LETTERA.

dell'Ecc. o Prof. Cav. S. Ghiron Rabbino Maggiore ————

Egregio Signor Rabbino,

Con quella modestia, che La predistingue, La S. S. volle presentarmi la Sua Opera « I mesi dell'anno Ebraico » affine di avere il mio avviso prima di pubblicarla. Io la lessi col maggior piacere, dacchè vi si comprendono nozioni storiche ed archeologiche sulle nostre solennità che indubbiamente si potranno leggere con grande utilità dalla gioventù israelitica, al cui insegnamento Ella ha dedicata la vita intiera. Se di vantaggio riescirebbe il di Lei lavoro in ogni tempo, opportunissimo mi pare che dovrà tornare ai giorni che corrono, in cui con minor fervore sono pur troppo coltivati gli studii sacri dai nostri giovanetti, mentre tanto bisogno dovrebbero sentire di premunirsi contro tante irreligiose tendenze.

[pg 2] Faccio voti cordiali pertanto, affinchè il suo scritto, fatto di pubblica ragione, Le ottenga quel premio, che non dovrebbe mai fallire a chi dedica il suo tempo all'incremento della Virtù e della Fede: la ricompensa celeste e la pubblica approvazione. Umsà hhén vescéchel tóv beené eloím veadám.

Mi pregio di dichiararmi con predistinta considerazione

25 marzo 1880.

Suo Devotissimo

S. GHIRON.

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LETTERA.

dell'Ecc. o Dott. M. Levi Ehrenreich Rabb. Magg. e ————

Preg. moSignore,

Nel restituirle il lavoro sui Mesi dell'anno israelitico non posso a meno di porgerle le più sincere congratulazioni per essere riuscito a condurre a termine un'opera molto pregevole, che arricchirà la nostra letteratura d'un libro per molti rapporti assai commendevole.

Mi piacque anzitutto l'idea d'insegnare ai nostri giovani la nostra storia antica, le leggi, i riti e costumi sacri, prendendo occasione dalle feste, dalle commemorazioni e sacre pratiche, come si susseguono nei vari mesi dell'anno.

Il suo libro mi piace inoltre, perchè attenendosi nell'esposizione delle dottrine e delle leggi alla pura ed inesausta fonte della Santa Scrittura, Ella non trascura di rendere all'antica Tradizione il riguardo e l'omaggio che le è dovuto; mi piace infine, perchè destinato ad erudire [pg 4] la nostra gioventù in ciò che nell'istruzione della medesima deve occupare il primo posto, il suo libro è adorno di quei pregi che a siffatti lavori non devono mancare, voglio dire la chiarezza, l'ordine, forma attraente ed estensione e profondità d'insegnamenti proporzionati allo scopo che veggo essere quello di far conoscere, apprezzare ed amare ai giovani israeliti le nostre antichità, la nostra Religione e le sacre pratiche che da essa traggono origine.

Mi abbia, Egregio Signore, quale sono con distinta stima

23 ottobre 1879.

Devot. Amico e Servo

M. LEVI EHRENREICH.

[pg 5]

INTRODUZIONE

Ai buoni e cari fanciulli Israeliti.

Col mio libro di Morale pratica, intesi proporre alla vostra meditazione una raccolta di atti nobili e generosi narrati nella Bibbia e nei libri Talmudici, dandovi altresì un saggio del sapere dei nostri antichi Dottori, mediante svariati assiomi ed apoftemi morali applicabili alle contingenze della vita domestica e sociale.

Quel mio lavoro fu assai modesto; ed ora un secondo ne intraprendo, e per darvi ragione e di quello e di questo, vi dirò che mi vi indusse la decadenza fra noi dello studio della lingua ebraica e relativa letteratura. Un secolo addietro, lavori di gran lunga superiori ai miei, ed i miei in conseguenza, sarebbero stati inutili e totalmente incurati; ritenuto che non fossevi Israelita, che di poco si levasse dalla mediocrità, a cui non fossero famigliari i libri talmudici, o per lo meno le raccolte aneddotiche e morali da essi estratte e proposte a studio scolastico.

Oggidì la bisogna corre assai diversa; la lingua sacra è più che trascurata....; e se voi arrivate a leggere una lezione del Pentateuco, anche senza capirne il senso, credete, o vi fanno credere, abbiate fatto abbastanza per l'educazione vostra religiosa.

Egli è per questo motivo che noi preposti alla vostra educazione sentiamo il bisogno, il dovere d'iniziarvi nelle cose giudaiche: di farvi conoscere la storia del popolo nostro, i suoi usi, i suoi costumi, i passi da lui fatti nel cammino delle scienze; affinchè cresciuti negli anni, anzichè [pg 6] arrossire, come molti pur troppo fanno per insipienza, del nome d'Israelita, possiate portare alta la fronte e dire e ripetere ai nemici e disprezzatori del nome d'Israelita: Noi apparteniamo ad un popolo il quale oltre di avere tenuta viva in terra la fiaccola del vero religioso, di molti rami dello scibile fu iniziatore e di altri molti coltivatore a nessuno fu secondo.

Il codice civile e criminale israelitico ha nulla ad invidiare al romano, o a qualunque altro dei popoli i meglio inciviliti: ed anzi in molti punti, massime nella parte criminale, li supera. In quanto ad astronomia e medicina, nel medio evo ancora, allorchè il nome d'Israelita era colpito d'immeritato obbrobrio, era affidata ad Ebrei la salute di re e principi, e persino quella dei papi: e furono Ebrei quelli che emendarono gli errori astronomici del calendario Giuliano, e collaborarono alla compilazione delle tavole Alfonsine e calendario Gregoriano.

Ma io m'accorgo di escire dal seminato e di essere già ito assai oltre di quanto conveniva per la introduzione del modesto mio lavoro che intitolo: I mesi dell'anno Ebraico; essendo mio scopo segnarvi i fatti più memorabili avvenuti al popolo nostro in ciascun mese, e dei quali come ne serbarono memoria i nostri maggiori, così conviene la serbiamo noi. A complemento poi di questi fatti ho creduto bene di dare alcune fra le più importanti nozioni di Archeologia biblica, distribuendole alla fine di ciascun mese. Vi riescano utili queste letture e valgano ad inspirarvi amore pel giudaismo, ed io mi terrò appieno compensato.

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[pg 7]

NOZIONI PRELIMINARI
DIVISIONE DEL TEMPO

§ 1.—
Stagioni.

A differenza degli Europei che divisero l'anno in quattro stagioni, gli Orientali usavano dividerlo in sei parti che noi distingueremo col titolo di epoche, poichè pare che tale divisione fosse stata addottata anche presso gli antichi ebrei. Probabilmente essi la fondavano sopra un versetto del Pentateuco che ora noi andremo a citare. Dopo il diluvio, quando Dio strinse l'alleanza con Noè e gli promise che non avrebbe più mandato il diluvio a distruggere la terra, perchè la tentazione del cuore umano è cattiva dalla sua gioventù; soggiunse: «Per tutta la durata della terra la seminagione ( I ) e la mietitura ( II ), l'inverno ( III ), e l'estate ( IV ), la primavera ( V ) e l'autunno ( VI ), il giorno e la notte non cesseranno».

Esaminiamo dunque brevemente queste sei epoche dell'anno ebraico.

L'epoca prima, quella della mietitura, comincia alla metà di aprile per finire alla metà di giugno (secondo e terzo mese dell'anno ebraico). Per tutto questo tempo il cielo ordinariamente è sereno; ma ai primi giorni d'aprile l'aria comincia a farsi calda.

L'epoca seconda è la stagione dei frutti e dura dalla metà di giugno alla metà di agosto (quarto e quinto mese). Il calore comincia ad ingagliardire tanto che gli abitanti dormono spesso sui terrazzi1 a cielo scoperto.

L'epoca terza, segna il tempo del gran caldo che si fa [pg 8] sentire eccessivo dalla metà di agosto alla metà di ottobre (6º e 7º mese), e per la sua ardenza i ruscelli si asciugano e la terra si screpola. Le pioggie sono bensì rarissime dalla metà di aprile alla metà di settembre, ma in compenso cade abbondante la rugiada a ristorare la campagna.

L'epoca quarta è quella della seminagione, e dura dalla metà di ottobre fino alla metà di dicembre (8º e 9º mese). La temperatura è varia; sopravvengono pioggie, brine, nebbie, ecc. Il più spesso verso la fine d'ottobre cominciano a cadere le prime pioggie d'autunno, indicate nella Bibbia col nome di iorè e tanto necessarie ai campi per la germolazione del seminato.

L'epoca quinta segna l'inverno, e comincia alla metà di dicembre per finire alla metà di febbraio (10º e 11º mese). La neve cade talvolta anche nel piano, ma è raro che duri un giorno intiero, ed il ghiaccio sempre sottilissimo si strugge ai primi raggi del sole. I lampi, il tuono e la grandine vengono molto frequenti. Verso la fine di gennaio, i prati cominciano ad abbellirsi di fiori, i maggesi inverdiscono, gli alberi si rivestono di foglie.

L'epoca sesta, che corre dalla metà di febbraio alla metà di aprile (mesi 12º e 1º), è la stagione del freddo. La temperatura che nel principio di quest'epoca si mantiene tuttavia freddetta va riscaldandosi a gradi. Nel principio del mese di aprile cadono le ultime pioggie indicate nella Bibbia col nome di malcosc, per le quali si facevano pubbliche preghiere e voti ardenti, essendo esse assai necessarie per la fecondazione dei campi.

§ 2.—L'anno.

Non è probabile che i primi uomini abbiano determinato la durata dell'anno e regolatone il corso secondo il cammino del sole; imperocchè sarebbero loro bisognate cognizioni astronomiche, che solamente più tardi potettero acquistare; epperò è molto più verosimile che essi abbiano preso per norma la state e il maturare dei frutti della terra. Osservando infatti che la state e la maturità dei [pg 9] frutti ritornavano, nei principii, dopo dodici lunazioni circa, composero l'anno di dodici mesi lunari, onde nelle età primitive l'anno ebbe solamente 354 giorni.

Ma come dopo un certo numero d'anni così computati, lo stesso mese aveva finito per ricondurre stagioni opposte, si sentì la necessità di conciliare l'anno lunare col solare. Difatti dalla narrazione della grande catastrofe diluviana si rileva come fosse già stabilito l'anno di dodici mesi a giorni 30 caduno. Mosè prescrisse agli Ebrei l'anno lunare: ma affinchè fosse sempre in armonia col solare, comandò di offerire a Dio nel secondo giorno di Pasqua, vale a dire nel giorno sedicesimo dopo la neomenia del mese di Nissan, un manipolo di spighe mature ( ómer ): così se le messi non erano ancora giunte a maturanza i sacerdoti dovevano aggiungere un mese. Questa cosa dovevano farla quasi ogni tre anni, giacchè gli undici giorni di differenza che passano annualmente tra l'anno lunare e il solare, componevano in tre anni più di un mese intiero. Questo mese aggiunto si chiamava Veadar.

Gli Ebrei avevano un doppio cominciamento d'anno, il sacro d'instituzione mosaica, secondo cui regolavano le feste, i digiuni e tutto quanto si riferiva alla religione; ed il civile, d'instituzione rabbinica, e di cui si valevano per gli affari e le cronache civili. L'anno sacro cominciava in primavera alla neomenia del mese di nissan, l'anno civile cominciava in autunno alla neomenia del mese di tisrì.

§ 3.—Del giorno e del mese.

Sulla durata del giorno furono e sono varie le usanze dei diversi popoli. I Babilonesi contavano i loro giorni da un levare all'altro del sole; gli italiani all'incontro da un cadere ad un altro; gli Ebrei invece da un tramonto ad un altro del sole. Lo spazio d'un giorno intiero, cioè di 24 ore, viene designato nella Bibbia colle parole: sera e mattina oppure meèrev ad èrev (da una sera all'altra).

Un'indicazione affatto naturale divide il giorno in tre parti, vale a dire il mattino, quando il sole nel suo mo [pg 10] movimento apparente, s'alza sopra l'orizzonte; il mezzodì, quando il sole giunto alla maggiore altezza è a metà del suo corso; la sera quando esso tramonta e si cela al nostro sguardo. Sono appunto questi i tre tempi del giorno in cui il fedele Israelita deve volgere il suo pensiero e la sua adorazione a Dio. Però, come fanno ancora tuttodì gli Arabi, gli Ebrei dividevano il giorno in sei parti ineguali, ed erano: 1º sciahhar (ricercare, considerare quanto ne circonda) l'aurora; 2º boker (riconoscimento degli oggetti) mattino; 3º hhom aiom (riscaldamento del giorno) le ore prossime al meriggio; 4º ssahoraïm (le due luci) il tempo medio del giorno, cioè il fine della prima metà e il principio della seconda; 5º ruahh aiom l'ora del vento (che nelle contrade Orientali spira ogni giorno) sul cadere del giorno; 6º érev (confusione) sera. Il tempo che comincia col tramontare del sole e finisce al momento che le tenebre coprono la terra, viene pure detto: ben-aarbaim, e la notte viene designata col nome di laila.

Quantunque non trovisi menzione delle ore, come l'intendiamo noi, nè nei libri santi, nè negli scritti caldaici2 tuttavia è probabile che gli ebrei conoscessero la divisione del giorno in 24 ore; e ciò lo possiamo argomentare dal quadrante d'Ezechia diviso in gradi maalód, e dalla cognizione che avevano gli Egiziani delle clessidre, inventate, dicevano essi, da Mercurio.

Trovasi la parola regan per significare il minuto.

La settimana veniva indicata col nome ssavuan (giro di sette giorni da ssevan, ssivñhà ). I giorni non avevano nomi peculiari, ma s'indicavano numericamente 1º, 2º, 3º ecc. Essendo il sabbato il dì principale della settimana, perciò si dava anche alla settimana intiera il nome di sabbato.

Oltre le settimane di sette giorni si avevano ancora: 1º Le ebdòmade di settimane, cioè i quarantanove giorni [pg 11] che correvano dalla festa di Pasqua alla festa di Savuód; 2º Le ebdòmade d'anni, dei quali il settimo si chiamava anno sabbatico senad assemità; 3º Le ebdòmade di anni sabbatici, cioè i periodi di quarantanove anni chiusi dall'anno del giubileo iovel, che cadeva nell'anno cinquantesimo. Lo storico Giuseppe Flavio fa anche menzione di un periodo di dodici anni giubilari, cioè di seicento anni: ma i libri santi non parlano in verun modo di tale divisione.

Non v'ha dubbio che le varie fasi della luna abbiano fornito occasione ai primi uomini di determinare i mesi. Quando videro che dopo ventinove giorni e mezzo la luna ricominciava la sua carriera, era cosa naturale che, mossi da tale regolarità, avvertissero questo periodo di tempo, in cui poscia inchiusero il mese. Difatti i vocaboli ebraici adoperati ad indicare il mese sono: ierahh (da iareahh luna); hhodess (da hhadass nuovo ovvero novilunio).

I mesi, tranne pochissimi, venivano anch'essi indicati numericamente 1º, 2º ecc. Durante la schiavitù babilonese gli ebrei adottarono i nomi dei mesi babilonesi e i nomi degli angeli3. I mesi stabilmente prescritti colla compilazione del Talmud sono i 13 seguenti: 1º Nissan indicato nel Pentateuco col nome di abib (maturazione); 2º Iiar ( ziv bellezza, decoro per l'abbondanza dei frutti [pg 12] e dei fiori); 3º Ssivan; 4º Thamuz; 5º Ab; 6º Elul; 7º Tisrì designato nella Bibbia col nome di ierahh aedanim4; 8º Merhhasvan (bul); 9º Chisslev; 10º Theved; 11º Ssevath; 12º Adar; 13º Veadar o Adar secondo.

NISSAN
(
Marzo-Aprile
).

Come s'apre splendido e nobile l'anno ebraico! Con quanta ragione Mosè potè rivolgere al popolo che stava per redimere le seguenti parole: «Questo mese è a voi il capo dei mesi: il primo sia per voi dei mesi dell'anno»; poichè fu in esso che quello stesso popolo scosse il lungo giogo di dura oppressione, cominciò ad avere vita politica, ad essere nazione. Riassumiamo questo principale avvenimento della storia del nostro popolo.

Dopo ventidue anni dacchè Giacobbe piangeva perduto il suo amato Giuseppe, appena lo sa vivo spinto dall'ardente desiderio di abbracciarlo ancora una volta prima di morire, non esita neppure un istante ad aderire all'invito di lui, e portasi in Egitto con tutta la sua famiglia composta di settanta persone. Passato poco meno d'un secolo, e morto Giuseppe e tutti i suoi fratelli, sorge a re d'Egitto un uomo, che agitato dalla paura e guidato da una politica iniqua, infrange ogni legge di lealtà; e dimentico degli immensi benefizii fatti da Giuseppe all'Egitto, a quella [pg 13] famiglia venuta colà ad ospitare fiduciosa, e fattasi in quel frattempo un popolo numeroso, impose dapprima enormi gravami e poscia nell'intento di estinguerla totalmente decretò: che ogni neonato maschio di essa, venisse violentemente strappato dalle braccia materne e affogato nel Nilo. Ma se Dio pei suoi imperscrutabili disegni permetteva che questa famiglia scelta a ricevere e spandere la sua eterna volontà fra tutte le nazioni della terra, fosse nei suoi primordi oppressa da dura schiavitù, vegliava nullameno su d'essa con particolare affetto.

Ad una madre, Iochebed figlia di Levi, non resse il cuore di lasciarsi strappare il suo nato dagli sgherri di Faraone. Le riuscì di nasconderlo. Ma non potendo celarlo oltre a tre mesi, lo espose alle rive del Nilo fidente nel divino aiuto, e quasi presaga di quanto doveva succedere. Iddio, che con segni straordinarii, come ci afferma la tradizione, aveva palesato la grandezza avvenire di quel bambino sino dal suo nascere, dispose che raccolto dalla figlia di Faraone e da quella, stupita dalla sua maravigliosa bellezza, addottato a figlio e chiamato Mosè; venisse condotto alla reggia e quivi educato dai sacerdoti d'Osiride in tutta la scienza del paese.

Però nè le seduzioni della sapienza, nè quelle della Corte, fecero dimenticare a Mosè i suoi fratelli oppressi. Dopo luminose vittorie, che a capo degli stessi Egizii che avevano dovuto proclamarlo loro capitano, ottenne sugli Etiopi che avevano invaso e volevano sottomettere l'Egitto5; egli ebbe [pg 14] a provare la più nera ingratitudine. Esigliato per essersi levato in difesa di un suo fratello ingiustamente maltrattato da uno di quegli aguzzini, che strumenti di tirannia, [pg 15] pare che si facciano una legge e trovino una dolce voluttà nell'aspreggiare vilmente i miseri pazienti sottoposti ai loro ordini; dovette riparare in Madian ove trovò cortese ospitalità presso un certo Ietro sacerdote di quel paese e del quale ne sposò poscia la figlia Zéfora.

Nella solitudine del deserto di Sinai presso cui pascolava le pecore dello suocero, invigorendo il suo nobile e magnanimo cuore maturò il sublime proposito di tornare in libertà i suoi fratelli e di farne un popolo segnalato fra le nazioni. Certo dell'appoggio divino che nel roveto ardente vinceva le estreme sue riluttanze, inspirate dalla sua modestia e dalla gravezza dell'incarico che stava per assumersi6, va in Egitto: e col fratello Aronne arringa il popolo d'Israele, e lo persuade che il Dio giusto e forte dei suoi padri conobbe i suoi dolori, vide l'angoscia del suo animo; e lo trarrà da quella vita di avvilimento e di patimenti e lo condurrà in una terra beata promessa ad Abramo, Isacco e Giacobbe, e da loro già abitata. Portatosi poscia al cospetto di Faraone gli domanda la libertà del popolo primogenito di Dio in nome di quell'Essere che fu, è, e sarà7. Faraone con un'alterigia dissennata, non si soddisfa di rispondere con un rifiuto dicendo di non avere cognizione di tale Iddio; ma con una iniqua disposizione impone sul popolo un nuovo gravame, attribuendo la domanda fatta [pg 16] da Mosè unica conseguenza della loro pigrizia. Ma coll'opera di mirabili prodigi, detti le dieci piaghe d'Egitto, Mosè rende manifesta a tutto l'Egitto la onnipotenza del vero Iddio, e libera Israele arricchito delle spoglie dei suoi oppressori8 che prima eransi arricchiti del suo lavoro di oltre due secoli9.

Pare essere destino dei tiranni di non volere o potere mai cedere alla ragione acciecati dalle loro prave passioni. Cuocendo al Faraone di avere permesso a tanti uomini di sottrarsi al suo giogo, e non potendo comportare che quel popolo che per tanti anni aveva dovuto curvare il capo alla sua verga se ne andasse libero; raccoglie in fretta il suo esercito e si pone ed inseguirlo, onde ritornarlo di nuovo alla sua soggezione. Ma allora appunto lo aspettava una terribile punizione che tardi o tosto colpisce sempre l'ostinato ed inumano oppressore. Breve strada disgiunge l'Istmo di Suez dalla terra che Dio aveva promessa agli Ebrei; ma siccome questi avrebbero incontrato prontamente i Filistini, e siccome il dovere subito combatterli avrebbe in essi risuscitato il desiderio di tornare in Egitto, perchè una secolare schiavitù ne aveva avvilito il cuore e domato il coraggio, Mosè fece loro prendere la via del deserto.

È assai difficile il precisare oggi le posizioni, a cagione dei grandi cambiamenti che una lunga serie di secoli, fece [pg 17] subire alle spiaggie del Mare Rosso. La prima tappa fu fatta in un luogo detto Sucoth (tende) probabilmente a causa delle tende colà rizzate; la seconda ad Etan. Però affine d'ingannare il re d'Egitto, facendogli credere di essersi smarrito in quelle inospiti e sconosciute solitudini, Mosè fece accampare il popolo con una marcia retrograda tra Migdol e il mare dirimpetto a Baal-Sefon.

Era il sesto giorno dall'uscita d'Egitto, e il popolo alzando gli occhi videsi vicino la formidabile oste di Faraone. Smarrito, grida al suo conduttore: «Ecchè! non eranvi forse sepolcri in Egitto, che ci conducesti a perire in questo deserto? Perchè ne traesti dall'Egitto?» Mosè, avvisato da Dio del grande fatto che stava per succedere, li conforta con queste parole: «Non temete! Oggi per l'ultima volta voi vedrete gli Egizii. È l'Eterno che combatterà in vostra difesa». Sorge l'alba del settimo giorno, e dietro l'ordine di Dio, Mosè batte colla sua verga i procellosi flutti del mare: ed oh prodigio! le acque si dividono, e schiudono nel loro seno un ampio passaggio ad Israele che lieto vi si precipita, onde frapporre il mare tra sè e l'inimico. Acciecato dal desiderio di vendetta, Faraone ordina al suo esercito d'inseguire i fuggenti, che già toccavano l'altra sponda. I soldati accortisi, ma troppo tardi, dell'estremo pericolo che loro sovrastava affannosamente gridavano: «Fuggiamo, fuggiamo da Israele, poichè Iddio combatte per lui contro l'Egitto». Intanto Israele esce festosamente dal mare, e Mosè batte di nuovo colla sua verga le acque, le quali con immenso fragore ripigliano il loro corso ordinario, e seppelliscono nei loro abissi quegli ostinati oppressori. Un sublime cantico, la lirica più antica giunta insino a noi, venne composto da Mosè; e coll'accompagnamento di strumenti musicali venne cantato dal popolo ad onore di quel Dio, che si dimostrò tanto buono e potente in suo favore.

Ecco il grande avvenimento che diede origine alla instituzione della festa di Pasqua o delle azzime Pessahh o hhag amassod, che noi celebriamo nel plenilunio di Nissan, [pg 18] cioè dai 15 ai 22 di questo mese. La doppia denominazione con cui viene designata questa festa avviene da ciò, che colla parola Pessahh (che significa transito, salto ) si vuole commemorare l'incolumità serbata ai primogeniti ebrei quando l'angelo di Dio uscendo per l'Egitto ad uccidere indistintamente i primogeniti degli uomini e delle bestie, saltava le abitazioni degli Ebrei frammischiate a quelle degli Egiziani; e coll'altra denominazione di hhag amassod si vuole ricordare il comando dato da Mosè, e costantemente quanto scrupolosamente osservato dal popolo ebreo, di cibarsi d'azzime per tutto il tempo della sua durata.

Quantunque sia forse cosa superflua, pure ricordiamo, che lo scopo di questa ordinazione fu quello di volere commemorare il pane dell'afflizione che mangiarono gli Ebrei nella loro precipitosa uscita dall'Egitto; inquantochè fu talmente forte lo spavento provato da Faraone e da tutti gli Egiziani, vedendo istantaneamente cadere esanimi i loro primogeniti, e non trovarsi casa ove non vi fossero morti; che raccoltisi frettolosamente presso Mosè ed Aronne li stimolarono, li obbligarono ad allontanarsi immediatamente dal loro paese, pregandoli pure a volerli benedire prima della partenza, onde non avessero ad incontrare anch'essi la sorte dei loro primogeniti. Gli Ebrei dovettero pertanto caricarsi sulle spalle la pasta che con prudente disposizione Mosè aveva fatta loro preparare pel viaggio, e farla cuocere con sollecitudine in focaccie non fermentate appena fuori della città.

E qui cade acconcia una osservazione. Tanto questa solennità come quelle di Savuóth e di Sucóth, noi le prolunghiamo di un giorno oltre al numero fissato da Mosè, e in opposizione a quanto anco attualmente si segue in Gerusalemme. Ecco il motivo di tale differenza. In Gerusalemme ove risiedeva il Sinedrio che formava il Senato della nazione, e di cui noi parleremo in seguito, si stabiliva il primo giorno del mese dietro le deposizioni di testimonii irrecusabili di avere veduto la luna [pg 19] nuova: e di questa decisione se ne rendevano partecipi le provincie con fuochi accesi convenzionalmente sopra certe montagne. Ma dopo la distruzione del Tempio e il trasporto del Beth Din in Iabnè, sul dubbio che l'annunzio del vero primo giorno del mese arrivasse in tempo nei luoghi lontani, si decise che si prolungasse di un giorno la festa; e la Pasqua si festeggiava nei dì 15 e 16 per cui il 7º e 8º giorno della festa venivano a cadere nei dì 21 e 22 del mese. Questo giorno fu chiamato il iom tov scenì scel galuiod (secondo giorno festivo della dispersione). E quantunque sia ora impossibile il cadere nell'errore che si temeva dai nostri antenati, nullameno si persiste a seguire tale uso quasi universalmente.

Inaugurazione del Tabernacolo
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Fu pure nel primo giorno di questo mese nel secondo anno dall'uscita d'Egitto, che fu inaugurato il tabernacolo fatto fabbricare da Mosè nel deserto. Noi ommettiamo la descrizione di tale solennità, sia perchè essa riescirebbe troppo lunga e sia per essere cosa di mediocre importanza storica. Nelle nozioni di Archeologia, avremo però occasione di parlare del pregio artistico di quei lavori. Non dobbiamo però passare sotto silenzio, essere stato tale l'entusiasmo del popolo nell'offrire preziosi oggetti per erigere ed arredare quella prima casa d'orazione consacrata al vero Iddio; che Mosè fu costretto «a fare passare una voce nell'accampamento onde raccomandarne l'astensione, essendone già provvisto oltre al bisogno». I direttori dei lavori furono due artisti di genio designati da Dio stesso, e che si chiamavano Bessalel e Oliab.

Sollevazione del popolo
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Essendo destino dell'umanità che al bene debba trovarsi sempre mescolato il male, in maggiore o minore proporzione, dopo i due fatti precedenti di cui uno glorioso e l'altro onorevole pel popolo nostro; noi siamo costretti di presentare ai nostri lettori un fatto deplorevole [pg 20] sia per se stesso e sia per le sue conseguenze, avvenuto nel deserto di Sin.—Poco tempo dopo la morte di Marianna, sorella di Mosè, venendo a mancare l'acqua10, il popolo si sollevò contro Mosè rimproverandolo di averlo tratto dall'Egitto per condurlo in luoghi ove difettava persino l'acqua. Come sempre, Mosè si rivolse a Dio: e neppure questa volta gli venne meno il suo soccorso in favore di quel popolo protervo, che malgrado tanti miracoli, ad ogni minimo ostacolo che incontrava, perdeva ogni fiducia nella provvidenza. Mosè ed Aronne fecero radunare il popolo presso una rupe indicata da Dio, e dalla quale sgorgò un rivo d'acqua limpidissima. Ma in questo fatto i due grandi personaggi commisero tale atto di mancanza verso Dio, (atto che noi avremo occasione di dilucidare in seguito), che furono anch'essi condannati a morire nel deserto.

Passaggio del Giordano
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Ultimo fatto importante successo in questo mese fu il passaggio del Giordano. Il Giordano era quel fiume che separava i paesi di Sihhon e Og dalla terra santa. Morto Mosè dopo d'avere combattuto e vinto i re di quei due paesi, perchè si rifiutarono a concedergli il chiesto passaggio attraverso ai loro stati, e concessone il territorio in eredità alle due tribù di Gad e di Ruben e alla metà della tribù di Manasse11, Iddio avvertì Giosuè, che nella [pg 21] stessa guisa che il mar Rosso aveva aperto un varco asciutto al popolo d'Israele, altrettanto avrebbe fatto il Giordano. Quel giorno memorando fu il decimo del mese di Nissan, epoca in cui il fiume era straordinariamente ingrossato. Giosuè ordinò ai sacerdoti portatori dell'Arca santa di porsi alla testa del popolo per passare il Giordano, e appena i loro piedi ne toccarono le acque, queste arrestarono immediatamente il loro corso impetuoso, si ammucchiarono ai due lati, ed aprirono al popolo un libero passaggio. Ad eternare la memoria di quel fatto che, unito ai tanti altri prodigi operati da Dio in favore d'Israele, finì per gettare lo spavento nel cuore degli abitanti di Canaan, Giosuè fece innalzare nel Ghilgal un monumento di dodici pietre levate appositamente dal letto del Giordano, e rispondenti alle dodici tribù d'Israele.

ARCHEOLOGIA BIBLICA
Della Palestina
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§ 1.—
Limiti, montagne e fertilità della Palestina.

La Palestina è una piccola contrada della Siria in Asia. La parola Palestina, presa nel suo senso ristretto, significa il paese dei Filistini o Filistei, che stendesi lungo il mare mediterraneo da Gazza al sud, fino a Lidda, al nord. In un senso più esteso, s'applica a tutto il paese di Canaan detto anche terra promessa o terra d'Israele, situata fra il mediterraneo, chiamato nella Bibbia iam agadol (mare grande), il mare morto iam amelahh, ed il Giordano.

[pg 22] Quando Abramo entrò nel paese di Canaan, lo trovò abitato da dieci popoli che traevano il loro nome dagli undici figli di Chanaam figlio di Hham.

La Palestina è paese montuoso; due catene di montagne l'una al di qua del Giordano, l'altra al di là di questo fiume, stendonvisi per traverso dalla Siria all'Arabia, e sono interrotte da molti piani.

Le principali montagne della Palestina sono:

1º Il Libano, che si compone di due catene nel cui mezzo sta la gran valle detta dagli antichi Celesiria. Egli è su questa montagna che una volta crescevano in abbondanza i magnifici cedri tanto celebrati nella storia, e più particolarmente nella Sacra Scrittura.

2º Il Carmelo, catena di monti coperti da boschi di quercie e di abeti. Le valli che vi stanno frammezzo ombreggiate da lauri ed olivi ed irrigate da molti ruscelli, formano un paese deliziosissimo12.

3º Il Thaborre, monte rotondo e sublime nella Galilea. Fu su questo monte che la profetessa Debora levatasi, come Ella stessa dice nel suo stupendo canto, a madre d'Israele, eccitò Barak a raccogliere un dieci mila uomini della tribù di Naftali e di Zebulun; e messasi ella stessa alla loro testa sfidò e vinse Sissera generale del re Iavin che da vent'anni opprimeva Israele.

4º Le montagne d'Israele dette anche monti di Efraim, catena aspra ed ineguale che sta in faccia alle montagne di Giuda, il cui suolo invece è molto fertile. Nel Deuteronomio ed in Giosuè si fa menzione dei monti Ebal e Garizim, posti l'uno al nord, l'altro al mezzodì di Sichem.

A queste montagne bisogna riferire il famoso monte [pg 23] Moria ove Abramo erasi portato per sacrificare l'unico suo figlio, ed ove Salomone fece erigere il più maestoso Tempio, che l'uomo abbia innalzato ad onore dell'unico vero Iddio; e il monte Sion ove era la città di Davide.

5º Le montagne di Galaad, poste al di là del Giordano. A questa lunga catena appartiene il monte Nebo ove salì Mosè per contemplare la terra promessa avendogliene Dio impedito, colla morte, di entrarvi. Il Sinai e l'Oreb, il primo famoso perchè fu su d'esso che Dio proclamò il Decalogo: il secondo perchè fu su d'esso che Dio apparve a Mosè nel roveto ardente, e lo decise alla grande impresa della redenzione d'Israele; si trovano nell'Arabia Petrea fuori della Palestina.

Capitale del regno sotto Davide e Salomone, del regno di Giuda dopo il distacco delle dieci tribù dalla dinastia davidica, e di tutto il lungo periodo che durò il secondo Tempio, fu Gerusalemme. Più avanti si troverà la descrizione di questa città cotanto celebrata nella storia e la descrizione del tempio di Salomone. Non taceremo che vi furono alcuni scrittori, i quali, giudicando lo stato antico della Palestina da quello che presenta attualmente, dissero: che Mosè ingannò gli Ebrei quando promise loro un paese «colante latte e miele, e prodigiosamente fornito di ogni cosa per trarre la vita in continua abbondanza»; per poi dare loro un paese montuoso ed arido. Ma così non è: poichè, oltre alla storia biblica che ad ogni passo ci fa fede della prodigiosa fertilità di quel paese, come proveremo innanzi, abbiamo pure la testimonianza degli storici profani, quali Ecateo contemporaneo di Alessandro il Grande, Tacito, Ammiano, Marcellino e Plinio.

Se ora quel paese è sterile, ne sono causa le devastazioni successive dei Babilonesi, Egiziani, Sirii, Romani, Saraceni, Arabi13, ecc. e l'attuale mancanza di coltura.

[pg 24]

§ 2.—
Dell'agricoltura e suoi Strumenti.

La pastorizia e l'agricoltura, furono i due rami d'industria ai quali primamente si dedicarono gli uomini, chiamativi dalla necessità di soddisfare i materiali loro bisogni. Iddio pose Adamo nell'Eden, non perchè vi conducesse una vita di contemplazione oziosa, ma affinchè lo custodisse e lo lavorasse. I due figli che egli procreò dopo il suo fallo, si dedicarono appunto uno alla pastorizia, l'altro all'agricoltura: e all'agricoltura troviamo dedicato Noè appena uscito dall'arca. Desiderando Mosè che il suo popolo si dedicasse particolarmente all'agricoltura, la favorì in tutti i modi. Nel corso di questo lavoro, noi avremo occasione di parlare di parecchie sue opportune e savissime disposizioni prese a tale riguardo, fra le quali primeggiano quella della partizione del territorio nazionale, e quella dell'anno sabbatico. Riserbandoci di esaminare i diversi motivi che dettarono queste due disposizioni, diremo intanto che la prima tendeva a riparare diverse piaghe dell'agricoltura che si possono riassumere nelle tre seguenti: 1º Le grandi proprietà, che in mano di uomini potenti e sensuali sono cariche di sontuosi edifizi, di eleganti giardini, di deliziosi boschetti. 2º Il continuo succedersi dei coloni. La mancanza di una cognizione vera ed esatta del terreno che si deve coltivare ha un'importanza massima sul successo dei ricolti. 3º Le spese e i lavori ai quali si è spesso obbligati per migliorare il terreno, e a cui difficilmente vi si assoggetta, colui a cui manca la sicurezza di un lungo possesso.

Gli strumenti che in principio si adoperavano per arare i campi, dovettero essere molto semplici, consistendo probabilmente in soli bastoni aguzzi. Nel Deuteronomio si parla d'uno strumento, con cui gli ebrei dovevano fare un buco nel terreno fuori del campo pei loro bisogni naturali; e questo arnese detto Iathed probabilmente era una specie di vanga o di pala che serviva anche ai lavori di terra. Però nel primo libro di Samuele si fa menzione [pg 25] di vari strumenti aratorii, quali sono: mahharesced vomere, eth zappone, kardom scure, mahharesciâ sarchiello. Il malmed era lo stimolo dei buoi.

§ 3.—
Suoi Prodotti.

Sono menzionati nella Bibbia i seguenti cereali: dagan grano, hhittà frumento, nisman dohhan miglio, cussémed spelta, seorà orzo.

I legumi od erbaggi venivano detti con nome generico jarak (da ierek verde) od oróth. Erano tali: il pol fava, gli adascím lenti, i kisciuím cetriuoli, gli abbatihhím poponi, i bessalím cipolle, il hassir porro, lo scum aglio.

S'incontrano pure i nomi di parecchi fiori e di molte specie di alberi fruttiferi ed infruttiferi. Lo sciuscian viene interpretato pel giglio, la hhabasseleth per rosa. Il vocabolo dudaim, col quale si sottintende il frutto della mandrágola, probabilmente era qualche fiore d'amore derivando dal vocabolo dud. Il karkom indica lo zafferano, la laanà, l'assenzio, e l' ezov trovandosi spesso contrapposto all' erez, cedro, fa credere che fosse una pianta piccolissima.

Fra gli alberi fruttiferi sono nominati il thappuahh melo, il thamar palmizio, il rimon melagrano, il theenà fico, il zaid olivo, il sciacked o luz mandorlo, e l' egoz noce.

La vite ghefen fu in ogni tempo coltivata con grandissima cura. Molte viti avevano il loro ceppo abbastanza alto perchè si potesse starvi sotto comodamente, onde la frase che s'incontra spesso nella scrittura: essere assiso sotto la sua vite e sotto il suo fico, per significare il godimento di una vita fortunata e tranquilla.

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[pg 26]

IIAR
(
Aprile-Maggio
).

«Ed il Signore si pentì d'aver fatto l'uomo in terra e ne ebbe il cuore addolorato14 ». Con queste parole, premesse alla narrazione del diluvio universale, Mosè fece manifesto il corruccio provato da Dio nel riconoscere come quella creatura fatta a sua immagine e somiglianza s'ingolfasse in ogni sorta di brutture; contaminasse nel fango di ignobili passioni la sua anima immortale; e costringesse Lui, il sommo bene e la somma misericordia, a dovere usare il massimo rigore annientandola15.

[pg 27]

Nella universale corruzione un uomo solo, Noè16, seppe mantenersi giusto e pio: e il Signore lo destinò a ripopolare la terra. Gli ordinò quindi di fabbricarsi un'arca ove riparare colla moglie, coi figli, e colle nuore, e con una coppia di ogni specie di animali, fatta eccezione pei quadrupedi ed uccelli puri17, dei quali doveva accoglierne sette coppie.

I nostri Dottori dissero: che Iddio ordinò a Noè d'impiegare 120 anni nella costruzione dell'arca, nell'intento che venendo egli interrogato dell'uso a cui essa doveva servire; Noè predicesse loro la catastrofe che pendeva sui loro capi e li esortasse al ravvedimento. Noè s'uniformò all'ordine di Dio: ma la tradizione nota che le di lui esortazioni non solo riuscirono vane, ma anzi, trattato da quegli empi quale pazzo, non riceveva in ricambio che dileggi e scherni.

L'esposizione biblica ci dice che Noè aveva 600 anni allorchè entrato nell'arca coi membri della propria sua [pg 28] famiglia, con tutte le specie di animali e con grandi provviste di viveri, le acque cominciarono a cadere.

L'arca era un immenso rettangolo col coperchio curvo per lo scolo delle acque. Spalmata di pece dentro e fuori per meglio impedire all'acqua di penetrarvi, essa misurava 300 braccia di lunghezza, 50 di larghezza e 30 di altezza. Non v'ha dubbio che o l'uomo antidiluviano aveva uno sviluppo fisico proporzionato alla sua longevità18, e quindi assai superiore al nostro; o che il braccio che servì di misura all'arca dovette essere più lungo del braccio di un uomo comune. Altrimenti non si saprebbe comprendere come un'arca [pg 29] di così ristrette proporzioni abbia potuto contenere l'infinita varietà di animali che vi ebbero stanza, e l'immensa provvigione di viveri che Noè vi dovette introdurre, senza ricorrere al miracolo, comodo sistema, di alcuni commentatori per appianare qualunque difficoltà. Era pertanto il giorno diciasettesimo di Iiar quando le catteratte del cielo si aprirono; l'oceano furente uscì dal proprio letto e si riversò sulla terra; e un vento impetuoso che soffiò per 150 giorni, favorì il rigonfiarsi delle acque che superarono le cime dei più alti monti. Tutto fu distrutto: solo l'arca di Noè galleggiando sicura su quello sterminato oceano, portava nel suo seno i pochi avanzi della creazione. La colomba messa fuori da Noè; e a lui ritornata in sul far della sera portando in bocca una fresca foglia di olivo, lo avvertì essere la terra pressochè asciutta. È ammirabile l'insegnamento morale ricavato dai nostri dottori da questo fatto. Il corvo, spedito prima, tristo ed ingrato, abbandonò il suo benefattore, nè più ritornò nell'arca. La colomba innocente e pia vi faceva bensì ritorno, ma con una foglia di olivo in bocca. E perchè ella raccolse una foglia amara a preferenza di qualunque altra?—Per significare al suo ospite che per quanto ella fosse grata e sensibile ai benefizii che da lui riceveva con un vitto abbondante e gratuito, ad ogni modo vi preferiva di gran lunga un pane stentato e povero, ma fornitole dal proprio lavoro.

Il di 27 dello stesso mese, in cui era entrato un anno prima, Noè e tutti gli animali abbandonarono l'arca. Quali sensazioni di sgomento, di stupore e di dolore non avrà provato quella famiglia ricalcando la terra! Più nulla dava indizio di vita. Case, uomini, animali, vegetabili tutto era intieramente sparito, cedendo il posto ad un vasto ed orrido deserto. Ma a tali sensazioni penosissime, succedette ben presto il sentimento del dovere.

Noè fabbricò sollecitamente un altare e offrì olocausti al Signore. Il Signore gradì la manifestazione della sua riconoscenza, e gli promise che mai più avrebbe mandato [pg 30] un diluvio a distruggere la terra. Poscia benedisse lui e i suoi figliuoli, e permettendo loro l'uso di cibi animali, loro proibiva formalmente il sangue19. Sono significanti le parole colle quali condanna il suicidio, perchè prova non dubbia dell'immortalità dell'anima, di cui ragioneremo più diffusamente altrove, e che sono le seguenti:

«Farommi poi rendere conto dell'omicidio che attenterete sulle vostre stesse persone; farommene rendere conto dall'anima sua immortale20 ».

L'alleanza conchiusa tra Dio e Noè consistette nel dargli sette comandi, detti Noèchidi, e che sono puramente e semplicemente i più ovii principii della religione naturale. Eccoli quali ce li trasmise la tradizione: 1º Non professare un culto idolatra; 2º Non bestemmiare il santo nome di Dio; 3º Non commettere omicidio; 4º Non commettere adulterio; 5º Non commettere furti e rapine; 6º Osservare i principii fondamentali di giustizia; 7º Non cibarsi di un membro strappato o tagliato ad un animale vivo.

Censimento del popolo
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Fu pure nel primo giorno di questo secondo mese che Mosè, dietro ordine di Dio, invitava i capi delle dodici tribù d'Israele a fare il censimento degli uomini atti alle armi; vale a dire dagli anni 20 in su. Il risultato, esclusa la tribù di Levi, esente da pubblici carichi, fu di 603550. Quarant'anni dopo, nelle pianure di Moab presso alle rive del Giordano poco prima della sua morte, Mosè ordinò un secondo censimento che diede un totale di 601730. Non farà meraviglia alcuna la diminuzione nella cifra, se [pg 31] si considerano i disagi, le privazioni d'ogni specie sofferte dal popolo per tutto quel lungo lasso di tempo; e più di tutto per le mortalità che infierirono nel popolo per la deplorabile sedizione di Corahh, pel fatto degli esploratori, e per l'adorazione di Baal Peór. È antico assioma che la popolazione non aumenta che nella pace, nella prosperità e nell'abbondanza di ogni cosa.

E posciacchè parliamo di censimenti, non crediamo fuori proposito segnalare quello ordinato da Davide circa 500 anni dopo il summentovato. Dopo le tante guerre sostenute per la conquista del paese che Dio aveva promesso al suo popolo, Davide sedendo finalmente tranquillo e sicuro sul suo trono; inviò il suo fedele generale Gioab per tutto il regno, onde conoscere il numero totale degli uomini atti alle armi che risultò di 1300000: fatto che dimostra evidentemente come la monarchia d'Israele fosse allora la più possente dell'Asia. Ma il precipuo intendimento che ci fece citare questo fatto, non fu quello di dare il numero dei soldati di cui Davide poteva disporre o segnalarne la conseguente prosperità del popolo; ma per dilucidare il luttuoso avvenimento che contristò Davide e Israele in tale occasione. Fatto il censimento pel quale si impiegarono 9 mesi e 20 giorni, una terribile pestilenza infierì nel popolo d'Israele miettendo in brevissimo tempo ottanta mila vittime. Lo storico sacro, lascia supporre che tale avvenimento fosse un castigo mandato appunto da Dio in causa del fatto censimento. Ma perchè ricorrere al sovrannaturale quando si tratta di un fatto che si spiega naturalmente con tanta facilità? Per adempire all'incarico avuto, Gioab e i suoi coadiutori si stabilivano sicuramente nei capi luoghi di provincia, ove dovevano convenire tutti i capi di famiglia. Anche ammettendo che non si trasandassero, cosa abbastanza difficile, i precetti d'igiene, pure una tale agglomerazione d'individui in paesi tanto caldi, non può recare meraviglia che abbia favorito lo sviluppo di qualche malattia contaggiosa; come non può recare meraviglia che costernato [pg 32] alla notizia che la pestilenza si avvicinava alla Capitale, Davide propiziasse Dio onde vi mettesse un termine accusando se stesso il solo autore di tante sventure.

Conviene pure notare che alla narrazione del censimento, lo stesso storico fa precedere quale spiegazione l'avvertenza che Dio era adirato contro Israele per motivi che però non palesa, e che fu Davide stesso che scelse la pestilenza a preferenza della carestia o della rotta in guerra; onde, come disse egli, cadere nelle mani di Dio misericordioso, anzichè in quelle degli uomini. Ad ogni modo i due censimenti del popolo fatti eseguire da Mosè, per ordine espresso di Dio, dimostrano insussistente l'opinione che sia proibito di numerare il popolo sotto pena di pestilenza21.

Fondazione e inaugurazione del Tempio di Salomone
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Un altro fatto della più alta importanza successe in questo mese. Resisi tributarii i più potenti popoli vicini, sin dagli ultimi anni del regno di Davide, Israele godeva di tutta quella prosperità materiale e morale, che può essere raggiunta da un popolo i cui destini sono confidati ad un re, che alla gloria delle armi seppe unire una sapiente amministrazione e una prudente politica. La Bibbia ci attesta che la pubblica ricchezza era salita a tale grado, che al tempo di Salomone l'argento aveva quasi perduto e pregio e valore. Davide che ad un animo religiosissimo univa le qualità di valentissimo musico e di altissimo poeta, non ancora soddisfatto delle lodevolissime disposizioni per le quali circondò di decoro e di ordine il [pg 33] Culto divino; manifestava un giorno al profeta Nathan il suo ardente desiderio di fabbricare una Casa degna del Dio d'Israele.

Ma Dio non gli permise d'incarnare il suo pensiero nobilissimo; inquantocchè le sue mani avessero versato molto sangue. Ed era giusto. Il Tempio che è legame di pace, di amore e di concordia tra Dio e l'uomo e tra l'uomo e l'uomo; il Tempio ch'è quel sacro luogo ove il nostro cuore sollevandosi a Dio mercè la preghiera s'inspira alla virtù, alla carità, alla purezza; non poteva essere l'opera di un re conquistatore, per quanto le guerre da lui intraprese avessero un fine nobilissimo: la redenzione del patrio suolo e la grandezza del proprio popolo.

Però per la sua predilezione per quest'uomo che fece tanto bene ad Israele, e che a fronte di alcune colpe da lui commesse aveva un cuore pio e santo, pieno di nobili e generose aspirazioni; Dio lo assicurava per bocca dello stesso profeta che suo figlio Salomone avrebbe effettuato il suo pio divisamento. Non erano infatti trascorsi che quattro anni dalla sua morte, quando nel secondo giorno di questo stesso mese di Iiar, Salomone valendosi degl'immensi tesori lasciatigli a tale uopo dal padre, pose le fondamenta del tempio i cui lavori ebbero la durata di sette anni e mezzo.

La festa inaugurale fatta dopo la solennità di Sucoth fu di una splendidezza affatto eccezionale. Vennero sacrificati 22000 buoi e 120000 pecore22. Immensa fu la gioia del popolo che in quel grandioso, ricchissimo ed imponente edificio, oltre al vedere soddisfatto un suo lungo desiderio religioso, vedeva una prova palmare della sua grandezza e potenza e la consacrazione della sua unità religiosa e politica.

La preghiera fatta da Salomone in tale occasione è [pg 34] degnissima di nota. Cominciò a ringraziare Iddio di tanti favori accordati al padre suo, e di quello poi insigne di avere reso lui stesso degno di dedicargli quella Casa; enumerò le diverse contingenze che avrebbero potuto condurre gli individui e il popolo intiero a versare la piena del loro dolore in quella Casa, da dove sarebbero usciti immancabilmente col cuore confortato; e finalmente con un sentimento di tolleranza tutt'altro che comune alle idee generali di quei tempi, così soggiunse: «E anche lo straniero non appartenente al tuo popolo che venisse a supplicarti in questa Casa, deh o Dio! ascolta la sua preghiera e compi i suoi voti; cosicchè tutte le nazioni, quanto il tuo popolo Israele, siano portati ad adorarti dalla cognizione della tua potenza e della tua bontà».

ANTICHITÀ DOMESTICHE
Abitazioni degli antichi Ebrei
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Fra le nozioni delle antichità sacre, le più importanti a conoscersi sono, a nostro avviso, quelle che riguardano la composizione della famiglia, le basi su cui essa era fondata e i reciproci rapporti che ne univano i componenti. Però sia per l'importanza che hanno le abitazioni sull'igiene e sui costumi della famiglia stessa, e sia perchè la cognizione delle medesime serve per comprendere parecchie descrizioni degli autori sacri; crediamo indispensabile farvi appunto precedere un breve cenno sulle primitive abitazioni degli uomini: vale a dire sulle caverne, sulle capanne e sulle tende, per poscia parlare dei villaggi, delle città e delle case.

§ 1.—
Delle Caverne.

In sulle rive del mare Rosso e del golfo Persico, nelle montagne dell'Armenia come nelle isole Baleari e nell'isola di Malta, alcuni popoli non avevano altra dimora [pg 35] che antri scavati nel sasso onde furono detti Trogloditi, parola che deriva dal greco e che significa: «quelli che s'ascondono nelle caverne23 ». Le montagne dell'Arabia, della Giudea e della Fenicia, erano in gran parte piene di tali sorta di caverne; che per essere molto ampie potevano dar ricetto a buon numero di persone. Maundrel nel suo Voyage de Jerusalem (pag. 198) ci da la descrizione d'una caverna scoperta nei dintorni di Sidone, e tanto ampia da essere divisa in circa dugento camere ciascuna di dodici piedi in quadrato. E la Bibbia ci porge anch'essa parecchi esempi di tali abitazioni: È in una caverna che Loth si rifugiò colle figlie onde scampare all'eccidio di Sodoma; è in una caverna che si rifugiarono i cinque re inseguiti dai soldati di Giosuè dopo la totale disfatta dei loro eserciti; sono pure caverne le abitazioni che si procurarono gli Ebrei angariati ed oppressi dai Madianiti affine di salvare sè stessi e nascondere i raccolti dei loro campi; e finalmente è in una caverna ove Davide riparò coi suoi quattrocento soldati per isfuggire dalle mani di Saulle. Queste caverne dopo d'avere servito di usuali abitazioni e di rifugio ai perseguitati, divennero in processo di tempo depositi di morti, e asilo dei ladri.

§ 2.—
Le Capanne.

Per utili che fossero le caverne, presentavano però inconvenienti per molti riguardi; il principale dei quali era la difficoltà di ridurle accomodate ai bisogni della vita. Per questo motivo esse dovettero ben presto venire sostituite dalle capanne sucoth, le quali vennero riconosciute tanto comode e vantaggiose in quei paesi caldi, che non andarono affatto in disuso anche quando l'arte ebbe inventate abitazioni più perfette e più sicure.

[pg 36]

§ 3.—
Le Tende.

Per l'inconveniente che presentavano le capanne di non potere essere trasportate con facilità dalle popolazioni nomade, si dovette ben presto pensare a sostituirvi le tende hóel, che serbando l'identica forma della capanna, presentavano il vantaggio di essere trasportabili. Primieramente le tende venivano fatte con pelli d'animali, ma poscia s'impiegarono per esse tessuti di lana o di tela che stendevansi su pertiche, tenacemente conficcate al suolo col iadéth (cavicchio), affinchè potessero resistere all'impeto del vento. Quantunque la S. Scrittura ci faccia sapere che i patriarchi vivevano in tende, ci fornisce però pochissime nozioni su tal sorta di dimore. Dalle descrizioni che alcuni viaggiatori moderni ci fanno delle tende degli Arabi, che da quanto si può presumere sono modellate su quelle dei più antichi loro padri, pare che le grandi tende fossero divise in tre parti: La prima parte che si trova alla stessa entrata è occupata dagli schiavi; la seconda è assegnata agli uomini; e la terza che ne forma il fondo, è riserbata alle donne. Quest'ultima parte è detta dagli arabi alcobbah, che indubbiamente corrisponde al vocabolo kubbà ebraico adoperato nel Pentateuco per designare la camera cubicolare. L'abitudine e l'amore alla indipendenza d'una vita errante e campestre, aveva reso tanto famigliare agli antichi questa maniera di vivere sotto le tende, che la continuarono ancora molti secoli dopo che l'arte aveva inventate le case. Così fece Abramo quando entrò nella terra di Canaan quantunque il paese fosse pieno di città; così fece Giacobbe al suo ritorno dalla Mesopotamia presso la città di Salem; così fecero gli Ebrei in Gàlgala dopo entrati nella terra promessa; e così fanno oggigiorno diversi popoli dell'Oriente.

§ 4.—
Villaggi e Città.

Essendo gli uomini socievoli per natura, non appena si moltiplicarono sulla terra dovettero provare un prepotente [pg 37] bisogno di abitare a poca distanza gli uni dagli altri, per potere più facilmente prestarsi mutuo soccorso nei loro reciproci bisogni. «O la società o la morte», disse il leggendario Onì.

La Bibbia ci somministra la prova di questo bisogno umano soddisfatto da Caino stesso, il quale fabbricò una città ir o kirià che chiamò hhanoch dal nome del figlio. Subito dopo il diluvio, gli uomini si occuparono nuovamente a edificare diverse città fra le quali Ressen la grande, che stava in mezzo alle altre due città Ninive e Cálahh.

Le descrizioni dei viaggi fatti dai patriarchi nella Palestina e nell'Egitto, ci fanno persuasi che esistevano in quei paesi molte città governate da capi detti melech re, aluf duce dominante, nascì principe.

Gli esploratori andati a visitare la terra di Canaan assicurarono il popolo d'Israele di avere trovate città assai grandi e fortificate; prima di passare il Giordano le tribù di Gad e di Ruben edificarono città e fortezze a difesa delle loro famiglie che lasciarono al di qua di quel fiume.

Non mancavano sicuramente i villaggi o borgate distinti col nome di migrasc, hhavà, chefar.

Le città principali venivano possibilmente edificate su qualche altura, e spesso cinte da doppio e triplice ordine di mura. Il muro principale detto hhomà era munito di tratto in tratto da alte torri, e aveva davanti un fosso profondo, oltre al quale era l'antimuro detto hhel.

Innanzi alle porte della città e talvolta anche nell'interno d'essa, esistevano piazze rehhovód, che servivano tanto ai pubblici mercati, quanto a luogo di residenza dei magistrati per l'amministrazione della giustizia. Mancando allora le botteghe, si capirà facilmente che le mercanzie si tenevano esposte all'aperto sotto tende o capanne.

§ 5.—
Le Case.

All'ingresso degli Ebrei nella Palestina pare che trovassero le case baiith tutte di un solo piano, sormontante da un [pg 38] terrazzo che serviva non solamente per passeggiare e respirare aria più pura, ma ancora per farvi i pasti e passarvi le notti della state. Egli è per questo motivo che il legislatore ebreo, sollecito e tenero del bene del suo popolo, non trascurando neanche le cose di minor conto trattandosi di evitare loro un qualche pericolo, aveva imposto con prudente ordinazione di guernire l'orlo del tetto di un muricciuolo o parapetto maaké alto abbastanza per impedire le cadute. In processo di tempo gli Ebrei seppero fabbricarsi case ampie e alte particolarmente nelle grandi città, e decorarle non solamente con molto buon gusto ma con molto sfarzo, come avremo a convincercene quando discorreremo delle arti coltivate dai medesimi.

In quanto alla disposizione degli appartamenti, sembra che la maggior parte delle case grandi e ricche avessero quattro ale o divisioni formanti un cortile quadrato detto toch abaiith (corte interiore), e precedute da un cortile esterno detto hhasser, destinato a ricevere le persone che ordinariamente non venivano ammesse nell'interno della casa. È molto probabile che il quartiere delle donne fosse collocato nella parte la più remota, poichè quando Davide volle significare come si manifesti la benedizione di Dio su d'un uomo pio, si servì della seguente espressione poetica:

«La tua moglie sarà quale feconda vite beüarchethè bethécha (nella estremità della tua casa). I tuoi figli saranno quali giovani piante d'olivo, intorno al tuo desco»—Dalle profezie di Amos e di Geremia, si ricava che i ricchi avevano appartamenti distinti per l'estate e per l'inverno.

Il primo che abbia parlato di cucina propriamente detta, è il profeta Ezechiele.

Tanto le città quanto le case avevano porte sáar24 di una [pg 39] o di due imposte. La porta formata di un'imposta sola si diceva deleth, e quella formata di due imposte delathaim. L'architrave si chiamava mascof e gli stipiti mezuzoth. Certo si sa per insegnamento ricevuto sino dai più teneri anni, che questa parola fu traslativamente appropriata ad indicare un piccolo rotolo di carta pecora, rinchiusa in una canna o vetro, e contenente i due primi paragrafi del Schemanh e che si pone nello stipite dell'uscio delle case dal lato diritto di chi vi entra. Sul di dietro di questa pergamena sta scritta la parola sciaddaï che deriva dalla radice sad mammella, e viene tradotta in italiano per: prima causa d'ogni cosa, onnipotente, provvidente25.

[pg 40]

Le porte si chiudevano con sbarra o chiavistello detto beriahh. Quantunque nella Bibbia non si trovi una parola che si possa veramente tradurre per serratura poichè la parola manùl derivando da naál ( calzare, chiudere ), probabilmente voleva indicare non una serratura ma un legaccio o una catena a cui si attaccava il beriahh; ciò nullameno rileviamo da Giuseppe che esse erano conosciute.

Ed a parere nostro è probabilissima tale opinione, poichè nel racconto della morte d'Eglone ucciso da Aód26 si dice che i servi di questo principe presero un mafteahh (chiave), per aprire l'uscio che s'era chiuso dietro di sè l'uccisore.

[pg 41]

I mattoni sono designati nella Sacra Scrittura col vocabolo levenim da lavan, bianco, perchè fatti di argilla bianca comunissima in Oriente. È singolare che il procedimento di formare e cuocere i mattoni, sia attualmente eguale alla breve descrizione dataci da Mosè nella Genesi.

I legni che venivano adoperati principalmente negli edifizii erano il sicomoro, l'acacia, il palmizio, l'abete e l'olivo. Il cedro molto più prezioso di tutti questi s'adoperava soltanto negli edifici sontuosi. Nella descrizione della balaustrata fatta costrurre da Salomone, e che dal suo palazzo conduceva al Tempio, si parla d'un legno detto almugghim o algummim. Isaia parla pure del legno teascur, tradotto per bosso, ma che forse non era che una specie di cedro. Le case d' avorio di cui si parla nel libro dei Re e nelle profezie di Amos, venivano così dette per la grande copia di lavori d'avorio che le decoravano.

§ 6.—
Mobili.

Le nozioni che ci vengono somministrate dalla Bibbia relativamente ai mobili sono assai scarse. Nella descrizione dei sacri arredi del Tabernacolo non troviamo menzionati che gli specchi maròd (fatti con rame lucente), la tavola sciulhhan, le caldaie assirod, i bacini mizrecód, le forchette mizlegod, le palette mahhtod, la lampada a più becchi menorà, il bacile kearà, e la conca chior.

E così quando all'epoca dei re una signora di Sunem propone al marito di fare allestire una camera appartata pel profeta Eliseo, non troviamo menzionata che una tavola, una menorà, una mità (letto) e un chissé (sedia). Ciò nullameno è indubitato che sino dai tempi di Abramo, i ricchi dovevano avere mobili quali potevano venire suggeriti [pg 42] dal bisogno e dal lusso, poichè le arti avevano già fatti progressi tali da occuparsi in oggetti di puro lusso per ornamento muliebre quali orecchini, anelli e smaniglie.

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SIVAN
(
Maggio-Giugno
)

Coll'intervento divino manifestatosi coi grandi prodigi di cui noi parlammo nel mese di Nissan, Israele infrange le sue ritorte; con mano alta esce da quella terra che fu tanto inumana per lui, e si accinge a conquistare il paese di Canaan promesso ai suoi antichi patriarchi, che già avevano avuto in esso lunga dimora.

Ma colla libertà è indispensabile a tutti i popoli una educazione religiosa, civile e politica atta ad illuminare la mente di ogni singolo cittadino, e a fortificarne il cuore: onde quella stessa libertà, ch'è il più caro tesoro dell'uomo, non degeneri in licenza alterando il morale equilibrio della società e preparandole spensieratamente disordine e rovina.

Egli è per questo che quasi appena data la libertà al suo popolo, Iddio stesso volle proclamare al suo cospetto, i principii fondamentali di quel codice eterno che col mezzo del suo servo fedele, Mosè, intendeva elargirgli.

Ed ecco come avvenne questo fatto grandioso.

Correva il terzo mese dacchè Israele era uscito dall'Egitto, ed era precisamente il giorno sesto di Sivan, quando frammezzo a spessa nuvola, preceduto ed accompagnato da spaventoso fragore di tuoni e da terribili lampi; Iddio stesso proclamava sul Sinai il Decalogo27: compendio [pg 43] religioso-morale non solo d'Israele, ma della intiera umanità; inquantocchè esso racchiuda i principali e massimi doveri che la religione e la morale reclamano imperiosamente da ogni individuo. Il solo primo di questi precetti ha un carattere tutt'affatto speciale verso al popolo d'Israele; perchè con esso Iddio, si dichiara tale per lui, per averlo tratto dalla schiavitù d'Egitto.

Preparato tre giorni innanzi a santo raccoglimento con corporali astinenze purificatrici del corpo e dello spirito, il popolo intiero, uomini, donne e fanciulli furono testimonii di questo grande avvenimento. «Domanda alle generazioni che furono, dice Mosè a Israele, dall'una all'altra estremità della terra, dal dì che Dio pose l'uomo sulla terra sino al giorno d'oggi, se mai abbia avuto luogo ciò che successe a te; che Dio stesso siasi rivelato ad un popolo intero circondato da un fuoco avvampante ed abbia proposto direttamente a lui le basi del suo patto!28 » È Dio stesso che col primo precetto abolisce in massima ogni sorta di schiavitù29 e di caste30; proclama colla sua Unità la eguaglianza fra tutti gli uomini componenti l'Assemblea di Giacobbe, perchè tutti indistintamente trasse dall'Egitto da casa di schiavi. «Presso di loro (gli Ebrei), [pg 44] dice a questo proposito l'abate Gúenée, nissuna di quelle ingiuriose distinzioni di casta stabilite presso gli Egiziani ed i Romani; nè quell'oltraggiante disdegno d'un ordine di cittadini per l'altro; nissuna di quelle barbare istituzioni che altrove riuniscono in una parte della nazione i privilegi e l'autorità.... Tutto conduceva all'eguaglianza naturale». E D. Calmet diceva a questo proposito: «Tutta la legge è nell'interesse della nazione intiera, e non del tale o tal altro privato. Le distinzioni sociali non possono essere basate che sull'utilità comune».

Col secondo precetto Iddio raccomanda di non adorare idoli, di non fare immagini nè figure di qualunque oggetto esistente nel cielo, nella terra e nelle acque; poichè egli, Dio geloso, punisce i peccati dei padri sui figli sino alla terza e quarta generazione, ed usa con benevolenza coi suoi amici sino alla millesima generazione. Come! esclamarono in ogni tempo ed esclamano tuttavia i detrattori della Bibbia. Il Dio di Mosè partecipa dunque a tutte le umane passioni? Sente gelosia, serba rancore, prova il bisogno di vendetta? Nè basta ancora che punisce i figli per le colpe dei loro padri e dei loro avi?—Eppure niente di più erroneo di questo ragionamento. Dopo la fatta proibizione di tracciare immagini, che per le impressioni portate seco dall'Egitto e per l'esempio di tutte le nazioni da cui erano circondati sarebbero stati immancabilmente condotti ad adorarle; Iddio proclama una verità naturale, un fatto che si rinnova ogni giorno31. Daltronde la Bibbia intiera [pg 45] protesta contro una tale supposizione. Ne citeremo alcuni esempi: Tra i consigli e gli ordini che Mosè stesso impartisce ai giudici onde non si lascino influenzare da verun sentimento di debolezza verso il potente, di commiserazione verso il povero ecc.; troviamo la seguente raccomandazione: «Non saranno fatti morire i padri per i figli nè i figli per i padri: il colpevole solo sarà fatto morire». Ed è inspirato a questo principio di giustizia che Ezechiele rivolge le seguenti parole agli abitanti della terra d'Israele: «Che andate voi ripetendo questo proverbio: i padri mangiarono l'agresto e i denti dei figli sono allegati? L'uomo giusto vivrà; se il figlio è tristo, quel figlio morrà; se il figlio d'un uomo tristo non imita il padre vivrà sicuramente. La probità del giusto starà sopra di lui, e la malvagità dell'empio sopra di lui resterà. Quando il giusto si ritrarrà dalla sua probità e commetterà inique azioni, egli perirà a cagione di quelle. E quando l'empio si ritira dalle malvagità che commetteva e pratica giustizia ed umanità, egli si procura la vita».

Nel libro dei re vediamo l'adozione pratica di questa equa disposizione. Il cronista sacro dopo avere raccontato come il re Amassià abbia punito colla morte gli uccisori del proprio genitore; aggiunge la seguente considerazione: « E i figli degli uccisori non fece morire, uniformandosi a quanto sta scritto nel libro della legge di Mosè comandata da Dio: «Non saranno fatti morire i padri pei figli nè i figli pei padri: il solo colpevole subirà la morte».

Col terzo precetto si proibisce di proferire il nome del Signore per cose vane. Quel santo nome che ci richiama [pg 46] alla mente quell'Essere infinito centro di ogni perfezione, amore e delizia di ogni anima pia; non può e non deve venire pronunziato che nelle nostre preghiere e per motivi gravi, e con quel rispetto e con quella venerazione che per noi si può maggiore.

Col quarto ordina la santificazione del sabbato in memoria della creazione del mondo. Conviene però avvertire che la santificazione del sabbato non consiste unicamente nel riposo fisico, che anzi questo non deve servire se non quale mezzo onde elevare a Dio il nostro cuore e la nostra anima mercè la preghiera, la vita in famiglia e l'istruzione.

Nella stessa guisa che dopo sei giorni di lavoro attivo il corpo necessita di un giorno di riposo, così l'anima dopo i pensieri che la tennero più che occupata, diremo quasi totalmente assorbita, negli interessi materiali per tutta la settimana; ha bisogno di un giorno di riposo, onde poterlo dedicare al suo perfezionamento ed acquistare la cognizione esatta dei proprii doveri religiosi e morali. È questo appunto il doppio benefico fine dell'instituzione del sabbato, assai bene definito dai nostri dottori colle parole: hhassì l'Adonai (metà a Dio per l'istruzione religioso-morale) vehhassì lachem (e metà a voi pel riposo del corpo e pei leciti passatempi).

Gli altri sei non sono che principii di morale e di giustizia e quindi universali per tutti gli uomini. Onora tuo padre e tua madre; non commettere omicidio; non commettere adulterio; non rubare; non attestare il falso; non desiderare cosa alcuna che appartenga al tuo prossimo.

Questo decimo precetto, dice il Medrass, controbilancia tutti gli altri. Il desiderio delle cose altrui, l'avidità di possederle è la principale sorgente di tutti i misfatti. Non rivolgiamo mai la nostra bramosia su qualsiasi oggetto che appartenga al nostro prossimo, siamo moderati nei nostri desiderii i quali non debbono mai oltrepassare la nostra possibilità di appagarli; padroneggiamo le nostre passioni e non lasciamole mai sortire dai limiti consentiti [pg 47] dall'onestà e dal dovere; contentiamoci dello stato in cui ci pose la Provvidenza: e collo spirito calmo, col cuore soddisfatto riconosceremo allora la profonda sapienza che dettò ai nostri dottori il seguente aforisma: «Essere vero ricco colui che è contento del proprio stato».

Fu appunto per solennizzare questa divina rivelazione che venne instituita la festa del mathan torà (proclamazione della legge) o savuod (delle settimane), perchè accade sette settimane dopo il primo giorno di Pasqua. S'intitola pure, iom abicurim (giorno delle primizie): poichè in tale giorno si rendevano a Dio solenni azioni di grazie per la messe con apposite offerte e sacrificii. Questa festa stabilita un sol giorno si portò a due pel motivo già indicato nella festa di Pasqua.

Società domestica
presso gli antichi ebrei.

§ 1.—
Matrimonio.

«Corrotti i costumi, dice un giudizioso autore32, non v'ha più famiglia, non affetti domestici, non più pace e confidenza nel commercio della vita; ma solamente mistero e perfidia sotto il medesimo tetto paterno». Il matrimonio quale venne stabilito da Dio all'aurora del mondo, era naturalmente contrario ad ogni specie di disordine e di licenza: pure, malgrado il diluvio, la corruzione generale fece di bel nuovo sì rapidi progressi, che al tempo di Mosè non solamente si commettevano laidezze brutali, ma gli atti più osceni erano divenuti presso molti popoli parte essenziale del loro culto religioso.

Temendo Mosè che il popolo ch'egli voleva santo e modello a tutti gli altri tanto per civile e religiosa sapienza quanto per la purezza dei costumi, si lasciasse sedurre dallo esempio dei popoli vicini, non lasciò intentato nissun mezzo onde premunirlo contro la corruttella e la licenza dei costumi. Statuì il maggior riparo alla seduzione, prescrisse [pg 48] severissime pene per l'oltraggio al pudore, per l'infedeltà delle mogli e l'adulterio dei mariti. In più luoghi poi non cessa di ricordare che la distruzione totale dei Cananei, comandata da Dio, era appunto la punizione delle loro stomachevoli e laide azioni per le quali la terra stessa contaminata e polluta, ne li rigettava dal suo seno.

La monogamia, ovverosia l'unione di un solo uomo con una sola donna, è l'instituzione primitiva del matrimonio. Lamech fu il primo che contravvenne a questa disposizione sposandosi a due donne Adà e Sillà.

Quantunque Mosè non abbia abolito di fatto la poligamia, sia perchè vi trovò un ostacolo nel clima per cui quell'uso si era generalizzato (e dura tuttavia oggigiorno in quelle contrade), e sia per non dare accesso ad altri mali maggiori; nulladimeno ne dimostrò le fastidiose conseguenze con esempi pratici, e tentò di impedirla con savie disposizioni.

Egli ricordò: 1º che la monogamia era d'instituzione divina e che Noè e i suoi tre figli, i patriarchi33, Giuseppe, lui stesso34 ed Aronne suo fratello, erano monogami; 2º espose i disordini, le contese, le dissenzioni che spesso provengono dalla poligamia; 3º proibì ai monarchi futuri la grande copia di mogli onde «non abbiano a corrompere i loro cuori».

Da parecchi passi della scrittura si raccoglie che la richiesta in matrimonio era fatta dal padre stesso del giovine. È Abramo che manda Eliezer a chiedere Rebecca in moglie ad Isacco suo figlio. Sansone avendo vista in Timnà [pg 49] una ragazza Filistea che gli piacque, ne rese consapevoli i proprii genitori; e li pregò a volersi portare colà e richiederla per lui in moglie.

Tra gli sponsali eresc, e la ceremonia delle nozze vi correvano per lo più, secondo quanto insegnano i Rabbini, sei mesi od un anno. Quest'opinione si fonda sulle parole che Labano rispose ad Eliezer dopo la conclusione degli sponsali tra la sua sorella Rebecca ed Isacco. Insistendo quegli per l'immediata partenza, Labano gli rispose: «Stia la ragazza presso di noi un anno o dieci mesi e poscia se ne andrà». Checchè ne sia, il matrimonio avevasi per conchiuso dal dì degli sponsali. Egli è perciò che qualora il fidanzato, dopo gli sponsali, si fosse rifiutato di contrarre matrimonio definitivo, era obbligato di dare lettera di divorzio alla sua fidanzata; e se per altra parte la fidanzata fosse caduta in fallo con altr'uomo, veniva trattata siccome adultera. La ragazza, raggiunta la sua età maggiorenne, 12 anni35, non poteva in niun modo venire obbligata ad accettare uno sposo suo malgrado, e a sua istanza i tribunali annullavano qualunque impegno preso da suo padre anticipatamente. L'unico caso in cui la fanciulla non godeva piena libertà di sposarsi a chi meglio le talentava, era quando mancando di fratelli essa veniva dichiarata l'ereditiera del patrimonio paterno; perchè in questo caso la sua scelta doveva cadere su un giovine della stessa tribù, alla quale apparteneva ella stessa.

Da principio la celebrazione del matrimonio non era considerata che quale contratto puramente civile, epperciò spoglio di qualunque ceremonia religiosa. Il padre o il più autorevole dei parenti impalmava i giovani sposi, impartiva loro la benedizione nuziale, ed invocava su loro i favori divini. Ai giorni nostri è il rabbino quello che ordinariamente benedice la giovine coppia, e legge l'atto del [pg 50] contratto redatto in lingua rabbinica (ebraico-caldaica)36 scritto sopra un foglio di pergamena e da consegnarsi poscia al padre della sposa.

Sette erano i giorni dedicati a festeggiare gli sposi come pare che risulti dalle parole di Labano a Giacobbe, dalla storia di Sansone, e dall'uso costantemente mantenutosi sino ai giorni nostri. E non erano i soli parenti ed amici che partecipavano alla loro letizia, ma lo Stato medesimo prendeva sensibile interesse alle gioie degli sposi; poichè Mosè ordinò: «che qualunque novello sposo non fosse soggetto alla leva nè venisse sottoposto a verun carico pubblico per un anno intiero; onde se ne stesse a casa sua occupato a rallegrare la moglie che prese».

Il vocabolo pileghesc, che si trova tanto spesso nella scrittura, viene tradotto in italiano impropriamente per concubina poichè il suo valore è tutt'altro. La pileghesc era moglie legittima ma inferiore alla padrona di casa. Ciò che la distingueva dall' Hissà (moglie), era la non celebrazione a di lei riguardo delle cerimonie di sposalizio.

§ 2.—
Levirato.

Il levirato, Jibum, è una legge in forza della quale il fratello doveva sposare la vedova del fratello rimasta tale [pg 51] senza prole; attribuire legalmente al defunto il primogenito dei figli che avrebbe procreato da quella donna, e trasmettergli la eredità dello stesso37. Questa legge era antichissima poichè noi la troviamo già praticata da Giuda in favore di Thamar sua nuora. Mosè adottandola non ingiunse che venisse applicata inesorabilmente in tutti i casi.

E ciò con molta ragione perchè se da un lato essa aveva per oggetto di procurare uno stato alla vedova, di trasmettere ai posteri il nome di un caro parente, di moltiplicare le famiglie e favorire l'accrescimento della popolazione; non v'ha dubbio che dall'altro lato essa poteva cagionare molestie ed inconvenienti: sia nuocendo alla libertà dei maritaggi, sia danneggiando gli interessi delle famiglie. Fu per quest'ultimo motivo appunto che Ruth venne rifiutata in moglie dal più prossimo di lei parente. Mosè lasciò pertanto piena libertà al cognato di rifiutarsi di contrarre tal legame, ma lo sottomise alla seguente cerimonia.

La donna presentavasi agli anziani della città ed esponeva loro il rifiuto avuto dal cognato colle seguenti parole: «Il mio cognato ricusa di far risorgere in Israele il nome di suo fratello, egli non vuole compiere verso di me il dovere di cognato». Gli anziani facevano venire quell'uomo alla loro presenza, e lo consigliavano ad adempiere al suo dovere, ma se egli persisteva nel suo rifiuto e ripeteva: «Non voglio pigliarla»; allora la sua cognata gli si appressava e in presenza degli anziani e di molti assistenti, gli levava la scarpa dal piede, gli sputava in faccia e gli diceva: «Così si fa all'uomo [pg 52] che non vuole edificare la casa del proprio fratello38 ». Ed egli veniva chiamato in Israele: «La famiglia dello scalzato39 ».

Naturalmente si redigeva un atto col quale la donna era dichiarata libera di sposarsi ad altro uomo. Il Talmud ci trasmise copia di tale atto che noi non accenniamo per la sua lieve importanza.

§ 3.—
Moglie sospetta.

Dissero i nostri dottori: «L'adulterio genera la maledizione ai padri. La donna infedele allo sposo mentisce a lui e mentisce a Dio; perchè è il Signore che ha accolto il suo giuramento e le fa legge di osservarlo».

Per quanto Mosè non abbia trascurato veruna occasione per raccomandare la illibatezza dei costumi; per quanto egli ne abbia promossa la realizzazione con prescrizioni eccellenti; cionullameno ben prevedendo che non sarebbero bastate le persuasioni per impedire il mal fare per quelle perverse nature che non difettano mai, neanche nelle società le meglio ordinate, fece pure appello al rigore statuendo la morte per pena dell'adulterio. Ma come pur troppo può succedere che certe nature sospettose si lascino acciecare dalla passione, e sognino il male ove esso non esiste veramente; per questo Mosè nell'intendimento di sottrarre la moglie sospetta dall'ira del marito, [pg 53] la sottopose ad un rito che può appellarsi giudizio di Dio, poichè a lui solo scrutatore delle reni e dei cuori, se ne lasciava appunto la decisione.

Ed ecco in che consisteva questo rito.

La donna sospetta veniva condotta dal proprio marito al cospetto del sacerdote con un'offerta detta di Gelosia, e nella quale non mettevasi nè olio nè incenso come usavasi per le altre offerte. Il sacerdote poneva tale offerta tra le mani della donna: quindi dopo di avere preso in una delle sue proprie mani un vaso di terra con entro dell'acqua consacrata, rivolgeva la parola alla donna stessa e le presagiva i mali orribili che le avrebbe causata quell'acqua, qualora essa si fosse trovata colpevole. Scriveva in un Sefer (libro) tali sue dichiarazioni, le cancellava nell'acqua40, e poscia porgeva quell'acqua alla donna affinchè la bevesse.

Lo scritto era del seguente tenore: «Se tu sei innocente e pura della colpa che si sospetta in te, sarai esente della malefica virtù di quest'acqua amara e maledetta; ma se invece sei colpevole, e tradisti la fede giurata a tuo marito, Iddio farà sì ch'essa ti apporti una morte pronta e crudele e la tua memoria resterà ignominiosa frammezzo al tuo popolo». La donna era obbligata a rispondere: «Amen, amen».

I talmudisti riferiscono che quest'uso venne abolito alcuni anni prima della distruzione del Tempio: poichè posta in dimenticanza la legge di Dio, corrotti i costumi e fattosi comune l'adulterio fra gli stessi mariti, Iddio aveva privato d'efficacia una simile prova.

§ 4.—
Divorzio.

«Allorquando il consorzio coniugale è ordinato, concorde e puro la divinità aleggia su di esso, se no se ne diparte [pg 54] lasciandovi lo spirito del male ad esercitare la sua triste influenza»41. Come nell'ordine fisico gli uomini diversificano l'uno dall'altro per la Conformazione delle membra e per la regolarità e venustà della loro disposizione, altrettanto avviene nell'ordine morale: differenziando essi l'uno dall'altro per istinti, per indole, per passioni, per coltura dell'ingegno e per la sensibilità dell'animo. Supponendo ora l'unione di due persone di sesso diverso e dotate di un carattere morale totalmente opposto, è cosa naturale la persuasione che si andrebbe incontro a tristi conseguenze, la minore delle quali consisterebbe nella infelicità di entrambi i coniugi, nel volerli tenere avvinti con un nodo indissolubile.

E fu appunto la possibilità, pur troppo, non rara di tale eventualità che consigliò a Mosè la instituzione del divorzio42. Secondo la legge era il marito solo che aveva il diritto di dare il divorzio alla moglie qualora avesse trovato in essa qualche ervath davar (qualcosa di sconcio)43. Era però permesso alla moglie di citare innanzi [pg 55] ai tribunali il marito qualora esso avesse mancato a qualche clausola del contratto matrimoniale; e dopo parecchie rimostranze persistendo esso nella sua sleale condotta verso la moglie, questa veniva dichiarata ripudiata di fatto e libera di sposarsi ad altr'uomo.

Pei due seguenti casi particolari il marito perdeva il diritto di ripudiare la moglie: 1º In caso di seduzione della sua propria moglie prima delle nozze; 2º Se dopo sposata l'avesse calunniosamente accusata d'impudicizia innanzi ai tribunali, o sottoposta alla prova delle acque amare. Nonostante il divorzio il marito poteva riconciliarsi colla moglie e riprenderla, semprechè essa non fosse passata ad altre nozze. Riguardo all'atto stesso del ripudio Mosè si limita a dire: «e scriverà a lei una carta di ripudio e gliela consegnerà in propria mano, e la manderà via di casa sua». I nostri Rabbini ci tramandarono la formula di tale carta di ripudio e concepita nei seguenti termini:

« Il giorno... della settimana... del mese... dell'anno... dalla creazione del mondo, in questa città... posta sul fiume... io... così chiamato figlio di... di mia propria volontà e senza esservi costretto in nissun modo, ho voluto rimandare e rimando te... figlia di... già mia moglie, e ti permetto di andare ove ti piacerà, di contrarre matrimonio con qualunque altro uomo senza che veruno possa impedirlo. In fede del che le ho rimesso la presente lettera di ripudio, polizza di rimando, certificato di divorzio secondo la legge di Mosè e d'Israele».

————

[pg 56]

THAMUZ
(
giugno-luglio
)

Verso la metà di questo mese cominciano i giorni nefasti ad Israele. Sei sono i digiuni stabiliti nel corso dell'anno. Quello della espiazione chipur l'unico comandato da Mosè; quello di Ester il giorno precedente a Purim, istituito in commemorazione del digiuno raccomandato da quella Regina agli Ebrei di Susa, onde implorare da Dio la sua protezione prima di esporsi al pericolo di morte, presentandosi non chiamata ad Assuero; e quattro ordinati dai Profeti.

Il primo di questi quattro digiuni per ordine di tempo è quello che accade il giorno 17º di questo mese. In origine esso si faceva ai 9 di questo stesso mese, per commemorare il triste avvenimento della breccia aperta nelle mura di Gerusalemme, dalle armi di Nabucodonosorre re dell'Assiria; ma fu posteriormente trasportato ai 17 sia per commemorare l'altra breccia che in tale giorno fu aperta nelle medesime mura dai Romani, i quali in tale congiuntura si impadronirono della parte bassa della santa città; e sia per commemorare altri quattro luttuosi avvenimenti che si credono successi in tale giorno. Questo avvenimento fu il triste preludio della caduta di Gerusalemme, e dello sfacelo della politica esistenza della nazione di Israele che non tardò a verificarsi, e di cui tratteremo diffusamente nel mese venturo: e il principio per la nostra sventurata nazione di quella lunga serie di mali non ancora chiusa, pur troppo, in certe contrade dopo oltre 18 secoli.

§ 5.—
Fanciulli
.

L'onore attribuito alla fecondità e l'obbrobrio di cui erano coperti nell'opinione nazionale il celibato e la sterilità, influivano assai sull'accrescimento della popolazione degli Ebrei. La tradizione poi colle sue speranze e le sue [pg 57] promesse tendeva come le loro instituzioni a produrre questo effetto. La posterità di Abramo doveva essere numerosa come le stelle del cielo e come l'arena del mare; e nella benedizione del padre non mancava mai l'augurio di numerosa prole. «Non sarà in te nè uomo nè donna sterile, dice Mosè al popolo d'Israele, fra le promesse di premii, che fa loro per l'osservanza delle leggi di Dio». Era pertanto naturale che una famiglia numerosa fosse tenuta quale benefizio e benedizione di Dio ed un titolo di gloria in Israele, come la privazione di prole un castigo celeste ed una vergogna. «Oh dammi dei figli, esclama con amarezza la dolente Rachele a suo marito, altrimenti io mi muoio». E quando finalmente Dio esaudì le sue supplicazioni e le concesse il figlio tanto ardentemente desiderato, ella lo chiamò Giuseppe (aggiungerà), pregando Dio che gliene volesse concedere un secondo. «Oh questa volta io debbo ringraziare e lodare Iddio che mi concesse un quarto figliuolo», diceva lietissima la sua sorella Lia. E la povera Anna? Benchè teneramente amata dal marito, noi la troviamo ai piedi dell'altare di Dio supplicandolo a toglierla all'onta della sterilità, e promettendo di consacrare al suo servizio il figlio che sarebbe per concederle. E tanto profonda era l'amarezza del suo cuore, e così assorta essa era nel pregare da rimanere insensibile a quanto la circondava; sicchè il vecchio Elì ingannato la rampognava qualificandola ebbra.

«La moglie tua, dice Davide, sarà qual vite feconda nell'interno di tua casa, i figli tuoi quali rampolli d'olivo intorno alla tua mensa. Così è benedetto l'uomo temente Dio.... E tu vedi i figli dei figli tuoi, pace su Israele».

§ 6—
Circoncisione.

In origine pare che fosse la madre quella che designava il nome del figlio e che glielo si imponesse al momento della nascita. Così si rileva da diversi passi della Genesi. Però in seguito il nome si imponeva ai figli maschi all'atto della circoncisione, e si solennizzava tal giorno con [pg 58] un banchetto e con altri segni di giubilo: costume che si segue ancora oggigiorno ovunque.

Dio comandò ad Abramo di circoncidere ogni fanciullo maschio nel giorno ottavo dopo la sua nascita. Pertanto, la circoncisione, specie di suggello impresso sulla stessa nostra carne, era ed è destinata a distinguere il popolo d'Israele da ogni altra nazione e a ricordargli continuamente il patto conchiuso tra lui e Dio. Ma a questo motivo principale bisogna aggiungerne altri di minor importanza, quali sarebbero la preservazione di alcune malattie spesso mortali nei paesi caldi.

Nulla determina la legge nè sul ministro, nè sullo strumento della circoncisione. Zèfora moglie di Mosè, vedendo in pericolo la vita del marito nel loro viaggio verso l'Egitto per la trascuranza44 di tale precetto, ella stessa circoncide suo figlio con una pietra affilata. Ed è pure con un tale strumento che appena passato il Giordano, Giosuè fece circoncidere tutti i maschi nati nei quarantanni che Israele errò nel deserto e che non vennero circoncisi. Secondo il Talmud è il padre stesso che dovrebbe circoncidere il figlio: ma richiedendosi per tale operazione speciali cognizioni e perizia, per schivare quei pericoli che potrebbero risultarne pel circonciso, essa viene praticata o da chirurghi o da persone che vi si dedicano dopo fatti gli studi necessari.

Fra tutti i popoli antichi il padre poteva trasferire i diritti di primogenitura, che erano immensi, su qualunque dei suoi figli. Mosè tolse ai padri questo diritto che era indubitabilmente fonte di ingiustizie, di discordie, e di delitti; e limitò il diritto del primogenito a una doppia parte nella eredità paterna sui fratelli. Il primogenito era pure l'erede presuntivo del trono paterno, quantunque la [pg 59] legge lasciasse in facoltà del padre di destinare qualunque altro figlio a suo successore.

§ 7.—
Educazione.

Gli studi dovevano avere per oggetto peculiarissimo la cognizione della legge di Dio: che secondo il Legislatore era per Israele un titolo di sapienza e di prudenza al cospetto delle nazioni, e la unica e immancabile sorgente della sua materiale e morale grandezza e felicità. I principi ed i grandi pare che avessero in casa maestri che educavano ed istruivano i loro fanciulli sotto i loro proprii occhi. In origine oltre alla legge di Dio, ai doveri e ai diritti del cittadino, l'educazione tendeva probabilmente all'agricoltura e alla guardia del gregge: ma coll'estendersi e prosperare del regno, i fanciulli venivano generalmente pure istruiti nelle arti, nei mestieri e nelle scienze. Nella Scrittura e nei libri posteriori non si scorge che vi fossero Scuole propriamente dette, prima della dipendenza politica degli Ebrei ai Romani (esclusa quella dei profeti che era diggià fiorente all'epoca di Samuele); poichè il primo che ne abbia instituito fu il figlio di Gamlà, la cui memoria ci fu perciò tramandata dai nostri dottori fregiata dal titolo di benemerito dell'istruzione.

Prima d'allora era il padre stesso che impartiva l'istruzione religiosa ai suoi figli, uniformandosi al precetto Mosaico che nel Semanh (che è un sublime compendio delle verità della nostra Religione) costituisce il padre maestro dei suoi figli: «Sulle cose ch'io ti comando oggi, dice egli, ragionane ai figli tuoi nello stare in casa, nello andare per la via, nel coricarti e nello alzarti».

Vi erano pure (nei sabbati) pubbliche accademie, ma il loro scopo era unicamente quello di trattare materie religiose e morali pel bene dello stato in generale.

L'educazione delle ragazze variava naturalmente secondo la condizione e la qualità delle persone. Erano però anche esse istrutte nella legge e nella letteratura, come ci attestano le ammirabili cantiche di Debora e di Anna. Però [pg 60] venivano precipuamente ammaestrate in ogni cura domestica.

Quanto potente fosse il sentimento della dignità che la educazione inspirava alle ragazze, e quale la purezza dei loro costumi possiamo argomentarlo dalle parole che Thamàr figlia di Davide rivolge al fratello Amnon che tentava di indurla a cosa disonesta: «Deh! o fratel mio non farmi ingiuria che tali cose non s'usano in Israele. Deh! non volere commettere una tale ignominia. Ove potrò io nascondere la mia vergogna? E tu potrai soffrire di venir considerato tanto vile in Israele?» Nè avrebbe potuto succedere diversamente quando la legge ordinava che una donna maritata convinta d'impudicizia prima delle sue nozze, venisse lapidata innanzi la porta della casa paterna per la colpa, dice la legge, «di aver fatto cosa laida in Israele.» Quale terribile minaccia si fa con tale disposizione alle ragazze, ma alle madri specialmente onde agli ammaestramenti e agli esempi accoppiassero un'indefessa ed oculata sorveglianza! Anche le ragazze di famiglie agiate non isdegnavano di occuparsi in ogni sorta di lavori campestri; poichè il Pentateuco ci rappresenta Rachele, Lia e le figlie di Ietro conducenti le greggie al pascolo colle loro secchie sulle spalle.

§ 8.—
Schiavi.

«In niun luogo, dice uno scrittore cristiano, gli schiavi furono trattati così umanamente come presso gli ebrei». In principio la virtù dei patriarchi rese loro sempre sopportabile e dolce il dispotismo che avevano sopra di essi; e poi Mosè si occupò con tanta sollecitudine della sorte loro, che la saviezza dei suoi precetti doveva impedire assolutamente anco ai supposti cattivi padroni di abusare del proprio potere. La dolcezza delle disposizioni Mosaiche verso gli schiavi, risplende meglio qualora noi ci facciamo a paragonarla all'inumanità colla quale venivano trattati quegli infelici, non diremo in quei tempi di universale ignoranza e barbarie, ma presso quei popoli che in tempi più prossimi [pg 61] a noi levarono di sè tanta alta fama, vogliamo dire i Greci ed i Romani. Presso costoro gli schiavi erano considerati meno dei bruti, e col consenso della legge venivano massacrati per semplice passatempo, dati pascolo alle fiere dei loro circhi, e gettati pascolo a certi pesci carnivori, quali le murenne, che si allevavano in appositi serbatoi, onde riescissero più graditi ai palati di quegli inumani Sardanapali. È triste, e quasi ripugna il dirlo, ma è storia. Dame romane dimentiche di ogni elementare principio di quella delicata bontà che forma il più bel pregio del loro sesso, e divenute insensibili agli strazii delle loro vittime; percuotevano a sangue le loro schiave per la menoma negligenza usata nella disposizione della loro teletta: e i seni di quelle sventurate servivano a ricettacolo degli aghi e degli spilli dei loro lavori, o dei loro abbigliamenti! Ma lasciamo queste tetre descrizioni che rattristano il cuore; e ritornando al nostro proposito, esaminiamo alcune di quelle disposizioni.

La legge dichiarava reo di omicidio quel padrone che in seguito a percosse causava la morte a un suo schiavo: e bastava il mutilarlo anche di un dente o di un occhio solo perchè venisse dichiarato libero. Come il padrone, lo schiavo fruiva del riposo sabbatico. Non solamente era proibito di molestare o consegnare al padrone quello schiavo che per i maltrattamenti sofferti fossesi indotto a ricoverarsi presso di loro in cerca di un asilo, ma si doveva permettergli di prendere stanza in quella città che sarebbe stata di suo piacimento.

E si noti che queste ordinazioni sono tutte relative agli schiavi non ebrei, perchè riguardo a questi ultimi il nome di schiavi è affatto improprio, poichè la loro condizione era tanto mite, tanti doveri di umanità e di delicati riguardi erano imposti al padrone verso di loro, da inspirare ai nostri dottori il seguente adagio: «Colui che si prende un domestico, da a sè stesso un padrone».

Esaminata partitamente la costituzione della famiglia ebraica, ci piace aggiungere alcune considerazioni generali sullo spirito delle ordinazioni che la reggevano.

[pg 62] Presso tutte le nazioni antiche la donna era considerata quale oggetto di sensuali diletti, e sempre schiava del padre o del marito. La sua condizione era tutt'altro ohe invidiabile persino presso i Romani e i Greci, tanto celebrati nella storia per civile sapienza e per politica grandezza. La patria potestà poi non aveva limiti. Il padre era padrone assoluto dei suoi figli: poteva incarcerarli, venderli od ucciderli qualunque fosse la loro età e il loro grado. Pensiamo ora noi quale moralità, quale confidenza e dolcezza in tale consorzio di schiavi sottomessi all'autorità e al capriccio d'un padrone che la certezza dell'impunità, l'altrui esempio, e l'abitudine del comando potevano rendere ciecamente feroce.

Ma quale e quanta differenza nelle famiglie ebree! In esse non esistevano nè padroni nè schiavi. La legge e la religione sancivano la perfetta eguaglianza dei due sessi, poichè dalle stesse prime pagine del loro libro venerato risultava: 1º Essere stato Dio stesso che aveva instituito il matrimonio e benedetto i primi sposi; 2º Non essere la donna inferiore al marito, poichè dopo che Adamo ebbe imposto un nome a tutti i viventi fra i quali non ne trovò alcuno simile a lui; quando gli fu presentata la donna da Dio stesso, egli esclamò: «Questa è finalmente, osso delle mie ossa, e carne della mia carne; questa deve chiamarsi Hiscà (donna) poichè dall'Hisc (uomo) fu tratta». Ammirabile insegnamento! La donna non è la schiava dell'uomo, ma la sua compagna, un aiuto analogo a lui. Le unioni erano contratte liberamente e per conseguenza precedute spesso dall'amore, o almeno da una reciproca stima e simpatia che facevano sperare armonia e concordia. I soavi pensieri, le dolci cure di una prole desiderata e carissima, dovevano rendere quei legami ammirabili per moralità e piacevolezza. E tali furono sicuramente finchè il popolo si mantenne fedele alla parola di Dio.

Da queste teorie ne veniva per naturale conseguenza il fatto, che nello stato e nella famiglia, i diritti della donna per quanto potevano conciliarsi coi riguardi dovuti alla [pg 63] sua maggiore sensibilità, alle sue domestiche occupazioni, agli altri doveri speciali al suo sesso, erano pareggiati a quelli dell'uomo.

Hulda è profetessa; Debora profetessa e guerriera. Marianna a capo delle donne intuona l'inno della vittoria sulle sponde del mar Rosso; e alla caduta di Golia son le donne che colle loro patriottiche laudi al guerriero vincitore, feriscono al vivo l'invido cuore di Saulle.

Salomone, che qualifica la cortigiana o la moglie infedele allo sposo coi nomi di Zarà o Nocrià (straniera) quasi temesse di offendere la suscettibilità della donna indigena, descrivendone i liberi costumi e i colpevoli inganni verso l'inesperta gioventù; dice valere meglio di qualunque cosa una buona moglie; la donna sapiente rialzare la sua casa, distruggerla colle proprie mani la dissennata. La dipintura che egli fece della donna forte è tutto quanto si possa immaginare di stupendo nel suo genere. È un modello della donna libera, laboriosa e sapiente; l'affermazione della fiducia sconfinata che colle sue nobili doti seppe acquistare dal marito e dell'immenso e meritato ascendente che ha sulla famiglia intiera. «Ed ecco grida Malacchia, altra cosa tristissima che voi fate e per la quale Iddio non si rivolge ai vostri presenti perchè il suo altare è coperto di sospiri e di lagrime. Ma perchè dite voi?—Perchè voi tradite iniquamente la donna alla quale vi lega un patto solenne».

Tutta la legge fa fede dei principii suesposti. Anche le donne assistettero alla rivelazione del Sinai; anche le donne dovevano trovarsi nella radunanza che la legge prefiggeva di tenere in capo ad ogni settimo anno nella festa dei Tabernacoli, e ove si leggeva tutta la legge all'udienza del popolo; anche le donne al ritorno dalla schiavitù babilonica prestarono il loro giuramento d'adesione al nuovo ordine di cose. Ambi i genitori hanno gli stessi diritti alla riverenza dei figli. «Onora tuo padre e tua madre se vuoi vivere lungamente» sta scritto nel Decalogo. Ed altrove così si esprime il Legislatore: «Ciascuno di voi abbia timore della madre e del padre». «Chi maledice [pg 64] suo padre o sua madre sarà fatto morire». «L'occhio che si fissa irriverentemente torvo sul padre o sulla madre, dice l'Ecclesiaste, merita di essere acciecato dai corvi». Le manifestazioni di rispetto dovuto ai genitori vengono così definiti dai nostri dottori. Non sedersi nel posto da essi ordinariamente occupato; non contraddirli nè ascoltare i loro discorsi con irriverenza o impazienza; averne ogni cura nella loro vecchiaia, e fare quanto può loro tornare utile o gradevole.

L'unico dovere imposto al padre45 era quello d'addottrinare il figlio nella religione e nella morale: parlandogliene, come dicemmo, nel suo stare in casa, nel suo andare per viaggio, nel suo coricarsi e nel suo alzarsi.

Qui poniamo termine alle nostre brevi considerazioni sulla famiglia Israelitica, colla ferma convinzione, che per quanto poco noi abbiamo detto su tal soggetto, pure debbano risultarne le due seguenti verità: 1º Essere stata la legislazione Mosaica la prima, che diede alla donna la somma di tutte quelle libertà consentanee al suo sesso, e regolate per modo che non avendo esse altro limite oltre quello segnato dal pudore e dalla sua speciale costituzione, non servissero ad arma di licenza e venissero a menomare quelle soavi prerogative che fanno di lei l'angelo tutelare della famiglia; 2º Essere stata la legislazione Mosaica la prima, che seppe fondare la famiglia sopra le sue naturali e vere basi: moralità, stima ed affetto. [pg 65]

AB
(Luglio-Agosto).

Questo mese può chiamarsi a giusta ragione, il mese infausto del popolo d'Israele; inquantochè in esso abbiano avuto compimento i terribili castighi già minacciati da Mosè e tante volte predetti, ma pur troppo invano, dai profeti che Dio suscitava in ogni secolo, e siano succeduti i luttuosi avvenimenti della distruzione del primo e del secondo Tempio di Gerusalemme.

Il primo giorno di questo mese segna la morte di Aronne, avvenuta sopra il monte Hor nell'anno quarantesimo dell'uscita d'Israele dall'Egitto, e 123° della sua età.

La tradizione fissa al giorno ottavo di questo mese, il ritorno degli esploratori spediti da Mosè nel paese di Canaan.

Ci fermeremo a narrare diffusamente quest'avvenimento anch'esso luttuoso per parecchi motivi, per indi parlare della distruzione dei due Tempii di Gerusalemme, ma in particolare modo del secondo, maggiormente importante per noi. Infatti dal dì della sua caduta data non solo la cessazione della indipendenza politica d'Israele, ma il principio di quella lunga sequela di sofferenze e di persecuzioni inenarrabili, che se la mercè di Dio cessarono ora in quasi tutta l'Europa civile, e delle quali noi dobbiamo conservarne la memoria per solo rammarico di vedere distrutto quel centro dove serbavasi sotto un simbolo visibile la legge divina, e per ammirazione verso i nostri padri, che con invitta costanza verificarono alla lettera l'espressione di Davide: «Tutto questo soffrimmo ma non dimenticammo Te, (Dio) e non mentimmo al tuo patto», dobbiamo però constatare che pur troppo tali sofferenze e persecuzioni durano tuttavia in parecchie contrade, dove il sole della libertà e della universale fratellanza degli uomini, non potè ancora farvi penetrare i suoi raggi benefici.

Correva il secondo anno dall'uscita d'Egitto, e il popolo d'Israele, che toccava oramai i confini dell'Emoreo, si raccolse presso Mosè e lo richiese di mandare «innanzi [pg 66] a sè alcuni uomini ad esplorare il paese che doveva conquistare: onde sapessero indicargli «la via per cui doveva andare, e le città a cui doveva rivolgersi». La manifestazione di questo desiderio poteva interpretarsi come un atto di diffidenza verso lo stesso suo condottiero, che ripetutamente gli aveva assicurato il possesso immancabile di un «paese di frumento e d'orzo, di viti, fichi e melagrani; paese d'olivi (abbondanti) d'olio e di miele. Paese, ove senza scarsezza mangerebbe pane, ove non mancherebbe di cosa alcuna; paese di cui le pietre erano (dure come il) ferro, e dai cui monti ricaverebbe rame». Pure, anzichè adontarsene Mosè dichiara che «la cosa gli piacque»; e scelti a quest'uffizio dodici uomini, il capo di ciascuna tribù, con particolareggiate istruzioni li inviò a riconoscere tutto quel paese. Partiti il giorno 29 di Sivan, impiegarono quaranta giorni nel loro viaggio d'esplorazione, ed arrivarono all'accampamento ebreo il giorno 8 del mese di Ab.

Onde assecondare la raccomandazione fatta loro da Mosè, che desiderava dimostrare al suo popolo con prova evidentissima la verità delle sue dichiarazioni; gli esploratori portarono di colà alcuni frutti, che presentarono al popolo ansioso di conoscere il risultato delle loro osservazioni. Per una colpevole leggerezza o per un criminoso accordo, come pretendono alcuni commentatori, dieci di loro, dopo d'aver magnificato la, prodigiosa fertilità del paese visitato, ne esagerarono assai i difetti. Dissero, che la statura degli abitanti era gigantesca, e superiore all'ordinario la loro forza; che le mura che cingevano le città erano alte e forti e per loro indubbiamente inespugnabili; che il clima era tanto inclemente e micidiale, che quella terra poteva dirsi con tutta ragione, una madre divoratrice dei proprii figli. Queste false notizie spaventarono in modo straordinario i loro ascoltatori, i quali dimenticarono tutto d'un tratto i grandi miracoli operati da Dio in loro favore, e di cui furono testimoni essi stessi: rammaricarono amaramente di avere prestato fede alle [pg 67] lusinghiere ma fallaci promesse di Mosè; dubitarono stoltamente della potenza di Dio, e manifestarono il timore di vedersi destinati a morire di stenti in quell'inospitale deserto, o di divenire essi e i loro figliuoli facile preda di quei formidabili nemici. Nè le assicurazioni degli altri due esploratori Giosuè e Caleb, valsero a fare loro riconoscere la grave offesa che facevano a Dio con questo atto di ribellione, e a rinfrancare i loro cuori: che anzi arrivarono a tale punto di demenza, da concepire e manifestare altamente la iniqua e vilissima intenzione di lapidare quei due coraggiosi e intemerati uomini, e poscia darsi un capo che facesse loro ripigliare la via dell'Egitto. Ma la divina giustizia già offesa parecchie altre volte, non poteva lasciare impunito questo nuovo gravissimo atto d'ingratitudine per parte di quella nazione, che per ripetere l'espressione di Mosè, Dio «era andato a togliere da mezzo ad altre nazioni con prove, con miracoli, con prodigi, con battaglie, con potente mano, con braccio disteso e con grandi spaventi», nel solo intento di farla depositaria delle sue eterne verità, e di condurla a fruire i beni di quel paese promesso ai suoi patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. La divina giustizia per quanto longanime e clementissima, non poteva permettere che quella generazione che in ogni occasione si dimostrò riluttante alla voce dell'Eterno e che la schiavitù aveva resa paurosa, vile ed ostinata, andasse a godere di «quei campi ch'essa non aveva dissodati e di quelle case piene d'ogni bene ch'essa non aveva fabbricate».

I dieci esploratori causa dell'enorme peccato morirono di morte improvvisa, e tutta la parte del popolo che già aveva oltrepassato i vent'anni di età il giorno dell'uscita dall'Egitto, e che pertanto non avrebbe dovuto mai dubitare della onnipotenza di quel Dio che aveva fatto a suo pro' tanti miracoli e in Egitto e nel deserto, fu condannata a morire nel deserto nel corso di quarantanni, epoca fissata allo ingresso della nuova generazione nella terra [pg 68] promessa. Due uomini soli furono esclusi da questo castigo, Giosuè e Caleb, perchè dice il testo «adempirono (ebbero fede) dietro Iddio». La morte di Mosè ed Aronne avvenuta parimenti nel deserto in sullo spirare dell'anno quarantesimo, fu occasionata dal peccato da loro commesso nel fatto delle così dette me merivà (acque della contesa).46

[pg 69]

E quasi la giustizia divina non si tenesse tuttavia paga del castigo inflitto a quella generazione, i nostri dottori vogliono ch'essa sia uscita in queste lugubri parole: «Voi piangeste questa notte senza verun motivo. Ebbene! sin d'ora io stabilisco in essa un pianto secolare pei vostri figliuoli». Nella caduta di Gerusalemme si trova la spiegazione di queste parole di colore oscuro.

Caduta del regno d'Israele
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Se pressochè in ogni caso la parola divisione è sinonimo di indebolimento, i suoi tristi effetti sono poi più funesti ed immediati, quando la divisione avviene tra individui o nazioni fra le quali esistono o possono svilupparsi germi di rivalità, per motivo d'interesse o di dominio.

Per quanto il regno di Salomone fosse stato glorioso, ed avesse portato la grandezza e la prosperità d'Israele ad un punto non mai raggiunto allora da nessun popolo dell'Asia, ciò malgrado uno scontento grandissimo serpeggiava nel popolo. Per sopperire alle ingenti spese causate dalle città che egli fece costruire in diversi punti [pg 70] del regno, e per la costruzione del tempio e dei sontuosi suoi palazzi; Salomone dovette imporre sul popolo pesi enormi. Sia quindi per questo motivo, e sia perchè offese gravemente Dio e il sentimento nazionale, erigendo templi dedicati agli idoli delle sue tante mogli nella Santa Città, lo scontento era tanto profondo e generale, che non attendeva che una favorevole occasione per prorompere in fatti. E questa occasione, pur troppo, non si fece attendere lungamente.

Morto Salomone, il popolo si raccolse in Sichem per la incoronazione del di lui figlio Roboamo; e si valse appunto di questa occasione per fare sentire al suo futuro re, come avrebbe desiderato un alleviamento ai troppo pesanti carichi che aveva dovuto sostenere lungo il regno del padre. Roboamo chiese tre giorni di tempo per riflettervi, e intanto si rivolse agli antichi consiglieri di suo padre. Questi nella loro prudenza ed esperienza, gli suggerirono una risposta mite e conciliante colle seguenti parole: «Se oggi ti mostri compiacente verso questo popolo soddisfacendo al suo desiderio, e parlando ad essi con buone parole, esso ti sarà soggetto per tutti i giorni». Ma sia che questo savissimo consiglio urtasse il suo orgoglio, o sia che gli facesse temere che scendendo a patti col popolo e annuendo alla sua richiesta, venisse a dare un cattivo precedente di debolezza e a menomare il suo prestigio e le prerogative reali; fatto sta, che ebbe l'infausta inspirazione di consigliarsi pure coi giovani suoi coetanei. E questi nutriti cogli stessi sentimenti d'alterigia, risposero colle seguenti insensate e crudeli parole: «Così devi dire a questo popolo, il quale ti parlò dicendo: Tuo padre ci ha imposto un grave giogo, ora tu ce lo allevia, così devi dire loro: il mio dito mignolo è più grosso dei lombi di mio padre. Ora dunque mio padre vi caricò di un grave giogo, ma io ci aggiungerò ancora: mio padre vi castigò colle sferze ed io vi castigherò con flagelli a punture».

Si capirà facilmente, che il popolo vedendo respinta in un modo tanto brutale la sua domanda, che riteneva e [pg 71] fors'anche era, opportuna e ragionevole, ne fu punto sul vivo, e fece una sedizione che ebbe per conseguenza la divisione del regno. Restarono fedeli alla dinastia Davidica le due sole tribù di Giuda e di Beniamino, le altre dieci tribù si elessero a re un certo Geroboamo figlio di Nebath. Costui fu già servo di Salomone, e ritornato da poco dall'Egitto ove erasi rifuggiato per sottrarsi all'ira del suo Signore, apparentemente informato del colloquio di lui col profeta Ahhià, che nel nome di Dio, gli aveva promesso sino d'allora, il dominio sopra dieci tribù di Israele.

Quantunque per opera d'un profeta, siasi per allora scongiurata la guerra fraterna che stava per iscoppiare tra queste due frazioni d'Israele, pure da questa divisione data il vero principio della rovina d'Israele, essendo stata causa di fare iniziare l'idolatria a religione dello Stato. Ed ecco in qual modo. Nell'intento d'impedire ai suoi sudditi di portarsi a Gerusalemme nelle tre solennità dell'anno, temendo che l'uniformità del culto religioso richiamasse sotto il glorioso scettro di Davide quelle tribù che se n'erano distaccate; Geroboamo fece innalzare due vitelli d'oro alle due città estreme del regno, Dan e Betel, e fece bandire al popolo: «Voi non dovete più salire in Gerusalemme: questi sono, o Israele, i tuoi dêi, che ti trassero dalla terra d'Egitto». La grande maggioranza del popolo si lasciò trascinare facilmente all'idolatria poichè, per isventura, vi aveva molta propensione; e d'allora in poi popolo e re si allontanarono sempreppiù dal retto cammino tracciato dalla loro legislazione religiosa, finchè la divina giustizia stanca dei loro tanti traviamenti, fece di loro aspro governo nel terribile modo ch'ora noi andremo a dire.

Gli esempi di questo regno, conosciuto nella storia col nome di regno d'Israele, furono ben presto imitati dai loro fratelli delle due altre tribù componenti il così detto regno di Giuda; e Roboamo anch'esso fece innalzare statue e quercie a dêi stranieri. Alla purezza dei costumi sottentrò una sconcia e ributtante licenza; [pg 72] si allentarono i legami domestici e sociali; e la decadenza politica vi tenne dietro sollecita; per cui sino dal quinto anno del regno di quest'ultimo troviamo già che un certo Sissac re d'Egitto prese Gerusalemme e la spogliò di tutte le cose preziose che contenevano il Tempio e la reggia. Si aggiunga poi che tra Roboamo e Geroboamo e la maggior parte dei loro successori, durò una quasi non interrotta lotta fraterna: per cui queste due parti d'un popolo solo, oramai in tutto discordi meno nello allontanarsi dal cammino della virtù s'indebolirono a vicenda, e necessariamente divennero facile preda ai loro comuni nemici, che s'ingrandivano a loro spese.

Per punire Acabbo che fu il più triste dei re d'Israele, e i cui peccati più lievi furono paragonati dallo storico sacro ai più gravi commessi da Geroboamo, Iddio suscitò contro Ioram figlio di lui e per nulla degenere da tale genitore, certo Jehù uno dei suoi capitani. Questi, ribellatogli l'esercito mandò a morte lui, settanta suoi fratelli, la madre, i parenti, gli amici della famiglia regnante e tutti i più noti adoratori del Baal. Ma neppure lui potè o volle sradicare intieramente l'idolatria, poichè lasciò sussistere i vitelli d'oro innalzati da Geroboamo e ne tollerò l'adorazione. Per cui Dio sdegnato permise che Hhazàel potente re della Siria mettesse a contributo il regno d'Israele, e durante il regno di Ocozia figlio e successore di Iehù, progredisse talmente colle sue vittorie, da non lasciare in Israele che poche migliaia d'armati e pochissimi carri da guerra. È bensì vero che Dio impietositosi dell'angustia in cui versava il suo popolo, gli fece poscia ritornare le città perdute per le vittorie accordate a Gioas figlio di Iohahhaz, e al belligero Geroboamo figlio di lui; pure sia per la licenza dei costumi ingenerata dall'idolatria che non venne mai abbandonata neanche dai rè migliori, e sia dalle continue scosse politiche; le piaghi erano tali e talmente profonde da fare prevedere prossima la totale rovina della nazione.

E la catastrofe si compì effettivamente regnando Osea [pg 73] figlio di Elà. Samaria fu presa dal giro Salman-Assar dopo un assedio che durò tre anni. Tranne i più poveri fra i cittadini che il vincitore lasciò nel paese per coltivare la terra, tutti gli altri, uomini, donne e fanciulli furono obbligati ad emigrare di là dell'Eufrate; e vennero dispersi in varie provincie dell'Assiria e della Media, nei lunghi più lontani dalla loro patria. Il paese rimase deserto per più di quarant'anni, finchè Assaphar Assar-Hhadon nipote di Salman-Assar vi mandò a popolarlo una colonia di Cutei.

Questo regno, agitato da non poche sedizioni e regicidi durò 255 anni. Ebbe 19 re, uno solo dei quali riuscì a conservare la successione al trono sino al quarto dei suoi discendenti, il quale però non tenne il regno che per soli sei mesi.

Caduta del regno di Giuda e distruzione del primo Tempio
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Cento trentadue anni dopo la caduta di Samaria, Gerusalemme cadeva essa pure in potere di Nabucodonosor re di Babilonia, dopo un assedio di circa due anni. La città fu abbandonata al furore delle soldatesche, che tutta l'empierono di sangue e di cadaveri, il Tempio fu saccheggiato e distrutto; Sedecia fu fatto prigione; sotto i suoi occhi furono scannati i suoi figli, indi fu egli stesso acciecato e condotto prigione a Babilonia. Furono pure uccisi il sommo Sacerdote Seraià e non pochi fra i principali cittadini. Gerusalemme fu disfatta, le sue mura demolite, i suoi tesori portati via; e tutti gli abitanti salvati dalla spada furono messi a fila e sotto buona scorta condotti di là dall'Eufrate, e dispersi nelle provincie dell'impero babilonese. Tutte le altre città del regno furono vuotate egualmente, e non si lasciarono in esse che pochi miserabili contadini e vignaiuoli, tanto perchè la terra non rimanesse affatto deserta. Nabo-Sar-Adan mandato ad eseguire questi ordini del re elesse un certo Ghedalià per Governatore di quel povero resto di un popolo già numeroso e potente. Ma [pg 74] come vedremo in altro mese (Tisrì), di lì a non molto esso fu assassinato da un traditore, che si fece strumento vile di un iniquo straniero: per cui gli Ebrei rifiutando di seguire, come per loro sventura fecero sempre, i consigli del profeta Geremia; soprafatti dal terrore di una nuova invasione di babilonesi, disertarono la terra natale e cercarono un asilo in Egitto. Ma non si fece attendere molto il pentimento. Invece della quiete sperata, vi trovarono la fame e la morte; e i pochi che sopravanzarono furono menati schiavi dai babilonesi, cinque anni dopo quando Nabo II conquistò anco l'Egitto.

Rifabbricazione di Gerusalemme e del secondo Tempio
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Cinquant'anni dopo l'eccidio di Gerusalemme, la monarchia babilonese fu soggiogata da Ciro re dei Persiani, il quale nel primo anno del suo regno pubblicò un editto col quale permise agli Ebrei di ritornare nella loro patria, e riedificarvi il Tempio. Fece anco restituire una parte dei vasi sacri già portati via da Gerusalemme; ed onde sopperire alle spese assegnò una somma sulle rendite della Samaria. Ma erano 66 anni, da che varii Ebrei erano stati trasferiti di là dall'Eufrate nella prima invasione di Nabucco, erano 51 dacchè tutta la nazione fu trasmigrata nella invasione ultima, e pertanto erano trascorse due generazioni dacchè si trovava in terra straniera. Quasi più niuno dei vecchi esisteva, i più vecchi avevano abbandonato Gerusalemme nella loro giovinezza, o appena se ne ricordavano; gli altri erano tutti nati nella Caldea, ne avevano oramai adottato la lingua e molte usanze; vi avevano impieghi e beni, ed estranei allo entusiasmo patriottico che avrebbero provato i loro maggiori, si sentivano poco inclinati ad abbandonare una felicità presente per incontrare incerte sorti in una terra povera, derelitta, e per cercare frammezzo a sterpi e rovine quale fosse la casa, quale il podere dei loro avi.

Infatti, malgrado il generoso invito e le larghezze [pg 75] promesse da Ciro, pochi ne vollero approfittare. Tutta la colonia emigrante sommò appena a cinquanta mila individui d'ogni età, sesso e condizione. La terra che ricuperavano da ogni lato che si guardasse, non presentava se non squallore e rovine. Le città erano distrutte, l'ellera e il muschio ne coprivano le macerie, sotto vi stanziavano i rettili, i campi erano inselvatichiti: quindi bisognava ricostruire nuove abitazioni, sboscare il suolo e ridurlo a forma capace di coltura; bisognava scavare nuovi pozzi e nuove cisterne in luogo di quelle che il tempo aveva otturate; bisognava sopportare tutte le angustie che mena seco la povertà e l'odio di nemici accaniti. Ma la religione e l'amore di patria infusero coraggio agli emigranti. Dopo sei mesi di lavoro ebbero finalmente costrutto un altare e qualche rozzo fabbricato, e nel mese di Tisrì cominciarono ad offrire i sacrifizi e gli olocausti, e celebrarono la solennità dei Tabernacoli.

Il Tempio era però il voto principale degli Ebrei e ad esso posero mano. Infiniti furono gli ostacoli, i disagi e le molestie che incontrarono nella malevolenza e gelosia dei popoli vicini che in tutti i modi cercavano di attraversarne l'esecuzione. Parecchie volte si dovette sospendere il lavoro per ordine espresso dei re di Persia, insospettiti dalle maligne insinuazioni di quei tristi vicini. I poveri operai dovevano lavorare colle armi al fianco, per trovarsi pronti a respingere i loro continui assalti. Ma la ferrea tenacità e costanza di un proposito che era il sospiro dei loro cuori doveva trionfare di tutti gli ostacoli, e novant'anni dopochè i primi Ebrei erano partiti da Babilonia, l'opera fu compiuta, specialmente per merito del profeta Nehhemia che vi contribuì con tutti quei mezzi che gli vennero suggeriti da un ardente patriottismo, dal favore grandissimo che godeva alla Corte d'Artaserse, da una intelligenza non comune, e da un carattere imperterrito che prevede i pericoli e, o vi provvede con assennate disposizioni o sa superarli col coraggio. La dedica fu celebrata con una grande festa, quantunque parecchi vecchi piangessero a [pg 76] calde lagrime confrontando la meschinità di quel Tempio, colla vantata imponenza e maestà del primo.

Distruzione del secondo Tempio
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Non essendo nostro pensiero di tessere qui la intiera storia del lungo, e certo non inglorioso, periodo che abbraccia oltre a cinque secoli, e che corse appunto dalla fabbricazione del secondo Tempio alla sua distruzione: ma semplicemente il luttuoso avvenimento della sua distruzione che noi commemoriamo con rigoroso digiuno e col canto di meste e lugubri elegie ai nove di questo mese, non faremo quindi che appena accennare quei soli fatti che si collegano intimamente a quell'infausto avvenimento.

Comincieremo quindi a notare, che la prima volta che i Romani compariscono sulla scena della Storia Giudaica si fu ai tempi di Giuda Maccabeo, il quale prevedendo che a lungo andare non avrebbe potuto tenere testa al re della Siria; mandò due legati a Roma per impetrare l'amicizia del Senato e la sua mediazione col re anzidetto, allora tributario dei Romani. L'ambasceria fu accolta con favore, e ottenne l'intento desiderato.

Accenneremo pure che Simone fratello e successore di Giuda fu il primo principe ebreo che coniasse moneta col proprio nome; e che Giovanni suo figlio, dichiarato indipendente dai Romani, trovandosi abbastanza potente da farsi rispettare dai suoi vicini, inquantocchè possedesse quasi tutto l'antico regno d'Israele e di Giuda, assunse il titolo di re, estinto appo gli Ebrei già da 580 anni. Ma questa indipendenza conquistata mercè lunghi anni di lotte eroiche, con prudenza finissima e con tali e tanti sacrifizii che riempiono i cuori di meraviglia ebbe la corta durata di ottant'anni. Pompeo assoggettò di bel nuovo ad annuo tributo questo regno, che per la sua posizione e prosperità, pareva destinato ad essere bersaglio della cupidigia e dell'ambizione dei potenti vicini; ed entrato in Gerusalemme ne fece demolire le mura, cambiò ad Ircano il [pg 77] titolo di re in quello di Etnarca, e dubitando che tali misure bastassero a domare quel popolo insofferente di giogo straniero, ne smembrò il regno, distaccandone parecchie provincie. Quanto mai sono fallaci le previsioni umane! Giuda Maccabeo non avrebbe giammai supposto, che l'alleanza coi Romani da lui tanto desiderata e ricercata per consolidare, come realmente consolidò allora, la libertà della patria, dovesse fruttare nel corso di un periodo di tempo relativamente breve e per l'opera inconsulta dei suoi nipoti, schiavitù e dispersione.

Accenneremo ancora che finito il regno degli Asmonei 116 anni dopocchè Gionata fu riconosciuto dai re di Siria Nassì e Pontefice degli Ebrei, titolo che equivaleva a quello di Principe indipendente; Erode ottenne anch'esso dal Senato Romano il titolo di re. Costui che la storia ci tramandò col titolo di grande rabbà47 seppe bensì con manovre astute, con incontestabile abilità militare e con una fortuna poco comune afferrare il potere, ricuperare le antiche frontiere del regno, e renderlo più prospero e ricco di quanto fosse mai stato prima d'allora; fece bensì rifabbricare il Tempio con tanta magnificenza e splendidezza che venne dichiarato dai nostri Dottori: «una delle meraviglie del mondo»; ma ciò non ostante non gli fu possibile conseguire l'amor del popolo, sia pel suo procedere sleale, e vuolsi anche crudele, verso gli ultimi superstiti della famiglia dei Maccabei e sia per essere egli di origine straniera.

E una solenne prova di questa invincibile antipatia l'abbiamo nel fatto che appena lui morto, quel popolo, che in ogni epoca della sua storia si dimostrò sempre svisceratamente amante della libertà; chiese ed ottenne da Varo di poter mandare una ambasceria ad Augusto, perchè il Governo della Giudea venisse tolto ai figli del morto re, e ridotta [pg 78] questa a provincia Romana. Pareva loro di dovere vivere più quieti, e di potere essere meglio governati da un Preside Romano, che non da deboli e cattivi principi figli di un tiranno tanto temuto quanto odiato, sempre in dissensione tra loro, ed in balia dei favoriti. Augusto non credette di aderire immediatamente alla loro richiesta, ma nove anni dopo depose Archelao, e aggiunse la Giudea alla Siria. Mandò a governarla un procuratore che pose sua sede in Cesarea, e che fu investito della potestà civile e militare e incaricato di esigere i tributi. Però, a Gerusalemme come città santa, si conservarono gli antichi suoi privilegi. Noi vedremo or ora, come questa mutazione invocata dagli Ebrei medesimi colla speranza di un viver più riposato, sia stata la causa prima degli estremi mali toccati alla nazione.

Pare però che sino d'allora si trovassero cittadini giudiziosi e previdenti che pronosticarono l'esito esiziale di quell'imprudente passo, inquantocchè noi troviamo nel commento di Ionathan Ben Uziel la seguente invettiva, che sventuratamente fu profetica: «L'aiuto che speravamo dai Romani si svanì in fumo, perchè i Romani non sono un popolo che salva; anzi dissiparono le nostre vie, onde noi ben veggiamo che sono compiuti i nostri giorni, e che si avvicina l'estrema nostra catastrofe».

Non tardarono infatti a scoppiare torbidi48. Le iniquità che commetteva Albino per estorcere danaro dai poveri [pg 79] suoi amministrati, e quelle ancora maggiori del tristissimo Floro, infiammarono gli animi di giustissimo sdegno e stancarono talmente la pazienza degli Ebrei, che non era difficile pronosticare che un terribile incendio era prossimo a scoppiare. Nè l'occasione si fece attendere lungamente.

Correva l'anno 11 di Nerone, quando tra gli Ebrei e i [pg 80] Greci di Cesarea s'impegnò una zuffa, perchè uno di questi ultimi trovandosi possessore di un terreno situato presso la Sinagoga dei primi, un sabbato, per far loro onta, dispose tutti gli apparecchi necessarii, per compiere ivi un sacrificio di uccelli, cosa che gli Ebrei volevano impedire assolutamente. Questa fu la scintilla che produsse la guerra giudaica: guerra intrapresa nei santi nomi di Dio e della patria da un pugno d'uomini contro quella sterminata potenza che aveva esteso il suo dominio su tutto il mondo allora conosciuto: guerra di cui la storia non ha la seconda, e che certo avrebbe avuto un esito ben diverso, se pel compimento dei suoi imperscrutabili ed eterni consigli, Dio non avesse permesso la guerra civile49. L'indole del nostro lavoro non ci permette di seguire passo a passo tutte le fasi di questa guerra da leoni, sostenuta per oltre tre anni contro la potente monarchia dei Cesari; ci limitiamo pertanto a riassumerne gli avvenimenti principali.

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Il primo avvenimento che presentasi al nostro esame è la rotta che gli Ebrei fecero subire a Cestio Gallo, e che fu tanto grande da mettere in pericolo l'impero dei Romani nell'intiero Oriente.

Viene dopo l'assedio di Iossafat di Gàmala che fu sostenuto dagli Ebrei con un eroismo più che umano, e i cui difensori vista perduta ogni speranza di scampo, per isfuggire alla ignominia di cadere vivi nelle mani del feroce vincitore, scannarono le mogli e i figli; incendiarono la roba e gli edificii: indi tirarono a sorte dieci fra loro che dovessero essere i carnefici degli altri; i quali sdraiati ciascuno presso i corpi dei suoi cari, attesero con tranquilla indifferenza la spada che doveva accompagnarli agli estinti. Compiuto questo orrendo uffizio anco i dieci si uccisero.

Quantunque il terreno fosse disputato palmo a palmo ai superbi invasori con un accanimento fierissimo, il nemico avanzava sempre; poichè è innegabile che oltre ai grandi mezzi di cui esso poteva disporre, spiegò in questa guerra, che per lui valeva il dominio o l'abbandono dell'Oriente, una costanza, un'abnegazione ed un eroismo a tutta prova. La guerra si ridusse pertanto alle porte della Capitale. E fu qui, assai più che nei precedenti combattimenti, dove il Romano si trovò di fronte non uomini, ma leoni indomabili, che si battevano colla tenacità e ferocia della disperazione, unita alla calma di una risoluzione bene pesata e ponderata. L'entusiasmo che inspira una causa santissima; l'odio legittimo verso chi non offeso traversa l'oceano per rapirvi o contaminarvi ogni più puro e santo affetto dell'anima per libidine d'impero e per sete d'oro, era temperato e guidato dalla calma più fredda e dalla più fina prudenza. Le abili operazioni militari dei Romani trovavansi oppugnate da manovre altrettanto abili e giudiziose da parte degli Ebrei.

Ma a lottare contro il destino l'uomo non vale, per quanto s'impieghi la più ferrea ed imperturbata costanza, l'eroismo il più sublime, i sacrifizii i più penosi.

[pg 82] Scoppiò la guerra civile capitanata da tre facinorosi50 che, se per un lato la storia severa ne segnò i nomi con nota d'infamia, dall'altro giusta ed imparziale dovette concedere, che alla libidine di comando era pari in essi, l'amore di patria e l'indomito valore. La prima funesta conseguenza della guerra civile fu lo sperpero e l'incendio di molti granai, per cui la fame non tardò a farsi sentire in tutta la sua orridezza51. Ma nè la fame, nè il ferro, nè il fuoco, nè le epidemie che mietevano le vittime a migliaia, valsero a scuotere la costanza degli strenui difensori dell'ultimo baluardo della patria, e ad inclinarli ad accettare le proposte di pace, fatte loro da Tito per mezzo di Giuseppe Flavio già governatore di Iossafat52, [pg 83] e poscia storico illustre delle guerre giudaiche e delle sue antichità. Nè gli uomini soli prendevano parte a quei micidialissimi combattimenti, ma bensì ancora le donne e i fanciulli; e questi ultimi con tanta bravura ed astuzia da meritarsi l'ammirazione degli stessi nemici.

Ma negli eterni consigli divini era stata decretata la caduta di Gerusalemme, e Gerusalemme cadde.

Quel giorno funesto era un sabbato, 10 del mese di Ab: ed allora al tintinnìo delle armi, al grido dei combattenti, al gemito dei moribondi, ai clamori di vittoria degli uni, alle grida di disperazione degli altri si univano le voci strazianti dei cittadini che vedevano consumarsi «la casa dei secoli», e con essa il più caro dei loro pensieri, l'orgoglio dei loro cuori, la speranza della loro vita. Il secondo Tempio fu distrutto nello stesso preciso giorno, in cui 658 anni avanti era stato incendiato e distrutto il primo da Nabo-Sar-Adan generale di Nabucco. La città fu saccheggiata, e i soldati fecero tale un eccidio di gente, che essi medesimi, per quanto oltremodo esacerbati per la lunga resistenza ed eccitati dalle furie della vendetta, dalla libidine del sangue che li rendeva ferocemente briachi, si sentivano stanchi e nauseati dal troppo uccidere.

«Tale fu il fine, scrive un nostro illustre correligionario (Munch), di questa guerra spaventevole, che pose fine alla esistenza politica della nazione ebrea di cui l'eroica resistenza dopo la sottomissione di tutto l'Oriente, umiliò l'orgoglio di Roma. La sua lotta fu gloriosa, unica forse negli annali delle nazioni. La sua catastrofe è una delle più spaventevoli di cui la storia ci abbia conservato il ricordo. Gerusalemme fu più grande nella sua caduta, di quanto lo fu giammai nella sua magnificenza. I fieri [pg 84] romani dovettero ammirare il coraggio invincibile degli ebrei, e quell'ardente amore della patria che faceva loro temere la vita più che la morte, dacchè li si voleva distaccare dal suolo paterno».

Il numero delle vittime dell'assedio e della presa di Gerusalemme fu immenso. Flavio lo fa ascendere a un milione e cento mila oltre a novantasette mila prigionieri53. Il bottino fatto a Gerusalemme fu così enorme, che l'oro perdette in Siria la metà del suo valore.

Non possiamo por fine a questi brevi cenni sulla caduta di Gerusalemme senza aggiungere, che oltre alle orribili efferratezze che Tito permise in tale occasione alle sue soldatesche, egli stesso portandosi in Cesarea a dare grandi feste per celebrare l'anniversario di suo fratello Domiziano, condannò 4500 ebrei a battersi nel circo o contro le fiere o da essere abbrucciati vivi. Spettacoli consimili diede a Berito in onore del padre; lo stesso fece in più altre città della Siria e dell'Asia Minore, ove gli ebrei trascinati d'uno in un altro luogo, nudriti come animali da stia, venivano esposti al ludibrio del volgo a sbranarsi a vicenda, o ad essere sbranati da belve, ovvero legati ad un rogo facevano le veci dei nostri fuochi d'artificio. Le loro membra palpitanti, i loro gemiti, le loro agonie, servivano di giocondo trastullo a popoli che passavano allora, e che da certi storici si decantano tuttavia pei più inciviliti e quasi quasi si propongono a modelli. Ma non desterà niuna meraviglia il diletto che vi prendeva la plebe, quando si vorrà riflettere che tali feroci ed esecrandi trastulli venivano ordinati da un principe il cui nome fu tramandato ai [pg 85] posteri fregiato col sublime epiteto di: « delizia e bellezza del genere umano54 ».

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«Tito, scrive un autore cristiano55, la delizia del genere umano, la cui dolcezza passò in proverbio nelle nazioni dell'occidente, è singolare modello di bontà e di clemenza nell'assedio e presa di Gerusalemme! Ei faceva crocifiggere ogni giorno 500 ebrei di null'altro colpevoli che di cercare intorno alla città un po' d'erba per ammorzare la fame, e quando il figliuolo di Vespasiano usò moderazione, si limitò a far tagliare le mani alle povere genti rimandate nella città!.... Questi Romani che Mitridate denominava il flagello dell'universo, eran pure di genio esecrabile, se il loro miglior Imperatore poteva compiere atti di ferocia simili a quelli accumulati in questo racconto».

Ma se veramente questi fatti ci provano una strana aberrazione del senso morale talmente pervertito che popoli e principi trovavano immenso diletto in ispettacoli orrendi; quali severe parole basteranno a biasimare quegli uomini che privilegiati per ingegno e per posizione invece di adoperarsi ad impedirli, per qualche beneficio ricevuto o sperato, non solo non trovavano nei loro cuori avviliti un senso di commiserazione per le povere vittime, nè dalle loro penne vendute usciva una parola di biasimo per gli scettrati carnefici che li ordinavano; ma anzi ne lusingavano la vanità con lodi immeritate. Ma per buona ventura la verità si manifesta sempre per quanto si faccia per soffocarne le voci con colpevoli adulazioni. L'eloquenza dei fatti, prova che la verità sta dal lato dei nostri Dottori che appellarono quell'uomo Titóss Arassanh (l'empio Tito), poichè non si troverà sicuramente anima bennata che non mandi una parola di esecrazione alla memoria di chi ordinava tali inutili [pg 87] macelli. In questo caso poi il nostro animo è doppiamente addolorato nel dovere confessare che lo stesso Flavio testimone di tali efferatezze, non solo si astiene dallo stigmatizzarle con quell'indegnazione che bene avrebbero meritate, ma anzi irride ancora allo strazio inenarrabile dei suoi fratelli, e lo dichiara al disotto delle loro colpe. E dire, che questo apprezzamento viene fatto da tale uomo che in principio della guerra, rispose forse con un tradimento, alla fiducia che avevano riposto in lui i suoi concittadini nominandolo governatore della importantissima fortezza di Iossafat; e viene diretto a uomini che se ebbero qualche colpa, fu unica quella di avere amato sopra ogni cosa la religione e la patria!

A complemento degli importantissimi avvenimenti suesposti aggiungiamo una rapida narrazione di alcuni fatti che vi tennero dietro, i quali servono a dimostrare ancora una volta, quanto gli animi dei nostri antichi fossero potentemente agitati dal desiderio d'indipendenza e quanto amore li legasse al patrio suolo; perchè ancora una volta essi osarono alzare il capo e fare un ultimo sforzo per ritogliere la loro patria al potente impero che l'aveva soggiogata.

Allorchè i soldati romani ebbero abbandonata Gerusalemme cangiata in un mucchio di rovine, parecchie famiglie ebree e cristiane vennero a stabilirsi in quei luoghi di desolazione: preferendo un miserabile tugurio sulle ruine della sacra città, al soggiorno comodo ed agiato che potevano offrire loro altre città della Giudea risparmiate nella guerra devastatrice.

I romani conoscendo che l'indole fiera ed indomabile degli ebrei, mal si piegava a schiavitù, lasciarono una guarnigione di sei cento uomini sul monte di Sion, per impedire la riedificazione di Gerusalemme; temendo a giusta ragione, ch'essa ridiventasse per loro un centro di riunione.

L'imperatore Domiziano fratello e successore di Tito perseguitò tanto gli ebrei quanto i cristiani. Si dice, ch'egli [pg 88] desse ordine di scoprire tutti i superstiti della famiglia di Davide onde averli nelle mani, e colla loro morte togliere agli ebrei ogni speranza di vedersi restituita per essi la perduta indipendenza. Traiano li perseguitò ancora più fieramente: e le asprezze che venivano loro usate dal governatore romano li esasperò talmente da farli ricorrere alle armi in parecchi punti dell'Impero. Ma se tali insurrezioni parziali non ebbero altro effetto, all'infuori di quello di causare la morte di parecchie migliaia di ebrei e di rendere più dura ancora la sorte di quelli risparmiati dalla spada; nullameno bastavano a dimostrare come essi non avessero ancora rinunciato a sostenere colle armi il diritto che avevano di vivere e morire liberi nella terra dei loro padri; e come il sangue dei loro innumerevoli martiri, anzichè atterrirli, li spingesse, li affermasse nel loro poco meno che insensato, ma nobilissimo progetto.

Forse non si attendeva da loro che una favorevole occasione onde effettuarlo, e questa fu loro presentata dalle stolte e crudeli prescrizioni dell'imperatore Adriano. Quantunque si creda che in principio del suo regno costui non fosse tanto ostile agli ebrei quanto i suoi predecessori, pure è un fatto ch'egli richiamò in vigore un decreto di Traiano col quale veniva proibito agli ebrei di praticare la circoncisione; d'osservare il sabbato; e di occuparsi di qualunque studio religioso. E non soddisfatto di queste prescrizioni risolse di rifabbricare Gerusalemme, per farne una città pagana popolata di Romani e di Greci: e così togliere agli ebrei qualunque speranza di una ristorazione politica.

Non si può certamente negare che tali esorbitanze sarebbero bastate per esacerbare gli animi i meno infiammabili: pensiamo poi quale effetto dovessero produrre in uomini agitati da un amore ardente per la loro patria e da un odio profondo verso i loro dominatori che la profanavano in tutti i modi. Tra l'apostasia e la morte, non poteva nascere dubbio che gli ebrei non scegliessero la morte. L'insurrezione fu generale in Giudea.

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Un uomo coraggioso e intraprendente detto Bar-Cozibà (figlio della menzogna)56 si pose a capo degli insorgenti, si dichiarò l'aspettato Messia, prese il nome di Bar-Cochebà (figlio della stella), e profittando dell'assenza delle legioni romane radunò numerose truppe; si impadronì di cinquanta piazze forti, e di molti villaggi e città aperte; debellò parecchie volte i battaglioni romani comandati da Tinnio Ruffo: si condusse da re e fece coniare moneta.

Adriano, che a tutta prima aveva dato assai poca importanza a tale movimento, dovette ben presto ricredersi e spedire in Giudea Giulio Severo, il migliore dei suoi capitani, con buon numero di truppe. Costui non osando dare battaglie campali, si limitò a stancare e a dividere i rivoltosi con piccole scaramuccie, e col tagliare loro le comunicazioni e i viveri. Questo astuto maneggio gli riuscì a meraviglia: ad una ad una prese tutte le città fortificate.

Bar-Cochebà si chiuse in Biter e assediato dai Romani vi resistette tre anni e mezzo. Secondo la tradizione, anche questa città cadde in potere del nemico ai 9 del mese d'Ab l'anno 136 dell'E. V.; e si videro rinnovate in essa le scellerate ed orride scene di barbarie commesse nella presa di Gerusalemme, ai tempi di Tito. Bar-Cochebà trovò nella mischia la morte dei prodi; e il misero Rabbino Akibà, caduto in potere dei nemici in principio della guerra, fu da quelle iene in sembianza umana scorticato vivo; e senza emettere un lamento spirò calmo e sereno ripetendo il verso: «Ascolta Israele l'Eterno Dio nostro, l'Eterno è unico!».

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Sulle ruine di Gerusalemme Adriano fece fabbricare una città novella, che chiamò ÆLIA: e dove una volta trovavasi il santuario degli ebrei fece alzare un tempio a Giove Capitolino.

Proibì agli ebrei, sotto pena di morte, di entrare nella città o solamente di avvicinarvisi: e quegli infelici rimasugli di un popolo tanto grande e potente, quegli infelici martiri di una causa nobile e santa, si rassegnarono a comprare dal dominatore a peso d'oro il permesso di entrare una volta l'anno, il giorno anniversario della sua caduta, nella già capitale del loro florido regno, per deplorarne la perdita e baciarne la sacra polvere.

Descrizione di Gerusalemme
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A corollario degli importantissimi avvenimenti da noi raccontati in questo mese, crediamo cosa opportuna il fare seguire una breve descrizione della Gerusalemme antica ed un'altra del Tempio di Salomone, in sostituzione alle nozioni di Archeologia biblica che ripiglieremo nel mese venturo.

Gerusalemme, come era quel centro dove serbavasi sotto un simbolo visibile la legge divina, così ell'era eziandio la metropoli di tutti gli Ebrei. Questa città collocata frammezzo ad adiacenze povere di erba e di alberi, a guisa di un edificio aereo s'innalzava 3,000 piedi sul livello delle pianure del Giordano; ed era piantata sovra quattro monti o colli di natura calcarea che la dividevano come in tre parti: la città alta, la città bassa e la città nuova. La prima, detta anche città di Davide, era situata sul monte Sion il più eminente degli altri. A scirocco (sud-est) del monte Sion era il Moria, o monte del Tempio, congiunto alla città superiore col mezzo di ponti.

La città inferiore sorgeva sopra un colle detto l'Acra a tramontana del Sion, ad occidente del Moria, ma alquanto più basso di loro; e più lunge, sempre verso a tramontana, alzavasi il quarto colle detto dagli Ebrei Bèzeta e dai Greci Henopoli, o città nuova, che una [pg 91] profonda fossa artificiale separava dalla Torre Antonia, sorgente dirimpetto.

A levante di Gerusalemme era il monte Oliveto, e uscendone, verso mezzogiorno aprivasi la deliziosa valle dei figliuoli di Hinnom ov'erano case, giardini, boschetti ed anco sepolcri, e girando verso ponente si entrava nella valle di Ghihhon. Da queste tre parti la città elevavasi sopra il dorso di rupi scoscese ed inerpicabili che la garentivano da nemici assalti: inoltre la cima era crestata di muri e di torri per cui il nemico, che voleva assalirla, prima di penetrare fino alla città alta era pur sempre obbligato a superare tre giri di mura. Le prime e più forti erano quelle fatte costruire da Agrippa onde chiudere la città nuova; avevano merli e 60 torri; la città inferiore aveva una linea di mura con 14 torri, indi altre mura ed altre torri più interne garantivano la città superiore. Altra fortezza era il Tempio, accessibile soltanto dal lato della città alta, perchè da levante presentava i dirupi del Moria, e dalle altre parti era protetto dalle fortificazioni interiori della città.

Ecateo, due secoli prima dell'Era volgare, dava a Gerusalemme 50 stadii di circuito e 120000 anime. Tacito conta che durante l'assedio vi fossero chiuse di dentro 600000 persone; ed il suo commentatore Brotier crede che parli della popolazione ordinaria senza contare gli Ebrei di fuori, che in quell'occasione si affollarono a Gerusalemme.

Plinio attesta che Gerusalemme era la più bella città non della Giudea soltanto, ma di tutto l'Oriente; ma questa magnificenza era dovuta in gran parte agli Erodi. La reggia degli Asmonei sopra la città alta era stata rifatta a nuovo da Erode il grande ed era non pure un palazzo reale con tutti i comodi e le delizie che si potevano desiderare da un gran principe, ma anche un castello; altre case reali e fortezze erano le torri d'Ippico, Fasaele e Marianna fatte fabbricare egualmente da Erode.

Gerusalemme era considerata come una città comune a tutti gli Israeliti e nella sua qualità di santa, non [pg 92] doveva contenere niente d'impuro. Era pertanto vietato l'introdurvi animali che la legge dichiarava immondi; erano vietati i mestieri che tramandavano fetore o impurità, ed erano persino espulse le galline a cagione del puzzo che lasciavano nelle case o nei pollai. I cadaveri dovevano essere trasportati fuori prima di notte; non doveva esservi letame, e per conseguenza non orti, non campi perchè sarebbe bisognato di coltivarli; gli alberi, fruttiferi dovevano essere piantati lontani almeno 25 cubiti, e gli sterili a 50; era però lecito di coltivarvi qualunque specie di fiori.

Non si saprebbe dire precisamente in quale tempo questa, città ricevesse il nome di Gerusalemme (abitazione o eredità della pace), che si trova per la prima volta nel libro di Giosuè. Forse era l'antica Salem (la pacifica), ove ai tempi di Abramo regnava un certo Melchisedecco il sacerdote di Dio altissimo. Essa fu conquistata da Davide che ne fece la capitale del regno.

Descrizione del Tempio.