SOCIETÀ AFRICANA D’ITALIA


D.R GIORGIO SCHWEINFURTH


LE
PIANTE UTILI
dell’ERITREA

(Estratto dal Bollettino della Società Africana d’Italia)
Anno X — N.º XI-XII — Nov.-Dic. 1891

NAPOLI
SEDE DELLA SOCIETÀ
Via Medina, 63
1891


Napoli — Stabilimento Tipografico dell’unione — Vico Salata ai Ventaglieri, 37


LE PIANTE UTILI DELL’ERITREA


PREFAZIONE

Le discussioni sul valore o non valore delle possessioni africane hanno avuto largo sviluppo, e d’ordinario si è notato che ai pessimisti restava, nella discussione, campo libero; perchè questi affidavano tutti i loro argomenti ad una sola domanda, che mostrava avere una certa importanza, chiedendo semplicemente: cosa v’è laggiù?...

I territorî delle colonie europee in Africa, non furono fondate od acquistate come le antiche colonie storiche, in paesi che già contavano una relativa civiltà. Perciò meno poche eccezioni, l’Africa tropicale non offre, fin oggi, al commercio europeo che prodotti naturali del suolo, senza che la mano dell’uomo vi abbia positivo concorso; desso, l’uomo, non fa che raccogliere questi prodotti, imballarli e mandarli via.

Questi prodotti naturali del suolo in molti paesi africani, che fanno tanto giuoco nel commercio europeo, riescono alla maggioranza dei negozianti od industriali europei ignorati, e per questi la parola Africa non è che l’ignoto; al più un’espressione geografica.

Ecco donde la domanda a cui ho accennato: cosa vi è laggiù?... e se non vi si risponde, se non v’è chi sappia rispondere, d’un subito l’ira dell’ignoranza si scatena nella sua forma più umile e più terribile, e con l’oltraggio peggiore all’attività umana, griderà: «Nulla, niente, non vi è niente!...»

Per l’Eritrea poi in particolare, vorrei che alla corrente pessimista, al coro dei gridatori del niente, facessero loro barriera quelli che sanno, la gente pratica che sa e conosce, e questa gente, che mi si permetta di chiamarla positivista, vorrei, che parlasse, scrivesse, facesse conoscere nel modo più semplice e pratico, quello che vi è nei possedimenti italiani del Mar Rosso, cosa può farsene, cosa dovrebbe farsene, facesse il confronto dei possedimenti italiani con le altre colonie africane, ed indicasse infine all’Italia quali benefici e vantaggi potrebbe e dovrebbe trarre dai tanti sacrifizi che ha fatto e sta tuttora facendo per i suoi possedimenti coloniali del Mar Rosso.

Non volendo però lasciarmi dire che io, pur qualche cosa potendo dire e fare, non lo dico e non lo faccio, cosi è che mi accingo al mio modesto compito, per quello che io ne posso sapere nel regno vegetale, dando una descrizione di quelle piante che appartengono alla Flora selvatica dell’Eritrea, e che hanno valore per l’industria e pel commercio europeo.

In questa mia enumerazione, ho preso in considerazione solamente le specie, la di cui esistenza è accertata dentro il limite della colonia Eritrea, cioè nella parte dell’Abissinia settentrionale, di cui l’Italia prese possesso di fatto e delle quali è facile trovare presso i collezionisti della materia i campioni che si desiderassero.

Quasi tutte le specie enumerate, le ho raccolte io medesimo nella primavera di quest’anno, durante i cento giorni che ho passato in quelle terre; solamente per qualche specie isolata mi sono avvalso delle indicazioni lasciate da altri cultori di botanica, i quali mi hanno preceduto in quella contrada[1].

Se avessi voluto parlare anche di tutte le altre piante utili dell’Abissinia, già conosciute, il volume del lavoro sarebbe riuscito dieci volte maggiore del presente: oppure se anche solo avessi detto delle piante che troverebbero facile coltivazione in Eritrea e che si potessero raccomandare, avrei dovuto scrivere oltre il credersi.

Dunque, non parlerò che delle piante che Madre Natura Africa offre spontaneamente col suo migliore sorriso, e senza che la mano dell’uomo si dia altra pena che di raccoglierle dal suolo, e che poi nel tempo medesimo, come ho detto, possono e debbono riuscire utili all’europeo nei suoi traffichi.

Da molte di quelle piante il colono europeo trapiantato in Eritrea potrà trarre profitto per proprio uso e consumo personale, e per le altre, le mie informazioni sull’uso che ne fanno gl’indigeni, contribuiranno vieppiù a far conoscere quella regione, anche in rapporto agli usi e costumi delle popolazioni che l’abitano.

Dell’uso economico di certe specie di vegetali più conosciuti non ho creduto far menzione di tutto quanto si riferisce al loro uso domestico, per non fare inutili e noiose ripetizioni di cose conosciute a tutti ed intorno a certi speciali quesiti, ho creduto dovermi limitare a farne parola nell’interesse generale, tanto da poter orientare con faciltà così il profano che il conoscitore. Dove le mie cognizioni non bastavano sono ricorso volentieri alle indicazioni di persone competenti e sopratutto del compianto Wilhelm Schimper, il quale per 45 anni dimorò in Abissinia e durante questo lunghissimo spazio di tempo, con immane lavoro raccolse pregevolissime collezioni, facendo importantissime osservazioni.

Le sue interessantissime note si trovano manoscritte sulle schede[2] unite alle singole piante che ora possiede il Museo Botanico di Berlino.

Per facilitare anche ai non botanici ad identificare le piante descritte ho creduto di aggiungere ai nomi scientifici quelli che sono nel dominio della generalità cioè i nomi in vernacolo; beninteso però che questa latitudine me la sono accordata in certi limiti del possibile, attenendomi alle sole denominazioni volgari usitate negl’idiomi delle popolazioni della regione abissina.

La massima parte della nomenclatura tigrina o trigrigna delle piante da me descritte, è stata da me personalmente controllata sul posto. Per i nomi poi in amarìco, che appartengono agli idiomi camitici di Agau e Bilen, (Bogos), li ho per la maggior parte controllati con le indicazioni che forniscono Schimper e Steudner.

Fra poco non mancherò di pubblicare un completo elenco di tutte le specie di piante della intera Flora abissina delle quali si conoscono i nomi dati dagl’indigeni.

La nomenclatura delle piante sarà scritta in maniera che un italiano potrà leggerla e pronunciarla senza difficoltà veruna.

Avrò cura di separare ed assegnare a ciascuna pianta la sua categoria, secondo l’uso che nella pratica vi è designato: dividendo il mio lavoro in 8 categorie, così che quelli che s’interessano in modo speciale ad una di queste, troveranno subito il proprio conto.

[I.]

Piante medicinali

Comprendono tutte le specie di piante con virtù sanativa, nonchè le piante velenose.

[II.]

Piante aromatiche

In grazia alla ricchezza di oli eterei che contengono, sono atte alla distillazione delle essenze.

[III.]

Piante resinose e gommifere

Quelle che producono diverse specie di resina, caucciù o gomma così al tronco che alle ramificazioni.

[IV.]

Piante tessili e fibrose

Atte alla lavorazione dei tessuti in genere, nonchè di utensili d’uso domestico come corde, graticci, panieri, stuoie ecc. ecc.

[V.]

Piante coloranti e concianti

Ricche di sostanze coloranti, oppure che contengono, nelle parti legnose, tannino abbastanza, tanto da essere adatte per conceria.

[VI.]

Legnami

I principali legnami buoni per le costruzioni in genere, nonchè legnami fini per lavori d’ebanisteria.

Non posso naturalmente dare qui un elenco di tutti i combustibili, nonchè delle piante legnose che formano circa la quarta parte della flora dell’Eritrea.

[VII.]

Piante commestibili

Legumi e verdure per la cucina, frutti mangerecci, tuberi, semi e nocciuoli, che in tempo di cattivo raccolto si riducono in farina, confezionandone poi del pane, erbe e pianticelle da pascolo.

[VIII.]

Piante ornamentali

Comprende tutte le specie che per bellezza di fiori o di foglie possono essere bene accette nei nostri giardini. In prima linea vi si presenteranno le numerose piante bulbose.

*
* *

L’industria italiana potrà trarre grande profitto da ognuna delle otto categorie di piante sopra enumerate.

Il compito principale, però secondo il mio modo di vedere, che si debbono prefiggere le colonie e possedimenti d’oltremare verso la madre patria, è quello di cercare un equivalente pei prodotti esteri di importazione.

Sarebbe, ad esempio, davvero deplorevole e più che incomprensibile, se le industrie, come la profumeria e la drogheria, non sapessero trarre direttamente profitto dell’Africa che è per eccellenza il paese degli aromi!... continuando ad essere tributarie delle Indie e di altre lontane regioni, quando si ha vicino una terra aromatica per eccellenza: l’italiana colonia Eritrea!...

Giorgio Schweinfurth


I. — Piante Medicinali.

1. Capparis persicaefolia Rich. — Syn. C. tomentosa Lam. var.(Capparidaceae)

in Tigrigna[3] «andel».

Questa pianta ha un frutto della grandezza di una mela, di un gusto senaposo ed è considerata dagl’indigeni per velenosissima; specialmente sarebbero mortifere le foglie per animali cornuti che ne mangiassero; ad eccezione delle capre, che ne possono mangiare. Secondo Schimper nel Tigrè le foglie si adoperano seternamente contro l’oftalmia. Pare che questa pianta abbia delle proprietà medicinali che bisognerebbe ancora esaminare perchè in generale le Capparidae non sono velenose. La sola Capparidacea velenosa era finora la C. frondosa L. della Columbia, ove il frutto temuto chiamasi frutta de burro, cioè frutto dell’asino.

2. Caylusia abyssinica F. Mey.(Resedaceae)

in Tigrigna «merrerêt».

I semi di questa erbaccia si mischiano facilmente al grano quando lo si batte, e danno alla farina un sapore amarissimo ed ingrato.

La pianta secondo Schimper sarebbe molto nociva, anzi mortifera, alle capre.

3. Silene macrosolen Steud.(Caryophylleae)

in tigrigna «Sar-sari»

in amarigna «ogkert».

Trovai questa pianta nel 1868 sulla più alta cima dei monti di Erkauit a S.O. di Suakim ed a 1700 metri sul livello del mare, e fu trovata dal Penzig ancora nelle alture dell’Eritrea, sul m. Sabber e ad Asmara. La radice si usa, nell’Amhara, contro i vermi. La dose è un pezzo di radice della lunghezza di circa 4 cm. e della grossezza di un dito (Schimper).

4. Oxalis anthelmintica A. Br.(Oxalidaceae-Geraniaceae)

in tigrigna «habbe-ciacco»

in amarigna «mitsciamitscio»

Trovai questa specie, rimarchevole per un grazioso fiore lillà, nella gran vallata di Ghinda, ed essa sarà al certo altrettanto sparsa nei distretti vicini, come nell’altipiano abissino. Porta piccoli bulbi che triturati e mescolati con acqua di miele, birra ecc. servono a distruggere la tenia.

Dopo il «kousso» (Brayera anthelmintica Kth.), che non ancora è stato trovato nel territorio italiano, questa pianta è la più adoperata, nell’Abissinia, contro il verme solitario.

5. Celastrus serratus H.(Celastraceae)

in tigrigna «add add».

È un arbusto che trovasi in abbondanza nel territorio Bogos.

Secondo Schimper le foglie di questa specie sarebbero un eccellente surrogato della corteccia di china contro la febbre intermittente, ciò che gli Abissini ignorano.

6. Celastrus senegalensis Lam. (Syn. Gymnosporia montana Roxb.) var.(Celastraceae)

in tigrigna «arguiti»

in tigrè (mensa) «erghitte».

Uno degli arbusti spinosi più sparsi in tutta la regione montuosa. Secondo Schimper, nel Tigrè si servirebbero delle foglie pestate contro la diarrea del bestiame bovino.

7. Trianthema pentandrum L.(Ficoideae)

È una erba delle più comuni presso alle case, e che fornisce a Ghinda agli indigeni una medicina favorita contro le malattie interne, dolore di capo, stitichezza etc., e si raccoglie in massa.

Secondo Schimper, qualche volta fanno cuocere le foglie come verdura.

8. Mollugo Glinus R.(Ficoideae)

in tigrigna «Kóssala»

Quest’erba cosmopolitica, sparsa nei paesi caldi e tropicali, è un rimedio efficacissimo contro il verme solitario. Trebbiata e crivellata dà un piccolo seme nero lucente di cui si prende semplicemente un cucchiaio con acqua. Causa il suo uso facile e la sua insipidezza è, secondo il caso, molto raccomandabile; ed io stesso fui testimone della sua efficacia.

9. Citrullus Colocynthis Schrad.(Cucurbitaceae)

La coloquintide non manca, ovunque trovasi un terreno sabbioso nella Samhar dell’Eritrea. Non ne vidi veramente tanta copia come nelle vallate della Tebaide egiziana, ma in compenso la forma eritrea a Dessi, Sciacat-Cai etc. si distingue per la grandezza straordinaria del suo frutto. Raccolsi colà esemplari che sembravano dei piccoli melloni d’acqua (anguria) e che avevano un diametro di 15 cm. Simili esemplari, che, come ho detto, trovansi in quantità, si possono vendere, mondati e seccati, in Europa al dettaglio; oppure si possono esportare all’ingrosso, perchè la merce, così preparata, ha un aspetto splendido e sorpassa quella di altre provenienze.

10. Cucumis dipsaceus Ehrbg.(Cucurbitaceae)

Trovasi dappertutto nelle vallate montuose all’altitudine di 1000 metri ed anche in siti più elevati.

I suoi frutti gialli, simili ai zucchini, coperti di folte setole, trovansi in quantità enormi in tutti i luoghi erbosi.

Il frutto contiene un principio intensamente amaro simile alla coloquintide e potrebbe raccogliersi in quantità più grandi che quest’ultima. Il principio amarissimo si presterebbe specialmente per la denaturazione daziale dell’alcool, avendo il vantaggio di essere senza colore e senza odore. Sarebbe per ciò assai più raccomandabile che l’Etere metilico, generalmente usato dai governi per l’alterazione dello spirito a scopo industriale, perchè quella sostanza riesce sgradevolissima ed anche malsana per il suo fetore insopportabile. Siccome l’amaro della coloquintide e del Cucumis dipsaceus non si può eliminare mediante la filtrazione, l’alcool che se ne impregna non si può assolutamente gustare.

11. Foeniculum capillaceum Gil.(Umbellatae)

in tigrigna «silân»

Nell’altipiano dell’Eritrea e dell’Abissinia si trova il finocchio dappertutto selvatico, come pure nei monti dell’Arabia Felice.

In nessun luogo lo si coltiva. Il seme è assai vantato come carminativo.

12. Helminthocarpus abyssinicus Rich.(Papilionaceae)

in tigrigna «Fosi-Korzet».

La radice di questa erba, che trovasi sparsa nell’altipiano sarebbe, se preparata in piccole dosi, un emetico potente ed efficace, che si potrebbe usare contro i dolori di stomaco, come già lo indica il nome tigrino.

13. Abrus precatorius L.(Papilionaceae)

arab. Offrus; ain-lahla; Kolkol.

Questa pianta (di cui negli ultimi tempi parlavano tanto i giornali, come pianta che predice il tempo, in seguito alle speculazioni fantastiche dell’inglese Nowak) trovasi in tutte le parti dell’Eritrea, come pianta rampicante nei boschetti. Essa è cosmopolita in tutti i paesi tropicali.

In molti paesi si fa uso della radice e dello stelo, come della liquirizia: generalmente conosciuti però sono i semi di un bel rosso che trovansi in commercio, si adoperano come ornamenti e si chiamano piselli da paternostri.

Questi sono molto apprezzati nei Bazar di Drogherie dell’Oriente (arabo: sciscim ahmar), specialmente quelli che vengono dal Sudan i quali sono di un rosso vivissimo. Quando il Sudan era inaccessibile, qualche volta si pagavano al Cairo fino a 25 Centesimi il granello.

In Egitto si attribuiscono al detto seme effetti speciali per la guarigione delle infiammazioni dell’occhio e se ne fa molto uso anche ora. Le sue proprietà velenose erano conosciute e temute nelle Indie da lungo tempo. Da qualche tempo si conosce l’Abrina, il veleno vegetabile il più forte conosciuto dopo la Ricinina.

Già nel 1582 fu osservato dal medico veneziano Prospero Alpino in Egitto (P. Alp. de plantis Aegypti, Venetiis — MDXCII p. 31 32) il fenomeno della sensibilità delle foglie riguardo alla luce solare, e che ha dato alla pianta il nome di profeta del tempo.

13. Cassia Absus L.(Caesalpiniaceae)

arab. «sciscim».

Un pianta che trovasi spesso nei siti erbosi. I semi sono neri e lucenti, di forma lenticolare, e si vendono in Egitto nei bazar di drogherie come un rimedio contro le infiammazioni croniche degli occhi, nello stesso modo che la specie menzionata più sopra. Questi semi si sono anche trovati tra gli oboli deposti nei sepolcri antichi egiziani, da cui si può dedurre che l’uso ne era già noto agli antichi Egiziani, come lo era ai Greci e Romani.

14. Cassia acutifolia Del. e Cassia obtusifolia V.(Caesalpiniaceae)

in tigrigna: ente-entàro.

Il commercio delle foglie di Senna in Egitto è tutt’ora abbastanza vivo, essendo il territorio della produzione principale nella Nubia inferiore che trovasi attualmente nel dominio egiziano.

Tutti i paesi della costa del mare Rosso producono pure della Senna e se ne esporta. A Massaua nella Samhar (pianura littorale) la più abbondante, è quella nominata in seconda linea: essa non la cede in niente alla C. acutifolia D. Si può con tutta facilità raccoglierne delle grandi masse.

15. Tamarindus indica L.(Caesalpiniaceae)

Nome vernacolo in tutte le lingue della regione: «hommar».

Il Tamarindo si trova sparso nelle vallate montuose dell’Eritrea, ma non in quantità sufficiente per l’esportazione in grande.

Perciò il suo frutto, che qui certamente è di buona qualità, e che dovrebbe avere un valore maggiore, dacchè il commercio, con Dar Fur (da dove si ritirava la migliore qualità) è reso impossibile, non può aver importanza per l’esportazione.

Nondimeno la cosa è meritevole di attenzione, stantechè gli estratti italiani di tamarindo che hanno acquistato fama mondiale, hanno da qualche tempo perduto in qualità, dopo che i preparatori furono costretti a provedersi di frutti dalle Indie.

16. Albizzia anthelmintica Brogn.(Mimosaceae)

in tigrigna «Mussenna» oppure «Bessenna».

La fioritura di quest’albero è somigliantissima a quella dell’Albizzia amara Bov. ma le foglioline sono più grandi e meno numerose. Essa viene nelle vicinanze di Cheren, nella valle di Dangobas, sull’Anseba, e si troverà, probabilmente, anche in molti altri luoghi. La sua corteccia contiene uno dei più efficaci rimedi contro la Tenia. Negli scritti di Fournier «Sur les ténifuges d’Abyssinie» si trovano esatte indicazioni. Varrebbe la pena di ridurre il principio efficace della corteccia in forma di un alcaloide per poter somministrare il rimedio in modo sicuro. Siccome le corteccie di diverse età hanno proprietà alquanto diverse, e caricandone la dosa possono presentare dei pericoli per l’ammalato, non si prese più cura di questo importante medicamento, ed esso a torto fu dimenticato.

17. Tarchonanthus camphoratus L.(Compositae)

in tigrè (Mensa) «ssarakána»

Secondo Schimper si pestano le foglie e si fanno fermentare per sette giorni nell’urina, e dopo se ne fa uso di bevanda medicinale per gli animali bovini.

18. Datura Metel L.(Solanaceae)

tigrino «thirufrâ» o «thrifrâh»; in arabo «bengjé»

Questa pianta velenosa, molto pericolosa pei suoi semi, cresce abbondantemente come erbaccia sia qui che in Arabia, in vicinanza dei villaggi o siti abitati. Questa specie, tra le dature, è la più vecchia pianta medicinale, che usavano già gli arabi del medio evo, e da essa provengono i «Semina Daturae» delle officine.

19. Vernonia amygdalina Del.(Compositae)

in tigrigna «grava»

È un arbusto di 3 metri, molto comune sulle sponde dell’Anseba. Il Dott. Steudner pretende che le foglie servono come un purgativo efficace.

20. Acocanthera Schimperi Hook. Bth. (Syn. Carissa Schimperi H.)(Apocynaceae)

in tigrigna: «Mptàh», muptà, o «maktàt».

È un cespuglio che trovasi in abbondanza al declivio ed alla base dell’altipiano, da 1000 a 2000 metri. Le foglie sono ellittiche, coriacee e lucenti. I fiori bianchi, che in forma ed odore molto rassomigliano al gelsomino son numerosissimi sui rami. Il frutto è una bacca simile ad una piccola ciliegia, è nero e ha un nocciolo piatto corneo.

Gli indigeni la ritengono per velenosa, ma non ne fanno nessun uso.

Dai frutti di una specie congenere, la A. venenata G. Don nel Sud dell’Africa gli indigeni traggono il veleno per le loro freccie.

Nel paese dei Somali trovasi una pianta simile a quella dell’Eritrea, che colà fornisce il temuto veleno per le freccie «Uabaio» o (in Ogaden) «Ghedulâjo» e che si trae dalla decozione delle radici sul quale veleno hanno scritto molti viaggiatori, specialmente Hildebrandt, Revoil, Paulitschke ed i fratelli James.

Questo veleno, preparato dal sugo della radice e del legno alburno, si chiama «Uabaïn» ed è uno dei più forti veleni vegetali che si conoscano. Gemell vuole aver usato l’Uabaïn con successo contro il «chin-cough» (tosse canina, Keuchhusten, coqueluche).

La A. Schimperi Bth. H. è sparsa in tutta l’Abissinia ed in gran parte dall’Africa orientale, ove le radici danno, similmente alla specie del paese dei Somali, un veleno per le freccie molto temuto chiamato «Morio» o Morjo, accennato già da Hildebrandt e da Burton.

Hildebrandt identifica il veleno Morio col Uabaïn, ma gli esemplari da lui raccolti a Taita (Africa Orientale Britt.) sono della specie eritrea. Anche von Höhnel nella spedizione del conte Teleki ha raccolto sull’altipiano di Leichipia sul Chenia l’Acocanthera Schimperii Bth. H., come la pianta che dà il veleno Morjo. È probabilissimo che il principio contenuto in questa specie sia l’Uabaïn.

Una provvista di radice che ho portata meco da Ghinda, sarà esaminata e sperimentata a Berlino, dal Dott. L. Lewin.

Pare che questa pianta sarà chiamata, un giorno, a fare gran figura tra le piante medicinali importanti dell’Eritrea. Schimper pretende che le foglie seccate e pestate servono nel Tigrè qualche volta come tabacco da naso, e che i frutti vengono mischiati con la carne per avvelenare le jene[4].

21. Verbascum Ternacha Hochst.(Scrophulariaceae)

in tigrigna «Ternakha».

Di questa pianta, molto estesa nel territorio, gli Abissini, come si usa anche in Europa per una simile specie del genere, utilizzano i semi maturi per la pesca.

Questi se posti nell’acqua in luoghi tranquilli dei ruscelli e fiumi fanno sì che poco dopo i pesci, che vi si trovano, compariscono, storditi, alla superficie e si possano acchiappare con le mani.

Simile uso fanno in Abissinia della «Berreberra» (Milletia ferruginea Bak.) e nelle Indie della Dodonaea viscosa L. parimente indigena nell’Eritrea.

22. Verbena officinalis L.(Verbenaceae)

in tigrigna «seruftit»

Quest’erba cosmopoliticamente sparsa sul globo si trova anche sulle sponde dell’Anseba. Gli Abissini usano le foglie seccate come un rimedio contro il mal di collo («fosi-hanât») e contro il rigonfiare delle ghiandole. Masticano anche la radice, come pretende lo Schimper.

23. Kigelia aethiopica Dcne.(Crescentiaceae)—(Bignoniaceae).

in tigrè (Mensa) «salasile»

in tigrino «mederba» o anche (Hamasen) jungula.

Questo bell’albero esteso in tutta l’Africa tropicale si trova frequentemente nella zona dell’Anseba.

I grossi frutti di forma cilindrica che pendono da lunghi peduncoli, contengono un succo con proprietà purganti. Secondo un manoscritto del viaggiatore francese Quartin Dillon, citato da A. Richard nella sua «Flora Abyssinica» (vol. II p. 60), il succo avrebbe una potenza afrodisiaca incredibile e terribile.

24. Meriandra benghalensis Bth.(Labiatae)

in tigrè: «mossogo».

Questa bella pianta, che in Asmara e nell’interno dell’Abissinia s’incontra nello stato selvatico, trovasi nelle Indie soltanto coltivata. Questa strana espansione di una specie di pianta selvatica dell’Eritrea nei giardini indiani non è un caso isolato. La Crossandra undulaefolia Roxb., una Acantacea con magnifici fiori di un rosso scarlatto, che spesso trovasi selvatica nell’Eritrea, trovasi pure nelle Indie soltanto come pianta di ornamento. Le foglie della Meriandra, che hanno un forte odore di canfora, si usano nelle Indie invece della Salvia officinalis L. come rimedio aromatico, vivificante e riscaldante (Royle, Wallich, Wight ecc.).

25. Buddleya polystachya Fres.(Loganiaceae)

in tigrè «mattari».

Un arbusto alto con spighe pendenti di fiori di un rosso aranciato. Le foglie e i fiori sono usati dagli Abissini contro il verme solitario.

26. Plumbago zeylanica L.(Plumbaginaceae)

in tigrino «Aftehe o aftah».

Questa pianta rimarchevole per i suoi fiori bianchi tubulosi, trovasi da per ogni dove nell’Eritrea. La radice fresca ha proprietà vescicatorie, e Schimper scrive che i Tigrini la impiegano come mezzo profilattico contro certe malattie. Dopo l’applicazione della radice si forma una piaga che lascia una cicatrice rilevata.

27. Salvadora persica L.(Salvadoraceae)

in tigrino «addai»

in agau «scivelscia»

in arabo «aràk».

È un arbusto molto ramificato e allargato nella pianura (Samhar) vicino alla costa, copre grandi spazi e che trovasi non di rado anche nell’altipiano fino a 1500 metri sul livello del mare.

I ramoscelli forniscono le spazzolette pei denti, in arabo «messuâg» che nell’Oriente i musulmani usano generalmente e che sono raccomandate ai fedeli dal Corano, ove è prescritto di non adoperare altro mezzo, per pulire i denti, che i ramoscelli di questa pianta. Tali ramoscelli si vendono in quei paesi dappertutto.

Masticandone le punte si staccano le fibre, che formano una specie di spazzole. Il gusto è quasi come quello della senape e indica proprietà antiscorbutiche. È un miracolo che finora nessuno dei nostri specialisti in «Reclame» abbia avuto l’ispirazione, citando i bei denti degli arabi, di creare in Europa, con questi stuzzicadenti, un articolo di moda. Persone come Pear, Epp & Holloway avrebbero con essi potuto guadagnarsi i milioni, come li guadagnarono con i lorosaponi mediocri etc.

Il frutto è una piccola bacca, che seccata, ha la grandezza ed il gusto dell’uva passa di Corinto, e si può raccogliere in massa. Ne trovai posto in vendita sul mercato di Suachim.

Maesa lanceolata Forsk.(Myrsinaceae)

in tigrigna «Saoria».

È un rimedio apprezzatissimo dagli Abissinesi contro il verme solitario, e che anche in Europa venne sperimentato con successo. Le bacche si riducono in pasta e si mischiano a fagiuoli o fave ugualmente ridotti in pasta e si somministrano in quantità abbondante.

Questo arbusto, che anche nell’Yemen trovasi sparso, ha dei rami alti parecchi metri e foglie grandi.

Trovai questa pianta vicino Gheleb nel territorio dei Mensa.

28. Myrsine africana L.(Myrsinaceae)

in tigrigna Zaddsé o ssàhtso.

Le bacche di questo piccolo cespuglio, sparso nell’altipiano oltre 2000 metri sul livello del mare, si seccano, e ridotte in pasta si mischiano con un cibo qualunque adatto per servirsene come rimedio contro il verme solitario.

29. Pircunia abyssinica H.(Phytolaccaceae)

in tigrè (Mensa) ssobêth o ssebbêt.

Questa pianta si presenta dappertutto nell’Altipiano in grandi masse e se ne usa in Abissinia così la radice come il frutto, come uno dei tanto numerosi rimedii contro i vermi intestinali.

Le bacche pestate danno una pasta saponaria, che produce molta schiuma, dando, come le bacche del Sapindus, un eccellente surrogato di sapone. Specialmente si lavano, col mezzo di queste bacche, le stoffe di lana, flanella ecc. Nella Missione Svedese in Gheleb mi si lavarono così bene dei costumi di flanella, che sembravano del tutto nuovi; mentre che le lavanderie chimiche di Berlino non erano al caso di fare altrettanto.

Considerando che queste bacche si trovano nell’Eritrea in grandi masse e sono facili a raccogliersi, si può sperare che questo prodotto un giorno possa essere di grande importanza per l’esportazione.

30. Celosia trigyna L.(Amarantaceae)

in tigrino «belbilda».

È sparsa tanto nelle regioni alte che basse nell’Eritrea. Le foglie, i fiori ed i frutti stritolati e mescolati danno un rimedio possente contro il verme solitario. È però, secondo Schimper, dagli Abissini temuta quanto la Celosia anthelmintica Asch. a causa dei suoi effetti secondarii pericolosi.

31. Amarantus graecizans L.(Amarantaceae)

in tigrigna «birnáheo»

in amarigna «aluma».

Impiegati in grandi dosi, i semi di questa malerba abbondantissima sarebbero, come dice W. Schimper, nel Tigrè un ottimo rimedio contro il verme solitario.

32. Ricinus communis L.(Euphorbiaceae)

in tigrigna: «vulleh»

in tigrè (Mensa) «Kellä».

Vi sono siti ove il Ricino si presenta in tale quantità, che raccogliendone il seme si potrebbe esportarlo ed averne grande vantaggio.

In questi semi che somministrano l’olio di Ricino, Kobert e Stillmark di Dorpat, nel 1889, scoprirono il Ricinino, il più potente dei veleni vegetali che si conosca.

33 e 34. Aloe Schimperi Tod. e Aloe abyssinica Lam.(Liliaceae)

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in tigrè «mathisso» in mensa, «zabber».

in Tigrigna, «àrrai o èrreh».

in arabo, «ssàbbr».

L’Aloe Abyssinica Lamk. è la specie che trovasi assai diffusa sull’altipiano e sulle pendici rivolte a Levante, sino a 1000 metri sul livello del mare.

Il viaggiatore la riconosce tra le altre specie, per le foglie lunghe concavo-convesse che in parte sono regolarmente verdi oscuro e segnate nella parte basale con delle macchie bianche molto fitte. I fiori sono ora gialli ora di colore rosso arancio. Questa, specie mi sembra senza valore per l’estrazione del succo. Invece nell’altipiano, a circa 2000 metri sul mare, specialmente vicino ad Asmara si trova una specie (A. Schimperi Tod.) con grandissime foglie molto più lunghe e più larghe, che sono sempre senza macchie.

Detta specie si distingue dal succo giallo bruno che scorre dalla pianta tagliandola e che ha quel forte odore di sudore che distingue le buone qualità di Aloe.

Il succo è ricco di resine solubili e disecca subito, rappigliandosi in massa.

Con questo prodotto varrebbe la pena di tentarne la raccolta all’ingrosso, perchè presumo, da ciò che ho osservato nell’isola di Socotra sull’Aloe Perryi, che la pianta in quistione potrebbe fornire una specie di Aloè pregevole.

Oltre le due specie accennate, ne ho trovato altre due sul territorio italiano, che pero non danno Aloe servibile.

35. Cyperus rotundus L.(Cyperaceae)

Molto frequente sulle rive dei fiumi nell’altipiano e sul pendio delle vallate verso il mare.

I tuberi aromatici sono della grandezza delle olive, sempre rosso bruni, e fanno grande figura nella Farmacopœa araba come sudoriferi e diuretici.


II. — Piante Aromatiche.

1. Hemprichia erythraea Ehrbg. (syn. Amyris Kafal Forsk.).(Amyrideae)

arabo «Kafal».

Questo arboscello è molto sparso al sud del tropico sulle isole e sulle coste del Mar Rosso, e così pure si trova sulle Isole Dhalac dell’Eritrea.

Il legno è di colore rossigno simile al Sassafras, e strofinato emana un leggiero odore aromatico, e se si brucia spande un grato profumo alquanto balsamico.

Per questa sua proprietà se ne fa uso in Egitto per affumicare le giarre d’acqua nuove di creta, e le idre dette Gulla prima di metterle in uso.

Il legno Cafal è altresì sudorifero e diuretico, e se ne fa moltissimo uso tanto in Egitto quanto in Arabia. Lo si vende in tutti i bazar di droghe.

Questa specie non segrega della resina e non ha niente di comune coll’Opoponax, il quale come pretende Holmes nel Pharm. Journal 1081; verrebbe distillato dalla resina di questa pianta.

Il nome «Kafal» si dà però anche ad alcune specie di Commiphora (Balsamodendron) dalle quali si ricava probabilmente una parte della Mirra del commercio.

2. Commiphora Opobalsamum, Engl. (Syn. Amyris Opobalsamum L. — Balsamodendron Opobalsamum Kunth)(Burseraceae)

È un cespuglio od un arboscello, il quale dal sud del tropico al mar Rosso e nel Samhar Eritreo, ha la stessa diffusione della Hemprichia erythraea Ehr., però ascende più in alto su i declivi montuosi confinanti col mare. È noto generalmente che questa specie somministra la «mirra» del commercio odierno, come quella che si esporta dal sud dell’Arabia e dal paese dei Somali, da Aden, Hodeidah etc. Intanto io non ho nessuna prova per questa identificazione, perchè non mi è accaduto mai di osservare su i fusti di questa specie una secrezione resinosa, quantunque io abbia avuto occasione di studiare la pianta in tutti i tempi dell’anno e nei punti più differenti delle rive del mar Rosso. Soltanto alle estremità dei rami, che sovente si mostrano come verniciati, si trova una secrezione come di una massa vischiosa, a modo di vernice molto densa e di gradevole odore.

Nei bazar di droghe nei paesi Orientali troviamo conservate vicine due specie di balsami l’uno differente dall’altro, il «balasem» balsamo della Mecca e la «Mirra» (mur-heggiasi). Il primo è una specie di trementina liquida, il secondo è una resina solida difficilmente combustibile.

«La resina liquida, dice Figari, gode sempre grande stima come medicamento vulnerario, o come contravveleno al morso degli animali velenosi». Nell’Arabia felice questa specie chiamasi «bisciâm». Il Dr. E. Glaser, la cui autorità nella conoscenza dell’Arabia non si può in alcun modo mettere in dubbio, sostiene di aver veduto raccogliere da questa pianta la Mirra.

Il medico veneziano Prospero Alpino nel 1582 ha dato per la prima volta una perfetta figura di questa specie e la designa col nome di «balsamum»[5]; il nome di Mirra non si rinviene affatto nella sua opera. Alpino trovò questa pianta coltivata al Cairo come residuo di antichi tentativi di acclimatazione, ed egli constata la tradizione che l’origine della provenienza sia a Mecca. Non cade dubbio che quello che in Egitto va sotto il nome di «balasem» sia il prodotto della Commiphora Opobalsamum Engl.

Forskal che nel 1761 esplorò come botanico l’Arabia Felice, a proposito di questa specie non fa menzione della Mirra; egli la chiama «Abuschâm» (più correttamente «bisciâm» e dice (Flora Aeg. Arab. p. 80): «Conosco ancora due altri alberi che si chiamano coi nomi di «Schadjaret el murr» (i.e Arbor Myrrhae) e «Chadasch»[6] i quali, se si deve prestar fede a quelli che lo garantiscono, devono essere molto simili alla specie descritta».

È ancora da notare che la denominazione di Balsamodendron Myrrha colla quale il botanico Nees von Esenbeck distinse una delle piante raccolte dall’Ehrenberg nell’Yemen, è fondata sopra un errore, nel quale si sono confuse le note di erbario dell’Ehrenberg[7] ed è stata distinta come Mirra per eccellenza una specie, che non è affatto aromatica, e meno ancora secerne una resina. Io ho dovuto denominare ciò non pertanto Hemprichia Myrrha Schwfth. questa specie inodora, circoscritta all’Arabia felice, per serbare la precedenza al nome più antico.

Però sulla quistione dei balsami e della mirra non è stato peranco detta l’ultima parola, a cagione della sconfinata letteratura, accumulatasi su di ciò da qualche secolo. Per quanto ci consta, è solo permesso di ammettere:

1º che il Balsamo degli arabi deriva dalla Commiphora Opobalsamum Engl.

2º che non conosciamo come si ricava.

3º che il balsamo è un aroma.

4º che la mirra è una resina non molto aromatica, disgradevolmente olezzante, difficilmente combustibile, che si adopera come medicina (la nostra tintura di mirra) e mai come profumo.

5º Nella antica letteratura, specialmente nella letteratura biblica, il balsamo e la mirra sono spesse volte confusi insieme, donde questo continuo «qui pro quo».

3. Sclerocarya Birrea Hochst.(Anacardiaceae)

In tigrigna «abóngul».

Un grande albero con legno leggiero e morbido che nella stagione della siccità fiorisce dopo aver perduto le foglie. I fiori di un giallo cereo sono riuniti insieme alle estremità dei rami in spighe dense disposte a fascetto, e spirano un intenso profumo come di gelsomino, o ciò che torna più esatto, come i fiori del Philadelphus. Specialmente nei monti che fanno corona alla Conca di Cheren, questo albero è assai copioso, in egual modo in tutta la vallata dell’Anseba e nelle vallate che scendono giù verso il Barka.

4. Ochna inermis (Forsk.) Schwf. (Syn. Ochna parvifolia Vahl)(Ochnaceae)

in tigrè (Mensa) «abgamá».

Questo arbusto è assai diffuso nelle alture e nelle pendici verso l’Oriente.

I fiori color giallo d’uovo, coprono in grande quantità nella stagione secca il fusto spoglio di frondi ora dritto e a foggia di un albero, ora di storto sulle rupi come un arbusto nano, ed hanno un forte e magnifico profumo di Syringa.

L’aroma è quasi così forte come quello della Syringa vulgaris L. e colle regole della profumeria si può facilmente fissare per mezzo di grassi ecc., e forse ancora per mezzo della distillazione.

5. Ximenia americana L.(Olacaceae)

in tigrinna «mell’au»

in tigrè (Mensa) «mellhétta».

È uno tra i più frequenti arbusti od alberetti, dell’altipiano dell’Eritrea. I fiori hanno un fortissimo odore di fior d’arancio, e sarebbero da mettersi in prima linea come materiale da impiegarsi, in grande, nella profumeria. Questi fiori si possono raccogliere a quintali, per modo di dire, nelle vicinanze di Cheren.

6. Jasminum abyssinicum R. Br.(Oleaceae)

in tigrigna «habbe-selîm»

in amarigna «uembelel»

Le compatte masse di fiori di questo frutice scandente che s’arrampica sopra i grandi alberi, tramandano un intenso odore e si trovano in più che sufficiente quantità (a Ghinda, Cheren, Gheleb etc.) per poter essere adoperati per la profumeria.

Ancora più comune della detta specie nei piani alti e fra i contrafforti è il Jasminum floribundum R. Br. il cui profumo però è meno intenso ed i fiori non sono cosi numerosi ed in tale quantità, come nella specie precedente.

7. Premna resinosa Schauer.(Verbenaceae)

Un frutice largamente diffuso nell’Eritrea coi rami lunghi e ritti, le cui foglie contengono un’aroma molto simile a quello del limone, e che per la abbondanza della pianta si può facilmente distillare in grandi quantità.

8. Ocimum menthaefolium H.(Labiatae)

in tigrè «ciomâr o ciommer»

in tigrigna (Adua) «sessak-süvvi» (Hamasen «ssahmar».

Abbondante in tutti i luoghi soleggiati ed erbosi dell’Eritrea, l’erba che talora raggiunge 1 m. di altezza, è diffusa in prodigiosa quantità, sovente a perdita di vista, nelle vicinanze di Ghinda, dove se ne può raccogliere in quantità strabocchevole.

L’attività vegetativa della pianta dura per tutto l’anno, senza distinzione di stagione.

Il suo aroma è molto forte. Secondo Schimper gli Abissini mischiano le foglie triturate e secche col burro e se ne servono come pomata per la testa. L’odore è molto simile a quello della menta piperita.

Tra tutte le piante selvatiche dell’Eritrea questa potrà, per la sua abbondanza, molto probabilmente essere adatta alla distillazione in grande, e un impiegato della Casa V. Bienenfeld, il Sig. Brunetti, in Ghinda, ha di già preso di mira con tutta serietà e di moto proprio un tale piano.

9. Micromeria abyssinica Benth.(Labiatae)

È un’erba diffusa nelle alte regioni abissine sopra i 2000 metri. Io la trovai abbondante nelle pendici del Ssabber sopra Gheleb, terr. Mensa. Le foglie hanno forte odore di menta piperita e potranno fornire quest’olio colla distillazione.

10. Kyllingia triceps L.(Cyperaceae)

in tigrè (Asùs) «Krît-asmûd».

I rizomi di questa pianta che raramente supera i 30 centim. di altezza, hanno un distinto aroma, che in qualche maniera ricorda quello dell’Andropogon Schoenanthus; però è molto più fino e gradevole.

L’aroma, molto intenso nella pianta fresca, è fugace e però dovrà distillarsi sul posto; poichè la pianta disseccata dopo qualche mese lascia sentire soltanto un debole odore.

Nelle Indie orientali si somministra la pianta nella dissenteria, nel diabete ed in altre malattie. Essa nasce in grande quantità nei luoghi aperti ed erbosi delle boscaglie presso Ghinda, dove i rizomi si possono raccogliere a quintali. Non manca però in nessuna parte del territorio al di sopra della zona di 800 metri.

Io sono con certezza convinto che questo aroma, se si introdurrà nel commercio europeo, non mancherà di eccitare una sensazione come alta novità; probabilmente ancora in miscuglio (con altri aromi) darà splendidi risultati.

11. Andropogon laniger Desf., ed Andropogon Jwarancusa Blane, (syn. Andr. proximus H.).(Graminaceae)

Ambedue queste specie di graminacee molto affini fra loro hanno una larga diffusione in tutta la zona dell’Anseba. Dove il pascolo si raddensa in steppa, esse coprono per lunghi tratti ed esclusivamente il terreno; non mancano però neppure sui declivii montuosi. Esse sono molto somiglianti all’Andropogon Schoenanthus L., che del pari appartiene alla Flora abissina e che, insieme all’A. Nardus L. nell’India, è tra le droghe officinali più anticamente usate; in talune regioni, inoltre, è coltivato in grande.

Tutte le suddette specie di Andropogon contengono, a preferenza nei loro rizomi e radici, un olio etereo, il quale si conosce in commercio sotto i differenti nomi di Verbena, Citronelle, Ingwergras, Lemongras, o semplicemente come «grasoil», cioè «olio di gramigna». È esportato da Ceylan e dal Malabar e ultimamente ancora in grande quantità dall’isola della Riunione[8]. Quest’olio forma una parte integrante dell’attuale commercio delle droghe.

L’abbassamento del prezzo (ad un decimo del primitivo, secondo che riferisce il Pharm. Journ. of London 1891, pag. 928) è stato occasionato specialmente dalla falsificazione di quest’olio, praticata nell’India su larga scala. Quest’olio, però, non si deve confondere col vero «olio di Geranium» che si ricava, per distillazione, dalle foglie del Pelargonium Radula L., e che si prepara nel sud della Francia ed in Turchia. Quest’ultimo serve specialmente per falsificare l’olio di rose, mentre che l’olio d’Andropogon serve solamente quale ingrediente ai prodotti numerosi della profumeria ed a varii miscugli, nei quali trova larga applicazione.

È facile da comprendere che un prodotto che il commercio mondiale si procura perfino col mezzo costoso di colture artificiali nel Malabar, nelle Isole di Ceylan, di Réunion, ed altre dell’Oceano Indiano, nell’Eritrea dove cresce spontaneo deve riuscire molto meno costoso, dacchè la Natura nel paese dei Bogos p. es. ed altrove ci offre milioni di quintali della materia prima, di facilissima raccolta.


III. — Piante resinose e gommifere.

1. Boswellia papyrifera H.(Burseraceae)

in tigrino «maggher».

Quest’albero trovasi in Abissinia qua e là in grande quantità e si distingue pei suoi magnifici fiori a forma di mazzetti, i quali nel tempo della siccità spuntano dai suoi rami sfogliati. La corteccia di un giallo color cuojo è stranissima, perchè si sfoglia dal tronco a guisa di carta da lettera sottilissima.

Tutti i rami abbondano di un succo aromatico lattescente che certamente si potrebbe impiegare per incenso, come tutte le altre specie congeneri se si volesse prendere la pena di raccoglierlo.

2. Commiphora abyssinica, Engl.(Burseraceae)

Questa specie sparsissima in Abissinia e nei d’intorni di Cheren dà una sorta di Mirra da utilizzare probabilmente nel commercio, se già non lo è.

3. Commiphora Schimperi Engl.(Burseraceae)

Syn. C. resiniflua Martelli in Fl. Bogos.

in tigrigna e Tigrè «ankua».

Questo arboscello è molto sparso nell’Eritrea, in Abissinia e nell’Arabia Felice; produce in abbondanza della resina simile alla mirra che trovasi in commercio, così che sono certo che questo prodotto almeno in parte trae la sua origine dalla surriferita specie.

Varrebbe quindi la pena di raccogliere questa droga su vasta scala.

4. Commiphora quadricincta Schwf.(Burseraceae)

in tigrè (Habab) «bsciámed».

Questo arboscello generalmente sparso nella pianura della costa Eritrea (Samhar) come pure nella regione inferiore delle colline secerne dai punti ove la corteccia è lesa, della resina in abbondanza, simile per odore e sapore alla mirra del commercio.

E pare di fatti che questo prodotto sia messo in commercio perchè a Sciacat Cai trovai molti tronchi intaccati evidentemente a quello scopo.

Questa specie ignorata finora dai botanici ed in parte scambiata con la C. abyssinica Engl. trovasi in massa sulla costa tra Suakin e Massaua.

La si riconosce facilmente alle sue fogli ovali con picciuoli lunghi ed al nocciuolo quadrangolare del frutto che trovasi attorniato dal mesocarpo soltanto ai quattro spigoli e non su tutti i lati.