbe un colpo mortale per quel disgraziato….
—E chi dice adesso?—rispose il Dal Bono, che non vedeva senza apprensione questo colloquio.—Dico che parlerò…. Intanto passerò nella mia camera…. Ahi!… Sempre queste punture…. Se Bruni s'ostina a non voler ordinar nulla, bisognerà chiamare un altro medico.
Mentre il signor Benedetto si alzava dalla poltrona, entrò il servo portando due lettere appena giunte.
Erano due circolari che si riferivano al medesimo argomento. L'una, firmata dalla Presidenza dell' Unione, sollecitava i soci a intervenire o a farsi rappresentare nell'Assemblea generale che avrebbe avuto luogo la prima domenica di maggio; l'altra, sottoscritta da Alcuni azionisti, invitava a una seduta preparatoria per discutere la linea di condotta da tenersi appunto nell'Assemblea generale nell'interesse della Società.
—Non andrò nè all'Assemblea generale, nè alla seduta preparatoria degli oppositori—disse con magnanimità il signor Dal Bono, gettando via dispettosamente le due lettere.
—È l'Assemblea dell' Unione?—chiese la signora Giulia.
—Già, di quella famosissima Unione che, a sentir Arconti, doveva diventar quasi una seconda Banca Nazionale, che adesso invece ha le azioni al disotto del pari…. Grazie al cielo, di queste azioni io ne ho poche…. A dar retta a Mariano, avrei dovuto comperarne qualche centinaio….
La signora Giulia domandò timidamente.—Non andrai davvero all'Assemblea?
—Non andrò, non andrò; che c'è?
—Oh…. nulla…. ma Federica sperava che avresti votato per la Presidenza….
—Io non voterò nè pro, nè contro…. Io non andrò in persona, nè darò procura a nessuno; ecco quello che farò…. Mi si vorrebbe mettere in impicci, ma non ci si riuscirà…. Non intendo perder la mia quiete…. Non intendo guadagnarmi una malattia di cuore, io…. Oh su questo punto non transigo…. Già non avrei che due voti…. E due voti di più o di meno non fanno nè caldo, nè freddo…. Io me ne lavo le mani, me ne lavo le mani affatto.
Dopo aver espresso questa idea conforme ai più rigidi precetti della pulizia, il signor Dal Bono prese un'altra pastiglia e uscì dalla stanza, lasciando ordine che non lo si disturbasse per nessuna ragione.
Lucilla non tardò a ricomparire nel salotto. Gipsy le era alle calcagna, secondo il solito.
—Adesso che non c'è' più il babbo, si potrà riaprire…. Sta quieta, Gipsy…. Non salir sulle sedie.
—Senti, Lucilla—cominciò la signora Giulia, che avrebbe pur voluto preparar l'animo della figliuola agli ostacoli che stavano per sorgere sul suo cammino. Ma in quel punto si spalancò l'uscio ed entrò Roberto.
—Dunque, come va?—chiesero le due donne ad una voce.
Roberto tentennò il capo.
—Poco bene sempre.
—Però tu esageri—osservò la ragazza.
—Oh fosse pur vero ch'io esagero—esclamò il giovane tristamente.—Ma non è così, non è così.
Roberto s'era seduto; la cagnetta Gipsy, posandogli le due zampe anteriori sulle ginocchia, tentava di attrarre la sua attenzione.
—Non le hai portato lo zucchero, oggi?—domandò Lucilla.
—Oh! come posso ricordarmi dello zucchero in questi giorni?
—Venga qua, madamigella Gipsy —riprese la fanciulla;—il signorino non vuol più saperne di lei.
Roberto alzò la testa e fissò gli occhi malinconici in viso a Lucilla, che non potè a meno di arrossire.
—Ho detto per ischerzo, sai—ella soggiunse in tono carezzevole.
Egli si mise a camminare per la stanza, poi si avvicinò all'adorata giovinetta, e posandole la mano sulla spalla:—Sento che la disgrazia è irreparabile, è vicina—egli disse—e nello stesso tempo non oso fermarvi la mente. O Lucilla, perduto mio padre, che mi rimane? La mamma è buona, mi vuol bene, io ne voglio a lei; ma ella considera le cose sotto un punto di vista tanto diverso dal mio! O Lucilla, mi resti tu…. Mi amerai sempre?
—Sicuro che ti amerò…. Che discorsi!
—Mi amerai molto?
—Molto, s'intende…. Che aria solenne hai!
—Via, ragazzi, smettete—disse un po' imbarazzata la signora Giulia.—Se mio marito fosse qui….
—Il signor Benedetto ha ragione—ripigliò Roberto con qualche amarezza.—Ormai è necessario di trattarsi con sussiego…. non sono più quello d'una volta…. Domani forse sarò povero….
—Un'altra esagerazione!—esclamò Lucilla.
—Oh no…. In casa abbiamo avuto le mani bucate…. Quando non ci sia più mio padre, il cui stipendio ci permette di passarcela da gran signori, bisognerà pur campare con l'interesse della dote della mamma e con quello che guadagnerò io, che ancora non guadagno nulla.
—Ebbene tu mi sposerai, io son ricca.
—Lucilla!—interruppe la signora Giulia, ch'era sempre più sulle spine.
—Non abbia paura; signora Giulia. Non consentirei io stesso a questo matrimonio prima d'avere una posizione.
—Soliti eroismi—osservò Lucilla indispettita.
—Non sono eroismi; è una legge d'onore… Un marito che voglia essere rispettato non deve vivere a spese della moglie…. Io non consentirei a sposarti finchè non fossi in grado di mantener la mia famiglia; ma tu aspetterai fino a quel momento, non è vero? Anche se sarò costretto ad andar lontano di qui, mi aspetterai?… Oh questo, signora Giulia, non può sembrarle indiscreto…. La Lucilla ed io ci si ama fin da fanciulli.
—Figliuoli miei—rispose la signora Dal Bono cedendo suo malgrado all'intima commozione dell'animo—lo sapete se ho visto di buon occhio quest'affetto che è cresciuto con voi. Può dirlo la tua mamma, Roberto, quante volte s'è discorso di farvi marito e moglie…. Io spero che tutto andrà secondo i nostri desideri; ma adesso ci vuol pazienza, ci vuol prudenza…. Mio marito ha le sue idee; non conviene prenderlo di fronte…. Già siete tanto giovani tutti e due…. E tu, Roberto, hai ingegno, hai buon volere; vedrai che il diavolo non sarà così brutto come pare.
—Grazie, signora Giulia—proruppe l'Arconti, stringendo la mano della buona donna.—Avrò dunque una difesa in lei?
—Sì…. ma se cominciassi col chiederti qualche sacrifizio?
—Che sacrifizio?
—Per esempio…. di rallentare un po' le tue visita a Lucilla….
—Oh mamma!—disse la ragazza in tono di rimprovero.
—Adesso dovrei rallentare le mie visite?—esclamò Roberto con l'accento della più viva commozione.—E non ho altro conforto che questo! E ho tanto bisogno di veder chi mi vuol bene!
La signora Giulia chinò il capo in silenzio. Ella sentiva che Roberto aveva ragione.
Il giovine le prese la mano di nuovo:
—Fra poco, forse, io andrò peregrinando pel mondo in cerca di fortuna; allora nessuno potrà lagnarsi della frequenza delle mie visite. Finchè son qui, non m'invidii l'unica gioia che mi rimane….
—E avrai proprio questa necessità di andartene in giro pel mondo?—interruppe Lucilla.
—Credi che lo farò apposta?… Ma prevedo che sarà inevitabile…. E nel mio esiglio mi consolerà un'immagine, la tua, mi sosterrà una fede, la fede del tuo amore…. Nelle ore più tristi penserò a te, e tu forse nel momento stesso tornerai con la fantasia a questo povero diavolo sbalestrato dalla fortuna.
—Sì sì—saltò a dire Lucilla battendo i suoi piedini con un movimento d'impazienza.—Farò la Penelope.
—Non ischerzare, Lucilla, te ne scongiuro. La vita è seria….
—Eh me ne accorgo. Vuoi vedermi triste, ingrugnata….
—No, Lucilla, voglio veder sempre il tuo bel sorriso, ma non il folle sorriso di chi non cura il domani, bensì il sorriso pensoso di chi si apparecchia a combattere e non trema perchè è a fianco della persona da cui è amato e che ama…. Me ne vado adesso…. Il babbo mi aspetta.
Si avvicinò al tavolino su cui aveva deposto il cappello, e l'occhio gli cadde sulle due circolari che il signor Benedetto aveva lasciate lì aperte.
—Il signor Benedetto non farà mica causa comune coi nostri avversari,—disse Roberto.
—Oh no—rispose vivamente la signora Giulia.
—Voterà con noi?
A questo punto la signora Dal Bono non potè dissimulare il suo imbarazzo.
—Ma…. credo…. spero…. sai…. mio marito è timido…. nel primo momento dichiarò che voleva restar neutrale.
—Ah!… neutrale—ripetè Roberto con un amaro sorriso.—Pazienza…. Buon giorno, signora Giulia…. Addio, Lucilla.
La ragazza lo accompagnò sino all'uscio della scala, quantunque sua madre la chiamasse ripetutamente—Lucilla, Lucilla!
—Se tu non avessi quegli slanci da Don Chisciotte—ella susurrò all'orecchio del giovine—le cose prenderebbero una piega molto migliore…. Io m'impegnerei di far fare a modo mio il babbo e la mamma, e ricco o spiantato, tu mi sposeresti entro l'anno….
—No, Lucilla, è impossibile….
—Vedi, sei tu che non vuoi…. Sei tu a cui non importa niente di me.
—Non m'importa di te?… Oh come sei ingiusta!
Roberto cinse col braccio lo svelto corpicino della fanciulla. Ella arrovesciò la testa con un dolce abbandono, fissò negli occhi di lui i suoi occhi neri, grandi, pieni di fuoco, e mostrò due labbretti di rosa che parevano dire—baciatemi.
Sono inviti a cui non si risponde di no, e Roberto non mancò di fare il debito suo. Gipsy, che aveva raggiunto la sua padroncina, scosse in aria d'approvazione i sonagli che le pendevano al collo.
—Lucilla! Lucilla!—chiamò di nuovo la signora Giulia, avanzandosi nell'andito.
I due giovani si separarono in fretta.
IV.
Il giorno solenne dell'assemblea generale non tardò ad arrivare. Quella mattina la signora Federica si alzò piena di fiducia. Suo marito avrebbe senza dubbio sgominato gli avversari come tante altre volte, e tutta questa burrasca si sarebbe risolta in nulla. Le cose avrebbero ben presto ripreso il loro andamento normale, e la salute di Mariano, un po' scossa dalle agitazioni degli ultimi tempi, si sarebbe rimessa con due o tre mesi di riposo in un luogo di cura sui laghi. Era ben giusto che Mariano chiedesse due o tre mesi di riposo, era ben naturale che la Società glieli accordasse.
L'ottimismo della signora Federica non era diviso nè dal cavaliere Mariano, nè da Roberto, i quali sapevano come stessero le faccende, e come fossero falliti i tentativi di accomodamento tra il Consiglio di amministrazione e i gruppi ostili. Ci sarebbe stata battaglia, e la sconfitta era certa. Roberto tremava per suo padre. Il medico non gli aveva dissimulato che la tensione d'animo in cui si trovava il cavalier Mariano gli era fatale e poteva precipitare la crisi. Ma come rimediarvi? Il cavaliere era uno di quegli uomini pronti a morire piuttosto di ritirarsi il giorno della battaglia.
Un paio d'ore prima dell'adunanza, uno tra i membri del Consiglio d'amministrazione, ch'era anche amico personale suo, si recò da lui per sottoporgli un'ultima proposta dei dissidenti. I suoi colleghi, egli soggiunse, non volevano esercitare alcuna pressione sul suo animo, nè sciogliersi dalla solidarietà che avevano con lui; pesasse il pro e il contro del partito che gli era offerto, e ch'era il seguente. Gli avversari parevano disposti a recedere da ogni voto di biasimo, purchè l'Arconti domandasse addirittura un congedo di un anno per motivi di salute, e consentisse quindi a non ingerirsi per un anno negli affari della Società. In questo periodo di tempo si sarebbe veduto di combinar le cose in modo di comune soddisfazione.
Roberto, ch'era presente al colloquio, e teneva gli occhi fissi su suo padre, il cui volto andava avvampando di collera, disse in tono supplichevole:
—Non agitarti, babbo, riflettici con calma; ti si offre un anno di riposo, e quest'anno di riposo può conservarti alla tua famiglia, può arrestare, può vincere la tua malattia….
Il signor Mariano scattò come una molla.—Un anno di riposo! Oh prima che finisca l'anno, il riposo, e un ben più lungo riposo, sarà venuto da sè.
—Babbo, non dirlo—interruppe Roberto.
—Si vuol la mia dimissione. Si vuole ch'io ceda il campo senza battaglia. Ebbene, no, assolutamente no. Se si vuole la mia dimissione forzata, si venga a intimarmela, se si spera d'avere la mia dimissione spontanea, la si avrà, ma non oggi…. Quando avrò messo a nudo queste cabale, questi intrighi, queste coalizioni indecenti, quando avrò difeso la mia opera di quindici anni, allora mi dimetterò…. Vergognati, Roberto, del tuo falso amor filiale. Chi ama davvero, rispetta, e tu devi rispettare e voler rispettata la dignità di tuo padre. Ma non intendi che si direbbe: Arconti ha capito che bisognava metter tutto in tacere, non far pubblicità, accomodarsi alla meglio? E allora s'inventerebbero le favole più assurde, le calunnie più odiose….
—No, Arconti, no,—interruppe il consigliere ch'era venuto a far la proposta—io vi garantisco che l'assemblea voterebbe oggi stesso un ordine del giorno tale da porre la vostra fama al coperto….
—Sogni, apparenze. Gli ordini del giorno dell'assemblea non potrebbero toglier l'impressione che farebbe il veder che io non difendo la mia amministrazione accusata, e che lascio il mio posto nel giorno del pericolo. È inutile insistere. Fossi moribondo, fossi agonizzante, oggi mi farei portare all'adunanza e brucerei la mia ultima cartuccia.
Il colloquio fu troncato così. Il cavalier Mariano, rimasto solo con suo figlio, misurò per qualche tempo in lungo e in largo il suo studio a passi concitati; poi guardò l'orologio e disse a Roberto:—Andiamo, mi accompagnerai alla seduta. Animo, giovinotto, alla tua età dovrebbe piacere l'odor della polvere…. A proposito, la Direzione delle Meridionali mi scrive offrendomi un posto per te sulla linea Taranto-Reggio…. È molto lontano…. Ne parleremo dopo desinare.
—Andar via adesso?… Lasciarti! Oh no….
—Forse hai ragione—soggiunse il signor Mariano, tentennando tristamente il capo.—Mi dorrebbe troppo che tu non ci fossi quando…. Basta…. Passiamo a salutare tua madre….
La faccia seria di suo marito e di suo figlio non bastarono a scuoter la fede della signora Arconti. Per lei quella era una giornata di pieno trionfo, ed ella rimproverava gravemente Roberto della sua pusillanimità!
—Povera donna!—sospirò il cavalier Mariano, allontanandosi a braccio del giovine.—Lasciamole le sue illusioni…. È il suo carattere…. È vero che in tanti anni dacchè siamo marito e moglie non ha mai dovuto misurarsi con le avversità.
Da molto tempo la sala delle adunanze generali dell' Unione non s'era vista così affollata. Come avviene sempre in simili casi, molti fra i presenti non erano azionisti di fatto, ma rappresentavano un certo numero d'azioni inscritte in loro favore per la circostanza. E questi signori non sapevano nemmeno di che si trattasse; sapevano soltanto ch'erano lì per votare in un dato modo.
Due giovinotti di primo pelo, adocchiatisi da due lati della sala, si mossero incontro e si strinsero cordialmente la mano.
—Anche tu qui?—disse uno d'essi che portava l'occhialino inforcato al naso.
—Anch'io. Rappresento dieci azioni della casa Baggelli,—rispose l'altro, che aveva un soprabito color cannella.
—E io rappresento Larice. Ma non sono il solo. Quello lì ha tante azioni che, se non le ripartisce fra parecchie persone nei giorni dell'assemblea generale, non può mai esercitare l'influenza che gli spetta.
—Dunque siamo dell'opposizione tutti e due. Tutti e due cospiratori, come nell' Ernani. Ad Augusta.
— Per Augusta.
—Abbasso la camorra! Abbasso il Consiglio!
—Abbasso il Direttore sopratutto!
—Conti di prender la parola?
—Io? Mi meraviglio. Son qui per votare l'ordine del giorno dell'opposizione. E tu?
—Tal quale. Zitto come un pesce. Le chiacchiere son chiacchiere; i voti son quelli che valgono. C'era stato qualche tentativo di accordo, ma andò fallito.
—Battaglia all'ultimo sangue, allora.
—All'ultimo sangue.
Quand'entrò il Consiglio d'amministrazione, i capannelli ch'erano sparsi nella sala si sciolsero e tutti gli occhi si fissarono sul Direttore, al quale si sapeva che il Consiglio aveva deferito l'incarico di sostenere la lotta.
Nell'aspetto egli era molto diverso dagli anni precedenti. La sua maestosa persona si era alquanto incurvata, le sue guancie erano pallide e floscie. Solo gli occhi conservavano l'antico splendore, l'antica energia.
Il Presidente scosse il campanello, dichiarò aperta la seduta, e diede la parola al Direttore per la lettura della sua relazione.
Le relazioni che l'Arconti soleva presentare ogni anno all'assemblea generale dell' Unione erano modelli di perspicuità e di efficacia. Lo stile degli affari che gl'Italiani conoscono così poco vi era maneggiato maestrevolmente. Questa volta però il cavalier Mariano aveva superato sè stesso. Non era soltanto una lucida illustrazione delle cifre del bilancio, una classificazione ordinata e precisa delle varie operazioni della Società; era anche una difesa anticipata degli appunti che si facevano al Consiglio. Le cause dei poco brillanti risultati dell'anno erano scrutate con rara diligenza e finezza, ed erano poi egregiamente lumeggiate le speranze dell'avvenire, di quell'avvenire, diceva la relazione, che non appartiene ai pusillanimi, ma ai perseveranti e agli audaci. Onde nulla di più improvvido, si concludeva, che cedere allo scoraggiamento e alimentare i dubbi degli altri cominciando a dubitar di sè stessi.
La lettura di questo importante documento venne accolta con favore da un terzo dell'assemblea, e con un silenzio glaciale dagli altri due terzi.
L'opposizione cominciò a far capolino timidamente nella relazione dei censori. In mezzo a molti elogi c'era pure qualche osservazione critica, c'era il sommesso desiderio di un indirizzo più cauto da darsi agli affari.
Le idee dei censori servirono d'addentellato agli avversari dell'amministrazione per ismascherare le loro batterie. Le osservazioni critiche divennero biasimi aperti, i desideri sommessi presero un tono insistente, imperioso. I dubbi, non sulla realtà materiale delle cifre del bilancio, ma sulla esattezza di alcuni apprezzamenti, vennero formulati nel modo più esplicito, e si svolse l'ordine del giorno già prenunciato circa la nomina di un'apposita commissione avente lo scopo di riveder questo bilancio.
Il Presidente del Consiglio d'amministrazione combattè del suo meglio una siffatta proposta, che aveva il carattere di un voto di sfiducia, e dichiarò che, ov'essa fosse stata accolta dall'assemblea, nè egli, nè alcuno de' suoi colleghi avrebbe potuto rimanere al suo posto. Altri consiglieri parlarono nello stesso senso, e anche dal grembo degli azionisti sorsero voci più o meno autorevoli contro un ordine del giorno che avrebbe portato una crisi. Finalmente si levò l'oratore più formidabile del Consiglio.
Molti fra i più eloquenti uomini politici avrebbero invidiato la facondia, la lucidezza, l'efficacia del suo linguaggio. Le cose ch'egli aveva già esposto mirabilmente nella sua relazione, scolpite ora con una parola plastica e viva, acquistavano l'aria di verità indiscutibili. E la sua voce e il suo gesto s'animavano di mano in mano ch'egli procedeva nel suo discorso, e a sentirlo e a vederlo in quel momento non si avrebbe detto che una malattia terribile gli logorava le viscere e gli scavava il terreno sotto i piedi. Quand'egli sedette, scoppiò un applauso fragoroso, a cui presero parte anche alcuni fra i suoi più accaniti oppositori.
—Bravo!—esclamò il giovinotto dall'occhialino— Voilà ce qui s'appelle parler.
Il suo amico dal soprabito color cannella, che gli era seduto vicino, lo tirò per la falda del vestito.—Applaudi?
—Sicuro. Io sono un uomo indipendente.
—E il voto?
—Ah! il voto è un'altra faccenda. Voto per conto di Baggelli, ma applaudo per conto mio.
Il cavaliere Arconti aveva fatto il suo ultimo sforzo. Ormai il suo corpo era esausto ed egli non sarebbe stato in grado di replicare se alcuno avesse ripreso la parola. Per buona ventura gli avversari avevano ancora minor desiderio di misurarsi con lui. Il primo firmato sotto l'ordine del giorno che formava il perno della battaglia si limitò a dire che le ragioni svolte con tanta eloquenza dal Direttore non erano bastate a smuovere dal proposito di un'inchiesta sul bilancio nè lui, nè i suoi amici; che però una simile inchiesta non doveva esser presa per ciò che non era. Non si dubitava menomamente della lealtà dei preposti all' Unione, ma si trattava di mettersi d'accordo sulla valutazione di alcuni enti, valutazione che influiva sui risultati finali del bilancio.
Il cavalier Fionda, un azionista che aveva l'abitudine di parlare in ogni assemblea e che gli altri avevano l'abitudine di non ascoltar mai, fece anche questa volta il suo discorsetto, fra segni generali d'impazienza. E sì ch'egli era convinto che le sue idee avrebbero conciliato tutto e tutti!
—Ai voti! Ai voti!—si cominciò a gridar da più parti.
Si venne ai voti, e l'opposizione trionfò con una notevole maggioranza.
Allora il Presidente annunziò che tutto il Consiglio dava la sua dimissione, ed espresse il parere che convenisse rimettere a una prossima seduta la nomina del Consiglio nuovo e la discussione degli altri oggetti che figuravano all'ordine del giorno. I dimissionari consentivano a rimaner in carica sino a questa nuova seduta.
Dopo una grande battaglia, una tregua è accettata volentieri da ogni parte, e la mozione del Presidente fu accolta con plauso universale. I vincitori sentivano anch'essi il bisogno di concertarsi prima di andare avanti. D'accordo nell'idea di modificare l'indirizzo della Società e di correggere qualche partita del bilancio, non erano parimente d'accordo sulla via da tenersi poi. Alcuni avrebbero voluto andar sino al fondo e cambiare dal primo all'ultimo i membri del Consiglio d'Amministrazione; altri invece si sarebbero contentati di molto meno, sia per riguardi personali, sia pel timore che un rivolgimento troppo radicale potesse nuocere, anzichè giovare al credito dell' Unione.
Sciolta l'adunanza, durò ancora per qualche tempo una straordinaria agitazione nella sala, nei corridoi, per le scale. Chi si rallegrava e chi si doleva dell'esito della giornata, chi si limitava a esprimere i propri dubbi, chi si riscaldava anche con quelli che dividevano il suo parere, e chi dava ragione successivamente a tutti gl'interlocutori. Il signor Mariano s'era ritirato nella stanza della Presidenza ed era cinto da un gruppo di consiglieri e d'azionisti che s'erano trattenuti per conferir con lui sulla linea di condotta da seguirsi, ma ora parevano più che altro turbati dal suo aspetto sofferente e accasciato. La lotta gli aveva fatto trovare per un istante il vigore della salute; adesso la malattia aveva ripreso il disopra. Si sforzava di mostrarsi calmo, ma era pallidissimo, respirava a fatica, e non poteva discorrere che interrottamente. Roberto, che gli era vicino, andava rasciugandogli il sudore dalla fronte, lo aiutava a slacciarsi il nodo della cravatta e sbottonarsi il panciotto, e gli sussurrava all'orecchio.—Vuoi far venire un medico?—Ma il cavalier Mariano rispondeva di no, e di lì a un quarto d'ora si mosse appoggiato al braccio del figlio. Le gambe lo reggevano appena, e gli occorsero alcuni minuti per discendere sino nel cortile ove c'era il legno ad aspettarlo.—È un uomo morto—si bisbigliava sommessamente intorno a lui. Il portinajo, che gli voleva un gran bene, ajutandolo a salire in carrozza, stentava a trattener le lagrime. E quando il legno fu uscito dal portone, egli si ritirò nel suo stanzino e si mise a piangere ripetendo alla sua famiglia:—Il cuore me lo dice. Il cavalier Mariano non passerà più questa soglia.
Intanto l'infermo, si può ben chiamarlo così, era giunto a casa, ove la signora Federica ne attendeva il ritorno trionfale. A vederlo invece in quello stato, ella comprese che la faccenda non era andata secondo la sua aspettazione, e cominciò a tempestare di domande il figliuolo e a inveire contro gli azionisti.
—Non parliamo adesso degli azionisti—le disse Roberto.—Il peggio si è che il babbo sta male davvero.
—Male! Male!—replicò la signora Federica.—Sarà una cosa passeggera…. effetto della commozione….
—Oh pur troppo, mamma, è inutile illuderci. La condizione di mio padre è gravissima.
Mentre la signora Federica voleva a ogni costo ingannar sè medesima, il cavalier Mariano s'era fatto condur nella sua camera e s'era sdraiato su una poltrona.
Il dottor Rebaldi, che non tardò ad arrivare, fu vittima anche lui d'una sfuriata della signora Federica. Perchè le aveva taciuta la verità? Perchè non aveva impedito a Mariano di andare a una seduta tumultuosa, ov'era naturale ch'egli si sarebbe agitato fuor di misura! Ella avrebbe ben saputo impedirglielo, se ne fosse stata avvertita in tempo. Ma a lei, ch'era la sola persona che avesse influenza sopra Mariano, s'era voluto tener segreta ogni cosa. Benissimo! E s'era invece parlato con Roberto, un ragazzo impressionabile, nervoso, che dava sempre ragione a suo padre.
Ci sono al mondo persone così pienamente irresponsabili di quello che dicono che il discuter con loro è tempo perduto. E il dottor Rebaldi agì da uomo savio, non curandosi di ribattere le contumelie della signora Federica, nè di ricordarle che altra volta ella lo aveva fieramente investito perchè egli s'era permesso di alludere alla malattia del cavaliere. Allora ella non voleva ammettere che una malattia grave ci fosse; adesso accusava gli altri di non averle detto che c'era.
Il buon medico rispose alla signora Federica che forse ella aveva ragione, ma che bisognava preoccuparsi del presente e non del passato, che adesso l'essenziale pel signor Mariano era la calma e ch'era quindi necessario di evitare tutto ciò che potesse turbarlo.
E la signora Federica, che non era punto cattiva, si lasciò persuadere; ma ell'era di quelle donne che non istanno ferme sopra un pensiero quindici minuti di seguito. Povere creature senza equilibrio, proprio come navi senza zavorra! Finchè battono le loro ali di farfalla, tanto e tanto possono passare. Ma se si provano a chetarsi, è inutile, non ci riescono. Così la signora Federica oscillava dai parossismi della disperazione ai sogni dorati dell'ottimismo. La mattina si strappava i capelli, e la sera faceva piani per l'avvenire, come se il signor Mariano fosse già in convalescenza. La mattina diceva che Roberto era freddo, perchè non dava la testa nelle pareti; la sera diceva ch'era esaltato perchè non sapeva divider le sue rosee speranze. E come parlava con suo figlio, così parlava con suo marito. Ora gli si gettava ai piedi protestando che non potrebbe vivere senza di lui, scongiurandolo di perdonarle le sue frivolezze, ora, a ogni sosta insignificante della malattia, sedeva vicino alla sua poltrona e, dopo avergli annunziato con aria trionfante che ormai non c'era più nulla da temere, gli discorreva in tono carezzevole d'una nuova toilette.
Il cavalier Mariano aveva una singolare indulgenza per le puerilità di sua moglie. Era lui che calmava le impazienze di Roberto, e al medico, il quale voleva allontanar di camera la signora Federica, come quella che non riusciva che a far confusione, ripeteva sempre:—Lasciala stare. Poveretta! È il suo carattere. Non c'è rimedio.
Pure, in mezzo a queste continue prove d'affetto e di tolleranza, gli sfuggiva di tratto in tratto qualche parola che mostrava com'egli comprendesse che donne simili alla signora Federica non sono le migliori compagne della vita.—La moglie—gli scappava detto qualche volta con suo figlio—dovrebb'esser la confidente di tutti i nostri pensieri, dovrebbe saper divider tutte le nostre angustie, saperci dar coraggio in tutte le nostre incertezze. Non bisognerebbe mai amare una donna soltanto perchè è bella e non è cattiva.
Il signor Mariano aveva realmente amato la signora Federica perch'era bella, ed egli moriva adesso col presentimento che Roberto commetterebbe il medesimo errore con Lucilla.
V.
Era una giornata d'ottobre. Il cielo era bigio, scendeva un'acqueruggiola fina fina, e i pochi passanti (chè metà della popolazione di Milano si trovava in campagna) avevano un'aria scura ed uggita.
In casa Arconti la costernazione si dipingeva su tutti i volti. Il cavalier Mariano era proprio agli estremi. Il dottor Rebaldi gli teneva tra le dita il polso che s'indeboliva sempre più. Roberto, curvo sulla sponda opposta del letto, copriva di baci e di lagrime l'altra mano che penzolava fuor dalle coltri, fredda e già molle del sudor della morte. La signora Federica, in preda a convulsioni nervose, aveva dovuto esser trasportata nell'angolo opposto dell'appartamento, ed era assistita dalla Giulia Dal Bono e da altre pietose conoscenti. Nella stanza attigua a quella del moribondo si trovavano raccolti alcuni vecchi amici, ora guardando in silenzio le goccie di pioggia che colavano lungo le vetrate, ora porgendo l'orecchio ai menomi rumori che venivano dalla camera vicina.
—Non parlerà più? Non si sveglierà più?—disse Roberto.
—Forse sì—rispose il Rebaldi, che teneva gli occhi fissi nell'infermo.
Infatti, sul mezzogiorno, il cavalier Mariano si scosse, sollevò faticosamente le palpebre, e riconobbe le due persone che erano chine sopra di lui.—Addio, Rebaldi—egli balbettò con voce fioca—grazie delle tue cure…. Addio, Roberto, figliuolo mio…. E la mamma?
—Vuoi che la faccia venire?
—No, Roberto…. Mi par confusamente di ricordarmi che l'abbian portata di là, e han fatto bene…. soffriva troppo…. Abbi pazienza con lei, Roberto. Ella è buona e ti ama…. e fu una buona compagna per me…. oh sì…. si adatterà anche alle nuove condizioni della famiglia…. Roberto, frugherai ne' miei cassetti per veder se ci siano altre carte che appartengono all' Unione …. Se ce ne sono, le porterai all'ufficio…. Ah! soffoco…. Passami il tuo braccio qui sotto la testa…. così…. Dunque sii forte, Roberto…. non lasciarti spezzare dalla sventura…. Ora che non hai più da assistermi, potrai cercarti sul serio un impiego. Riscrivi a quelli che ci furon larghi delle loro promesse…. facile generosità…. E non farti una famiglia finchè tu non sia in grado di mantenerla…. Non è bello viver sulla dote della moglie.
—Oh! E puoi credermi capace di una tale bassezza?
Vi furono alcuni istanti di silenzio.
Il dottor Rebaldi, che s'era tirato un poco in disparte, si avvicinò.
—Non ancora—disse il signor Mariano. E soggiunse rivoltosi di nuovo a suo figlio:—Povero Roberto! S'io fossi vissuto alcuni anni di più, o se fossi stato meno imprevidente, che avvenire poteva essere il tuo!… Con tanto ingegno, con tanta cultura!… Le lotte della politica, i trionfi del Parlamento, chi sa che cosa ti avrebbe aspettato!… E l'ambizione più santa dei padri è che i loro figliuoli salgano ov'essi non hanno potuto salire, ottengano ciò ch'essi non hanno potuto ottenere…. E invece….
—Oh babbo—interruppe il giovane—tu non sai che male mi faccia a sentirti a parlare così…. tu mi lasci ciò che vale più della fortuna di un Rothchild; mi lasci l'esempio della tua vita, della tua energia, della tua probità…. Fin ch'io respiri, ti benedirò sempre, tu il migliore, tu l'ottimo dei padri….
—Grazie—bisbigliò il signor Mariano—grazie, figliuol mio.
E lasciò cader la testa sui guanciali. A un cenno di Roberto, il medico si chinò sul moribondo.
—La lucerna si spegne—disse con un filo di voce l'Arconti, riconoscendo il dottore.
La sua pupilla si dilatò straordinariamente come se volesse arrestare le ultime immagini della vita; un fremito gli corse tutte le membra; la mano che Roberto teneva stretta nella sua si contrasse ed irrigidì. Successe una breve agonia, e poi la morte.
Non si durò poca fatica a trascinar via Roberto, che s'era gettato bocconi sul letto del defunto e non voleva staccarsene. Alla fine egli si lasciò condur da sua madre, la quale capì che cosa significava quella venuta e si abbandonò senza freno alla sua disperazione. Ma, come accade nei caratteri deboli e malati, il suo dolore prendeva le forme più stravaganti ed assurde, e a' suoi lamenti ella mesceva ingiuste accuse contro gli altri. L'infermità di suo marito era stata trascurata perchè non s'era voluto dir niente a lei. Se la si fosse avvertita in tempo, ella avrebbe ben saputo evitar la catastrofe. Un po' di svago, un po' di riposo avrebbe vinto appieno la malattia. Invece Mariano s'era ammazzato a forza di lavoro, e la seduta pubblica del maggio gli aveva dato l'ultimo crollo. Bisognava tener responsabile l' Unione della disgrazia…. Già a questo proposito ella aveva le sue idee, da cui non si doveva sperar di rimoverla.
Poi, s'interrompeva per battere i piedi, per prendersi la testa fra le mani e strapparsi i capelli, e gridava ch'ella era la più disgraziata delle donne, che in casa nessuno aveva tenuto conto di lei, nemmeno Mariano, che il meglio ch'ella poteva fare era di morire, e via di questo tono.
Quando Roberto s'avvide che nè le sue parole, nè le sue carezze potevano calmare sua madre, egli cedette al bisogno irresistibile che provava di rimaner solo, e andò a chiudersi nella sua camera da studio. Avrebbe veduto volontieri, oh quanto! una persona, ma quella persona non c'era. La signora Dal Bono non aveva stimato opportuno di condur Lucilla ad assistere ad una così dolorosa tragedia, nè si poteva darle torto.
Seduto su una poltrona, coi gomiti appuntati sulle ginocchia, con la faccia nascosta tra le mani, il giovine rimase a lungo come trasognato. Le lagrime gli si erano rasciugate sul ciglio, non piangeva più, non pensava nemmeno; vedeva passarsi confusamente davanti agli occhi le terribili immagini degli ultimi giorni, vedeva il suo babbo adorato steso senza moto sul letto, ma credeva ancora di vaneggiare, credeva che non fosse il suo babbo. Da mesi e mesi la catastrofe era prevista, era ritenuta inevitabile, eppure, in quel dormiveglia dello spirito, Roberto non sapeva ancora capacitarsi ch'essa avesse colpito la sua casa. Curioso stato dell'animo, nel quale si ha la coscenza dei fatti avvenuti, ma si presume ch'essi siano avvenuti ad altri che a noi.