ROMA ANTICA III.
ULTIMI SPLENDORI
DECADENZA E ROVINA


GUGLIELMO FERRERO
E CORRADO BARBAGALLO

ROMA ANTICA

III.

ULTIMI SPLENDORI
DECADENZA E ROVINA

FIRENZE
FELICE LE MONNIER
1922


Proprietà letteraria italiana

Copyright by G. Ferrero and C. Barbagallo

Le copie che non portano la firma di uno degli Autori s’intendono contraffatte.



[INDICE]


CAPITOLO PRIMO LA QUARTA GUERRA CIVILE

1. Il governo di Galba (9 giugno 68-15 gennaio 69)[1]. — Il nuovo imperatore si proponeva di governare all’opposto di Nerone: di rispettare le tradizioni e il senato, di spendere con parsimonia la pubblica moneta, di comandare con fermezza ma senza commettere arbitrii. Ottimi propositi, ma compito non facile in quei tempi torbidi, e per un uomo quale era Galba, vecchio e avaro, severo e piccino, violento e debole, ostinato e poco abile. Subito infatti venne in rotta con i suoi stessi partigiani. In Gallia maltrattò le città, che erano state avverse a Vindice, offendendo le legioni di Germania, che avevano domato la rivolta del nobile gallo. A questo primo affronto, ne aggiunse un altro, togliendo alle legioni della Germania superiore il loro generale, quel Virginio Rufo, cui invano le legioni avevano offerto l’impero. Con Ninfidio Sabino venne in tal discordia, che costui tentò di farsi gridare imperatore da una congiura di pretoriani. La congiura fu scoperta a tempo; Ninfidio e parecchi ufficiali perirono; ma la guardia pretoriana non fu da questo momento più sicura per lui. Per rappresaglia Galba rifiutò di pagare ai pretoriani il donativo promesso da Ninfidio; il che inasprì ancora più gli animi. Anche con il senato — massime con la fazione che avrebbe voluto restaurare l’antica repubblica — nacquero dissapori e diffidenze; perchè a molti Galba parve autoritario e violento. Gli nocquero infine ed assai i provvedimenti presi per assestare l’erario; e tra questi particolarmente la commissione nominata per investigare le spese e i doni di Nerone. I beni, dispensati da Nerone, erano stati venduti, lasciati in testamento, ceduti, ripartiti, migliorati, accresciuti, confusi con altri; era impossibile ritornare sul passato senza suscitare un immenso subbuglio. Si aggiunga che Galba aveva cercato di toglier via sprechi e feste: savio proposito, ma inviso a troppi, ormai avvezzi a vivere largamente in Roma sulle spese di Nerone. Cosicchè molti, i quali sotto Nerone avevano imprecato alle folli dilapidazioni dell’imperatore, non tardarono a mormorare contro la parsimonia di Galba.

Per tutte queste ragioni nacque presto a Roma un vivo malcontento, che gli amici di Nerone, i fautori rimasti impuniti di Ninfidio, i repubblicani delusi fomentarono quanto poterono. Tuttavia questo malcontento non sarebbe stato un pericolo per Galba, senza un’altra difficoltà: una difficoltà di antica data, ma che sino ad allora era stata elusa o raggirata: la incertezza del principio legale da cui la suprema autorità imperiale scaturiva. È questo un punto di così vitale importanza, che occorre intenderlo a fondo. A poco a poco, per forza di circostanze, era nata e si era consolidata nella antica repubblica aristocratica la suprema autorità imperiale, necessaria ormai così per l’ingrandimento dell’impero come per gli interni mutamenti che la repubblica aveva subiti. Ma il principio legale, da cui questa autorità scaturiva, era, come abbiamo visto, l’elezione del senato, e non l’eredità: principio orientale, che ripugnava a Roma. Da Augusto a Nerone gli Imperatori furono scelti nella stessa famiglia, per una ragione non di diritto ereditario ma di convenienza politica. Senonchè il senato aveva sempre esercitato il suo diritto d’elezione con molta debolezza, sia perchè l’Assemblea non possedeva più l’antico prestigio, sia perchè era lacerata da interne discordie, e parte legata per l’interesse alla nuova autorità, parte avversa a questa per principio e desiderosa di abolirla. E la debolezza del senato aveva pur troppo lasciato intervenire nella scelta dell’imperatore i soldati. Claudio e Nerone erano stati imposti al senato dai pretoriani, e Galba dalla legione di Spagna. Non è difficile immaginare come questi precedenti sembrassero, nella rozza mente dei soldati, in tempi turbati, mentre l’impero e l’esercito non erano più retti da una mano ferma, la prova di un diritto delle legioni a eleggere l’Imperatore. Particolarmente pericoloso era stato l’esempio delle legioni di Spagna, che avevano proclamato Galba. Se le legioni di Spagna avevano eletto l’imperatore, e il Senato l’aveva riconosciuto, perchè non avrebbero avuto lo stesso diritto le altre legioni? Lo spirito d’imitazione e di emulazione, così forte in tutti gli eserciti, doveva, il principio legale della suprema autorità essendo così incerto, eccitar l’amor proprio di tutti gli eserciti a voler ciascuno il suo imperatore.


2. La rivolta delle legioni di Germania e la caduta di Galba (1-15 gennaio 69). — Le legioni di Germania, infatti, diedero l’esempio. Offese da Galba, come abbiamo detto, esse covarono il loro malcontento tutto l’anno 68; ma nei primi giorni di gennaio del 69, proclamarono imperatore Aulo Vitellio, governatore della Germania inferiore. Bastò questa rivolta a rovesciare, in pochi giorni, il governo di Galba. All’annunzio della rivolta, Galba si risolvè a scegliersi un collaboratore più giovane e ad adottarlo come figlio: provvedimento ventilato già da qualche tempo per rafforzare il governo, ma sino allora non attuato, perchè gli amici e consiglieri di Galba non erano d’accordo sulla scelta, gli uni volendo Ottone, l’antico amico di Nerone, il secondo marito di Poppea, altri, altre persone. Le notizie di Germania troncarono gli indugi. Galba però non scelse Ottone, forse perchè era stato troppo amico di Nerone; ma un uomo di opposto costume e pensiero, ligio alla tradizione antica della aristocrazia romana, un nemico di Nerone, L. Calpurnio Pisone Liciniano. Questa scelta indicava chiare le intenzioni del Governo: onde Ottone, dopo l’adozione di Pisone, non esitò più a ordire una congiura tra i pretoriani per rovesciare Galba. I pretoriani erano malcontenti di Galba, perchè aveva negato loro il donativo promesso da Ninfidio, perchè era stato imposto al senato dalle milizie di Spagna, perchè aveva tentato di ristabilire anche nelle loro file una più rigorosa disciplina. E i tempi erano agitati, le menti turbate, Roma, un caos. Il 15 gennaio, una sedizione militare, che prese le mosse da un piccolo manipolo di pretoriani, e a cui si associò tutto l’esercito stanziato in Roma, e gran parte della popolazione esasperata dalla parsimonia del nuovo governo, acclamava imperatore M. Salvio Ottone, e trucidava Galba e Pisone.


3. Ottone e Vitellio: l’Italia invasa dalle legioni germaniche (15 gennaio-16 aprile 69). — Allorchè Ottone ritornò, alla sera di quel giorno, dal senato, che unanime aveva ratificato la proclamazione della guardia pretoriana, le grida festanti del popolo lo salutarono per le vie con il nome di Nerone. Le ingrate virtù di Galba avevano già fatto dimenticare a molti i vizi del predecessore. Nè Ottone mostrò orrore per quel titolo: fece rialzar le statue di Nerone; si affermò anche da alcuni storici antichi — ma il fatto non è sicuro — che assumesse il nome di Nerone nei primi suoi atti ufficiali; soprattutto cercò di ridare a Roma e all’impero, dopo il duro e avaro governo di Galba, un governo facile e generoso, ma con maggior senno e misura che Nerone. Non si può dire che, nell’insieme, il suo breve governo sia stato cattivo. Amnistiò tutte le vittime dei due regimi precedenti; trattò con generosità e deferenza i pretoriani, a cui concesse di eleggere i loro prefetti; si studiò di cattivarsi e di rassicurare il senato; riprese le grandi costruzioni incominciate da Nerone; cercò di evitare violenze, confische, repressioni. Ottone divenne popolare in Roma, e parve consolidarsi anche nelle province, grazie alla convalidazione del senato, essendo riconosciuto dalle legioni della Siria e della Giudea; da quelle della Dalmazia, della Mesia e della Pannonia; dall’Egitto, da tutte le province orientali, e dall’intera Africa. La Gallia e la Spagna invece, per timore del potente esercito di Germania, si dichiararono per Vitellio. Le legioni di Britannia sembrano esser rimaste estranee al tumulto. Insomma Ottone era l’imperatore riconosciuto da quasi tutto l’impero, avendo per sè una parte delle province d’Occidente, l’Italia, tutta l’Oriente e tutta l’Africa. Ciò non ostante egli scrisse più volte a Vitellio, scongiurandolo ad evitare all’impero una nuova guerra civile, e assicurandogli ricchezze e dignità quante volesse: non scoraggiato dalle prime ripulse, cercò, con l’aiuto del senato, di venire a trattato direttamente con gli eserciti del Reno, poichè non aveva potuto accordarsi con il loro capo. Ottone insomma voleva evitar la guerra e, se scoppiasse, non apparirne responsabile; perchè quel nembo oscuro di guerra civile, che si levava silenzioso all’orizzonte, atterriva l’Italia. Da un secolo l’Italia viveva in una dolce pace, coltivando sicura i suoi campi e adornando le sue città; essa aveva perduto la nozione di quel che fosse la guerra civile: ed ecco ad un tratto, di nuovo, si parlava di un torrente di uomini e di ferro che, devastando e saccheggiando, si rovescerebbe su lei.

Ma fu vana prudenza. Vitellio era prigioniero delle sue legioni. Esaltate dal puntiglio, dalla speranza di ricompense e di saccheggi, da quella specie di delirio che si era impossessato dei soldati, le legioni volevano invadere l’Italia e imporre al mondo il loro imperatore. Avrebbero ucciso Vitellio, se avesse fatto la pace. Invece di deporre le armi, Vitellio e i suoi generali precipitarono la guerra, volendo sorprendere Ottone in Italia, prima che arrivassero le legioni del Danubio. Approfittando delle esitanze e delle lentezze del nemico, occuparono nell’inverno i passi delle Alpi, che Ottone aveva lasciati sguerniti: indi invasero l’Italia con due eserciti: il primo, agli ordini del generale Fabio Valente, attraversando la Gallia, doveva entrare nella Narbonese, e per il paese degli Allobrogi e dei Voconzi sboccare dalle Alpi Cozie nella pianura padana; l’altro, agli ordini del generale Alieno Cecina, invaderebbe l’Italia, attraversando il paese degli Elvezi e le Alpi Pennine; l’uno e l’altro dovevano congiungersi nella valle del Po. La rivolta di un corpo di cavalleria, stanziato nella valle del Po e dichiaratosi per Vitellio, stimolò Cecina, che era già giunto nel paese degli Elvezi, ad affrettarsi e a valicare in pieno inverno le Alpi con il suo esercito. È probabile che la valle del Po fosse già nel mese di febbraio in potere di Vitellio.

Ottone dovè impugnare anch’egli le armi. Avendo perduto parte della valle del Po, pensò di minacciare sul fianco con la flotta l’esercito di Valente, sbarcando milizie nella Gallia Narbonese, per impedirgli di venire in Italia. Mentre aspettava le legioni dal Danubio, raccolse e armò altri corpi; e il 14 marzo partì da Roma con tutto l’esercito, di cui pel momento poteva disporre, e con la maggior parte dei magistrati e degli ex-magistrati, nonchè dell’ordine dei cavalieri. Si era deliberato di difendere la linea del Po, aspettando l’arrivo delle legioni del Danubio. Perciò un primo attacco di Cecina contro Piacenza fu respinto vigorosamente. Senonchè le forze che Ottone aveva mandate nella Gallia Narbonese non erano riuscite a trattenere al di là delle Alpi l’esercito di Valente, che, attraversate le Alpi Cozie, era sbucato nella valle del Po, per congiungersi con Cecina. Il più valente dei generali di Ottone, Svetonio Paulino, il padre dello storico, aveva allora varcato il Po, per cercare le forze nemiche e sconfiggerle prima che fossero raggiunte da Valente. E non lungi da Cremona, in un luogo, detto Locus Castorum, era riuscito a infliggere loro una seria disfatta, ma non ad accerchiarle e distruggerle; cosicchè, sebbene sconfitto, Cecina era sfuggito e si era poi congiunto con Valente, che, mentre egli combatteva nei pressi di Cremona, era giunto a Pavia. Ottone convocò allora un Consiglio di guerra. Svetonio sostenne che, poichè non si era riusciti a impedir la congiunzione di Valente e di Cecina, occorreva aspettare a dar battaglia che fossero giunte le legioni del Danubio. Ma prevalse invece un altro piano, intorno al quale gli antichi non ci dànno che notizie molto oscure. Par che Ottone si proponesse, con una marcia di fianco a nord, di portare le sue forze ad occidente di Cremona, alla confluenza dell’Adda con il Po, in modo da tagliar le comunicazioni tra Vitellio che varcava le Alpi e il suo esercito a Cremona: egli starebbe a Brescello, ad aspettare l’esercito che scendeva da Aquileia, e con questo esercito e con l’altro passato a occidente di Cremona accerchierebbe e costringerebbe alla resa l’esercito nemico, prima dell’arrivo di Vitellio. Se tale era il piano di Ottone, esso poteva riuscire, a condizione che l’esercito riuscisse a fare la sua marcia di fianco sino al luogo assegnatogli. Ma sia che i nemici fossero avvertiti dei piani di Ottone, sia che i generali, alcuni dei quali erano contrari a questa mossa, eseguissero male gli ordini dell’imperatore, i vitelliani uscirono a tagliar la strada all’esercito di Ottone e lo affrontarono in marcia, a Bedriaco, una piccola città posta tra Cremona e Verona. Si impegnò battaglia; e la battaglia volse poco favorevole per l’esercito di Ottone. La sconfitta tuttavia non era per nulla decisiva; Ottone avrebbe potuto facilmente rifarsene, solo che avesse aspettato le grandi forze che stavano per giungere: ma all’annunzio della sconfitta, si uccise — è legittimo congetturarlo — non tanto per lo sconforto della sconfitta, quanto per il disperato terrore dell’universale disordine. Intelligente, colto, fine, Ottone deve aver capito che il governo di Nerone, di cui egli era stato un sostegno, aveva precipitato l’impero in un abisso di irreparabili guai; e non sentendosi la forza di ritirarlo su da quell’abisso, si era accasciato sotto il peso della suprema autorità[2].


4. Vespasiano e la rivolta delle legioni di Oriente (luglio 69). — Morto Ottone, Vitellio restava padrone dell’Italia, prima ancora di aver varcato le Alpi. I soldati di Ottone tentarono di resistere e offrirono l’impero a Virginio Rufo, ma questi avendo rifiutato, si rassegnarono alla fine, dopo essersi assicurato il perdono, a riconoscere la vittoria delle legioni di Germania, e a prestare giuramento al vincitore. Il senato, ritornato in fretta a Roma, ratificò la proclamazione di Vitellio ad imperatore e le immagini di Galba furono circondate di lauro e di fiori, portate in giro per la città. Così l’Italia angosciata si rivoltava da un altro lato sul suo letto di spine; e come aveva immedesimato il governo di Nerone con quello, clemente e savio, di Ottone, così ora si sforzava di immedesimare col regime di Galba l’impero di Vitellio. Vitellio frattanto era giunto in Italia con il terzo esercito, che era anch’esso in gran parte composto di Galli e di Germani assoldati. L’Italia imparò per la prima volta a sue spese, che cosa fossero i nuovi eserciti, zeppi di provinciali e di barbari, a cui era affidata la difesa delle frontiere. Le legioni attraversarono l’Italia saccheggiando, ingrossate per via da una torma infinita di improvvisati amici, seguaci, ammiratori: senatori, cavalieri, popolani disoccupati, parassiti, atleti, saltimbanchi, cocchieri, gladiatori; moltitudine avida, che faceva ressa intorno al carro del vincitore per raccattare nella confusione le briciole del bottino.

Vitellio, come tanti altri imperatori, era migliore della sua fama. A Roma, dove giunse in luglio, cercò di mettere un po’ d’ordine nelle cose dell’impero. Non volle più tra i suoi ministri dei liberti e li sostituì con cavalieri; in senato volle non essere considerato da più di qualsiasi altro senatore; sciolse il vecchio corpo dei pretoriani; si studiò di rimandare alle loro province le legioni; e cercò di metter pace tra soldati ottoniani e vitelliani, più inveleniti che mai gli uni contro gli altri. Nel tempo stesso, egli rilevava le statue di Nerone, per dare una soddisfazione alla moltitudine: altra prova che l’ultimo Claudio era ricordato con rammarico dalla plebe minuta. Non si occupò, dunque, solo — come fu detto poi — di imbandire sontuosi banchetti; ma anche di risanare il travagliato impero. Il quale, infatti, per un momento, sperò che la tempesta fosse terminata.

Quand’ecco, ad un tratto, ricominciò più violenta che mai. Dopo l’Occidente, si moveva l’Oriente: le legioni della Giudea, della Siria e dell’Egitto.

Abbiamo lasciato Vespasiano, nella primavera del 68, mentre si accingeva ad assediare Gerusalemme. Ma la caduta di Nerone lo inchiodò sotto le mura della città santa del giudaismo. Pare che, non volendo in così grande incertezza di cose impegnar l’esercito in impresa di tanta mole, si contentasse di conservare le posizioni che aveva occupate intorno alla città, senza procedere ad operazioni decisive. Le legioni goderono quindi di una specie di riposo, mentre tutto l’impero prendeva fuoco. E da principio non pensarono che a godersi quietamente questo riposo. Parte per la maggior distanza dall’Italia; parte perchè gli orientali che militavano in quelle insieme con gli italici erano genti più raffinate e civili delle popolazioni dell’Occidente, le legioni di Giudea, come quelle dell’Egitto e della Siria, stettero per qualche tempo a guardare impassibili il grande conflitto dell’Occidente. Ma, questo durando e complicandosi, a poco a poco, quella specie di pazzia da cui erano tocche tutte le legioni si apprese anche a quelle. Perchè le legioni della Germania soltanto dovevano imporre l’imperatore al senato e godere i vantaggi di questa elezione da loro imposta? Le legioni d’Oriente eran forse da meno? Occorre inoltre considerare che l’Oriente — e quindi anche le legioni in Oriente stanziate — era stato molto più benevolo verso Nerone — per quale ragione è facile intendere — che l’Occidente e l’Italia: il che spiega come avessero così prontamente riconosciuto Ottone. Ma Ottone era perito; e le legioni, che da due anni combattevano contro il più indomabile nemico dell’impero, erano invitate a subire il capriccio dei soldati della Germania o degli imbelli senatori di Roma, che avevano rovesciato, in Nerone, l’imperatore legittimo! Altre apprensioni d’ordine più pratico si mescolavano a questi sentimenti. Come avrebbe il nuovo principe trattato i soldati e i generali che, poco prima, a guerra civile incominciata, si erano dichiarati per il suo rivale? Così fu che sin dai primi mesi dell’avvento di Vitellio, tra l’Oriente e l’Occidente, tra le legioni del Danubio che non avevano potuto combattere contro Vitellio, e le legioni di Siria, di Giudea, di Egitto corressero trattative ed intese, per opporre un nuovo imperatore all’imperatore delle legioni di Germania. Si era pensato prima a Muciano, il governatore della Siria, uomo di molti meriti e di nobilissima stirpe. Muciano avendo rifiutato, fu scelto Vespasiano. Neppure Vespasiano sentiva un’ardente ambizione dell’impero; e a lui difettava un’alta e antica nobiltà di lignaggio. Ma i tempi erano così torbidi! Le legioni, il figlio Tito, intelligente ed audace, Muciano stesso, che sino ad allora non era stato amico suo, insistettero. E il primo luglio del 69 il prefetto d’Egitto proclamava in Alessandria imperatore T. Flavio Vespasiano; qualche giorno dopo gli eserciti di Siria e di Giudea prestavano giuramento sulle immagini del nuovo principe, e di lì a poco tutte le legioni della Mesia, della Pannonia, della Dalmazia, che non avean potuto combattere nè per Nerone nè per Ottone giuravano anch’esse per Vespasiano. Anche i principi orientali della Sofene, della Commagene, della Giudea indipendente, aderirono. Lo stesso re dei Parti si impegnò a non molestare l’impero durante la guerra, che sarebbe necessaria per insediare in Roma il nuovo imperatore.


5. La nuova guerra civile e la vittoria di Vespasiano (luglio-dicembre 69). — Tito avrebbe condotto a termine l’assedio di Gerusalemme; Vespasiano sarebbe andato in Egitto, per impadronirsi del granaio dell’impero e affamare, se fosse necessario, Roma; Muciano si sarebbe recato con una parte delle forze a prendere il comando delle legioni della Pannonia, della Mesia e della Dalmazia, per invadere con quelle l’Italia: tale fu il piano che Vespasiano e i suoi generali concertarono a Berito, in Siria. Il piano era vasto, accorto, prudente; e mirava allo scopo con prudente lentezza. Ma i comandanti delle legioni di stanza in Pannonia, sia che sperassero, assalendo subito l’Italia, di sorprendere i vitelliani impreparati, sia che volessero essere i primi all’onore e alla preda, si radunarono a consiglio in Petovio, sulla Drava, nella Pannonia superiore, e approvarono il consiglio di Antonio Primo, di invader subito l’Italia senza aspettare Muciano. Gli eventi dovevano dar ragione ad Antonio e alla sua impazienza. Parte perchè l’esercito vitelliano non era pronto; parte perchè il generale preposto alla difesa dell’Italia orientale, Alieno Cecina, operò con un’accidia, che parve a molti sorella del tradimento, egli, Antonio Primo, potè giungere con forze considerevoli sulla linea dell’Adige. Poco dopo la flotta di Ravenna si dichiarava per Vespasiano; e allora Cecina, giudicando vana la resistenza, propose ai soldati di imitare l’esempio della flotta. Sdegnate, le legioni misero ai ferri il loro generale, e, risolute a non cedere, ripiegarono su Cremona, per ricongiungersi con altri eserciti e resistere. Ma con rapidità fulminea Antonio Primo, incalzando il nemico, mosse anch’egli verso Cremona. Tra Bedriaco e Cremona, e poi sotto le mura di questa città, fu combattuta una asprissima battaglia, che durò un giorno e una notte. I vitelliani ebbero la peggio; e il miglior esercito che Vitellio avesse in Italia fu quasi distrutto; onde l’altro generale vitelliano, Fabio Valente, fuggì in Gallia, dove anche la Narbonese si era dichiarata per Vespasiano. Poco dopo anche la flotta di Miseno passò al nemico; Muciano a sua volta, con le legioni condotte dall’Oriente, arrivò in Italia; ed il suo esercito, come quello di Antonio Primo, avanzò nell’Italia centrale alla volta del Lazio.

Allora anche il partito flaviano in Roma, che era poi il vecchio partito di Nerone e di Ottone, insieme con i pochi amici del nuovo eletto, e con a capo il prefetto della città, nominato da Nerone e ricollocato a quel posto da Ottone, T. Flavio Sabino, persuasero Vitellio a abdicare. Egli stava questa volta per fare la rinunzia a cui si era ricusato dopo il 15 gennaio 69. Ma, ora come allora, Vitellio non era arbitro del proprio destino: egli era legato ai legionari della Germania e ai soldati furibondi, accorsi a Roma dalla linea del Po. Anche questa volta egli fu costretto a resistere. E fu resistenza accanita e feroce. La città dovette esser presa e conquistata da un triplice attacco, quartiere per quartiere, casa per casa, giardino per giardino. Il Campidoglio fu dato alle fiamme; Sabino, trucidato; lo stesso figliuolo minore di Vespasiano, il futuro imperatore Domiziano, scampò all’incendio e all’eccidio come per miracolo. Ma finalmente la sera del 21 dicembre, dopo ma lungo e ignominioso supplizio, lo stesso Vitellio era precipitato nel Tevere.

Note al Capitolo Primo.

[1]. Sul governo di Galba, cfr. C. Barbagallo, Un semestre di impero repubblicano, in Atti della R. Accademia di Archeologia, lettere etc., Napoli, 1913.

[2]. Su questa guerra, e sulla guerra tra i flaviani e i vitelliani, cfr. B. W. Henderson, Civil war and rebellion in the Roman Empire a. d. 60-70, London, 1908. — La spiegazione del piano di guerra di Ottone, da noi riferita, è quella che l’Henderson ha imaginata in questa opera, con molte e sottili considerazioni. Essa non è ancora chiarissima; ed è suscettibile di obiezioni: ma è ancora la spiegazione più soddisfacente per chi non si contenti dell’incomprensibile racconto di Tacito. La congettura dell’Henderson riposa su due argomenti capitali: 1) sul fatto che Tacito (Hist., 2, 40) dice esplicitamente l’esercito di Ottone esser stato diretto al confluentes Padi et Adduae fluminum; 2) sulla necessità di dare alla presenza dell’imperatore in Brescello una spiegazione militare, e non la spiegazione romantica di cui si compiace Tacito.

CAPITOLO SECONDO I FLAVI

(69-96)

6. La pace. — Caduta Roma in potere dei generali di Vespasiano, il senato riconobbe il vincitore. Noi conosciamo parzialmente il testo della legge, con cui i comizi ratificarono il senatus consultum, che aveva deferito a Vespasiano l’impero[3]. Sono enumerati in questa legge tutti i poteri che, conferiti prima all’uno o all’altro o a tutti i predecessori nell’impero, erano ora attribuiti a Vespasiano. Che una lex de imperio, simile a questa, sia stata approvata anche per i suoi predecessori, è verosimile, ma non è provato. Non è però forse un puro caso, che proprio un frammento della tavola di bronzo su cui era incisa la legge di Vespasiano, sia giunto a noi. È chiaro che, incidendo sul bronzo questa legge — e non in Roma soltanto — si vollero far pubblici quanto più si potè i titoli legali dell’autorità del nuovo imperatore. Vespasiano fu il primo imperatore, che veramente governò, il quale non appartenesse alla famiglia di Augusto. Il nome non gli era dunque, come a Claudio e a Nerone, un titolo sussidiario, accanto alla elezione, più o meno libera, del senato. E siccome quel grande disordine era nato dalla incertezza del principio legale da cui la potestà suprema traeva le sue origini, si spiegherebbe che si volesse far manifesto e noto a tutti il maggior titolo legale all’impero di colui che era stato sino ad allora un oscuro senatore: la volontà del popolo e del senato che l’avevano scelto.

Nè c’era tempo da perdere. Neppure la conquista di Roma aveva pacificato l’impero. In Gallia una insurrezione, incominciata tra i Batavi — una popolazione germanica, stanziata sulle bocche del Reno, — per aiutare Vespasiano, si era a poco a poco estesa ad altre popolazioni germaniche e ad alcune popolazioni galliche fin allora reputate fedelissime a Roma, quali i Treviri e i Lingoni, divampando alla fine in una vera guerra di indipendenza contro l’autorità romana. Quattro uomini di grande valore, il Batavo Giulio Civile, i Treviri Giulio Classico e Giulio Tutore, il Lingone Giulio Sabino stavano a capo del moto. Il quale, grazie anche all’aiuto dei resti delle milizie vitelliane del Reno, divenne alla fine così pericoloso, che Muciano, essendo ancora in Oriente, dovè spedire contro i ribelli niente meno che sette legioni, agli ordini del generale Q. Petilio Ceriale. Ma se la Gallia si sottomise, la guerra coi Batavi fu più dura; e per terminarla occorsero, oltre le armi, i trattati (autunno 70).

Nel tempo stesso Sarmati e Daci facevano incursioni nella Mesia sgombra di truppe; grossi torbidi agitavano l’Africa; e i Giudei si difendevano entro le mura di Gerusalemme assediata con disperato accanimento. Solo il 29 agosto del 70 il tempio andò in fiamme e un mese dopo, il 29 settembre, bruciò la città alta. La strage fu immensa; ma non bastò a tranquillare il paese; chè qua e là gruppi di disperati combatterono ancora per più di un anno.

Lo sconvolgimento, generato dalla caduta dei Giulio-Claudi e dalla incertezza del principio legale della successione, non terminò veramente che verso il 72; quando la rivolta in Gallia, la rivolta della Giudea e i torbidi minori dell’impero furono sedati definitivamente; e quando fu chiaro a tutti che Vespasiano, il quale era venuto in Italia nel 70, era ormai universalmente riconosciuto come capo dell’impero e che questo aveva di nuovo un Princeps.


7. Il governo di Vespasiano e di Tito. — Vespasiano, l’abbiamo già detto, era nipote di un centurione, figlio di un publicano. Primi nella famiglia egli e un suo fratello erano entrati in senato e avevano esercitato alte cariche. Era quindi un homo novus, come Cicerone. Ma era anche un uomo intelligente, moderato, laborioso, che si era temprato al comando ubbidendo negli uffici inferiori e attendendo a compiti oscuri: onde seppe assolvere bene il suo difficile compito. Imitò Augusto, associandosi come collega all’impero il figlio Tito. Il 1º luglio del 71 il vincitore della Giudea ricevette la potestà tribunizia e il consolato, che da quell’anno gli furono periodicamente rinnovati nel tempo stesso che a Vespasiano. Tito viene dunque a trovarsi, dal 1º luglio 71, nella stessa condizione in cui si era trovato Tiberio nell’ultimo decennio dei governo di Augusto; cosicchè meglio che il governo di Vespasiano dovrebbe dirsi il governo di Vespasiano e di Tito, essendo impossibile distinguere quello che appartiene al padre e quello che appartiene al figlio. Gli scopi e i vantaggi di questa nomina, che i servigi resi da Tito in Giudea giustificavano, erano parecchi. Tito, essendo giovane, dopo essere stato il collega, sarebbe il successore di Vespasiano, come Tiberio era stato il collega e il successore di Augusto. Vespasiano poteva quindi sperare di aver tolto via con quella nomina quelle incertezze sulla scelta del successore, che erano state così funeste alla morte di Nerone; e di lasciare la carica al figlio, senza inserire nella costituzione il principio orientale e dinastico della eredità. Si aggiunga poi, per un vecchio imperatore quale egli era, il vantaggio di procurarsi un collaboratore giovane ed alacre per riformare lo stato e nello stato le tre istituzioni, che più avevano bisogno di rinnovarsi: l’esercito, le finanze, il senato.


8. Le riforme militari di Vespasiano e di Tito. — Vespasiano ridusse le legioni o a 29 o a 30. Precisare tra questi due numeri non si può. Molti veterani furono congedati ed ebbero terre; alcune legioni, compromesse troppo nelle rivolte delle province, come, tra le legioni germaniche, la 8ª e la 16ª, furono disciolte e surrogate con legioni nuove. La guerra civile aveva mostrato che era pericoloso aver legioni, nelle quali troppo numerosi fossero i provinciali fatti cittadini o peggio ancora aver numerosi corpi ausiliari, tutti tratti dai sudditi. Ma a questo male Vespasiano non potè porre rimedio, perchè l’Italia, arricchendo e incivilendosi, non somministrava più soldati che bastassero. Ormai anche i figli dei piccoli possidenti non volevano essere soldati se non per diventare centurioni[4]. Ma soltanto in Italia arrolò invece Vespasiano la guardia imperiale, affidandone il comando al proprio figliuolo. Per tal guisa il pericolo di un nuovo Seiano o di un nuovo Ninfidio Sabino era scongiurato; ma quel raccogliere tanti poteri in un’unica famiglia incominciava a saper di dinastico[5].


9. Le finanze. — Di gran lunga più importanti furono le riforme finanziarie. Vespasiano fu il primo imperatore che osasse aumentare e moltiplicare in tutto l’impero le imposte. Da Augusto in poi tutti gli imperatori si erano studiati di toccare il meno possibile le imposte vigenti, così in Italia come nelle province; sforzandosi di non accrescerle mai e, potendo, di diminuirle. Questa prudenza era stata la ragione delle continue strettezze, in cui il governo imperiale si era trovato; e degli espedienti buoni e cattivi con cui aveva cercato di rimediare. Sotto Nerone, per esempio, molti ricchi erano stati perseguitati e spenti da processi iniqui per il solo scopo di confiscarne i beni ed accrescere, senza gravare le imposte, i redditi troppo scarsi della finanza. Cosicchè l’erario era continuamente in dissesto; e i pubblici servizi, trascurati. La guerra civile aveva anche peggiorato le condizioni della finanza. Entrato in carica e fatti i conti, Vespasiano aveva dichiarato occorrere all’impero almeno 4 miliardi di sesterzi per riassettarsi[6]. Non volendo procurarseli con spoliazioni e violenze, ridusse a condizione di provincia, per poter imporre loro un tributo, talune popolazioni, che la generosità dei suoi predecessori aveva restituite a libertà, nonchè alcuni staterelli fino ad allora autonomi; l’Acaia, che Nerone aveva liberata, la Licia, Rodi, Bisanzio, il regno della Commagene e quanto ancora rimaneva di libero in Tracia e in Cilicia (73); provvide a compilare uno scrupoloso e generale catasto dell’impero, che lo aiutò a scoprire numerose terre e persone le quali erano via via sfuggite al tributo o non vi erano mai state assoggettate; pare anche si ingegnasse di assicurare allo Stato una parte dei lucri abusivi, che molti magistrati traevano dalle funzioni pubbliche: infine — e fu la riforma capitale — ristabilì tutte le imposte che erano state abrogate, aumentò tutte quelle che esistevano, accrebbe, qualche volta raddoppiò addirittura, i tributi delle province[7].

Che l’impero abbia sopportato senza troppo lamentarsi il peso di queste nuove imposte, si intende facilmente. Un secolo di pace aveva molto arricchito l’Italia e le province. In tutti i paesi l’agricoltura, l’industria, le miniere, il commercio avevano progredito; la popolazione era cresciuta. L’Oriente rifioriva, e l’Occidente incominciava a fiorire. Vespasiano capì che l’impero arricchito poteva e doveva sostenere un peso maggiore di imposte. Accrescendo queste, egli rese un grande servigio all’impero, perchè gli diede i mezzi per fare le grandi cose che illustreranno in pace e in guerra il secolo degli Antonini; ma die’ principio a quel governare magnifico e prodigo che, accrescendo di generazione in generazione spese e imposte, rovinerà alla fine l’impero.


10. La riforma del senato (73). — Più importante ancora fu la riforma del senato. La debolezza del senato era stata una delle cause profonde della convulsione scoppiata nell’impero alla morte di Nerone. Vespasiano, che era un italico nobilitato di fresco, non poteva nemmeno pensare che si curerebbe il male, sostituendo al senato un’autorità nuova. Roma si immedesimava agli occhi suoi, come agli occhi di Augusto, di Tiberio, di Claudio, con il senato. Senonchè egli era anche un uomo intelligente; e quindi non poteva illudersi che i soliti procedimenti, applicati da Augusto in poi, basterebbero ancora a ringiovanire l’invecchiata assemblea, specialmente dopo tanta distruzione di famiglie senatorie ed equestri nella recente guerra civile. Perciò, approfittando della tremenda convulsione, che, scotendo gli spiriti, aveva indebolito tanti pregiudizi, tante repugnanze, tanti egoismi ancora forti negli ordini sociali dominanti, egli ardì fare quel che tanti riconoscevano da un pezzo esser necessario, ma nessuno osava, per paura delle ombrose gelosie del vecchio romanesimo. Nel 73 egli si fece elegger censore; e non solo espulse i senatori indegni, ma rinsanguò finalmente l’ordine senatorio e l’ordine equestre con una ricca infusione di nuove famiglie. Facendo in grande e con audacia quel che Claudio aveva tentato in piccolo e timidamente, egli introdusse nei due ordini circa mille nuove famiglie, scegliendole non in Italia soltanto, ma anche nelle province, tra le famiglie più ricche, più rispettate e più influenti, che già godevano della cittadinanza romana[8]. Dai nomi di queste famiglie a noi noti, noi possiamo argomentare che il maggior numero apparteneva all’Italia del Nord, alla Spagna e alla Gallia; alcune anche erano africane; mentre è da credere che l’Oriente ne somministrasse poche. Nè è difficile arguire la ragione di questa differenza. Nelle province dell’Occidente, che Roma aveva conquistate ancora barbare, molte famiglie si erano arricchite in quel secolo; e arricchitesi avevano copiato le idee e i costumi di Roma, come un modello di perfezione che nobilitava il fortunato imitatore, a paragone della rozzezza indigena. In Oriente invece le famiglie arricchite di fresco da Augusto in poi si ellenizzavano piuttosto che romanizzarsi. Cosicchè in Spagna ed in Gallia s’era formata in quel secolo, e si era esercitata nel maneggio degli affari pubblici, una aristocrazia provinciale, la quale non solo aveva imparato a parlar bene il latino, ad ammirare Roma nell’opera immortale di Tito Livio, ma che nelle scuole, sui libri di Virgilio, di Orazio, di Cicerone, di Varrone, aveva fatte sue le vecchie virtù che l’aristocrazia romana aveva quasi del tutto perdute: la parsimonia, la semplicità, l’austerità, il rispetto della tradizione, lo zelo civico, la dignità; aggiungendo una certa moderazione e umanità e larghezza di vedute, derivate dai tempi. A queste famiglie Vespasiano confidò l’impero, chiamandole a Roma e al governo.

Questo rinnovamento del senato è un avvenimento di importanza capitale, che la storia non ha ancora illustrato quanto meritava; è il maggiore effetto della grande guerra civile scoppiata dopo la morte di Nerone. Dopo questa prova, il gretto egoismo con cui le antiche famiglie senatorie oppugnavano ogni proposito di ringiovanire l’assemblea con elementi nuovi, venne meno. Vespasiano potè fare quel che a Claudio era stato concesso solo di tentare timidamente. Ma l’aver saputo porre ad effetto la riforma a tempo opportuno è gloria immortale di Vespasiano; perchè da questa riforma procedè il rifiorire del romanesimo, la tranquillità e la prosperità di cui l’impero godè nel secolo così detto degli Antonini. Per questa riforma l’Occidente salvò una seconda volta Roma e il romanesimo. Come la conquista della Gallia aveva impedito che la sede dell’impero fosse tolta dall’Italia e portata in Oriente, così la nobiltà romanizzata delle province occidentali conserverà ancora per più di un secolo alle istituzioni dell’impero la loro antica anima repubblicana e latina. Vespasiano aveva così ben capito che Roma doveva ritemprarsi nelle province dell’Europa, che la sua censura termina con la concessione della cittadinanza latina (lo ius Latii) alla Spagna, una tra le più antiche e meglio romanizzate province romane (74).


11. L’ellenismo e il romanesimo nel governo di Vespasiano. — Non si potrebbe però raffigurare in Vespasiano un imperatore tradizionalista, come Tiberio. Il governo di Vespasiano è una contradizione continua; anzi in questa sua contradizione continua, per cui gli vien fatto di equilibrare finalmente l’Occidente e l’Oriente, sta la sua fecondità. Vespasiano non fu nè un imperatore avaro al modo latino, come Tiberio e Galba; nè un imperatore prodigo, secondo il modello asiatico o come Nerone. Avaro con se medesimo e nell’esigere le imposte, come Tiberio, Vespasiano fu il primo degli imperatori savi che spese largamente. Spese a larga mano per i lavori pubblici: le vie dell’Italia e delle province furono rimesse in buono stato; gli acquedotti, riparati; gli archivi del Campidoglio, ricostituiti e il Campidoglio medesimo, ricostruito; le città, distrutte dai terremoti e dagli incendi in tutto l’impero, restaurate. Spese largamente per la difesa ai confini dell’impero, costruì strade militari, dirizzò potenti fortificazioni, specie sul Reno e sul Danubio, piantò grandi campi trincerati, come quelli di Vindobona (Vienna) e di Carnuntum (Petronell); rinforzò la flotta del Danubio; fondò numerose colonie militari. Spese anche largamente per feste, banchetti, spettacoli ed edifici di ornamento; riparò in Roma il teatro di Marcello e incominciò la costruzione di quello che ancor oggi rimane il più grandioso monumento di Roma antica, l’Anfiteatro Flavio (il Colosseo). Fu, come Augusto e Tiberio, largo nel soccorrere le famiglie della nobiltà in bisogno, zelante nel riparare gli antichi templi e nel restaurare le forme più arcaiche della religione tradizionale[9]: ma concesse anche al gusto dei tempi; riconobbe che il popolo aveva diritto di divertirsi e prodigò lauti premi in denaro ad attori e a musicisti. Primo protesse le arti: assegnò uno stipendio di 1.000.000 di sesterzi a taluno dei più famosi retori greci e latini, che professavano in Roma — uno di costoro fu, pare, Quintiliano; diede ricompense di vario genere ai poeti, agli scultori, agli architetti; ma cacciò via dall’Italia non solo gli astrologhi ma anche i filosofi, che con le loro dottrine e discussioni gli parevano guastare il buon senso degli uomini; sembra anche aver voluto che in Grecia i maestri delle varie scuole filosofiche fossero cittadini romani[10]. Contemperò insomma armonicamente Nerone e Tiberio, e riconobbe, pur difendendo le parti vitali della tradizione romana, i diritti dell’ellenismo invadente. Così potè tranquillamente morire il 24 giugno dei 79, a sessantanove anni, dopo un governo, che poche congiure avevano minacciato e poche repressioni insanguinato; e senza esser sepolto in grembo a una leggenda infame ed assurda, come quella con cui l’odio insensato dei contemporanei aveva suggellato il sepolcro di Tiberio e di Claudio. Del che gli storici hanno attribuito il merito alla umanità del suo carattere, che certo fu grande ma che non fu la sola causa. Anche Tiberio e Claudio avevan cercato di limitare le accuse e i processi per lesa maestà: eppure non c’erano riusciti. Perchè invece riuscì Vespasiano? Perchè i tempi e il senato erano mutati. Dopo la convulsione di quell’ultima guerra civile, in quel senato in cui l’elemento romano, orgoglioso, discorde, litigioso, era stato contemperato con i nuovi elementi, italici, spagnuoli e gallici, regnava un più alto spirito di concordia e una sollecitudine più nobile della dignità dell’assemblea. Onde quelle tempeste reciproche di accuse furono più rare e meno violente.


12. Il governo di Tito (79-81). — Spento appena Vespasiano, il figliuolo Tito assunse, e il senato confermò, il titolo di Augusto. Ma il suo governo termina, non comincia, a questo momento. Tito era stato, come abbiamo visto, collaboratore del padre sino dal 71. Allorchè Vespasiano morì, l’opera difficile era quasi compiuta. E Tito, sebbene appena quarantenne, era malaticcio. Così il suo governo fu come il breve e tranquillo epilogo di quello di Vespasiano. Tito spese come e più di suo padre, per feste, donativi, lavori pubblici; inaugurò con solennità grandiosa l’Anfiteatro Flavio; cercò di accontentar tutti e di non molestar nessuno; e dopo ventisei mesi di governo, si spense improvvisamente, passando ai posteri sotto il nome di amor ac deliciae generis humani (13 settembre 81). Sotto il suo breve governo non c’erano state congiure, e la lex de majestate aveva oziato.


13. L’avvento di Domiziano (14 settembre 81); la conquista della Britannia (77-84), e le prime guerre in Germania (83). — Tito aveva un fratello, T. Flavio Domiziano, allora trentenne. L’imperatore non era ancora spirato, che già Domiziano s’affrettava a cavallo dalla sua villa in quel di Reate al campo dei pretoriani in Roma, per ricevere la prima salutazione imperiale. Così il senato era invitato a subire quella rivoluzionaria designazione; e ancora una volta, sebbene con maggior ripugnanza, si piegò, per evitare il peggio. Il 14 settembre 81 Domiziano era princeps.

Il nuovo imperatore era un uomo intelligente, amico delle lettere e delle arti belle, poeta egli stesso, protettore degli studi e delle biblioteche: un ellenizzante, insomma. Ma non fu, almeno sul principio, un secondo Nerone. Assunse il potere con il proposito di imitare suo padre e di fare, anch’egli, buon viso all’ellenismo invadente, nel tempo stesso in cui lavorerebbe a rafforzare con tutti i mezzi possibili la tradizione latina. Inspirandosi all’esempio paterno, spese largamente per feste, per edifici, per proteggere arti ed artisti; ma nella religione e nella giustizia cercò di rinnovare la severità antica. Volle perfino rinnovare le severissime pene in uso un tempo contro le Vestali che mancavano ai loro doveri. L’imparzialità e la severità della sua giustizia sono riconosciute e lodate anche dagli scrittori a lui più avversi.

Senonchè mancavano a Domiziano la pazienza, la ponderazione, il solido buon senso del padre; nè il senato era più quello di Claudio e di Galba. La riforma di Vespasiano incominciava a dare i suoi frutti. Le nuove famiglie, scelte in Italia e in tutte le province dell’Occidente, avevano infuso finalmente nella stanca assemblea il vigore che sembrava estinto per sempre. Il senato rialzava il capo; di nuovo conosceva i suoi diritti e i suoi doveri; voleva agire e farsi valere. Questo nuovo senato, riplasmato dalla mano di Vespasiano, non poteva perdonare a Domiziano il modo con cui si era fatto eleggere. Ciò non ostante, i primi anni furono tranquilli. Fatti di guerra primeggiano in quelli, come la conquista di quasi tutta la Britannia. Fin dal 77 era stato spedito in Britannia uno dei membri più illustri della nuova aristocrazia, Giulio Agricola, gallo d’origine. Già all’avvento di Domiziano, egli non solo aveva, proseguendo la lenta opera dei suoi predecessori, stabilmente occupato l’isoletta di Mona (Anglesey); ma era avanzato fino ai confini meridionali della Caledonia (Scozia), là dove l’isola si restringe fra i golfi di Bodotria e di Clota (Forth e Clyde). Agricola aveva fortificato i confini della nuova provincia, e si apparecchiava alla invasione della Hibernia (Irlanda) e della stessa Caledonia. Ma le difficoltà della impresa, alcune rivolte scoppiate nella parte già sottomessa, e grosse difficoltà sorte in Germania obbligarono Roma ad abbandonare l’impresa. Agricola fu richiamato: atto che fu vivamente biasimato nei circoli senatorii di Roma, sebbene sia difficile ammettere che Domiziano l’abbia fatto per gelosia di Agricola[11].

Alle cose di Germania attese invece Domiziano in persona. Prendendo occasione dai movimenti e dalle turbolenze dei Catti, una delle più bellicose popolazioni germaniche, l’imperatore condusse nell’83 una spedizione in Germania, alla quale non difettarono nè gli uomini nè i mezzi. Aiutato da buoni generali e consiglieri, Domiziano riportò ragguardevoli successi[12]. Ma l’impresa ebbe un epilogo ancora più notevole dell’impresa stessa; par che allora si cominciasse la costruzione di quella colossale fortificazione — il limes germanicus — che, compiuta nel secondo secolo, doveva congiungere il Reno col Danubio e, lunga 120 miglia romane, sbarrare il tratto della nuova frontiera, che i due fiumi non coprivano.


14. La censura a vita e la rottura tra Domiziano e il senato (85). — Senonchè già durante questi anni era accaduto qualche urto tra imperatore e senato. Il senato, per esempio, aveva tentato nell’82, senza riuscire, di fare i propri membri immuni dal giudizio del principe. Ma i rapporti incominciarono a guastarsi verso l’85, dopo l’impresa di Germania, quando Domiziano assunse come suo padre la censura, specialmente quando si fece nominare censore perpetuo. Per capire quel che successe in Roma e nel governo dopo questo atto, bisogna spiegarlo bene. Il censore, il più alto e il più temuto dei magistrati romani, poteva anche fare per eccezione dei nuovi senatori e deporre i senatori già investiti del grado. Era, in un certo senso, il giudice e l’arbitro del senato. Perciò c’erano stati tempi in cui i partiti si erano intesi nella repubblica per non nominare più censori. Gli stessi imperatori, anche i più autorevoli, Augusto e Vespasiano, non avevano accettato la censura che per qualche tempo, di mala voglia, quasi a forza e per ragioni straordinarie: Vespasiano, per esempio, dopo una tremenda guerra civile e per ridare a Roma un senato. Tanto era grave l’impegno! Cosicchè il senato era un corpo che si rinnovava automaticamente; poichè tutti coloro che avevano esercitato la questura diventavano per diritto, alla fine della magistratura, senatori, e non potevano essere più spossessati se non in seguito ad un processo. Ma un imperatore che voleva essere censore perpetuo rivendicava invece il potere di espellere dal senato o di introdurci quanti senatori credesse, ossia toglieva al senato una delle garanzie maggiori della sua indipendenza. Il senato, che Vespasiano aveva rinvigorito di nuove energie, si rivoltò contro questa ambizione dell’imperatore, che era sembrata soverchia anche ad Augusto e a Vespasiano. Il duello implacabile tra la nuova aristocrazia e Domiziano incomincia.


15. La guerra Dacica (85-89). — Una grossa guerra sopraggiunse tra l’85 e l’86 in mezzo a queste discordie civili. I Daci, da gran tempo stanziati nella pianura, che oggi abitano Ungheresi e Rumeni, minacciavano già da qualche tempo la riva destra del Danubio, e più dopochè Antonio Primo aveva sguernito di milizie la Mesia. Ma, come sembra, poco prima di Domiziano, quelle sparse tribù erano state raccolte in un governo unico, sotto un abile principe, Decebalo, il quale, mentre si studiava di dirozzare il suo popolo, l’armava potentemente e stringeva relazioni con tutti gli stati limitrofi. Improvvisamente, nell’85, Decebalo aveva varcato il Danubio, sorpreso e sconfitto il governatore della Mesia, invasa la provincia. Narrare la storia di questa guerra e giudicare quel che Domiziano fece, è impossibile, tanto i racconti degli storici antichi sono lacunosi. Noi vediamo Domiziano accorrere da Roma nella provincia invasa e raccogliere colà in grande fretta parecchie legioni; ma non partecipare ad operazioni militari, sibbene attendere ad un nuovo ordinamento della Mesia[13]; ritornar poi a Roma e presiedere alla inaugurazione dei Giochi Capitolini, i quali, come le Neronee, constavano di recitazioni musicali e poetiche, di gare di eloquenza, di corse e altri esercizi del genere, cui pigliavano parte anche le donne. Mentre l’imperatore rendeva con queste feste il più solenne omaggio, tributato sino ad allora, ufficialmente, in Roma, all’ellenismo, i suoi generali riuscivano a ributtare i Daci al di là del Danubio[14]: il che farebbe credere che non per leggerezza o neghittosità Domiziano era venuto a Roma, ma perchè la sua presenza non era necessaria. Ma quando, nella primavera dell’87, il sub prefetto del pretorio, Cornelio Fusco, tentò di passare il Danubio e di invadere il territorio dei Daci, fu a sua volta sconfitto ed ucciso: il che farebbe pensare che questa spedizione fosse stata preparata un po’ alla leggera. Comunque sia Domiziano cercò di riparare; e si accinse a una terza campagna, la cui direzione sarebbe stata affidata a Tezzio (?) Giuliano. Ma se è difficile giudicare Domiziano e le sue virtù militari in questa guerra, è certo che tutte queste vicissitudini e oscillazioni irritarono il malcontento del senato contro il Console perpetuo. Il senato incominciò ad accusarlo di fare strazio del prestigio dell’impero; e l’accusa presto diede i suoi frutti. Nell’autunno dell’87 si scopriva una prima congiura[15]; e, subito dopo, erano ordite le prime fila di una insurrezione, la quale doveva spingere alla rivolta addirittura le legioni della Germania superiore. La insurrezione scoppiò, a quanto pare, nell’88, e fallì, perchè i legionari non seguirono il generale, e gli altri governatori non lo secondarono. Non per questo l’aristocrazia senatoria cessò dal mormorare contro la guerra dacica e contro Domiziano, che la dirigeva. Invano l’imperatore cercò oltre il Danubio quella vittoria indiscutibile, che avrebbe imposto silenzio a tutti i nemici. Nella primavera dell’89 Giuliano aveva inflitto una grave disfatta all’esercito di Decebalo. La resa a discrezione dei Daci sembrava imminente: ma proprio allora Decebalo riusciva a muovere contro i Romani i Quadi, i Marcomanni e, pare, anche gli Svevi. Giuliano dovette fermarsi, e l’imperatore trattar la pace. Decebalo acconsentì a restituire tutto il bottino della guerra — armi ed uomini —; a riconoscersi cliente dell’impero, a difendere a vantaggio di Roma il confine del Danubio; al qual uopo riceveva dall’impero mezzi e uomini per riordinare l’esercito. Assoldare i barbari per difendere le frontiere che altrimenti le assalirebbero è un procedimento, che in tutti i tempi i grandi stati hanno adoperato. Ma quei procedimenti furono invece rimproverati a Domiziano, dall’aristocrazia senatoria, come un tradimento. Si disse persino che Domiziano aveva fatto l’impero romano tributario di Decebalo! Come che sia, svincolato dall’impegno della campagna dacica, l’imperatore potè volgere tutte le sue forze contro i Quadi e i Marcomanni, che furono alla fine costretti alla pace[16].


16. La caduta di Domiziano (89-96). — Ma ormai la discordia tra il senato e l’imperatore era insanabile. L’ostilità permanente e le critiche implacabili del senato non potevano non irritare un uomo sospettoso, orgoglioso, violento, come Domiziano, e spingerlo a procedimenti sempre più autoritari. Questi a loro volta non potevano non esasperare un corpo, come il senato, che aveva nelle vene il sangue nuovo trasfusogli da Vespasiano. Le strettezze delle finanze peggiorarono ancora uno stato di cose già cattive. La prodigalità di Vespasiano e di Tito, che Domiziano aveva continuata, le numerose guerre, il soldo delle legioni aumentato di tre aurei, avevano dissestato le finanze dell’impero. Occorrevano denari. Il governo di Domiziano diventò anche rapace[17]. I tempi dovettero lamentare di nuovo la caccia ai testamenti, che tanto Domiziano avea nei suoi primi anni biasimata; la lex de majestate, adoperata di nuovo come espediente fiscale; l’asprezza crescente nella percezione delle imposte. I senatori in particolar modo rammaricarono il continuo aumento delle fonti del fisco imperiale a scapito dell’aerarium della repubblica, che il senato amministrava. Di nuovo infierirono a Roma le delazioni, i processi, gli scandali, le congiure che, esasperando il carattere sospettoso e violento di Domiziano, sembrano veramente averne alla fine alterato la mente. Una specie di delirio dispotico pare essersi impadronito di lui, e averlo spinto a imitare Caligola, proclamandosi Dio, alla foggia degli antichi sovrani d’Egitto. Ma Roma non era Alessandria; e non c’era tra le sue mura posto ancora per un despota, che volesse essere adorato. Il governo di Domiziano si trascinò sino al 96, sempre più cupo, sospettoso, violento: sinchè, nel 96, una vasta macchinazione, della quale facevano parte parecchi dei suoi familiari, la moglie, e tutti e due i prefetti del pretorio, ebbe ragione del suo dispotismo. Il 18 settembre il principe periva pugnalato in età di appena 45 anni, dopo 15 anni e 5 giorni d’impero.

Note al Capitolo Secondo.

[3]. La lex de imperio — o meglio il brano che è giunto a noi — si trova in C. I. L. VI, 930.

[4]. Sulle riforme militari di Vespasiano, cfr. Pfitzner, Die Römischen Kaiserlegionen, Leipzig, 1881, pp. 68-73.

[5]. Cfr. Svet. Vesp. 25.

[6]. Svet. Vesp. 16: «professus quadragies millies opus esse, ut respublica stare posset». — Altri legge: quadringenties millies: ma 4 miliardi di sesterzi sembrano una somma più verosimile che 40 miliardi. Non bisogna dimenticare che, come massa totale di ricchezze, il mondo antico era assai più povero del nostro tempo.

[7]. Svet. Vesp. 16: «Non enim contentus omissa sub Galba vectigalia revocasse, nova et gravia addidisse, auxisse tributa provinciis, nonnullis et duplicasse....». È questo un testo di capitale importanza per la storia dell’impero, perchè ci prova che con Vespasiano incominciò quel fiscalismo, da cui l’impero fu tratto a rovina.

[8]. Svet. Vesp. 9: «amplissimos ordines.... purgavit; supplevitque recensito senatu et equite, submotis indignissimis, et honestissimo quoque Italicorum ac provincialium allecto». Aurel. Vict. Caes. 9: «lectis undique optimis viris mille gentes compositae». Qui gentes significa puramente e semplicemente famiglie. Questi due passi hanno, essi pure, una importanza capitale per la storia dell’impero.

[9]. Cfr. C. I. L. VI, 934, nella quale epigrafe Vespasiano si definisce conservatore dei riti antichi.

[10]. Cfr. Barbagallo, Lo Stato e l’istruzione pubblica nell’impero romano, Catania, 1911, pp. 108-109.

[11]. Risulta dalla stessa biografia di Agricola, dettata da Tacito. Cfr. Tac. Agr. 39 sg.

[12]. Front. Strat. 1, 1, 8.

[13]. C. I. L. III, 4013; XI, 571; G. Corradi, Domitianus, in De Ruggiero, Dizionario epigrafico, p. 2010.

[14]. Euseb.-Hieron. Chron. ed. Schoene, pp. 160 e 161; F. H. Gr. IV, pp. 185; Dio Cass. 67, 7.

[15]. Acta Arv. p. CXX, ed. Hensen; C. I. L. VI, 2068.

[16]. Euseb.-Hieron. Chron., loc. cit.; Aurel. Vict. Epit. 11, 2.

[17]. Cfr. Svet. Domit. 12.

CAPITOLO TERZO LA REPUBBLICA DI TRAIANO E GLI ULTIMI SPLENDORI DEL ROMANESIMO

17. Nerva (18 settembre 96-27 gennaio 98). — Questa volta non si era pensato solo a uccider Domiziano, ma anche a prevenire i soldati, facendo subito eleggere dal senato il successore. I congiurati avevano pronto un candidato, e il senato non esitò e tergiversò, come altre volte. Appena Domiziano era spirato, elesse a imperatore, senza discussione, M. Cocceio Nerva, un vecchio senatore, che era anche un reputato giurista.

La concordia del senato, la sua risolutezza, forse anche il suo rinnovato prestigio si imposero alla soldatesca. I pretoriani a Roma, le legioni nelle province mormorarono un po’, e accennarono anche a protestare. Sul Danubio e in Siria scoppiò qualche torbido. Ma la pace pubblica non fu violata, e, per la prima volta, l’impero ebbe un capo che non era stato imposto nè dagli avvenimenti, come Augusto e Tiberio, nè dai soldati come Claudio, Nerone, Vespasiano: un principe, che era stato liberamente scelto dal senato e che poteva considerarsi come il suo fiduciario. Nerva infatti governò come tale. Si impegnò a non condannare a morte nessun senatore; riserbò ai senatori tutte le alte magistrature; vietò ai liberti e agli schiavi di testimoniare contro i padroni; proibì i processi di lesa maestà; perseguitò i delatori, richiamò gli esuli; non punì i tentativi di congiura fatti contro di lui; abbozzò le istituzioni alimentari di soccorso per la popolazione povera dell’Italia. Inoltre si sforzò di restaurar le finanze; distribuì terre ai cittadini poveri di Roma; si occupò molto delle opere pubbliche. Insomma cercò di governare con senno ed onestà. Ma era vecchio e debole; onde non sempre sapeva agguagliare gli atti alla intenzione: voleva far più che non potesse, onde spesso scontentava anche quelli a cui voleva giovare: inoltre era uomo di legge, non di spada, e perciò piaceva poco ai soldati. La rivolta delle legioni era la spada di Damocle sospesa su questo governo, così saggio, onesto e debole. Il pericolo era così grande, che nell’ottobre del 97 l’imperatore, seguendo l’esempio di Augusto, di Galba e di Vespasiano, prendeva, d’accordo con il senato, un collega, adottando M. Ulpio Traiano, governatore di una delle due Germanie — non è chiaro se dell’inferiore o della superiore. Traiano era uno dei più illustri soldati del tempo. Di nuovo dunque l’impero, come nei tempi in cui Augusto e Agrippa erano stati colleghi nella magistratura, era retto da un capo civile e da un capo militare. Ma per poco tempo: tre mesi dopo, al principio del 98, Traiano riceveva a Colonia la notizia che l’imperatore era morto, e che il senato aveva ricostituito nella sua persona l’unità della suprema magistratura, affidandogli tutto l’impero.


18. I primi anni di Traiano (98-100): la nuova aristocrazia e la rinascenza repubblicana. — Alla lettera del senato, che lo riconosceva unico imperatore, Traiano rispose nobilmente e semplicemente, ringraziando e rinnovando l’impegno di Nerva, di non farsi mai arbitro di sentenze capitali a carico di alcun senatore; indi lasciò che senato e consoli governassero la repubblica, attendendo per due anni ancora, sul Reno prima, poi sul Danubio, alla missione militare che gli era stata affidata da Nerva. Solo nel 99 tornò a Roma, dove rinnovò l’esempio dell’antica semplicità repubblicana con ogni suo atto e gesto. Entrò nella metropoli a piedi, senza pompa, tra il popolo festante; visse in un palazzo modesto, schivo di cerimonie, ricevendo chiunque e parlando con tutti familiarmente; non fu e non volle esser considerato che come il più autorevole dei senatori. Il suo modo di governare andò d’accordo con il suo modo di vivere. Il senato fu spesso consultato anche sulle faccende esterne dell’impero; i processi di lesa maestà, obliati; i delatori, puniti; tutte le alte magistrature riserbate ad senatori; la nobiltà accarezzata e protetta. A sua volta il senato rispettò e ammirò l’imperatore sinceramente come il più cospicuo dei suoi membri e come il modello di tutte le antiche virtù repubblicane. Per la prima volta senato e imperatore andarono d’accordo; per la prima volta l’inconciliabile — il principato e la libertà — fu conciliato; per la prima volta Roma ebbe un imperatore che la nobiltà ammirava unanime. Dopo la repubblica di Augusto, la repubblica di Traiano; questa volta per davvero!

La meraviglia sognata e aspettata da tante generazioni era realtà, finalmente! Ma non era un miracolo. La grande riforma del senato, compiuta da Vespasiano, dava i suoi frutti. La nuova nobiltà provinciale ravvivava per un’ultima volta le tradizioni e le istituzioni della antica repubblica. In queste famiglie dell’Italia del Nord, della Gallia, della Spagna, dell’Africa, educate nello spirito della romanità dai grandi scrittori dell’età di Cesare e di Augusto, ferventi di ammirazione e di gratitudine per Roma che dalle province le aveva chiamate a governare l’impero, l’antico spirito latino riviveva con una forza e una sincerità nuove, e temperato da una umanità, che era il frutto della coltura filosofica, dei tempi, della grandezza e della varietà dell’impero. Roma era governata da una aristocrazia, non meno ricca ma più semplice e austera che ai tempi dei Giulio-Claudi[18]; orgogliosa dei suoi privilegi e diritti, ma consapevole dei suoi doveri verso l’impero; colta e preparata al comando dalle tradizioni del romanesimo rimesse nell’antico onore dallo studio della letteratura latina e della filosofia greca fatto con spirito civico e sollecitudine morale profonda; aliena dal feroce spirito di discordia e dalle atroci gelosie, che avevano lacerato la nobiltà romana negli ultimi secoli della repubblica: migliore di quella più antica aristocrazia che le guerre civili, gli intrighi politici, i dissesti economici, le conquiste troppo facili, il subito dilagare dell’ellenismo avevano guastata, tra la seconda guerra punica e l’avvento di Augusto. Tacito è lo scrittore che rappresenta questa nuova aristocrazia e ne esprime le aspirazioni. E l’opera di Quintiliano, il primo professore pubblico di retorica, istituito da Vespasiano, ci fa conoscere l’educazione che formava questa aristocrazia.

Traiano è il grande imperatore di questa nuova nobiltà. Era nato da una di quelle famiglie di provinciali romanizzati, propriamente spagnola, con cui Vespasiano aveva rinsanguato il senato. Suo padre, dopo aver servito con onore nell’esercito, era stato fatto senatore dal primo dei Flavii. Ma dell’antico romanesimo la parte che più forte riviveva in lui era lo spirito militare. Traiano fu un soldato tagliato sul modello di Scipione o di Paolo Emilio. Perciò, dopo aver data soddisfazione alle aspirazioni civili dell’ordine senatorio, si accinse a soddisfare un altro desiderio, che lo studio del passato e le rinnovate tradizioni avevano ravvivato nella nuova aristocrazia: il desiderio che la gloria militare di Roma rinverdisse. A questa aristocrazia, che lamentava il secolo corso da Augusto a Domiziano come una lunga decadenza e corruzione, pareva che anche la gloria delle armi romane si fosse oscurata in quel tempo; la pace con Decebalo conchiusa da Domiziano era considerata come una vergogna; si invocava un grande guerriero, che ritemprasse la spada di Roma.


19. La guerra contro la Dacia (101-102; 105-106). — Traiano fu questo grande guerriero. Il suo primo soggiorno a Roma fu breve, e durò poco oltre il 101: il tempo necessario per preparare, d’accordo con il senato, una grande spedizione nella Dacia; otto legioni, che con gli ausiliari e le dieci coorti pretorie, dovevano formare un esercito di almeno 100.000 uomini. Quando i preparativi furono terminati, nella primavera del 101, Traiano dichiarò la guerra a Decebalo. Purtroppo la storia di questa grande guerra è poco chiara. Noi sappiamo che la Dacia fu invasa da tre eserciti; che i Daci si difesero con abilità ed energia; che Traiano riportò una segnalata ma sanguinosissima vittoria alla Porta di Ferro (Tapae), ma che neppur questa vittoria bastò a piegare il nemico. L’imperatore dovè inoltrarsi nel paese nemico, e minacciare il cuore e la capitale del regno. Solo allora Decebalo accettò le condizioni imposte da Traiano: si dichiarò vassallo di Roma, abbandonò le terre conquistate a danno dei popoli limitrofi, consegnò il materiale di guerra e demolì le fortezze (102).

L’imperatore tornò l’anno seguente a Roma e celebrò un solenne trionfo. Senonchè la pace non era che una tregua. Novello Mitridate, il re dei Daci rialzava le sue fortezze; approntava nuove armi, accoglieva i disertori romani, stringeva nuove alleanze, perfino, si diceva, con la lontana Parzia. Alla fine del 104 il senato dovè deliberare una più grande spedizione; e la guerra tra Roma e la Dacia scoppiò di nuovo nel 105. La seconda campagna non fu meno aspra della precedente. Abbandonato dagli alleati e da una parte del suo popolo, Decebalo si ritirò lentamente nell’interno, resistendo nelle gole delle montagne, incendiando i campi e le città, infliggendo ai Romani aspre fatiche e perdite crudeli. Alla fine, egli e i nobili del paese, dopo essersi strenuamente difesi, si uccisero, chi col ferro chi con il veleno, o furono trucidati, o riuscirono a passare le frontiere; e la Dacia fu proclamata provincia romana. Ma ormai il paese devastato dalla lunga guerra era semideserto. Non volendo ai confini dell’impero una provincia spopolata, Traiano colonizzò in grande la nuova conquista. Da ogni parte dell’impero furono sollecitati coloni; compagnie di imprenditori accorsero a scavare le miniere dei Carpazi; la coltivazione del grano nelle feconde pianure e la navigazione del Danubio si svilupparono prosperose; lo Stato aiutò in tutti i modi, costruendo vie e città, non badando a spese, la colonizzazione privata. In breve l’antico regno germanico di Decebalo si convertì in una provincia romana, popolata di mediterranei dalla statura media, dagli occhi scuri e ardenti, dalla capigliatura bruna; a cui facevano contrasto gli indigeni superstiti dall’alta statura, dall’occhio glauco e dai capelli biondi. In breve colà sonò la lingua di Roma, che vive tutt’oggi nella contrada; e l’impero di Roma si era ampliato in Occidente di una vasta provincia, che per parecchie generazioni fu quel che oggi noi chiameremmo un «paese nuovo», aperto agli audaci, ricco di pericoli e di fortune.


20. L’amministrazione civile di Traiano (106-114). — Nell’anno stesso in cui Traiano compieva la conquista della Dacia, uno dei suoi luogotenenti, A. Cornelio Palma, donava all’impero un’altra provincia: l’Arabia Petrea, il paese che si stende dal Mar Rosso ad oriente della Palestina sino a Damasco, incluso quasi tutto il Sinai, con le ricche città di Petra e di Bostra. La nuova conquista fu senz’altro denominata la provincia dell’Arabia (106).

Incominciò allora una pace, durata nove anni, durante i quali la nuova nobiltà ebbe ragione di compiacersi che i tempi più belli della repubblica fossero ritornati. «Finalmente la nobiltà — dice Plinio il giovane, nel suo famoso Panegirico — anzichè essere oscurata dal Principe, riceve ogni giorno da lui un rinnovato splendore. Finalmente il principe non teme gli illustri discendenti degli eroi, gli ultimi eredi della libertà. Egli invece affretta per loro l’età degli onori, rialza la loro dignità, li restituisce ai loro antenati.... Ovunque è un ramo di un’antica stirpe, un resto di una vecchia gloria, egli lo raccoglie, lo ravviva, e lo adopera a vantaggio della repubblica. I grandi nomi tornano in onore, presso gli uomini, presso la fama, strappati alle tenebre dell’oblio dalla generosità del principe, il cui merito è — egualmente — nel conservare la nobiltà, come nel crearla»[19]. Non più processi, scandali, delazioni, sospetti! Le tradizioni repubblicane ritornano in onore. Un segretario dell’imperatore, Titinio Capitone, mette nella sua casa, al posto di onore, le immagini di Bruto, di Cassio, di Catone, e compone poesie in lode di questi illustri cittadini, le legge in pubblico a tutta la nobiltà romana. Lo stesso imperatore conia nelle monete l’effigie di Silla, di Bruto, di Cicerone, di Catone l’Uticense, e perfino quella del Genio medesimo della Libertà. Il senato e i magistrati della repubblica sono trattati dal principe spagnolo con quel rispetto, di cui la vecchia nobiltà romana non era più capace da un pezzo. Traiano, anzi, istituisce nel senato lo scrutinio segreto per liberare i senatori dal fastidioso controllo del principe. Molteplice è l’attività del governo di Traiano in tutti i rami della pubblica amministrazione. Grandiosi lavori pubblici sono ordinati in tutte le parti dell’impero, per utilità o per fasto. Sono migliorati i porti adriatici e tirreni della penisola, Ancona, Ostia, Centumcellae (Civitavecchia); sono aperte in Roma pubbliche biblioteche; è costruito quel Foro Traiano, opera di Apollodoro di Damasco, nel cui bel mezzo sorge ancora la colonna, che racconta nel bronzo istoriato le guerre daciche.

L’Italia è invasa dalle famiglie arricchite e romanizzate delle province, che vogliono servire l’impero ed essere assunte nella nobiltà che lo governa. Traiano rinnova il disposto di Tiberio, che ogni provinciale, il quale concorreva alle magistrature di Roma, dovesse investire un terzo del suo avere nella penisola ed in beni immobili: chiara intimazione dello imperatore spagnuolo a tutti i provinciali, che a chi voleva prender parte al governo dell’impero l’Italia doveva essere, non un albergo passeggero, ma la patria definitiva. Come Augusto, Traiano non vuole che la popolazione italica diminuisca; s’industria di frenare l’emigrazione; e dà incremento alle istituzioni alimentari, a cui Nerva aveva appena avuto il tempo di dar forma[20]. Si assegnavano per conto del fisco determinate somme ai municipî, i quali le prestavano a modico interesse e sulla garanzia dei fondi ai privati; gli interessi dovevano servire ad allevare ed educare fanciulli poveri, legittimi o naturali, e, in piccola parte, anche fanciulle, purchè aventi la cittadinanza romana, fino ad una certa età. L’istituzione mirava a un doppio scopo: accrescere la popolazione minuta, che forniva i soldati alle legioni; e giovare all’agricoltura italica, con prestiti di favore a modico interesse. Ed era — o parve — così benefica, che molte famiglie della nobiltà si affrettarono a imitarla, ciascuna nella misura delle sue forze. L’aristocrazia intendeva di nuovo che i suoi privilegi erano bilanciati da molti doveri verso le classi povere e lo Stato; che, come Plinio diceva, «l’uomo veramente liberale deve donare alla sua patria, ai suoi vicini, ai suoi amici poveri.... Egli deve andare in cerca di coloro che conosce in bisogno; soccorrerli, sorreggerli e farsi di loro come una seconda famiglia»[21].

La restaurazione della repubblica, l’aspra ed in gran parte vana fatica di Augusto e di Tiberio, pareva dunque finalmente compiuta, per merito di uno spagnolo. Roma aveva finalmente un imperatore, che vigilava tutta la pubblica amministrazione, come Cicerone aveva voluto, rispettando i diritti del senato e dei magistrati; un senato che, senza gelosie e senza invidie, riconosceva per necessario questo unico magistrato supremo, lo secondava e lo obbediva lealmente. Senonchè, se Traiano poteva considerarsi sotto ogni aspetto come un restauratore dell’antica Roma, in una cosa invece si staccava dal passato come innovatore con i tempi nuovi: nella finanza. Gli storici antichi lo lodano di aver provveduto alle spese pubbliche senza aggravare le imposte, avendone, anzi, alleviato alcune. Ma se questo è vero, è anche vero che egli non amministrò le finanze all’antica e al modo di Augusto e di Tiberio, con parsimonia avversa alle nuove spese; ma al modo di Vespasiano, reclamato dai nuovi tempi, largo cioè nello spendere. Il governo di Traiano spese senza contare per la guerra, per le opere e per l’assistenza pubblica, per la colonizzazione e la cultura intellettuale. Che egli abbia potuto spendere così largamente, senza accrescere i balzelli, si può spiegare ammettendo che il bottino delle guerre, le terre e le miniere della Dacia, e l’incremento spontaneo dei redditi, frutto della popolazione e della ricchezza accresciute, gli abbiano fornito tutti i mezzi di cui aveva bisogno. Se questa supposizione è vera, il nuovo sistema fiscale di Vespasiano avrebbe dato il suo maggior rendimento, grazie al favore dei tempi, sotto Traiano. Sembra poi che per la parte a cui i redditi accresciuti dell’impero non bastavano, Traiano abbia provvisto con l’espediente pericoloso di coniar monete d’argento d’egual peso di quelle di Nerone, ma con lega peggiore. In altre parole Traiano, invece di misurare le spese alla ricchezza vera, fece godere i contemporanei di una prosperità fittizia, consumando non solo la ricchezza presente, ma impegnando l’avvenire e dilapidando in parte le sue riserve. Senonchè queste spese, se prepararono dal suo principio la rovina che dovremo narrare, procurarono a Traiano e al suo governo la immensa ammirazione di cui godè. Spendendo largamente senza scarnificare con le imposte l’impero, Traiano potè apparire come la provvidenza universale, essere chiamato, come una iscrizione ci dice, locupletator civium[22]. L’impero da un pezzo chiedeva un governo che desse molto pigliando poco. Non aveva ammirato la moderazione di Augusto e di Tiberio nell’esigere le imposte, per il rancore della loro avarizia nello spendere; non aveva ammirato neppure la generosità di Nerone e di Domiziano, per le violenze ed estorsioni con cui costoro avevano dovuto alla fine procurarsi il prodigato denaro. Traiano potè, per la felicità e prosperità dei tempi, spendere come Nerone e Domiziano, risparmiando i sudditi come Augusto e Tiberio: onde parve a tutti far dello Stato la fontana della prosperità universale; e di questa spensierata finanza ebbe la gloria, mentre ad altri toccherà più tardi di pagarne il fio. Ingiustizia frequente nella storia!


21. Traiano e il Cristianesimo. — Traiano fu il primo imperatore che, a quanto sappiamo, ebbe ad occuparsi ufficialmente del Cristianesimo. Il fatto è di troppa importanza, perchè non si debba almeno accennarlo.

Il Cristianesimo s’era molto diffuso, massime in Oriente e nelle moltitudini: onde un perturbamento profondo. Il Cristianesimo non veniva per imbrancarsi con le altre numerose religioni già venerate in Oriente; ma per soppiantarle tutte. Plinio il giovane, governatore della Bitinia, scrive in questo tempo a Traiano, che, propagandosi il Cristianesimo, i templi incominciavano a diventar deserti[23]. Immaginarsi la collera di questi culti rivali, dei fedeli che ad essi credevano, dei sacerdoti, dei mercanti, degli artigiani che ne vivevano! Là dove i cristiani incominciavano a diventare numerosi, i governatori erano di continuo sollecitati ad infierire contro di loro da denunziatori che li accusavano di ogni sorta di delitti immaginarî. Plinio sapeva che queste accuse erano fantastiche; e che, se i Cristiani professavano quella che a lui pareva una superstitio prava et immodica, non facevan nulla di male nelle loro adunanze. Ma c’era un punto sul quale i Cristiani erano alla mercè dei loro nemici. Il culto dell’imperatore si era ormai diffuso in tutte le province, sovrapponendosi alla molteplicità dei culti nazionali e locali come un vincolo politico e religioso di tutto l’impero. In ogni città c’era un’ara dell’imperatore, innanzi alla quale si facevano sacrifici nelle occasioni solenni. Quando qualcuno accusava i Cristiani di non sacrificare all’imperatore, il governatore doveva pure verificare l’accusa; e allora ai Cristiani era necessario scegliere tra il sacrilegio e il crimenlese. Che pur rifiutando di adorarne le imagini i Cristiani fossero fedeli e obbedienti all’imperatore, era cosa che l’autorità romana non poteva nè capire nè ammettere, lo spirito greco-latino non riuscendo neppure a immaginare una religione esclusiva. Ma insomma il caso dei Cristiani era ancora molto confuso ed incerto, in politica ed in diritto: onde un bel giorno dal fondo della sua provincia, Plinio chiese istruzioni a Traiano. E Traiano rispose dando una regola, un po’ grossolana ma abbastanza mite per i tempi: i Cristiani non doversi ricercare, nè doversi ammettere a loro danno le denunzie anonime; ma se denunciati rifiutassero di venerare le imagini imperiali e con ciò si confessassero cristiani, doversi punire[24].

Tale fu la cosiddetta persecuzione di Traiano. In verità Traiano si restrinse a dare ai nemici dei cristiani, che reclamavano spietati rigori, una piccola soddisfazione, che era nel tempo stesso una persecuzione e una difesa dei cristiani, se si paragona quel che l’imperatore concede con quel che i nemici dei cristiani chiedevano. Processandoli e perseguitandoli blandamente, l’autorità imperiale salvava i cristiani dallo sterminio a cui i loro nemici li avrebbero condannati, se l’autorità imperiale non li avesse frenati.


22. Le guerre d’Oriente (114-116). — Sulla fine del 113 o sui primi del 114, il senato fregiava il principe del solenne titolo, con cui il paganesimo onorava Giove: il titolo di Optimus[25]. Senonchè quei nove anni di pace non erano stati fine a se stessi, ma preparazione ad una grande impresa di guerra in Oriente, simile alla conquista della Dacia in Occidente. Traiano voleva ripigliare e ingrandire ancora il disegno di Cesare e di Antonio; muovere, come Alessandro Magno, alla conquista di tutto l’Oriente, dall’Eufrate alle sponde del Golfo Persico. Le cose di Oriente, sempre in bilico, sollecitavano di nuovo, intorno al 114, un intervento romano, perchè il re dei Parti, Cosroe, aveva insediato in Armenia un suo nipote, Partomasiri. In quel momento però la Parzia era lacerata da una grossa guerra civile; Cosroe era uno dei tre re che si contendevano il trono; era dunque facile, in quelle circostanze, combattere i Parti coi Parti stessi, adoperando le arti politiche di un Augusto e di un Tiberio. Ma Traiano era un soldato, un grande soldato e voleva anche, come la nuova aristocrazia che ammirava in lui il suo eroe, far rilucere di nuovo prestigio le armi romane a tutte le frontiere dell’impero. Egli pensò quindi essere giunto il tempo di tagliar con la spada il nodo della questione orientale, invece che ingarbugliarlo ancora più con nuove trattative e combinazioni. Il disordine in cui giaceva l’impero partico parve offrire un’occasione propizia. Perciò nella primavera del 114, Traiano mosse da Antiochia alla testa di grandi forze alla conquista dell’Armenia. Invano Partomasiri si presentò inerme al campo romano, chiedendo l’investitura del regno. L’Armenia fu dichiarata provincia romana (114); la Mesopotamia invasa l’anno seguente e, nella sua porzione superiore, dichiarata provincia romana (115). Ma il vero assalto all’impero Partico fu cominciato solo nella primavera del 116. In questo anno, valicato il Tigri, Traiano occupava l’Adiabene e l’Assiria, che riduceva anch’esse a province: indi, ripassato il fiume, si impadroniva di Babilonia; poi marciando di nuovo sul Tigri, entrava in Ctesifonte; donde proseguiva la sua marcia trionfale sino alle sponde del Golfo Persico (116). Così almeno sembra risultare dai confusi racconti degli antichi scrittori.

Traiano era veramente giunto al sommo della gloria. Par proprio che a questo punto egli si sia illuso di esser riuscito nell’impresa fallita a Cesare e ad Antonio, e di aver fatto di Roma un immenso impero, mezzo asiatico e mezzo europeo. A credere, anzi, agli storici antichi egli già sognava una spedizione in India e una gloria maggiore di quella di Alessandro. Ma se l’ebbe, l’illusione fu di corta durata. Alle sue spalle, mentre egli avanzava nell’Asia, il fanatismo nazionale dei paesi da lui conquistati di sorpresa si risvegliava. Nel 117 la Mesopotamia e l’Assiria insorgevano; e la repressione fu così difficile e sanguinosa, che Traiano dovè risolversi a dare, in Ctesifonte, la corona partica a uno dei pretendenti in conflitto, un Partamaspate, sperando così di impedire che i Parti si unissero alla rivolta. Ma la rivolta dilagò invece al di qua dell’Eufrate. Implacabili nel loro odio, i Giudei coglievano l’occasione ed insorgevano in Palestina, a Cipro, in Egitto, in Cirenaica. Intanto i Mauri ripigliavano le loro scorrerie contro la provincia di Africa; i Bretoni si agitavano; i Sarmati minacciavano di rompere di nuovo la linea del Danubio. L’impero aveva bisogno di tutta l’intelligenza di Traiano. Quando, ad un tratto, ammalatosi, Traiano spirava a Selinunte, lasciando, tragica fine di un impero luminoso, mezzo l’impero in fiamme (agosto 117).

Note al Capitolo Terzo.

[18]. Cfr. Tac. Ann. 3, 55: Questo capitolo dà in iscorscio una storia del lusso in Roma, ed è un documento di importanza capitale. Che la aristocrazia introdotta da Vespasiano in senato portasse dei costumi più semplici, è detto con grande precisione: novi homines e municipiis et coloniis, atque etiam provinciis, in senatum crebro adsumpti, domesticam parcimoniam intulerunt: et quamquam fortuna, vel industria, plerique pecuniosam ad senectam pervenirent, mansit tamen prior animus. Sed praecipuus adstricti moris auctor Vespasianus fuit, antiquo ipse cultu victuque.

[19]. Plin. Paneg. 69.

[20]. Plin. Paneg. 27-28. Cfr. C. I. L. IX, 1455; XI, 1127.

[21]. Plin. Epist. IX, 30. Il miglior commento a queste parole di Plinio è dato dalle numerose fondazioni alimentari di origine privata, che si spargono su tutto l’impero. Cfr. C. I. L. II, 174; V, 5262; VIII, 1641; X, 6328; XI, 1602; XIV, 350.

[22]. C. I. L. VI, 958.

[23]. Plin. Epist. X, 96 [97], 10. La autenticità di questa lettera è stata lungamente e oziosamente discussa, perchè non c’è alcuna seria ragione di metterla in dubbio. Cfr. G. Boissier, La lettre de Pline au sujet des premiers Chrétiens, in Revue d’archeologie, 1876; Ramsay, The Church in the Roman Empire before a. 170, London, 1893, p. 196 sgg.; V. Allard, Histoire des persecutions pendant les deux premiers siècles, p. 145 sgg.; A. Manaresi, L’impero romano e il Cristianesimo. Torino, 1914, p. 105 sgg.

[24]. Plin. Epist. X, 97 [98].

[25]. C. I. L. III, 7086, l. 33 e annotazioni relative.

CAPITOLO QUARTO ADRIANO E GLI ULTIMI SPLENDORI DELL’ELLENISMO

(117-138)

23. L’adozione di Adriano: ragioni e significato. — Sotto Traiano — e dopo la prova fatta con lui — la nobiltà senatoria — o almeno la sua parte più savia — aveva riconosciuto come principio legittimo di successione nel potere imperiale l’adozione, quale Nerva l’aveva praticata: l’adozione, fatta dall’imperatore, con il consenso del senato e al di fuori di ogni considerazione di parentela, di un collega che sembrasse degno e che diventerebbe poi il successore. Plinio il giovane ce lo dice in un passo importantissimo del suo Panegirico[26]. Questo procedimento, pur escludendo l’aborrito principio dell’eredità, sembrava salvare la elezione dell’imperatore dai due pericoli che tante elezioni avevano viziato: la violenza dei soldati, le incertezze e le discordie del senato. Senonchè Traiano, attivo, intelligente com’era, non aveva mai sentito il bisogno di scegliersi un collega. Solo quando all’improvviso capì che la morte era vicina, si ricordò che egli aveva ancora questo dovere da compiere verso il senato e l’impero. Ma il tempo e il modo di mettersi d’accordo con il senato, non c’erano. Egli perciò diede senz’altro esecuzione ad un suo antico disegno, e sul letto di morte adottò un suo ufficiale: un suo cugino e nipote per matrimonio, P. Elio Adriano.


24. La rinuncia alle conquiste orientali di Traiano. — P. Elio Adriano era, come Traiano, di origine spagnola; apparteneva dunque alla nobiltà provinciale; e non era meno di Traiano imbevuto di romanesimo. Generale valente, il suo merito era stato riconosciuto da Traiano, che gli aveva affidato incarichi importanti in tutte le guerre, e poco prima di morire, al momento di tornare in Italia, il comando di tutto l’esercito d’Oriente. Ed era, come Traiano, un seguace zelante della grande tradizione aristocratica e repubblicana. Il suo primo pensiero, appena ricevuta, a distanza di pochi giorni, in Antiochia, la notizia dell’adozione e della morte di Traiano, fu di riconoscere senza riserve i diritti del senato. Ai soldati che subito l’acclamarono, ricordò che solo al senato spettava di eleggere gli imperatori; indi si affrettò a scrivere all’assemblea chiedendo la conferma dell’autorità imperiale, e scusandosi di aver frattanto esercitato il potere, per la necessità di non lasciare in quei gravi frangenti l’impero senza capo. E di lì a poco egli ripeteva la promessa già fatta da Traiano, di non condannare nessun senatore, nè mai tralasciò occasione di affermare che lo Stato non era cosa sua, ma del popolo[27]. Ciò non ostante egli iniziò il suo governo, abbandonando tutte le conquiste orientali fatte da Traiano, fuori che l’Arabia Petrea, e riconducendo il confine dell’impero all’Eufrate. Restituì l’Assiria e la Mesopotamia ai Parti; riconobbe Cosroe; ridonò all’Armenia l’antica indipendenza.

Adriano giustificò questo ripiegamento con le tradizioni della politica repubblicana, citando Catone e gli altri grandi politici della vecchia Roma, che non avevano mai voluto allargare troppo l’impero[28]. Nè si potrebbe oggi contestare che la deliberazione fosse savia. Ma non è dubbio che essa spiacque molto alle classi alte di Roma, inebriate dalle imprese di Traiano. Ciò è così vero che, approfittando del malcontento pubblico, alcuni vecchi generali di Traiano, tra i quali Cornelio Palma, il conquistatore dell’Arabia, tentarono una congiura per rovesciare il nuovo imperatore; congiura che, scoperta e punita dal senato durante l’assenza di Adriano, macchiò di sangue il principio del suo governo. Ma i malcontenti avevano in una certa misura ragione di considerare questo atto del nuovo imperatore come il segno di un indirizzo nuovo, diverso e in parte anche opposto a quello di Traiano. Adriano non era solo un generale valente e un senatore romano, imbevuto dall’antico spirito aristocratico: era anche un appassionato cultore della letteratura, della filosofia, delle arti belle, di tutte le scienze allora conosciute; e un ellenista così ardente, da parlare il greco meglio del latino. Perciò molti nemici gli avevano appiccicato il nomignolo di «greculo», prima che diventasse imperatore. Egli voleva imitare Augusto e Tiberio e mettersi sulla difesa, non solo perchè l’impero vivesse più sicuro entro confini più ristretti, ma perchè potesse spendere una parte del denaro, prodigato da Traiano in guerre e conquiste, ad abbellire le città, ad accrescere la istruzione, a far più efficace, più regolare e più giusta l’amministrazione, più dolci ed umane le leggi, più razionale ed agile il diritto; in una parola a conciliare l’ellenismo, maestro di ogni arte e scienza, e il romanesimo, maestro della guerra e del governo, in un impero mezzo orientale e mezzo occidentale, forte per armi, savio nelle leggi, splendido nelle arti della pace. Questa conciliazione è lo scopo a cui mira questo spagnuolo romanizzato nel suo lungo governo, di cui siamo costretti a riassumere i principali atti per gruppi, la loro successione cronologica essendo incertissima.


25. Le riforme amministrative di Adriano. — Adriano fu detto il fondatore della monarchia assoluta. Più esatto sarebbe dire che fu il creatore della burocrazia civile, la quale doveva poi diventare uno strumento della monarchia assoluta. Un uomo di guerra, come Traiano, non aveva ragione di mutare nelle sue linee essenziali l’amministrazione, perchè nelle cose militari Roma era maestra. Non così un imperatore che voleva sviluppare quelli che oggi si chiamano i servizi civili, rudimentali nella costituzione repubblicana, che aveva in vista la guerra. Difatti fino ad allora gli imperatori, per supplire alla meglio alle manchevolezze di molti tra questi servizi, si erano serviti spesso, da Claudio in poi, di liberti, i quali non avevano veste di funzionari pubblici, dipendevano dal padrone e quindi rispondevano dei loro atti a lui solo: il che troppo spesso li faceva irresponsabili. Adriano fece di tutti questi collaboratori dell’imperatore altrettanti pubblici funzionari, scegliendoli soltanto tra i membri dell’ordine equestre, assegnando loro uno stipendio ed un curricolo. Cavalieri furono dunque gli impiegati più importanti; quelli a libellis, che si potrebbero definire il segretariato generale dell’imperatore; quelli ab epistulis[29], ossia l’ufficio della corrispondenza imperiale; quelli a rationibus, i più importanti di tutti, la amministrazione delle finanze[30]. Nè si limitò a rinforzare in questo modo l’azione degli agenti che dipendevano dall’imperatore: per supplire alle deficienze dell’amministrazione repubblicana, creò nuove cariche, non più elettive e gratuite, ma di nomina imperiale e remunerate. Ad Adriano pare sia da attribuire anche la nomina dei curatores rerum publicarum, incaricati di assestare l’amministrazione delle città dell’Italia, che le autorità locali avessero mal governate. E certamente Adriano, perchè la giustizia fosse amministrata meglio in Italia, sovrappose ai molti tribunali locali quattro juridici o giudici supremi, ciascuno per una parte distinta del territorio: e tutti scelti tra i consolari[31]. Già i suoi predecessori erano stati assistiti da un consilium composto di amici, consultato quando l’imperatore lo credeva opportuno, e senza autorità o competenza ufficiale. Sotto Adriano il consilium si muta in un corpo pubblico, con funzioni ufficiali. I suoi componenti sono scelti dall’imperatore, ma con il consenso del senato; ricevono uno stipendio e sono tenuti a possedere certi requisiti: la scienza giuridica, tra gli altri[32]. Infine pare che sotto Adriano i prefetti del pretorio incominciassero ad assumere uffici giudiziari, giudicando i processi civili in appello dalle sentenze dei proconsoli delle province.


26. Le riforme giuridiche. — Adriano cerca dunque di innestare uffici retribuiti, permanenti e dipendenti dall’imperatore sul principio aristocratico della repubblica, che solo i senatori e i cavalieri avevano diritto di partecipare al governo dell’impero: crea una burocrazia che dipende da lui e da lui è pagata, ma riserbandone i posti ai due ordini privilegiati dello Stato. La riforma, in sostanza, limitava più che non allargasse i poteri dell’imperatore. Difatti tutti gli storici ammettono che, regnando Adriano, la potenza occulta dei favoriti, dei liberti, delle donne fu cosa ignota. Nè questo è tutto: massime nel nuovo consilium principis si vede far capolino il principio della capacità, sotto forma di scienza giuridica. Adriano è un imperatore giurista: con lui incomincia nell’impero l’êra dei giuristi, e il grande sforzo per sostituire al diritto casualistico e tradizionale, il diritto razionale e sistematico. Molte sono le novità che Adriano introdusse nel duro diritto vigente[33]. Ma l’opera di maggiore importanza da lui compiuta in questo campo è l’edictum perpetuum. Adriano fu il primo imperatore che tentò di codificare il diritto romano con l’Edictum perpetuum. Sino ad allora le fonti di quello che noi chiamiamo il diritto civile erano a Roma diverse: le leggi del popolo, i senatus-consulta, gli editti dei magistrati, che potevano supplire alle deficienze della legge valendo come legge per tutto il tempo in cui il magistrato restava in carica. Tra questi, gli editti dei pretori avevano integrato le leggi e i senatus-consulta massime nel diritto civile. Molti dei principî e delle regole enunciate dai singoli pretori perchè valessero durante l’anno della loro magistratura, erano state accettate anche dai pretori successivi e avevano acquistato forza di leggi: ma crescendone con i secoli il numero, spesso era difficile ritrovare e applicare questi editti. Adriano incaricò uno dei migliori giuristi del tempo, un africano, Salvio Giuliano, di raccogliere e di ordinare tutti gli editti che potessero ancora servire come regola di legge, nell’Edictum perpetuum; e nel 131 il senato fu invitato a dare a questa raccolta sanzione e valore di legge.


27. I viaggi di Adriano; la prima serie: le province d’Occidente e l’Africa (119-122). — Noi possiamo ora spiegare per quale ragione Adriano sia stato il primo imperatore che abbia passato la maggior parte del suo tempo nelle province. Una curiosità insaziabile e una certa irrequietezza possono averlo spinto alla incessante peregrinazione, ma insieme con un’alta ragione di Stato: la sollecitudine dalle province, che non erano più, come nel primo secolo, l’appendice dell’Italia, ma il corpo stesso dell’impero, poichè somministravano la maggior parte dei denari, dei soldati e delle nuove famiglie dell’aristocrazia senatoria e dell’ordine equestre. I viaggi continui di Adriano provano che le province pesavano ormai quanto e più che l’Italia nella sollecitudine del governo imperiale. I suoi viaggi furono, per dir così, viaggi di ispezione, fatti per sorvegliare in ogni parte dell’impero l’amministrazione civile e militare, e per promuovere dappertutto l’ampliamento e l’abbellimento delle città; Adriano non è solo il creatore della burocrazia civile, l’imperatore giurista, il protettore delle province: è anche il più grande costruttore, ampliatore, abbellitore di città tra quanti hanno governato l’impero, perchè solo nella città si poteva attuare quella conciliazione del romanesimo e dell’ellenismo che era il suo sogno. Egli viaggiava infatti sempre accompagnato da una schiera di operai, di ingegneri, di architetti. E poichè i tempi di questi viaggi si possono almeno congetturare con una certa verosimiglianza, noi li racconteremo succintamente uno dopo l’altro, nell’ordine che ci sembra più probabile, prendendo l’occasione per dipingere un quadro sommario delle province, in questo che fu il momento più prospero dell’impero[34].

Adriano si mosse ai suoi viaggi nel 119, incominciando, prima tappa, dalla Gallia. La Gallia si era ormai tutta e profondamente romanizzata. Essa forniva all’Italia non solo minerali, derrate e materie gregge — legno, pelli, bestiame, cacio, prosciutto, pesce salato, ferro, rame, piombo —; non solo forniva all’Italia ed ai Germani manufatti, i più imitazione un po’ rozza di oggetti orientali — vetrerie, ceramiche, stoffe di lino e di lana, vestiti per le classi popolari: essa forniva anche legioni fedeli, generali e uomini di Stato. La terra, che Cesare aveva conquistata, vanta ora numerose e prosperose città — Lione, Vienna, Marsiglia, Narbona, Tolosa, Burdigala (Bordeaux) — ricche di palazzi, di monumenti, di teatri, di bagni, di ville, di biblioteche, di fiorenti scuole pubbliche. In queste città fervono attivi i commerci e le industrie; e tra le industrie, massime il vetro, la ceramica, la tessitura, le costruzioni navali, la fabbrica delle armi, la porpora, la metallurgia. In queste città, come in Italia, irrompono le più diverse influenze greche e orientali. A Lione incominciava a prender piede il cristianesimo. Quel che Adriano facesse per la Gallia durante quel suo primo viaggio, non sappiamo e a mala pena riusciamo a distinguere i suoi primi atti da quelli, che sono da riferire ad età posteriore. Comunque, un suo biografo ci attesta che in questo viaggio «egli soccorse tutti con la sua liberalità»; e talune monete appositamente coniate confermano il biografo, celebrando Adriano come il Restauratore della Gallia[35].

Dalla Gallia Adriano passò in Germania. Anche nelle due province della Germania superiore e inferiore il romanesimo progrediva. Le fortezze, erette per la difesa dei confini, si ingrandivano a piccole città, mediatrici di un alacre commercio fra la Germania e l’impero. È fuori di dubbio che in questa provincia il principe badò soprattutto a rafforzare la difesa: ristabilì la disciplina negli eserciti; migliorò l’istruzione militare e i servizi; forse anche diede nuovo impulso alla costruzione del limes.

Dalla Germania Adriano passò in Britannia. Anche questa recente conquista si romanizzava a poco a poco. In Britannia si cominciava a parlare latino, a chiamare maestri di retorica, perfino a studiare il greco. Notevole l’incremento del commercio: la Britannia esportava frumento, bestiame, pelli, cuoi, schiavi, pesce; incominciava a sfruttare le miniere di stagno, di rame e di argento, già conosciute dai Fenici. Tuttavia la conquista era ancora troppo recente, e la Britannia considerata a Roma come una provincia passiva[36]. Perciò dopo aver fatto un po’ di paura, con qualche combattimento, ai montanari del nord, Adriano deliberò di arretrare anche qui, come in Oriente, il confine a una linea che dallo stretto di Solway andava alla foce dei Tyne; e su questa linea costruì il famoso vallum Hadriani, di cui ancor oggi rimangono superbi avanzi.

Nell’inverno del 121-122, l’imperatore è in Spagna. La Spagna non era più la provincia barbara e indomabile che aveva resistito per tanti secoli alle armi romane. Gli antichi dialetti e costumi celtici ed iberici quasi scomparsi; il latino universalmente parlato; il culto imperiale fiorente; la vita municipale fervida; floride le città: Tarragona, Cordova, Cartagena, Italica (vecchia Siviglia), Salmantica (Salamanca), Cesaraugusta (Saragozza), Augusta Emerida (Merida), tutte ricche di templi, di anfiteatri, di belle strade, tutte simili alle città d’Italia; fiorentissima la agricoltura e celebrati tra i suoi prodotti i cereali, l’olio, il vino, che si vendeva fino nei paesi del Reno; fiorentissimo il commercio; fiorentissima l’industria mineraria — argento, oro, rame: tale si offriva la Spagna all’occhio soddisfatto del capo dell’impero.

Poco sappiamo di quel che Adriano fece in Spagna. Anche qui ebbe il titolo di Restauratore delle Spagne[37]; e pare che non si fermasse a lungo, perchè un’insurrezione dei Mauri lo costrinse a recarsi, nella primavera del 122, in Africa.

L’Africa era in pieno fiore. Fuorchè la Mauritania, l’antico regno di Bocco, rimasta barbara e ribelle, il rimanente arricchiva, con l’agricoltura, le miniere e le industrie. Forniva a Roma, all’Italia e all’impero bestie feroci per le arene, avorio, marmi preziosi, grano, olio, profumi, tessuti artistici. Cartagine era di nuovo grande e fiorente. Molte città minori ricordavano al visitatore, per l’architettura e per i Costumi, le città dell’Italia. Ma i Numidi, i Libî, i Libo-Fenici, il popolo minuto delle città, i ceti rustici della campagna avevano continuato a parlare i dialetti locali e conservato i confusi e crudeli culti indigeni. I grandi invece parlavano, scrivevano e studiavano il latino, come in Gallia e in Spagna, e già contavano qualche famiglia nell’aristocrazia senatoria. Ma l’Africa era meno puramente o pienamente romanizzata che la Gallia e la Spagna; chè certi elementi locali troppo forti resistevano tenaci.

Anche in Africa Adriano dovette ricordarsi che era il capo dell’esercito. Sembra che, oltre a fare una vigorosa offensiva nell’Atlante, egli abbia dato mano ad un vallum, che ricordava il britannico, ma questa volta incastrando la muraglia nella montagna ed appoggiandovela. Anche qui egli colmò di beneficî le città delle varie province, e per questo si ebbe di nuovo il titolo di Restauratore dell’Africa.


28. Il primo viaggio nelle province orientali. — Dall’Africa, attraverso l’Egitto, Adriano passò in Oriente, dove pare lo chiamasse la minaccia di una nuova guerra col re dei Parti. Un abboccamento con Cosroe valse ad allontanare il nuovo pericolo. La pace coi Parti fu ristabilita.

Adriano potè allora visitare tranquillamente l’Asia e la Grecia. Egli conosceva l’Oriente, dove aveva combattuto sotto gli ordini di Traiano. Ci ritornava ora in tempi più tranquilli; e non solo, come in Occidente, per provvedere alle necessità pubbliche, ma per soddisfare la sua insaziabile curiosità. L’Asia minore era forse nel suo insieme la parte dell’impero più ricca, più industriosa, più colta e più popolata. Certamente il romanesimo non aveva fatto in quella grandi passi; la lingua greca imperava dovunque, salvo forse nei paesi dell’interno e in alcune città colonizzate da Occidentali; gli editti imperiali erano pubblicati in greco; greca era la lingua dei tribunali. Tuttavia anche in queste province i mercanti italici erano numerosi[38]; il diritto romano si faceva strada in mezzo alla varietà dei diritti locali; numerosi asiatici acquistavano la cittadinanza romana; e l’architettura si romanizzava parzialmente, costruendo bagni, acquedotti, ponti, anfiteatri sul modello romano.

Pochi paesi potevano competere con l’Asia Minore per ricchezza. Nell’interno splendide foreste, feraci campi di biade, immensi armenti: il legname e le lane, frigie e galate, erano oggetto di un largo commercio di esportazione. Sulla costa meridionale e occidentale, dalla Cilicia all’Ellesponto, numerose e prosperose le città e le industrie, massime le tessiture: chè nel vasto impero ormai tutto aperto al commercio queste industrie avevano trovato nuovi e ricchi clienti, cosicchè si erano sviluppate anche in alcuni paesi dell’interno, ad esempio nella Cappadocia, precipuamente per opera dell’elemento semitico. Strano paese insomma, in cui l’ellenismo si era incrostato sulla varietà delle tradizioni e dei costumi nazionali, e ove il romanesimo veniva ad aggiungersi all’ellenismo. Nell’insieme però l’Asia Minore, sotto la vernice della grecità, era rimasta orientale. La sua letteratura era improntata alla fantasiosità, alla mollezza, alla verbosità, alla leggerezza asiatica; la religione era una caotica mescolanza di mitologia ellenica, di culti egizio-fenici, giudaici, cristiani, nonchè di culti prettamente asiatici, come quello di Mitra, di Cibele, di Attis.

In queste province Adriano soggiornò parecchi mesi, ma vi sarebbe tornato altre volte per un più lungo soggiorno; ed ogni luogo avrebbe serbato la traccia del suo passaggio: città demolite dai terremoti, resuscitate dalle ruine; città bisognose o modeste, soccorse o abbellite; grandi porti, strade, monumenti di pubblica utilità costruiti con il suo aiuto o per suo consiglio e incitamento.

Dall’Asia Minore, nella primavera del 123, attraverso l’Egeo, costellato dalle Cicladi, ormai per la massima parte desolate e abbandonate, Adriano toccò la Grecia, ove egli pensava trattenersi a lungo.

La Grecia, ahimè!, non era più quella di Pericle o di Demostene. Anche la pace dell’impero le aveva giovato meno che ad altre province più fortunate. La popolazione era scarsa; molte campagne erano o abbandonate o infestate dal brigantaggio; soltanto le città marittime e alcune città interne, poste su vie commerciali molto frequentate, avevano rifiorito e fiorito: Tessalonica, Filippi, Nicopoli, Mantinea, e massime la nuova Corinto, la capitale della Grecia romana. Quanto ad Atene, era adesso una fiorente sede di studi a cui da tutte le parti dell’impero venivano i giovani ricchi. Ma era pur sempre una gran decadenza essersi ridotta a città di professori, per la città che aveva visto tra le sue mura, Eschilo, Sofocle, Pericle, Socrate, Fidia, Platone e Demostene!

Adriano rimase a lungo in Grecia (123-126), non risparmiò spese e fatiche per beneficare il paese. A Corinto costrusse dei bagni in più quartieri della città, e un acquedotto che vi trasportò l’acqua del lago Stymphalos, nascente alla radice del monte Cyllene; a Nemea, un ippodromo; a Mantinea, un tempio a Nettuno. Ad Argo offerse al tempio di Giunone l’uccello favorito della Dea, un pavone d’oro, dalla coda splendente di pietre preziose, e incoraggiò la restaurazione delle corse equestri ai giochi Nemei; tra Corinto e Megara sull’Istmo rese carreggiabile l’angusta e pericolosa Via Scironia. Ma le sue cure maggiori furono per Atene, ove egli parve voler rivivere l’antica età di Milziade e di Isocrate. Vi soggiornò in abito greco; assunse la cittadinanza e rivestì la carica di arconte e di agonoteta; discusse con architetti e con scultori circa gli edifizi, di cui avrebbe ornato la città; coi filosofi, le cui scuole aveva qualche anno prima liberate dalle pastoie di Vespasiano[39], intorno alle loro dottrine; con gli eruditi, dei ricordi del passato. A poco a poco gli Ateniesi del secondo secolo videro, nella pianura dell’Ilisso, sorgere, per volontà di Adriano, le prime fondamenta di una «nuova città» accanto a quella antica di Teseo: una Adrianopoli, decorata di monumenti numerosi, in cui si accoglievano tutte le bellezze di un’arte meno severa, ma più grandiosa. Qui i Greci avrebbero eretto un tempio a Giove e ad Adriano — il Panhellenion — presso cui, già dal 129, si sarebbero celebrati giochi periodici al cospetto dei convenuti di tutta la Grecia.


29. Adriano e il Cristianesimo. — In Atene pare fosse scritta da Adriano la famosa lettera a Minucio Fundanio, che riguarda i Cristiani. Più generica che la lettera di Traiano a Plinio, essa non precisa che i cristiani siano condannati se rifiutano il culto alle immagini dell’imperatore, ma solo se sono convinti di aver fatto cosa contraria alle leggi; e raccomanda calorosamente di non credere alle accuse infondate e alle calunnie appassionate. Più mite che la lettera di Traiano, quella di Adriano è anche più risoluta nel riconoscere ai cristiani il diritto di essere protetti dall’autorità imperiale contro il fanatismo dei loro nemici[40].


30. Il ritorno a Roma (126-128) e le grandi costruzioni di Adriano. — Sulla fine del 126 Adriano tornava a Roma, ove si soffermò per qualche anno; e pur curando con la consueta sollecitudine ogni parte dell’amministrazione, attese a ornare la capitale di monumenti e di istituzioni nuove. Attese a costruire il grandioso «Tempio di Venere e di Roma» presso il Grande Anfiteatro Flavio. Die’ mano al gigantesco mausoleo per sè e per i suoi successori, i cui avanzi si chiamano oggi il Castel S. Angelo. A Tivoli volle edificare una villa grandiosa, in cui ricostruire i monumenti più belli dell’impero, ammirati nei suoi viaggi. Non è inverosimile che sin da questi anni egli fondasse in Roma, sul Campidoglio, l’Ateneo: edificio ed istituto per l’insegnamento pubblico della filosofia, della retorica, della giurisprudenza. Sotto la sua influenza i collegi giovanili ritornano ad ellenizzare, come al tempo di Nerone e di Domiziano; le compagnie liriche e drammatiche (i così detti sinodi dionisiaci) i concorsi pitici e olimpici, protetti dall’imperatore, ottengono il favore universale; sono istituite apposite scuole di musica; e i musici e gli artisti ottengono ricompense e incoraggiamenti sino ad allora inusitati[41].


31. Il secondo viaggio (128-131). — Ma anche questo soggiorno fu breve; durò due anni. Al primo luglio del 128, Adriano era di nuovo in Africa, nell’accampamento di Lambaesis; ove pronunziava un’arringa ai soldati di cui noi possediamo lunghi frammenti[42]; indi tornava nella sua Grecia, e di là ripigliava la via dell’Asia per recarsi in Siria e in Egitto.

Se nella Siria occidentale l’ellenismo era entrato da gran tempo, il popolo era rimasto siriaco e parlava i dialetti locali; le industrie per cui la Siria prosperava ed andava famosa erano ancora le antiche industrie fenicie: quella della lana, della seta, della porpora, del vetro. Mercanti abilissimi, i Sirii erano gli intermediari del commercio tra la Cina, l’India e le province dell’impero. In Siria la vita era facile, opulenta, attiva, sensuale, raffinata, ricca di piaceri. Par che Antiochia fosse la città antica che prima provvedesse a illuminare le strade di notte; tutte le città siriache del resto erano famose per i comodi e i piaceri della esistenza. Il paese era pieno di Ebrei, emigrati dopo la caduta di Gerusalemme e che vivevano a parte, come accampati in terra nemica.

Dalla Siria occidentale Adriano passò nella parte orientale. Qui non più città industriose o terre coltivate con arte, ma regioni aspre, quasi selvagge, ove il brigantaggio infieriva. Pure con la conquista romana erano entrati nel paese molti semiti, che avevano incominciato a coltivare il suolo e portato i primi elementi di una civiltà urbana. Già il deserto incominciava a esser solcato da vie maestre, da acquedotti e da città sorte come per incanto dal nulla. L’estrema città che Adriano ebbe a visitare, fu Palmira. Anche Palmira ricevette il dono di magnifiche costruzioni e fu elevata al grado di colonia.

Indi l’imperatore passò nella nuova provincia dell’Arabia. Anche qui le classi alte potevano dirsi grecizzate. Anche qui la immigrazione, l’agricoltura, il commercio dimostravano i beneficî dell’impero. Adriano dovette occuparsi specialmente delle strade. Ed anche qui il solerte imperatore ebbe la meritata ricompensa. La provincia coniò medaglie in onore del «Restauratore dell’Arabia»; e la capitale Petra assunse il suo nome[43].

Dall’Arabia Adriano passò in Egitto. La terra delle Piramidi e dei geroglifici da secoli non era più il paese dei templi solitari scavati nelle rupi, sorretti da pilastri colossali e adorni di volti mostruosi di bestie sacre. Dopochè Alessandro l’aveva conquistato, l’Egitto era diventato una cosmopoli operosa, ricca, sempre irrequieta, dove tutti gli elementi del mondo mediterraneo si incontravano. E tale era rimasto sotto l’impero. S’incontravano colà egiziani, greci, ebrei, asiatici d’ogni lingua e razza, romani. Irreconciliabili, la campagna ed i borghi restavano egiziani, le grandi città erano greche, le classi governanti greche con infiltrazioni romane; onde mille discordie e lotte. La alacrità era grande, la popolazione densissima, la proprietà suddivisa, la burocrazia complicata, gli spiriti della popolazione inquieti, facili allo scherno, alla satira, alla sedizione, ingordi di guadagni.

Adriano, il sereno principe greco, non amò quella seconda Antiochia. Egli si occupò degli istituti locali d’istruzione, specie del Mouseion, discusse coi suoi dotti; ma qualche anno dopo scriveva ad un amico: «Io conosco bene l’Egitto, che tu mi lodi, questo popolo incostante e leggero, che s’agita al minimo rumore. È una razza sediziosissima, vanissima, insolente. La capitale è ricca, tutto vi abbonda e tutti essa alimenta. Nessuno vi rimane ozioso: gli uni lavorano il vetro, altri fabbricano la carta o tessono il lino; tutti hanno un mestiere; lavorano anche i gottosi, i ciechi, i podagrosi.... Ma il Dio di tutti, è il danaro.... Resta veramente a desiderare che questa grande città abbia costumi più consoni al suo nobile ufficio di capitale dell’Egitto»[44].


32. La nuova insurrezione giudaica (132-135). — Sulla fine del 131, Adriano era di nuovo in Roma, ove consacrava il Tempio di Venere e Roma. Nello stesso anno promulgava, dopo averlo fatto approvare dal senato, l’Edictum perpetuum. Ma l’anno seguente, il 132, fu turbato dagli avvenimenti d’Oriente. Durante l’ultimo viaggio Adriano aveva ordinato di ricostruire Gerusalemme, le cui rovine dovevano sembrare a lui, amico della pace e delle arti, come una mostruosa cicatrice sul corpo dell’impero: ma sotto forma di una splendida città greco-romana, simboleggiante anche in Palestina la fusione del romanesimo e dell’ellenismo. Agli Ebrei invece questo dono dell’imperatore parve un’ingiuria suprema. La città santa del giudaismo sconciata a metropoli greco-romana, con edifizi grandiosi, santuari pagani, bagni, teatri, e ribattezzata con il sacrilego nome di Aelia Capitolina! Il fanatismo religioso divampò; i giudei insorsero sotto un capo, un Messia popolare, un Simone Barkokeba o Barcosiba (Figlio della Stella) (132).

Adriano non dette sulle prime grande peso a quel movimento. Ma mentre egli, nel 132, ricominciava dalla Grecia le peregrinazioni per le province orientali dell’Impero, Roma perdeva la provincia di Giudea. Gli eserciti romani, mandati a reprimere la rivolta, subivano, uno dopo l’altro, gravi e replicati rovesci. Occorse alla fine delegare a quell’impresa uno dei migliori generali, Sesto Giulio Severo, che condusse la guerra con severità implacabile. Si disse ch’egli avesse fatto perire fra i tormenti i capi della rivolta; che distruggesse cinquanta fortezze e circa mille villaggi e che perissero nella guerra non meno di 600.000 giudei combattenti! (134). Solo dopo questa carneficina, Adriano potè recarsi a Gerusalemme e riprendere i lavori della colonia.


33. Gli ultimi anni di Adriano (135-138). — Doveva essere quello l’ultimo viaggio del grande principe. Tornato in Roma egli divise le cure degli ultimi anni tra le arti e gli affari. Terminò la Villa tiburtina: meravigliosa città improvvisata, che oltre ai giardini, alle fonti, ai boschetti ombrosi, ai portici, alle gallerie, alle rotonde, ai bagni, alle basiliche, alle biblioteche, ai teatri, ai circhi, ai templi splendenti di metalli e di marmi, doveva contenere un piccolo esemplare di tutte le cose più belle, che il principe aveva ammirate nell’impero; e che ogni tanto dovevano animarsi di cori, di gente, di luci, tal quale egli le aveva vedute nella realtà[45]. Ma quell’uomo che, come Ulisse, tanto aveva peregrinato, era ormai preso dal tedio della vita, che forse un male nascente aggravava. Sentendo venir meno le forze, come Nerva e come Traiano, dovè pensare al successore, e di nuovo applicare quel procedimento dell’adozione, con cui l’aristocrazia senatoria pensava di aver provveduto alla successione, combinando ingegnosamente il principio della scelta con quello della parentela. Scelse prima L. Ceionio Commodo Vero, per quali ragioni non sappiamo, il personaggio non essendoci noto per nessun rispetto. Ma Vero moriva il 1º gennaio 138: l’imperatore adottò allora T. Aurelio Fulvo Antonino, che assunse il nome di T. Elio Adriano Antonino, e lo fece suo collega nell’impero, facendogli dare la potestà tribunizia e l’impero proconsolare. Gli impose però di adottare L. Vero, il figlio cioè di colui sul quale per primo aveva posto gli occhi come successore; e M. Annio Vero, il futuro Marco Aurelio, che era nipote di Antonino, un giovinetto di 17 anni, molto caro ad Adriano. Per qual ragione egli obbligasse il suo successore a queste adozioni, che in un certo modo indicavano anche il successore del successore, noi non sappiamo. Sei mesi dopo, il 10 luglio del 138, egli moriva a Baia.


34. Il governo di Adriano. — Noi sappiamo che, morto Adriano, il senato si mostrò per un momento avverso alla proposta, fatta dal suo successore, di onorare la memoria; che minacciò perfino di non ratificare i suoi atti, e che solo a fatica potè essere indotto a desistere dalla sua opposizione. Questo fatto, e la congiura che era stata tramata subito dopo la adozione di Vero, provano che c’era nella aristocrazia una forte corrente avversa alla persona e alla politica dell’imperatore, sebbene questa avversione non fosse così forte come quella di cui furono oggetto quasi tutti gli imperatori della casa Giulio-Claudia. Quale fu la ragione di questa opposizione? Forse il suo tentativo di conciliare l’ellenismo e il romanesimo. La antica Roma, orgogliosa della sua potenza, gelosa della sua supremazia, ritrovava nel rinnovato spirito tradizionalista della nuova nobiltà, un’ultima forza di resistenza contro questo imperatore ellenista, giurista, protettore delle province, dalle arti, dalle lettere, della filosofia. Le lunghe assenze da Roma, le riforme amministrative, la protezione accordata alle arti, alla lettere e alla filosofia, i lavori largamente prodigati alle città, le gigantesche costruzioni, la smania di abbellire l’impero di tutti gli splendori dell’ellenismo, la sua politica estera prudente e aliena dalle conquista, urtavano i pregiudizi superstiti del romanesimo. Si aggiunga che, per avere il denaro necessario a tante spese, egli dovette inasprire i rigori del fisco; e che se aveva cominciato il suo governo condonando le imposte arretrate, creò poi l’advocatus fisci per difendere contro le arti dei privati i diritti del tesoro imperiale. Si aggiunga da ultimo che un’opera così vasta, e che tentava di conciliare elementi così contrastanti, non poteva svolgersi senza contradizioni, scosse, lacune, imperfezioni, di cui i contemporanei dovevano, come sempre, menar grande scalpore. Queste considerazioni possono aiutare a comprendere per qual ragione il governo di Adriano ebbe tanti nemici, non ostante — e forse in ragione — dei suoi meriti. Ma siccome la politica di Adriano era richiesta dai tempi, che ne avevano bisogno, e non giunse nè troppo presto nè troppo tardi, si spiega che questa opposizione sia stata impotente, e, se angustiò l’imperatore, non riuscì a guastarne l’opera.

Adriano condusse alla perfezione la politica di Vespasiano e di Traiano. Il romanesimo doveva essere il nesso politico e militare, l’ellenismo il nesso intellettuale e morale di tutte le genti soggette all’impero. Perciò egli cerca di rafforzare l’esercito con molte riforme, promuove l’incremento e l’abbellimento delle città. Le città, i piaceri e le magnificenze che esse offrivano, gli interessi che ad esse mettevano capo, le occasioni di fortuna che nascevano dal loro crescere, erano ormai il principale vincolo che legava le successive generazioni all’unità dell’impero. Una immensa popolazione che, al riparo di frontiere ben munite, voleva godere ed accrescere gli agi e le bellezze di una fiorente civiltà urbana: tale era l’impero romano ai tempi di Adriano. Come sotto Traiano il romanesimo, sotto Adriano l’ellenismo gettò nel mondo antico gli ultimi suoi splendori. La prosperità dell’impero durerebbe sinchè durerebbe l’equilibrio tra i due elementi: il romanesimo, ossia la forza militare e politica; l’ellenismo, ossia il prosperare della vita cittadina.

Note al Capitolo Quarto.

[26]. Cfr. Plin. Paneg. 7: «Nulla adoptati cum eo qui adoptabat cognatio....» ecc. — Si confronti Tac. Hist., I, 15-16, che intorno allo stesso tempo espone gli stessi concetti, ponendoli in bocca ad uno dei suoi personaggi.

[27]. [Hist. Aug.], Hadr. 8, 3.

[28]. [Hist. Aug.], Hadr. 5, 3.

[29]. [Hist. Aug.], Hadr. 22, 8.

[30]. Cfr. Hirschfeld, Untersuchungen auf dem Gebiete der römischen Verwaltung, Berlin, 1876, pag. 32; Friedländer, Darstellung aus der Sittengeschichte Roms, Leipzig, 1888, I, pag. 171 sg.

[31]. [Hist. Aug.], Hadr. 22, 13. Se già si chiamassero, sotto Adriano, iuridici, o se questo nome prendessero quando M. Aurelio li ristabilì, non è chiaro.

[32]. [Hist. Aug.], Hadr. 18, 1. Sul Consilium principis si può consultare E. Cuq, Mémoire sur le Consilium principis d’Auguste à Dioclétien, in Mémoires présentées par divers savants à l’Académie des inscriptions et belles lettres de l’Institut de France, Paris, 1884, vol. IX.

[33]. Una enumerazione di queste riforme si trova in Duruy, Histoire des Romains, Paris, 1883, vol. V, pag. 113 sgg.

[34]. La cronologia dei viaggi di Adriano è molto incerta. Sull’argomento, uno studio speciale, ma le cui conclusioni non sono sempre accettabili, è quello di Dürr, Die Reisen des Kaisers Hadrian, Wien, 1881. Cfr. anche Weber, Untersuchungen zur Geschichte d. Kaisers Hadrianus, Leipzig, 1907.

[35]. Cohen, Monnaies, Hadrian, nn. 1247-1257.

[36]. App. Proem. 5.

[37]. [Hist. Aug.], Hadr. 12, 3-4; Cohen, op. cit., 1258-1273.

[38]. Cfr. Hatzfeld, Les trafiquants italiens dans l’Orient héllènique, Paris, 1919, pag. 164 sgg.; 171-72; 188.

[39]. C. I. L. III, 2; Suppl. 12.283, ll. 7-8.

[40]. Justin. Apol. I, 68; Euseb. Hist. Eccl. 4, 9.

[41]. Cfr. C. Barbagallo, Lo Stato e l’istruzione pubblica, pag. 167 sgg. e fonti ivi citate.

[42]. C. I. L. VIII, Suppl. 18.042.

[43]. Cohen, op. cit., nn. 1233-34.

[44]. [Hist. Aug.], Saturn. 8. Un papiro alquanto posteriore (192 d. C.) ci enumera con molta minuzia i mestieri degli Egiziani abitanti presso Tebtunis; Preisigke, Sammelbuch griech. Urkunden aus Aegypten, Strassburg, 1911, n. 5124.

[45]. Sulla villa di Adriano a Tivoli, cfr. Boissier, Promenades archéologiques, Paris, 1887, pag. 202 sg.

CAPITOLO QUINTO I PRIMI SEGNI DEL DECADIMENTO

(138-193)

35. Antonino Pio (138-161). — Antonino Pio apparteneva a una famiglia originaria della Gallia, aveva 52 anni, ed era stato console, proconsole dell’Asia, iuridicus per l’Italia e membro del Consilium imperiale. Egli aveva compiuto con onesta fermezza il suo dovere verso la memoria del padre adottivo, impedendo al senato di sfogare l’odio postumo contro la memoria di Adriano. Ma l’atteggiamento del senato era un ammonimento. Un altro ammonimento erano le nuove ambizioni di ingrandimento che richiamavano la politica di Traiano. Si vogliono ora considerare come province romane la Parzia e perfino la Scizia[46]. Antonino intese questi ammonimenti. Era un’anima eletta più che un potente ingegno; e perciò si propose di conservare quel che Adriano aveva fatto più che di continuarne l’opera, cercando insieme di placare con concessioni il risentimento del senato.

Tale è il doppio scopo del suo governo. Egli rispetta l’opera di Adriano: il Consilium principis, la cancelleria imperiale, l’avvocatura del fisco, le riforme militari, l’indirizzo della legislazione civile e della politica estera. Abolisce soltanto gli iuridici per l’Italia. Ma prodiga al senato i compensi. Non si stanca di ripetere ch’egli intende trattare il senato, come, da senatore, aveva desiderato gli imperatori trattassero lui. Amnistia i condannati politici degli ultimi anni di Adriano, e fa a sè una legge della più ampia indulgenza verso coloro che cospireranno contro di lui. Frena l’avidità del fisco, riduce le imposte; anzi, nel 147 o 148, condona ai contribuenti gli arretrati di tre lustri. Rimette in onore le tradizioni e i simboli repubblicani di Roma; restaura gli antichi culti ufficiali romani; è onorato dai senatori, come Vespasiano, ob insignem erga caerimonias publicas curam ac religionem[47].

Con lui, al principe girovago succede il principe sedentario. Sembra che Antonino non abbandonasse mai Roma, checchè avvenisse ai confini dell’impero. Costruì meno e con minore prodigalità di Adriano. In tutti i rami dell’amministrazione cercò di diminuire la spesa; ridusse gli stipendi largiti da Adriano agli artisti, ai musici, per esempio; largheggiò invece con i retori e i filosofi. Schivò la guerra con la Parzia; ma non ostante il suo amore per la pace e il suo rispetto filiale per Adriano, in Britannia accontentò i fautori di conquiste e ritornò ai confini fissati da Agricola. Cosicchè, quando morì, dopo circa 23 anni di governo, i repubblicani e i tradizionalisti di Roma furono veramente in lutto. Con Traiano e con lui il romanesimo aveva irradiato sul vasto impero gli ultimi e magnifici splendori.

Ma tra questi splendori già si vedevano apparire nubi foriere di tempesta. Pare che Antonino lasciasse la moneta romana più deteriorata che non Traiano, avendo egli accresciuto fino ad un terzo la lega del denarius; e certo è che, non avendo mai ispezionato nè un campo nè una frontiera, moriva ignorando che cosa facessero i barbari al di là del Reno, del Danubio, dell’Eufrate, in Africa e nella Gran Bretagna; lasciando l’esercito infiacchito dalla lunga pace, dalla sua noncuranza, dai frettolosi e troppo numerosi arruolamenti di barbari: indebolite insomma su tutte le frontiere le difese e più audaci i nemici.


36. L’imperatore filosofo: Marco Aurelio (161-180). — Come abbiamo visto, all’elezione del nuovo principe aveva già provveduto Adriano. Questi aveva voluto che Antonino adottasse, come figlio, il nipote suo, Marco Annio Vero, che assunse poi il nome del nonno paterno, Aurelio, e il figlio dell’altro Vero, ch’egli per primo aveva scelto come suo successore. Nel 146 M. Aurelio aveva ricevuto la potestà tribunicia e proconsolare; era divenuto dunque collega e successore presuntivo per volontà di Antonino Pio, che morente lo designò infine esplicitamente: ma insomma la sua scelta all’impero risale in prima origine ad Adriano. Morto Antonino, ricordandosi delle intenzioni di Adriano, Marco Aurelio assunse al suo fianco, nell’impero, il suo fratello adottivo, L. Elio Vero, e i due principi si presentarono insieme al senato, ai pretoriani, al popolo.

Marco era un appassionato cultore della filosofia, un fervente seguace della setta stoica, al modo con cui a quei tempi si intendeva da molti la filosofia: non cioè come puro studio, ma come norma di vita e perfetta coerenza tra il pensiero e l’azione. Per la prima volta l’impero di Roma, fondato e sino allora governato da una aristocrazia di soldati, statisti e diplomatici, aveva a capo un filosofo, che ambiva attuare l’ideale etico della scuola stoica. L’ellenismo non aveva ancora riportato un trionfo più grande. Con Marco Aurelio la filosofia, di cui Roma aveva per tanti secoli, più o meno, diffidato, che Vespasiano aveva bandita d’Italia, saliva al governo e non di un piccolo Stato, ma del più vasto e potente impero, innanzi a cui gli uomini si fossero sino allora inchinati. Platone aveva detto che gli uomini e gli Stati sarebbero felici il giorno in cui i filosofi avessero assunto il governo. Avrebbe Marco Aurelio giustificato o sbugiardato il grande pensatore?


37. La guerra orientale (161-166). — L’esperienza doveva essere seria. I tempi diventavano procellosi. Antonino era appena morto, che già si scorgevano gli effetti del suo governo, più destro nel rinviare le difficoltà che forte nell’affrontarle. In Britannia, i Picti irrompevano contro il nuovo vallo, mentre le milizie romane, stanziate nel paese, minacciavano di proclamare un nuovo imperatore. In Germania, sul Danubio superiore e sul Reno, Catti e Cauci si agitavano inquieti, facevano scorrerie nel territorio romano. In Oriente, il re dei Parti, Vologese III, invadeva l’Armenia, scacciava il re, postovi dai Romani; irrompeva nella Siria, mentre i principi vassalli e le stesse città siriache insorgevano contro il dominio romano (161).

Il pericolo più grave era in Oriente. Marco Aurelio ordinò leve, spedì in Siria rinforzi e generali, tra cui lo stesso suo collega L. Vero, e incominciò una guerra lunga e vasta, che poteva ricordare Traiano. Nel 162-163, il generale Stazio Prisco era riuscito a riconquistare l’Armenia e restituire il principe deposto: ma in Siria il generale Avidio Cassio non aveva potuto pigliar subito l’offensiva. Troppo le legioni erano effeminate e indisciplinate. Fu necessario prima istruirle, allenarle, e vincerne lo spirito sedizioso. Alla fine Cassio potè muoversi; e, dopo le prime vittorie, avanzare, se non rapidamente, con vigore; sicchè, come pare, nel 165, giungeva nel cuore dell’impero partico e dava alle fiamme Seleucia e la stessa capitale del regno, Ctesifonte. Entrava a questo punto in campo L. Vero che, fino ad allora pare si fosse occupato in Antiochia del vettovagliamento; e marciando, probabilmente attraverso l’Armenia, invadeva la Media. Si rinnovava la trionfale spedizione di Traiano. Solo allora il re Partico si indusse alla pace; ma questa volta dovette accordare condizioni più onerose del solito, cedere la Mesopotamia superiore: la prima nuova conquista che dall’età di Pompeo, i Romani riuscissero a fare e a mantenere nella regione del Tigri e dell’Eufrate (166).


38. La prima invasione germanica (167-175). — Così, dopo cinque anni, l’imperatore filosofo terminava felicemente una delle più difficili guerre orientali. Ma le legioni vittoriose riportavano in Europa la peste bubbonica, che avrebbe desolato per anni la penisola balcanica e l’Italia. Come se tutte le disgrazie concorressero a un tempo, un nuovo pericolo, sedato quello d’oriente, minacciò a settentrione.

Nel 166 il confine danubiano era rotto, e le province al di qua e al di là del fiume — Dacia, Pannonia, Norico, Rezia — erano invase da una coalizione di varie popolazioni germaniche, che di slancio giunsero sino in Italia: assediarono Aquileia, incendiarono Opitergium (Oderzo), e si spinsero fino al Piave, vera avanguardia delle invasioni, che dovevano nei secoli seguenti sommergere l’impero. Chi o che cosa aveva dato quella prima spinta al grande moto delle genti germaniche? In mancanza di notizie positive, noi siamo ridotti ad ipotesi. È possibile che un grande movimento di popoli slavi e germanici dall’oriente verso occidente abbia spinto i barbari verso le frontiere dell’impero. Ma la spinta maggiore deve essere stata data dalle nuove condizioni della Germania stessa. Confinando e commerciando e combattendo non più con piccoli stati celtici poco meno che barbari, ma con un grande impero civile, come l’impero romano, anche le popolazioni germaniche si venivano a poco a poco incivilendo in una certa misura. Esse imparavano molte cose — buone e cattive — dall’impero, che era nello stesso tempo il loro modello e il loro spavento: anche ad adoperare le sue stesse armi. Non è quindi difficile di spiegare come l’indomabile indisciplina e il continuo guerreggiare scemassero un poco tra i Germani, al contatto dell’impero; e che a poco a poco in questa nebulosa di tribù disgregate si formassero anche in Germania grossi Stati monarchici, rozze imitazioni dell’impero romano, che cercavano di costituire dei governi e degli eserciti. Ma a questo scopo occorrevano denari. D’altra parte non è inverosimile che quel principio di ordine civile introdotto nelle barbare tribù germaniche, facesse crescere la popolazione. Onde una crisi, demografica ed economica, che spingeva le popolazioni germaniche a invadere terre più fertili e a saccheggiare territori più ricchi, e cioè l’Europa del sud e del sud-ovest, incivilita e arricchita dal governo romano. Sinchè l’esercito romano era stato numeroso e agguerrito alle frontiere, i Germani non si erano mossi; ma da parecchi anni la maggior parte delle legioni d’Occidente combatteva in Oriente e contro i Parti una dura guerra, le cui notizie probabilmente giungevano ingrossate e deformate oltre il Reno e il Danubio. Così si può forse spiegare che, in questo tempo, un gran numero di popolazioni barbare, in maggior parte germaniche, tra le quali i Marcomanni, gli Ermonduri, i Quadi, gli Jazigj, i Sarmati, gli Sciti, i Victuali, i Rossolani, gli Alani, si precipitassero, secondo un piano concertato, sulle frontiere dell’Impero, sapendole mal guardate.

A che mirassero gli invasori o se ad altro fine oltre il saccheggio, non sappiamo. Certo è che la sùbita invasione atterrì l’Italia. La grandezza del pericolo è dimostrata dal fatto che questa volta Marco Aurelio, messi da parte i suoi libri, andò in persona a difendere i confini dell’impero. La storia di questa guerra è così frammentaria, che non sarebbe possibile ricostruirla cronologicamente. Noi sappiamo che durò sino al 175 e che fu asprissima; che si dovettero reclutare nuove legioni, e non fu cosa facile, poichè occorse ricorrere a differenti e quasi disperati espedienti; che non si adoperarono solo le armi ma anche gli intrighi e i trattati; che la guerra ebbe varie vicende, ora tristi ora liete; che a un certo momento un’orda di Custoboci si spinse dalla Dacia sin nel cuore della Grecia, e cioè sin ad Elatea nella Focide. Comunque sia, nel 175 l’incendio sembrò domato. Par che i nemici dovettero cedere una striscia di territorio sulla riva sinistra del Danubio, tollerare fortificazioni e guarnigioni romane, impegnarsi a frequentare solo taluni dei mercati provinciali, ed in tempi determinati, obbligarsi infine a fornire milizie all’esercito romano. Ma sembra pure che i nemici ricevettero dei compensi per queste concessioni e che per la prima volta dei barbari fossero accolti entro i confini dell’impero, persino in Italia, ove pare fossero distribuiti come coloni o coltivatori sulle terre dei proprietari: primo principio di una condiscendenza che doveva generare gravi conseguenze[48]. La pace insomma sembra essere stata una transazione abilmente velata.


39. La rivolta di Avidio Cassio (175). — Le ripercussioni di questa guerra sanguinosa, costosa e vittoriosa solo in parte, furono molte e gravi in Italia come nelle province. La Spagna meridionale fu turbata da un’invasione di Mauri: l’Egitto da una insurrezione dei cosiddetti Bucolici, intorno alla quale nulla di preciso si sa. Le finanze furono gravemente dissestate; e pare che per riassestarle alla meglio si deteriorassero ancora più le monete. Segno più minaccioso, nello stesso anno in cui fu conchiusa la pace coi barbari, l’impero fu minacciato da una grossa guerra civile, non per colpa, questa volta, del senato. Il senato era soddisfatto dell’imperatore. Non solo, come i suoi predecessori, il principe aveva rinunziato a giudicare i senatori, ma aveva stabilito che i processi capitali contro i membri del senato fossero discussi a porte chiuse. M. Aurelio continuava la utile consuetudine dei curatores rerum publicarum, ma facendosi scrupolo di sceglierli tutti nell’ordine senatorio; rimetteva al senato le finanze e la politica estera, gli sottoponeva i trattati di pace, e gli abbandonava il diritto di appello. «Nulla, egli soleva ripetere, è dell’Imperatore, la casa stessa in cui noi abitiamo è proprietà vostra». Il senato non avrebbe potuto chiedere di più. Questa volta il segno della ribellione viene, come al principio del governo di Adriano, dall’elemento militare. Autore e capo fu, nel 175, Avidio Cassio, il vincitore dei Parti, il più valente generale del tempo, a cui M. Aurelio, durante le guerre germaniche, aveva affidato l’alto comando di tutto l’Oriente. Quel che questo uomo di guerra pensasse dell’imperatore filosofo, ce lo dice una sua lettera, della cui autenticità, naturalmente, la critica moderna ha dubitato: «.... Povera repubblica, che subisce codesta gente, avida di ricchezze e che riesce ad arricchirsi!! Povera repubblica! Marco è certo un uomo eccellente; ma, desiderando farsi lodare per la sua clemenza, lascia vivere tanta gente, che egli riprova. Dov’è quel L. Cassio, di cui io porto inutilmente il nome? Dove Catone il censore? Dove gli antichi costumi? Le cose perite da gran tempo neanche si desiderano più. Marco fa della filosofia e indaga sugli elementi naturali, sull’anima, su ciò che è onesto e giusto; ma egli non ha la nozione precisa dei bisogni dello Stato. Tu costà vedi bene che sorta d’energia e di azione occorra per rendere allo Stato l’antica natura; io lo vedo qui, osservando i governatori delle province. Ma posso io chiamare proconsoli e presidi codesti uomini, che pel solo fatto di aver ricevuto dal senato o da M. Aurelio delle province, si dànno a una vita sregolata ed ammassano ricchezze? Tu conosci il prefetto del pretorio del nostro filosofo: tre giorni prima era povero e mendico; poi, improvvisamente, è divenuto ricco.... In che modo, io domando, se non a prezzo delle viscere della repubblica, e delle fortune dei provinciali?...»[49].

Questa lettera ci mostra come e per quali ragioni un soldato, un valente soldato, nutrito di vecchio spirito romano, amasse poco l’indirizzo intellettuale e civile che il governo dell’impero aveva preso, da Adriano in poi. Tenacemente l’elemento militare cercava di opporsi a quel nuovo spirito, che sembrava fare Roma straniera a se stessa. Come questo sordo malcontento prorompesse in aperta rivolta, sarebbe difficile dire: pare che Cassio pensasse di dover essere il successore; e che nel 175, sparsasi in Oriente la falsa notizia della morte di Marco Aurelio, egli si affrettasse troppo a proclamarsi imperatore, contando sulle legioni e sui governatori dell’Oriente. Ma quando si seppe che la notizia della morte non era vera e che Marco Aurelio veniva in Oriente, il rispetto dell’autorità e dell’ordine poterono più che l’inclinazione per il pretendente. Cassio fu ucciso, tre mesi dopo il pronunciamento, da due ufficiali. Quando Marco giunse in Antiochia e in Alessandria, l’incendio era già spento (fine 175).


40. La persecuzione dei Cristiani e la fine di Marco Aurelio (175-180). — Ma tutte queste guerre, epidemie, rivolte, avevano sgomentato le popolazioni dell’impero, esaltando la superstizione popolare. Le moltitudini, dopo avere invano chiesto salvezza a tutti gli Dei delle vecchie religioni, si rivoltarono furiose contro i Cristiani. Marco Aurelio, da buon filosofo stoico, non poteva esser molto incline alla nuova «superstizione»[50]; ma la sua naturale e costante mitezza l’avrebbe certamente trattenuto dall’infierire, se il sentimento pubblico, sempre più invelenito contro la minoranza cristiana che ingrossava, non gli avesse fatto violenza. Già tra il 163 e il 167, aveva subito il martirio in Roma S. Giustino, che pure avea fatto liberamente l’apologia del Cristianesimo al tempo di Antonino. Ma la persecuzione era andata facendosi più fiera in seguito; ed era stata come autorizzata da un decreto dell’imperatore, nel quale la tortura e la morte sono comminate ai Cristiani, in quanto Cristiani[51].

Di ritorno dall’Oriente M. Aurelio celebrò in Roma uno splendido trionfo per le vittorie sui Germani e sui Sarmati (23 dicembre 176). Il senato gli decretò allora la bella statua equestre, che ancora si ammira sul Campidoglio, e al Campo Marzio la colonna, che sorge in Roma nella piazza che ne porta il nome, e i cui bassorilievi rappresentano le guerre con i popoli del Danubio. La colonna e la statua erano meritate, perchè il filosofo aveva saputo mutarsi in generale e fare il suo dovere, non risparmiando fatiche per difendere l’impero. Senonchè a questo punto M. Aurelio prese una deliberazione, che nessuno si sarebbe aspettata da lui: L. Vero, il suo collega, essendo morto già da parecchi anni, dopo la guerra partica, egli assunse all’impero, come collega, il figliuolo, L. Aurelio Commodo, facendogli concedere nel 177 la potestà tribunicia, dopochè già alla fine del 176 aveva ricevuto il titolo di imperatore. Commodo aveva allora 15 anni: non si riesce dunque a spiegare come questo filosofo stoico abbandonasse ad un tratto il procedimento dell’adozione, a cui egli stesso doveva l’impero è che aveva fatto così buona prova, e si appigliasse invece ad un tratto, e così temerariamente, al principio dinastico dell’eredità, applicandolo alla cieca ad un ragazzo di 15 anni e ritentando l’esperimento già calamitosamente fallito con Nerone! Questa scelta di Marco Aurelio indurrebbe a credere che Avidio Cassio non avesse tutti i torti, giudicandolo nel modo che abbiamo visto. Comunque sia, quell’atto doveva aver funeste conseguenze, perchè Marco Aurelio non visse a lungo, dopo l’assunzione di Commodo. Nel 178 dovè ripartire di nuovo per la frontiera danubiana, dove l’agitazione germanica ricominciava. Da circa due anni combatteva e trattava con i barbari, allorquando, il 17 marzo 180, morì a Vindobona (Vienna).

Nella amministrazione civile Marco Aurelio, sempre occupato da guerre, non potè pareggiare Adriano; ma lo imitò quanto i tempi consentivano ancora. Costruì poco, perchè i denari mancavano. Ristabilì gli iuridici per l’Italia, aboliti da Antonino. Protesse retori, giuristi e filosofi: par che assegnasse uno stipendio di 100.000 sesterzi ai membri del Consilium imperiale, e di 60.000 ai consulenti giuridici del consiglio. Diede nuovo incremento alle istruzioni alimentarie, creando un prefectus alimentorum, di rango consolare. Continuò ad addolcire e far più agile e umano così il diritto civile come il penale. Insomma, se il mondo non fu sotto di lui felice, non si può negare che l’imperatore filosofo facesse il suo dovere in mezzo a difficoltà poco conformi alla sua indole. Il solo errore che — sembra — avrebbe potuto e dovuto evitare, è la scelta di Commodo. Gli scrittori antichi ci dicono che l’opinione universale indicava in Pompeiano il successore. Perchè non lo scelse? E se l’avesse scelto, sarebbe stato risparmiato il grosso disordine che tra poco narreremo? Terribili questioni, a cui la storia non può rispondere.


41. L’impero alla morte di M. Aurelio: splendori e debolezze. — Con la morte di M. Aurelio si chiude la bella epoca dell’impero. Il secondo secolo dopo C. è l’êra più prospera e felice che i paesi governati da Roma ebbero mai a godere. Le cause di questa prosperità e felicità furono diverse, vicine e remote: la pace profonda che, ad eccezione di pochi e corti disordini locali, regnò nell’interno; il fiorire delle province nella pace e nella sicurezza, incominciato nel secolo precedente; la savia amministrazione dei principi. La grandiosa rete stradale, la diminuita varietà delle lingue, dei pesi, delle misure, delle monete, il ravvicinamento dei costumi, il regolato corso delle acque, la buona polizia marittima, i rapporti con Roma, l’esercito stesso favorivano gli scambi delle lingue, delle merci, delle idee, delle credenze religiose, dei costumi e quindi l’universale arricchimento, la pace e la unificazione spirituale dell’impero. Ovunque si aprono opifici, lanerie, tintorie, fabbriche di armi e di tessuti. Le industrie dell’Oriente, la porpora, la lana, il vetro, l’oreficeria, fioriscono rigogliose, avendo trovato nuove clientele nelle province incivilite dell’Occidente. Anche le parti dell’Europa incivilite più di recente, l’Italia settentrionale, la Gallia, la Spagna, riescono a imitare, sia pure con minor perfezione, le industrie orientali. Numerose navi solcano il Mediterraneo; spedizioni mercantili valicano i fiumi e le terre, si spingono fin nella remota India e nella Cina, a cercare la seta, le perle, il riso, adoperato come una medicina o come una ghiottoneria, le spezie, portando, per pagare gli acquisti, oltre oro e argento, anche derrate e oggetti del Mediterraneo di cui quei lontani paesi facevano uso: vino, per esempio. Come il commercio e l’industria, l’agricoltura è in pieno fiore.

La ricchezza, la cultura, il lusso, l’industria, il commercio si accentrano in poche metropoli, che rigurgitano, si ingrossano, si abbelliscono ed arricchiscono: Cartagine, Alessandria, Antiochia, Efeso, Tessalonica, Milano, Verona, Lione, per non parlare di Roma. A poco a poco le città minori languiscono. Di questo differente destino che in tante altre civiltà ha colpito le grandi e le piccole città, ci sono tracce nelle fonti antiche; ma una prova indiretta è fornita dalla crescente sollecitudine degli imperatori per le città minori: usurpazione dell’assolutismo, fu detto, mentre è forse da considerarsi come un effetto del loro decadere a vantaggio delle grandi. A mano a mano che le famiglie ricche e le persone istruite si raccoglievano in poche grandi città, nelle minori il ceto governante, le piccole aristocrazie locali, a cui l’amministrazione urbana era affidata, si assottigliavano. L’amministrazione pericolava per difetto di uomini capaci; e l’autorità imperiale doveva in qualche modo supplire.

Con il crescere della ricchezza e l’ingrandirsi delle città si diffonde per tutto l’impero una universale passione dei giochi. I famosi giochi della Grecia — Olimpici, Istmici, Nemei e Pitici — rifioriscono per il favore di un pubblico cosmopolita, che accorre da ogni parte dell’impero, e sono riprodotti, più o meno fedelmente, in molte città dell’impero. Roma, a sua volta, insegna a tutto l’impero i suoi giochi e spettacoli, massime quegli spettacoli gladiatorî, per cui il popolo dell’Urbe aveva tanta passione. Teatri e anfiteatri si costruiscono in ogni città dell’impero; l’Oriente e l’Occidente si mescolano anche nei divertimenti, comunicandosi a vicenda le proprie passioni e i propri giochi; la professione di atleta diventa una delle più proficue e onorifiche. Colui che è stato coronato nei giochi di Grecia o che ha riportato numerose vittorie nelle innumerevoli feste celebrate in tutte le città, diventa nella città sua un personaggio ragguardevole, a cui la legge concede la esenzione da molti carichi pubblici. I corpi pubblici e i privati gareggiano per fare onore a queste «glorie» della città.

Nè la prosperità materiale soffocava lo spirito. «L’impero è tutto pieno di scuole e di discenti», esclamano, concordi, il poeta romano Giovenale e il retore greco Aristide. La letteratura, la filosofia, la scienza cessano di essere il privilegio di piccoli cenacoli, si divulgano come patrimonio comune del genere umano. La cultura non sarà più così profonda e originale come nei secoli precedenti, ma è più universale. L’amore dalla filosofia pervade tutte le classi e il buon gusto si diffonde dalla capitale ai più remoti municipî. In ogni parte dell’impero i privati e le autorità gareggiano nell’abbellire le città e nell’imitare Roma. Il mondo s’era fatto così ricco, così bello, così sapiente, così ordinato, che per un momento il pensiero antico fu sul punto di abbandonare la sua dottrina pessimista della corruzione e di concepire questo grande mutamento del mondo al modo nostro, come progresso. «Il mondo è ogni giorno — scrive uno scrittore cristiano, Tertulliano — più conosciuto, meglio coltivato e più civile di prima. Dappertutto si sono tracciate strade, ogni regione ci è nota, ogni paese è aperto al commercio. Poderi amenissimi hanno invaso le foreste; gli armenti hanno fugato le fiere; si semina nell’arena; si spezzano i macigni. Le paludi scompaiono. Ora ci sono tante città quante capanne un tempo. Non si ha più paura delle isole e degli scogli. Dovunque ci sono case, dovunque abitazioni umane, dovunque governi ben ordinati; dovunque tracce di vita....»[52].

Fugace splendore, invece; attimo fuggente di una prosperità caduca! Da questo tempo incomincia un tragico rivolgimento. Ma il male non viene dal di fuori; nè la colpa delle calamità che incominciano deve essere tutta apposta agli uomini che ora salgono al governo. Il male era interno, e nasceva da uno squilibrio tra le forze che reggevano l’impero. L’impero è governato da un senato, nel quale si raccoglie veramente il fiore delle famiglie ricche e colte delle province, dalla Gallia all’Africa e alla Siria: un’aristocrazia di cui il mondo antico non aveva ancor visto l’eguale, per numero, per coltura, per ricchezza, per raffinatezza di gusti, per nobiltà d’aspirazioni, per varietà di attitudini. In questa aristocrazia le virtù austere del romanesimo sono fecondate dalla cultura greca nella più splendida varietà di attitudini: onde abbondano i generali, gli amministratori, i giuristi, i letterati, i filosofi, i protettori delle arti e delle lettere, che tutti insieme vogliono conservare intatta la forza dell’impero, raffinandola con le arti più elette della pace; e con quanto studio ed impegno, lo attestano Traiano, Adriano, Antonino, Marco Aurelio. Senonchè mentre la aristocrazia che governava l’impero si raffinava, si faceva più colta, più splendida, più umana, l’esercito si imbarbariva. Con Claudio e con Nerone i provinciali erano entrati nelle legioni, e cresciuti di numero sotto i Flavi. Ma con gli Antonini, specie con i due ultimi, le legioni accolgono gli stranieri, i veri e propri barbari[53]. Certo a questi barbari si conferisce la cittadinanza romana; ma un titolo non bastava neppure allora a mutare l’animo. Allo stesso modo, sebbene più lentamente, era deteriorato il corpo dei pretoriani, esempio e modello di tutte le milizie romane. Troppo ricca ormai la vecchia Italia non basta più a riempire i vuoti delle famose coorti[54]. Tra queste due forze, l’aristocrazia e l’esercito, si interponeva quella che noi chiameremo l’amministrazione, il corpo dei magistrati che esercitavano i differenti uffici civili e militari, e che, almeno nelle cariche maggiori, era reclutato ancora secondo il principio della coltura e del rango senatorio od equestre. Al di sopra di tutti stava l’imperatore, il più autorevole dei senatori, il capo dell’esercito, della nobiltà e dell’amministrazione, il simbolo dell’impero e dello Stato, investito di poteri che non erano mai stati ben definiti, come non era mai stato ben definito il principio politico e giuridico da cui i suoi poteri scaturivano. Era chiaro che, sinchè l’imperatore, l’amministrazione e l’aristocrazia fossero stati d’accordo, avrebbero avuto autorità bastevole per imporre rispetto alle legioni. I governi di Traiano, di Adriano, di Antonino e di Marco Aurelio lo avevano provato. Ma che sarebbe accaduto il giorno, in cui questo accordo si rompesse?


42. Il governo di Commodo (180-192). — Quanto fosse fragile l’accordo tra il senato e l’imperatore, bastò a dimostrarlo, dopo un secolo di concordia, la scelta di Commodo. Commodo, dopo Tito e Domiziano, era il solo figlio che succedeva al padre nella suprema carica; e per maggior disgrazia, a diciannove anni. Il senato, che non aveva mai ammesso l’eredità come titolo del potere imperiale, e che avrebbe voluto imperatore Claudio Pompeiano, subì l’avvento di Commodo come una usurpazione. La rottura tra il senato e l’imperatore non tardò dunque; e fu quanto mai calamitosa, perchè Commodo era un giovane che ricordava assai più Nerone che non Domiziano, a cui più spesso i contemporanei lo paragonarono. Dopo un breve tirocinio, abbandonò il governo al prefetto del pretorio; e si diede a godersi l’impero, esasperando ancor più il malcontento e l’odio del senato. Ma di questa sua noncuranza, del sospetto in cui aveva il senato approfittarono molti avventurieri di origine oscura, per impadronirsi di molti uffici sino ad allora riserbati all’ordine senatorio ed equestre. Sotto Commodo si tenta e si ritenta di togliere ai senatori il privilegio di occupare le alte cariche; uomini oscuri o indegni si insinuano dappertutto, e talora passano innanzi ai personaggi più cospicui dell’impero; i segni esterni della potenza sovrana dell’imperatore sono moltiplicati e risuscitati i titoli più adulatorî, che il senato aveva aborriti nella persona di Nerone e di Domiziano. L’opposizione senatoria, come è naturale, rinasce; le congiure spesseggiano; e l’aspra discordia tra imperatore e Senato guasta e precipita nel disordine in pochi anni tutta l’amministrazione. Intorno alla politica di Commodo poco sappiamo. Ci è difficile quindi giudicarla e decidere, per esempio, se la pace da lui conchiusa con le popolazioni germaniche, che tanto filo da torcere avevano dato al padre suo, fosse buona o cattiva. Ma certo è che durante gli anni del suo governo, che furon dodici, numerose rivolte scoppiarono nelle province: che l’esercito si decompose; che i disertori in Gallia poterono tentare quasi un principio di rivolta, tanto erano numerosi: e che le finanze andarono a precipizio.

La fine di questo governo fu quale si poteva imaginare. Come Nerone e Domiziano, anche Commodo si fece via via più sospettoso e violento; e seminò attorno a sè tanti odî e tante paure, che i suoi stessi familiari si convinsero, alla fine, che occorreva toglierlo di mezzo. Il 31 dicembre del 192, un gruppo di cortigiani, pavidi della propria incolumità personale e sicuri di trovare dietro a sè largo séguito di plauso e di favore, riescivano a uccidere l’imperatore.


43. Pertinace (1º gennaio-28 marzo 193). — La fine di Commodo ricordava Domiziano, come il suo governo aveva ricordato Nerone. Ma che cosa accadrebbe, dopo la sua morte? Quale dei due imperatori ricorderebbe la successione: Domiziano con un nuovo Nerva o Nerone con una nuova rivoluzione? Un grande sforzo fu fatto per risparmiare una seconda rivoluzione all’impero. Il senato scelse a imperatore un uomo che poteva veramente definirsi un nuovo Nerva: Publio Elvio Pertinace, e lo scelse con tanta prestezza e risolutezza, che i pretoriani lo accettarono. Era costui un homo novus, perchè primo della sua famiglia era entrato in senato: un uomo semplice, serio, austero, che aveva guadagnato il laticlavio servendo nell’esercito; un soldato, che impersonava tutte le tradizioni del militarismo romano, come Traiano. Egli si affrettò a riconoscere di nuovo i diritti del senato e a tributargli gli onori dovuti; scacciò dalle cariche gli avventurieri introdotti sotto Commodo, richiamò gli esiliati; e subito pose mano, sempre agendo d’accordo con il senato, a restaurare le finanze, e a ristabilire la disciplina negli eserciti e nella guardia pretoriana. Ma nel voler ricondurre i pretoriani all’antica disciplina, egli presunse troppo della autorità sua e del senato. Anche quel corpo era ormai troppo inquinato di provinciali. Il 28 marzo del 193, tre mesi dopo la sua assunzione all’impero, i pretoriani si rivoltarono e uccisero nel suo palazzo l’imperatore. Alla morte di Pertinace seguì in Roma un gran panico, del quale approfittarono due senatori, Sulpiciano, che era il suocero di Pertinace, e Didio Giuliano, uno dei più ricchi tra i membri dell’assemblea, per persuadere i pretoriani ad acclamarli imperatori. Sulpiciano, che Pertinace aveva mandato a calmare i pretoriani in rivolta, riuscì ad entrare nel campo, mentre Didio Giuliano restava fuori. Ma i pretoriani seppero sfruttare la rivalità; e per mezzo di ambascerie mandate a Sulpiciano e a Giuliano misero l’impero all’asta, chiedendo all’uno e all’altro che donativo darebbero in cambio dell’elezione. Didio Giuliano offerse la somma maggiore e fu imperatore.

Ma l’impero non era ancora un bene che potesse mettersi all’asta. Quando, nelle province, le legioni seppero quel che era successo a Roma, si rivoltarono contro questo mercato e contro l’imperatore dei pretoriani. Le legioni di Britannia proclamarono imperatore il loro comandante D. Clodio Albino; quelle di Pannonia, L. Settimio Severo; quelle di Siria e d’Egitto, C. Pescennio Nigro. Dopo 124 anni si ripeteva il disordine scoppiato alla morte di Nerone. Di nuovo l’incertezza del principio legale della successione nella suprema autorità dell’impero scatenava le legioni.

Note al Capitolo Quinto.

[46]. Cfr. Cohen, Monnaies rom., II, Anton., nn. 572, 777, 778. La Scizia è qui forse una nuova provincia sul Danubio.

[47]. C. I. L. VI, 1001.

[48]. Sulle deduzioni dei barbari sul territorio romano si può consultare Huschke, Ueber den Census und die Steuerverfassung der früheren Römischen Kaiserzeit, Berlin, 1847, pag. 149 sg.

[49]. [Hist. Aug.], Av. Cass., 14.

[50]. È questo un giudizio dello stesso Marco Aurelio, Pensieri, II, 3.

[51]. Studi e testi, VIII (Roma, 1902): Atti di S. Giustino, 4, 8; cfr. Euseb. H. E., 5, 1, 47; Athenag. Legatio pro Christian., 1 sg.

[52]. Tertull. De anima, 30.

[53]. Cfr. O. Seeck, in Rh. Museum, 43, 611-13.

[54]. Cfr. [Hist. A.] Pertin., II, 9; C. I, L. V, 5050, l. 31; VI, 2375 a sg.; Dion. Cass. 74, 2; R. Cagnat, Praetoriae Cohortes in Daremberg et Saglio, Dict. Antiq. Graecques et romaines, IV, pag. 635.

CAPITOLO SESTO I PRINCIPII DELLA MONARCHIA ASSOLUTA
SETTIMIO SEVERO

(193-211)

44. La guerra civile e la vittoria di Settimio Severo (193-197). — Dei tre pretendenti il più accetto al senato era Pescennio: un italico, a quanto pare, di illustre famiglia. Non sembra che fosse un discepolo delle Muse, ma era un buon soldato; le sue maniere affabili lo rendevano accetto a tutti, persino ai soldati, a cui pure imponeva la più rigida disciplina. Clodio Albino, invece, era africano di nascita, come Severo; era nato in Adrumeto, da una famiglia antica e nobile; aveva molte amicizie a Roma e simpatie nel senato. Settimio Severo, infine, che nasceva da una ricca e cospicua famiglia di Leptis, era il più colto dei tre, perchè era stato educato nelle due lingue, greca e latina, aveva studiato ad Atene, ed in gioventù si era dato alle lettere. Ma primo della famiglia era entrato in senato e aveva esercitato le magistrature; era quindi un homo novus. Fosse questa la ragione o altra che non conosciamo, egli aveva meno amici in senato che i suoi rivali.

Ma se Settimio Severo era il candidato meno grato al senato, era anche quello che, governando la Pannonia, si trovava più vicino all’Italia. Risoluto e intelligente, egli seppe approfittare di questo vantaggio. Senza perdere tempo scese con il suo esercito nella valle del Po. Didio Giuliano, il quale disponeva soltanto della guardia pretoriana, e non aveva potuto neppur chiudergli i passi delle Alpi, cercò di difendersi alla meglio. Ma le forze erano troppo ineguali. I soldati lo abbandonarono; lo abbandonò la flotta e, all’avvicinarsi di Settimio Severo, il senato lo depose e condannò a morte, eleggendo il governatore della Pannonia.

Il nuovo imperatore non poteva illudersi sui sentimenti che il senato, costretto a convalidarlo con la spada alla gola, nutrirebbe sul suo conto. Ma Settimio Severo sapeva di dover combattere contro due rivali potenti, e quindi cercò di ingraziarselo. Punì i complici di Didio Giuliano; fece decretare l’apoteosi di Pertinace; promise che non avrebbe condannato a morte nessun senatore, anzi fece approvare dal senato una legge, la quale dichiarava nemico pubblico l’imperatore che ciò facesse; promise di governare, prendendo a modello Pertinace e Marco Aurelio: non esitò nemmeno a sciogliere la guardia pretoriana che aveva ucciso Pertinace e messo all’incanto l’impero, ricostituendola con i migliori soldati scelti da qualsiasi legione. Infine, per legar le mani a Clodio Albino, e per compiacere al Senato, lo dichiarò suo collega nell’impero e suo erede presuntivo, dandogli l’alto comando delle province occidentali. Ma presa questa precauzione e dati questi pegni delle sue intenzioni al senato, si volse ad attaccare in Oriente Pescennio, che si era già assicurato l’Asia e l’Egitto, la neutralità dell’Armenia e l’alleanza di parecchi principi orientali, tra i quali il re dei Parti. Severo non volle che Pescennio avesse, come Vespasiano, il tempo di assalir lui; e sapendo che la velocità era il partito migliore, non indugiò più di un mese nella capitale e subito partì alla testa di grandi forze, per l’Oriente. Respinta e bloccata una buona parte dell’esercito nemico in Bisanzio, Severo, o, piuttosto, i suoi generali sconfissero il nemico prima a Cizico, poi a Nicea e, finalmente, presso Isso. La giornata fu assai cruenta, ma il rivale fu alla fine vinto, e, nella tragica fuga, arrestato e decapitato (194). Sembra che i partigiani di Pescennio fossero duramente trattati, ma dei senatori nessuno fu condannato a morte: i più compromessi subirono la confisca di tutto o di parte del patrimonio.

Ma se Pescennio era morto, la guerra non era ancora finita, chè Bisanzio resisteva accanitamente. D’altra parte Settimio Severo non poteva illudersi che la sua vittoria gli concilierebbe il favore del riluttante senato. Perciò egli pensò di dare al suo governo un carattere di legittimità più sicuro; e nel 195 celebrò la adozione di sè medesimo per parte di M. Aurelio. Il farsi adottare di autorità da un morto, era un procedimento, alla stregua delle leggi, molto ardito, per non dire stravagante; ma facendo questa violenza allo spirito della legge ed al buon senso, egli poteva presentarsi come il continuatore degli Antonini, venerati con tanto zelo in tutto l’impero. Pare inoltre che Settimio si servisse dell’adozione per impadronirsi dell’ingente eredità di Commodo[55]. Nel tempo stesso, mentre stringeva d’assedio Bisanzio, provvedeva a domare l’Oriente; e faceva una spedizione nella Adiabene e nell’Osroene, i cui sovrani avevano favorito Pescennio. Tutto il 195 fu speso in questa spedizione e nell’assedio di Bisanzio, che capitolò finalmente nella primavera del 196. L’Oriente poteva dirsi domato. Settimio Severo si affrettò a ritornare in Italia.

Nel senato l’opposizione era forte; e poichè Pescennio era stato vinto, poneva la sua speranza in Clodio Albino. Questi a sua volta non aveva accettato di esser collega di Settimio che per aver tempo a preparar milizie contro di lui, in Gallia e in Britannia. Ormai, anzi, aveva apertamente proclamata la rivolta; aveva convocato un contro-senato; e minacciava, nuovo Vitellio, di ridiscendere dalle Alpi[56]. Come al solito, Severo non perdè tempo. Appena giunto in Italia, fece dichiarare Clodio Albino nemico pubblico dall’esercito e dal senato; persuase il senato a proclamare il figlio suo, Settimio Bassano (il futuro Caracalla), Cesare, designandolo così, quale erede dell’impero; gli fece assumere il nome venerato di Marco Aurelio, forse per compensare la violenza con cui faceva trionfare il principio ereditario, e poi partì per la guerra. L’impresa non era di piccola mole. Se vogliamo credere a Dione, Albino aveva raccolto non meno di 150.000 uomini, e altrettanti dovette opporgliene Severo; dunque, senza contare gli ausiliari, una quindicina di legioni, quante non erano mai state impiegate nelle campagne contro il Gran Re: un esercito smisurato per i tempi antichi. Anche su questa guerra poco si sa: par che il principio fosse favorevole ad Albino, e che il senato esultasse a Roma di questi prosperi successi. Ma nella battaglia decisiva a Tivurtium (Trévoux) non lungi da Lione, il nuovo pretendente fu definitivamente sconfitto (19 febbraio 197).

Questa volta la repressione fu più fiera che cinque anni prima. Settimio dichiarò al senato che la severità di Silla, di Mario, di Augusto era preferibile alla dolcezza che aveva perduto Cesare e Pompeo[57]. Ventinove senatori furono condannati a morte; un grande numero di ricchi galli e spagnuoli, che avevano aiutato Albino, furono pure giustiziati, i loro beni confiscati, e in parte divisi tra i soldati, in parte versati nell’erario, in parte presi da Severo. Con queste confische Severo incominciò a creare quella sua fortuna, che doveva essere la più grande di quante gli imperatori avevano sino allora possedute[58].


45. Il governo di Severo: suo carattere. — Il Dio della guerra aveva pronunciato il suo giudizio definitivo. Come Vespasiano, Severo era ormai, alla testa delle legioni vittoriose, l’arbitro dell’impero. Che cosa poteva fare il senato se non inchinarsi? Ma Severo non era, come Vespasiano, un italiano; era un figlio dell’Africa; di quell’Africa, dove il romanesimo era piuttosto una leggera vernice appena aderente, che copriva le passioni e le idee ataviche della razza. Severo non aveva per il senato e per le istituzioni della repubblica aristocratica, come Traiano, il rispetto di un figlio, l’ammirazione di un discepolo, la gratitudine di un beneficato. Non era nemico del senato e non voleva, di proposito, umiliarlo o avvilirlo. In tempi tranquilli, sarebbe stato uno dei tanti senatori, non meno geloso che gli altri dei privilegi dell’ordine. Ma aveva conquistato l’impero a prezzo di tremendi pericoli, contro la volontà del senato, che gli avrebbe preferito Pescennio Nigro o Clodio Albino; e conquistatolo, lo voleva tenere e godere — e qui appariva l’africano — come cosa sua e della sua famiglia. Già prima di vincere Albino, egli aveva, come abbiamo visto, fatto nominar collega il figlio e tributare grandissimi onori a sua moglie Giulia Domna, che era una siriaca di illustre famiglia e una donna molto intelligente; inoltre aveva mostrato apertamente che l’autorità imperiale doveva servire ad arricchirlo. Primo tra gli imperatori costituì un’amministrazione del patrimonio privato, nominando i procuratores privatarum rerum. Senonchè, se il senato aveva poco gradito il suo trionfo, meno ancora avrebbe gradito un governo animato da questo spirito. Non poteva quindi che diffidare del senato; e, senza combatterlo metodicamente, cercò i sostegni e gli appoggi del suo governo, non nel prestigio, nella ammirazione sincera e nella collaborazione volenterosa del grande consesso, come gli Antonini, ma nella intelligenza e nell’energia di un piccolo gruppo di servitori fidati e devoti, di ogni origine e rango; e massime nei soldati e nei cavalieri. Cresce dunque con lui l’autorità e il potere di tutti i funzionari imperiali, specialmente degli advocati fisci, del capo del fiscus, che prende il titolo di rationalis e del prefetto del pretorio. Per la prima volta il prefetto del pretorio è ammesso in senato, e per la prima volta, dopo tanti anni, non ostante la presenza del principe in Roma, riappare un nuovo Seiano, C. Fulvio Plauziano, che per un certo tempo, e sinchè non precipitò egli pure, fu più potente dello stesso imperatore. Il prefetto del pretorio diviene ora non solo il capo di tutte le truppe pretoriane, ma anche il dirigente di tutto il personale dei funzionari imperiali. I suoi poteri giudiziari si allargano: sembra che a lui competesse, oltre l’appello dalle autorità provinciali, anche la giurisdizione penale per tutto il territorio a cento miglia da Roma. Nelle province è tolto ai governatori il diritto di levare imposte; al senato, il compito di eseguire il censo, che è affidato in sua vece a funzionari imperiali tratti dall’ordine equestre. Ad accrescere il prestigio dell’ordine equestre Severo non solo concede ai cavalieri cariche prima riserbate ai senatori; ma ai cavalieri, che si sono segnalati nel pubblico servizio, accorda nuovi titoli di onore: quello di vir egregius o quello anche più alto di vir perfectissimus: onorificenze che ponevano un cavaliere alla pari di un senatore, senza farlo entrare nell’ordine; e che quindi abbassavano il prestigio del senato.

Ma di null’altra cosa Settimio Severo fu più sollecito che di far contento l’esercito. Egli è veramente l’imperatore dei soldati, che, eletto dai soldati, governa con essi e per essi. L’esercito è accresciuto di tre nuove legioni; il soldo è aumentato; ai soldati è accordato il diritto di contrarre matrimoni legittimi o qualcosa di simile[59], nonchè di passare per merito nel corpo dei pretoriani, ormai riserbato ad essi come una promozione. Ai veterani è concessa in privilegio la dispensa di ogni pubblico carico (vacatio a muneribus); agli ex-ufficiali, nuovi titoli onorifici; ai generali, donativi sontuosi. Riforma più importante: al grado di centurione — il più elevato dei gradi a cui il soldato comune potesse giungere e che corrisponde ai grado di capitano degli eserciti moderni — è annesso il rango di cavaliere. Infine agli ufficiali in congedo sono riserbati molti impieghi civili. È chiaro che Settimio Severo cercò di rinforzare l’ordine dei cavalieri e l’amministrazione con elementi presi dall’esercito, opponendo così alla nobiltà senatoria un altro ordine sociale a lui fedele e devoto; e cercando in questo i funzionari, che considerassero l’imperatore come loro capo e benefattore.


46. Severo in Oriente: la guerra con i Parti (197-198). — Un imperatore che si reggeva per il potere dell’esercito doveva essere gelosissimo della gloria e del prestigio delle armi romane. Mentre Severo combatteva in Gallia Clodio Albino, il re dei Parti aveva invaso la Mesopotamia e posto l’assedio a Nisibis; la Mesopotamia, la recente conquista di M. Aurelio, e forse la Siria, l’Armenia, la Cappadocia parevan di nuovo in pericolo. Severo non poteva tollerare l’affronto. Appena pacificata l’Europa, si accinse, nel 197, alla guerra con la Parzia. I preparativi furono grandi, ma adeguati. Vologese fu sconfitto e la via di Ctesifonte, per la terza volta, aperta alle legioni romane, che vi entrarono, e la saccheggiarono, facendo 100.000 prigionieri, tra soldati e civili. Pur troppo però, come sempre, il ritorno fu più difficile: chè il deserto, la fame, la sete inflissero all’esercito sofferenze inaudite. D’altra parte, se neppure Traiano aveva potuto sottomettere l’impero dei Parti, tanto meno poteva riuscirvi Severo, perchè da Traiano a lui l’impero si era indebolito. Inflitta una umiliazione profonda al re dei Parti, Severo fece pace, nel 198 o 199, accontentandosi dello statu quo, e forse di qualche ampliamento dei confini mesopotamici.

Ma Severo non tornò subito in Occidente. Sia che l’Oriente gli sembrasse richiedere la sua presenza, sia che preferisse star lontano da Roma e dal senato, per meglio mostrare che egli era l’imperatore delle province, sollecito degli interessi di tutti, e non il capo di una oligarchia angusta, Severo si trattenne nelle province orientali sino al 202, rinforzando la difesa, distribuendo corone ai principi vassalli, rimettendo la disciplina nelle legioni, l’ordine nel paese, e stabilendo ovunque colonie romane. Visitò anche la Palestina e l’Egitto; e dalla Palestina emanò un editto relativo ai Cristiani, che riconferma all’incirca quelli di Traiano e di M. Aurelio[60]. Ma i tempi erano inquieti, pieni di paure e di superstizione: bastò quell’editto per scatenare in tutto l’Oriente le collere ribollenti contro la minoranza cristiana, che non cessava dal crescere e che si insinuava dappertutto. Di nuovo in molte province i governatori dovettero cedere alla opinione popolare; e di nuovo piovvero le denunzie, i processi, le condanne!


47. La fine di Severo (202-208). — Nel 202 Severo ritornò a Roma, accolto da grandi feste e con grandi onori. Il senato gli decretò anche quell’arco trionfale, che sarebbe sorto sulla Via Sacra, di faccia al Campidoglio, dove ancora oggi si può ammirare. Severo ricusò la maggior parte degli onori offertigli, e perfino il trionfo; ringraziò i senatori, chiedendo loro di avere soltanto nel cuore, per lui, l’affetto che gli avevano prodigato nei solenni decreti consiliari; e si accinse a governar l’impero nella pace.

Un contemporaneo, non certo benevolo, ci descrive la giornata del nuovo Augusto. «Sin dall’alba egli era al lavoro; poscia, passeggiando a piedi, si intratteneva degli affari relativi allo Stato. Venuta l’ora delle sedute nel suo tribunale, egli vi si recava, salvo che non fosse una solenne giornata festiva, e attendeva al suo ufficio con scrupolo grandissimo. Infatti accordava alle parti tutto il tempo che esse domandavano, e a noi senatori, che giudicavamo con lui, una grande libertà di opinione. Restava in tribunale fino a mezzogiorno. Dopo egli montava a cavallo, quanto tempo poteva, o si dedicava a qualche esercizio fisico, per entrar poi nel bagno. Faceva colazione — abbondantemente — solo o coi suoi figliuoli. Per solito, dopo il pasto, dormiva, e destatosi, si tratteneva, sempre passeggiando, con dei letterati greci o latini. La sera prendeva un secondo bagno e desinava ma soltanto con i familiari e con gli intimi, giacchè egli non invitava mai alcuno e riservava i pranzi sontuosi pei giorni, in cui non poteva assolutamente farne a meno»[61].

In Roma Settimio Severo continuò e rafforzò quel suo governo, che spostava l’autorità dal senato all’imperatore e all’esercito. Ormai le resistenze venivano meno dappertutto; anche il senato si rassegnava, impotente. A che avrebbe servito una nuova congiura, anche se riuscisse, se non a scatenare di nuovo le legioni? I soldati ormai si sentivano da più del senato. Così, Settimio Severo fu, primo degli imperatori, chiamato dominus: titolo che per secoli aveva fatto orrore ai Romani. Primo degli imperatori rese giustizia non più nel Foro ma nel suo palazzo. Primo osò eguagliare l’Italia alle province, assumendo il titolo di proconsole anche per l’Italia e stanziando, oltre i pretoriani, una legione nelle vicinanze di Roma. Il provvedimento era savio; perchè la rovina di Didio Giuliano mostrava che l’Italia, non avendo altre forze militari fuorchè la guardia, era alla mercè delle legioni delle province, se queste si ribellavano. Ma un altro dei principî su cui Augusto aveva posato il governo dell’impero era tolto di mezzo.

Sei anni restò Severo in Roma, amministrando alacremente l’impero, e senza essere minacciato da congiure. La sua fortuna, la sua alacrità, la sua energia scoraggivano tutti gli odî. Nel 208 partì per la Britannia; se vogliamo credere a uno storico antico, perchè malcontento dei suoi figliuoli, Bassiano e Geta, e delle inclinazioni che ambedue rivelavano. Adottando risolutamente il principio dinastico, Settimio aveva fatto il primo con il titolo di Augusto e collega all’impero durante la guerra contro la Persia; nel 209 aveva fatto Augusto e collega il secondo. Ma novelli Commodi, i due figli non amavano che la compagnia dei gladiatori e dei cocchieri del Circo e per di più si odiavano. Per distrarli da questi piaceri, il padre avrebbe, a dire degli antichi scrittori, deliberato di fare una spedizione in Caledonia (Scozia), e forse la conquista di quel difficile paese. Per altro, da gran tempo, la Britannia era irrequieta, e il tentativo di Albino non aveva certo aiutato a calmarla.

La guerra fu lunga e difficile. Tra selve, monti e paludi, gl’indigeni si difesero con una feroce guerriglia. Solo a prezzo di gravi perdite l’esercito romano toccò l’estremità della grande isola; ma il 4 febbraio del 211 Severo moriva in Eburaco (York). Poco prima di morire non solo aveva richiamato le legioni della Scozia, ma ordinato anche l’abbandono della linea fortificata di Agricola e di Antonino Pio per tornare alle forti difese di Adriano. La spedizione quindi non aveva servito a nulla.


48. Il governo di Severo; come giudicarlo. — Settimio Severo fu un insigne soldato, ma non solamente un soldato: fu anche un uomo di grande e fine coltura. Intorno a lui, all’imperatrice Giulia Domna, alla sorella dell’imperatrice, Giulia Mesa, alle nipoti Giulia Soemia e Giulia Mammea, si raccolse una corte letterata, nella quale brillarono non pochi tra gli spiriti eletti dell’epoca. Tra questi basterà ricordare nientemeno che i giureconsulti più grandi dell’impero, Ulpiano e Paolo, che fecero parte del Consilium principis, Papiniano, che fu prefetto del pretorio. Egli quindi, in mezzo alle molte guerre dell’impero, continuò, come i suoi predecessori, il grande svolgimento del diritto razionale ed umano, che è una delle glorie maggiori di Roma. Non si può negar neppure che egli ricostruì saldamente l’autorità dello Stato, ponendo prontamente fine, come Vespasiano, alla anarchia delle legioni in rivolta; che di nuovo illustrò le armi romane, che riassestò abbastanza bene le finanze, sebbene anch’egli abbia ricorso largamente all’espediente d’adulterar la moneta. Nei suoi denarii la lega sale al 50 e talora sino al 60%. Ma egli esautorò quasi del tutto il senato, che Vespasiano aveva ringiovanito e che era stato la fonte della legalità per un secolo. Sorpreso della catastrofe di Commodo, il senato aveva sperato, prima in Pertinace, poi in Pescennio, poi in Clodio Albino: deluse tutte queste speranze, si era a poco a poco, sotto il governo di Settimio Severo, avvilito e rimpicciolito, lasciando libero il posto al crescente assolutismo militare, rinunziando a quasi tutti i diritti e i privilegi, che per tanti secoli aveva reclamati. Molto si è scritto dagli storici moderni contro il servilismo del senato sotto Settimio Severo: ma chi sappia come, in pochi anni, sotto la pressione degli avvenimenti, possa mutare la composizione, lo spirito, l’anima di una assemblea e di un ordine sociale, non si meraviglierà punto di vedere il senato romano rimpicciolirsi a questo modo, innanzi a Settimio Severo, capo vittorioso delle legioni, ossia innanzi ad una forza che, per quanto scaturita improvvisamente dalla convulsione degli eventi, esso sentì che era invincibile. Del resto, a giudicarne gli effetti immediati, questa diminuzione del senato fu un fatto benefico. Il governo di Settimio Severo fu più operoso di quello degli ultimi Antonini, perchè non fu più obbligato a tener conto, quanto costoro, della volontà, dei diritti, dei pregiudizi, dei privilegi del senato. Senonchè questo beneficio era bilanciato da un pericolo grave. Esautorato il senato, quale sarebbe, lui morto, la fonte della legalità, per il suo successore? Il principio ereditario, da solo, non bastava; sia perchè non era ancora universalmente riconosciuto, sia perchè il potere di Severo era troppo recente. Il principio ereditario doveva dunque appoggiarsi sopra un altro elemento: la volontà degli eserciti. Messo in disparte il senato, gli eserciti diventano ormai, come regola, quel che sinora erano stati solo ogni tanto e quasi accidentalmente, il potere che sceglie o riconosce gli imperatori, che ne legittima l’autorità. Ma che cosa erano ormai gli eserciti, se non un’accozzaglia di tutte le razze dell’impero, nella quale abbondavano i barbari appena dirozzati? Le terribili conseguenze di questo rivolgimento non tarderanno molto a mostrarsi.

Da Settimio Severo si può sicuramente datare il principio della monarchia assoluta. Egli è il primo degli imperatori che, appoggiandosi sull’esercito, sostituisce apertamente, senza esitazioni, l’autorità sua e quella dei funzionari dipendenti da lui all’autorità del senato. Sarebbe impossibile dire se egli invece avrebbe, volendo, potuto essere un secondo Vespasiano; e se questo mutamento dipese dalla sua ambizione o dalla forza invincibile degli eventi. Ma da questo mutamento, volontario o necessario che fosse, procedè la immane catastrofe che ora ci accingiamo a narrare e della quale quindi Settimio Severo è per la sua parte responsabile innanzi alla storia[62].

Note al Capitolo Sesto.

[55]. Dion. Cass., 76, 9; Cohen, Monnaies, IV, Sept. Severus, nn. 123-126, 128 (a. 195); 129-132 (a. 196).

[56]. [Hist. Aug.], Clod. Alb., 8, attribuisce invece l’iniziativa di questa guerra a Settimio Severo, ma con un racconto di insidie così romanzesco che non inspira nessuna fiducia. La concatenazione degli eventi mostra invece che l’iniziativa partì da Clodio Albino, dietro il quale si nascondeva un partito, forte in senato.

[57]. Dion. Cass., 75, 8.

[58]. Herod., 3, 15, 3.

[59]. Herod., 3, 8, 5: ma il passo è poco chiaro. L’argomento del resto è ancora pieno di oscurità e di lacune.

[60]. [Hist. Aug.], Sever., 17.

[61]. Dion. Cass., 76, 17.

[62]. Una delle cose migliori, scritte su Settimio Severo, sono i due capitoli del Duruy, Histoire des Romains, Paris, 1883, VI, pagg. 1-143.

CAPITOLO SETTIMO IL CAOS DEL TERZO SECOLO

(211-284)

49. Da Settimio Severo a Severo Alessandro: Caracalla, Macrino, Eliogabalo. — Morto Severo, il senato riconobbe imperatori i figli, già colleghi del padre nell’impero: M. Aurelio Antonino e Publio Settimio Geta. Il principio ereditario era ormai così audace e forte da osar di dividere l’impero come un patrimonio privato tra i due figli dell’imperatore. Ma questa prima spartizione ereditaria riuscì poco felice. Il figlio maggiore a cui, dalla foggia preferita del mantello, la tradizione darà il nome di Caracalla, era un soldato prepotente, sospettoso, autoritario. Presto venne in discordia con il fratello; e senza perdere tempo in lunghe contese, lo fece uccidere. Indi, per cancellare questo assassinio — il primo, da Nerone in poi, che avesse insanguinato una famiglia imperiale — si buttò nelle braccia della soldatesca, esagerando il padre.

Umiliò il senato, più che non avesse fatto Settimio Severo, e par che escludesse quasi interamente i senatori dai comandi militari. Aggravò le imposte[63], e continuò a peggiorare la moneta. Accrebbe alle legioni il soldo raddoppiando quasi di un balzo il bilancio militare[64]. Fece nell’esercito parecchie riforme, di cui alcune sembrano buone; fece guerre in Germania, che gli valsero il nome di Germanicus, e intorno alle quali troppo poco sappiamo per poter pronunciare un giudizio; si volse anche all’Oriente, dove pare sognasse di cogliere di nuovo gli allori di Alessandro Magno, che era la sua maggiore ammirazione. Incominciò annettendo l’Osroene e l’Armenia; sembra che chiedesse al nuovo re dei Parti, Artabano, la figlia in isposa, forse illudendosi di unire con quel mezzo l’impero romano e il partico; respinto con un rifiuto, preparò una grande campagna contro la Parzia; ma in mezzo ai preparativi, l’8 aprile del 217, cadde pugnalato da un veterano, vittima non si sa se del malcontento di un soldato o di quello del suo prefetto del pretorio o di una congiura di generali, non lasciando altra eredità fuorchè la memoria di un governo duro e violento. A questo governo però, in mezzo a molti eccessi, si deve la costituzione, che donava la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi delle province[65]. Si vuole, ma non è certo, che la riforma mirasse principalmente ad accrescere il gettito delle imposte; come è probabile che volesse spianare le ultime differenze tra l’Italia e le province, invise al dispotismo Severiano. Certo è invece, e qui sta la forza vera della riforma, che affrettò quell’imbarbarirsi del ceto governante, già incominciato da più di un secolo.

Morto Caracalla, le legioni acclamavano imperatore il suo prefetto del pretorio, Marco Opellio Macrino, africano anch’egli e semplice cavaliere. Macrino è il primo personaggio dell’ordine equestre, che giunga all’impero. Ma per un oscuro cavaliere, che non aveva per sè nè la nobiltà dei natali nè la gloria di grandi gesta compiute, l’acclamazione dei soldati non era titolo sufficiente. Perciò, per quanto il senato fosse avvilito dagli eventi degli ultimi anni, Macrino cercò di ingraziarselo, per trovare nel suo favore una sembianza almeno di legittimità: amnistiò tutti i senatori condannati da Caracalla; annullò molti atti del suo predecessore, e tra questo le sue misure fiscali. Ma non pare riuscisse ad ottenere la convalidazione senatoria. Non riuscì neppure a supplire alla difettosa legalità del suo potere con la grandezza dei trionfi militari: vinto dai Parti, dovette per la prima volta acconsentire a pagare una indennità di guerra. Questa doppia debolezza precipitò la sua fortuna.

Alla morte di Caracalla, la madre Giulia Domna si era lasciata morir di fame, mentre la sorella Giulia Mesa e le nipoti, Soemia e Mamea, andavano a vivere, relegate da Macrino, in Emesa, nel tempio del Dio del Sole Eliogabalo. Il padre di Giulia Domna era stato sacerdote del Dio. Ciascuna delle due giovani donne aveva un figliuolo; Soemia, un Vario Avito Bassiano, giovinetto quattordicenne e sacerdote del Dio come il suo bisnonno; Mamea, un Alessiano. Approfittando della debolezza e delle sconfitte di Macrino e profondendo le ricchezze del tempio di Emesa, Giulia Mesa ottenne che una legione stanziata nelle vicinanze di Edessa proclamasse imperatore Bassiano, persuadendola che era figlio di Caracalla (16 maggio 218). La rivolta si propagò rapidamente nelle legioni malcontente e affezionate alla progenie di Settimio Severo; Macrino fu abbandonato dai soldati ed ucciso; e in ventitrè giorni il giovine sacerdote di Eliogabalo era riconosciuto unico imperatore (8 giugno 218).

Il principe che, salendo all’impero, assunse il nome di M. Aurelio Antonino ma che passò alla storia con quello di Eliogabalo, regnò quasi quattro anni, sino all’11 marzo 222. Con lui le religioni orientali debellano la secolare opposizione di Roma: il che basta a spiegare le leggende certamente esagerate e in parte fantastiche, che corsero sul suo governo. Il nuovo imperatore mette in disparte la religione ufficiale di Roma; pone innanzi al titolo di Pontefice massimo quello di Sacerdos amplissimus Dei invicti Solis Elagabali, celebra una specie di mistico matrimonio tra il Dio Siriaco del Sole e la Dea Cartaginese Astarte, introducendo ambedue questi Dei nel culto ufficiale. Il sacerdote di un culto siriaco, guidato da donne, governa l’impero di Roma! Pericolo ancora maggiore, Eliogabalo non era uomo da conservarsi il favore delle legioni, che l’avevano innalzato alla carica suprema. Sotto il suo governo debole, inetto, tutto feste e cerimonie religiose, l’impero si indebolì ancor di più; crebbe nell’esercito l’indisciplina; le finanze precipitarono alla quasi totale rovina per le inconsiderate spese; un sordo malcontento minacciò sotto sotto il governo di questo sacerdote del Sole. Per rinforzarlo un po’, la madre, la zia, e i soldati imposero al principe che si associasse il cugino, il giovane Alessiano, che, infatti, in età di appena dodici anni, fu assunto come collega, col nome di M. Aurelio Severo Alessandro. Ma Eliogabalo non era molto contento di dover temere in un collega un rivale possibile; e in varii modi e a più riprese cercò di toglierlo di mezzo. Sinchè alla fine, l’11 marzo 222, i soldati infuriati lo trucidarono, quando toccava appena i diciotto anni, insieme con la madre e gli amici.


50. Severo Alessandro (222-235). — Gli storici moderni possono pure, traviati dalla storiografia tedesca e dai suoi spiriti monarchici, ripetere che il senato romano era ormai un inutile rudere. Ma che il senato fosse la sola fonte della legalità, a cui potessero attingere autorità gli imperatori, si vide chiaro alla morte di Eliogabalo. Spaventata dalla crescente prepotenza dell’esercito, la famiglia di Settimio Severo si volge al senato, perchè l’aiuti a costituire un governo, la cui legittimità non sia dubbia e che perciò possa durare. Severo Alessandro non aveva ancora 14 anni. Egli sembra perciò essere stato guidato nei primi anni dalla madre, Giulia Mamea, che fu l’Agrippina di questo secondo Nerone. E come Agrippina, Giulia Mamea incominciò, e per le stesse ragioni, da una restaurazione della repubblica. Inspirato dalla madre, il giovine imperatore, che pure era nato in Fenicia, imita, esagerandolo, il governo di Traiano, di Antonino Pio, di Marco Aurelio. Rifiuta il titolo di dominus, abolisce il cerimoniale, tratta i senatori come pari, affida al senato la scelta dei principali funzionari, compresi il prefetto del pretorio e i governatori delle province. Il consilium principis si riempie di senatori; l’aerarium è ricostituito accanto al fiscus; perfino nelle province imperiali i governatori sono assistiti da assessori, giuristi i più, che appartengono all’ordine senatorio; i consoli son designati dal senato; l’autorità dei procuratori imperiali è ridotta. Il senato è perfino purificato! L’ordine senatorio, insomma, riconquista il perduto, e l’ordine equestre perde l’acquistato, da Settimio Severo in poi. Il principe e il senato si alleano per tener testa all’esercito, come sotto Settimio Severo il principe e l’esercito avevano stretto lega per spossessare il senato.

Senonchè a questa ultima restaurazione senatoria i tempi e gli eventi non furono favorevoli. Verso il 224 o il 227 l’equilibrio, faticosamente mantenuto da Roma in Oriente, era sconvolto da un improvviso rivolgimento. Dalla caduta della monarchia medica erano passati otto secoli, pieni di eventi grandiosi: la unificazione di tutta l’Asia occidentale sotto lo scettro dei re persiani della dinastia dei Sassanidi; il duello tra la Persia e la Grecia; l’invasione quasi favolosa di Alessandro Magno; le guerre secolari dei Diadochi; la maturazione e consolidazione dell’impero ellenistico dei Seleucidi e la nascente fortuna della monarchia degli Arsacidi; il sorgere inopinato dell’astro di Roma e l’eclissi dei Seleucidi; infine l’interminabile duello ancora indeciso, dopo quasi tre secoli, tra Parti e Romani. A questo punto la monarchia partica, che troppo aveva civettato con la cultura greca e troppo debolmente s’era opposta alle ambizioni di Roma e dell’Occidente, era rovesciata da una insurrezione persiana e nazionale che sostituiva un Ardeschir (Artaserse), un Sassanide anche esso, come Ciro il grande, all’ultimo Arsacide, all’Artabano, con cui Caracalla e Macrino avevano combattuto. Ma questo non era più uno dei tanti mutamenti di sovrani, che i Romani avevano sino ad allora sfruttati. Il nuovo impero persiano sorgeva nemico dell’Occidente e di Roma: non solo per rimettere in onore il vecchio culto iranico del Mazdeismo, che aveva avuto per profeta Zaratustra; non solo per combattere la coltura greca, ma per ricostituire l’antico impero persiano fino all’Asia Minore, alle Cicladi, alla Grecia, all’Egitto.

L’impero romano doveva fronteggiare inaspettatamente un nuovo nemico. E questo non perse tempo. Nel 231 il nuovo sovrano si gettava sulla Mesopotamia romana, con l’intenzione di conquistare addirittura l’Asia Minore e lanciava arditamente le sue avanguardie in Cappadocia e nella Siria. Da parte romana si tentarono le trattative, ma il re persiano dichiarò di considerare come appartenenti a lui tutti i territori che erano stati di Ciro, e chiese lo sgombero di tutta l’Asia. Alessandro dovè richiamare molte legioni del confine del Danubio, ordinare nuove leve, armarle rapidamente; e alla testa di un poderoso esercito si recò in persona in Oriente. Il piano di guerra, che i suoi generali avevano imaginato, era ottimo. Una colonna doveva invadere la Media attraverso l’Armenia, anch’essa in guerra con il re di Persia; un’altra, procedendo attraverso la Mesopotamia inferiore, minacciare il cuore della Persia; una terza, disposta fra le due prime, procedere più lentamente attraverso l’alta Mesopotamia, per rincalzare quello degli altri due eserciti, che avesse avuto bisogno di aiuto. Innanzi a un così vasto spiegamento di forze Artaserse si ritirò, e si raccolse per attaccare all’improvviso l’esercito del sud, prima che potesse esser soccorso dall’esercito del centro. Riuscì infatti a sconfiggere e a costringere alla ritirata l’esercito romano che avanzava a sud, prima che l’esercito del centro arrivasse a sostenerlo, e indirettamente respinse anche l’esercito del nord, che invece aveva invaso la Persia, saccheggiando e catturando prigionieri; ma che non potè reggersi solo in paese nemico, quando gli altri due eserciti ripiegarono. La spedizione romana era dunque fallita, come invasione; ma era riuscita invece a liberare il territorio dell’impero, perchè non solo il Re di Persia si ritirò, ma riconobbe che non era ancora giunto il tempo di marciare verso il Mediterraneo come erede di Ciro.

Senonchè per arginare l’invasione persiana Severo Alessandro era stato costretto a richiamare molte legioni dal Reno e dal Danubio. I Germani ne approfittarono. Mentre la guerra infuriava in Oriente una coalizione di popoli germanici, a cui gli antichi dànno il nome di Alamanni, riuscivano ad entrare in Gallia; e i Marcomanni varcavano il Danubio. Alessandro dovè trasportare l’esercito in Occidente, far nuovi arruolamenti, prepararsi a una seconda e più aspra guerra. Non volendo spossare l’impero già stanco, egli volle saviamente debellare i barbari dell’Occidente non con le armi soltanto, ma con i trattati e i sussidi. Senonchè i soldati erano da un pezzo malcontenti di Alessandro, che non li trattava e non li pagava come Caracalla e Settimio; e al loro malcontento riuscì comodo, per soddisfarsi in una rivolta, il pretesto dell’onore dell’impero. Alessandro fu trucidato insieme con la madre (gennaio, febbraio o marzo 235) da una sedizione militare, a capo della quale stava C. Giulio Vero Massimino, un valoroso Trace di origine oscura, molto devoto alla famiglia di Settimio Severo, ma che parlava malamente il latino. Le legioni lo proclamarono imperatore in Magonza.


51. Da Massimino a Gallieno: trent’anni di anarchia (235-268). — La famiglia dei Severi cadeva così, distrutta da quello stesso esercito che era stato lo strumento della sua fortuna. Ma la sua caduta segna il principio di un disordine terribile, perchè questa volta non si leva più un Vespasiano o un Settimio Severo a ricondurre prontamente nell’ordine le legioni, che si arrogano il diritto di scegliere l’imperatore e di imporlo con le armi. Con la morte di Severo Alessandro incomincia una guerra civile che, complicata da guerre esterne, sembra non terminar più, e che dura trentatrè anni: i più calamitosi che l’impero avesse mai attraversati, e la cui storia è impossibile narrare minutamente tanto è confusa ed oscura. Cercheremo di darne un’idea quanto più chiara e concisa si possa. Massimino (235-238), innalzato al potere dalle legioni, non si curò che d’aver per sè i soldati; non chiese la convalidazione del senato; governò come se il senato non ci fosse. Il senato però c’era ancora; e non era punto disposto a lasciarsi trattare come un’anticaglia inutile da un Trace salito all’impero sulle spalle di una sedizione. Essendo stato, in Africa, proclamato imperatore il proconsole M. Antonio Gordiano, un ricchissimo senatore che a Roma aveva molti amici, il senato si affrettò a riconoscerlo. Gordiano prese come collega il figliolo dello stesso nome: Gordiano II. Ma Gordiano essendo stato vinto e ucciso dal governatore della Numidia, il senato nominò due imperatori M. Clodio Pupieno e Decio Celio Calvino Balbino: il primo, un valente uomo di guerra salito agli alti gradi da umili origini; il secondo, un senatore di grande lignaggio, molto stimato se pur mediocre. A questi fu aggiunto di lì a poco un terzo imperatore, un nipote di Gordiano, che portava lo stesso nome, e che il senato riconobbe, pare, perchè gli fu imposto da una specie di sommossa popolare. La capacità di Pupieno, il prestigio di Balbino e l’autorità del senato concorsero in un governo di una certa forza, il quale alacremente si diede ad apprestare armi e soldati contro Massimino, intento a combattere i barbari: quando s’accorse che il nuovo governo si rafforzava e che la fedeltà di parecchi governatori vacillava, Massimino venne in Italia; ma sotto le mura di Aquileia, che egli dovette assediare, un po’ la resistenza della città, un po’ la debolezza della sua autorità, che non posava su nessun titolo, un po’ il prestigio del senato e la unanime rivolta dell’Italia, scossero la fedeltà delle legioni. Massimino fu ucciso dai suoi soldati nella primavera del 238.

Il senato aveva vinto; ma la sua vittoria fu breve. Pupieno e Balbino vennero in discordia; sorsero difficoltà con le legioni, a cui il senato voleva far sentire la sua autorità. Alla fine i due imperatori furono trucidati da una rivolta militare (238), e Gordiano III (238-244) acclamato dai soldati. Le legioni avevan preso la loro rivincita sul senato: ma quale autorità avrebbe il nuovo imperatore, che era giovane e non pare possedesse molta saggezza? Sopraggiungevano intanto tempi calamitosissimi. In questo stesso anno, nel 238, i Carpi e i Goti passano il Danubio; nel 241, i Persiani sotto Sapor, successo a Ardeschir, invadono la Mesopotamia e minacciano la stessa Siria. Fortunatamente Gordiano trovò nel suo suocero e prefetto del pretorio, C. Furio Sabinio Aquila Timesiteo, un uomo capace e fedele. Furio Sabinio riassettò l’esercito, e seppe ricacciare dall’impero così i Persiani come i Carpi e i Goti. Disgraziatamente Furio morì nel 243; e Gordiano lo sostituì con M. Giulio Filippo. Arabo di nazione e valente soldato, Filippo non intendeva di servire l’imperatore, come il suo predecessore; sobillò i soldati a chiedere che Gordiano lo nominasse collega nell’impero; e Gordiano riluttando ad acconsentire, lo fece trucidare da una rivolta.

Acclamato imperatore dai soldati, Filippo l’Arabo (244-249) cercò di far legittimare dal senato la sua autorità; e ci riuscì. Ma l’autorità del senato era a sua volta troppo scossa, perchè da sola bastasse a legittimare un governo di origini così sospette e che sembra fosse inetto e fiacco. Filippo si trovò presto alle prese con vari pretendenti, improvvisati dal malcontento di questa o di quella provincia; finchè il malcontento delle legioni lo rovesciò. I Goti, respinti sotto Gordiano, erano tornati a rompere il confine dell’impero, e con tanta forza, che le legioni del Danubio, sfiduciate di Filippo, il quale si curava più di consolidarsi in Roma che di difendere le frontiere, acclamarono il governatore della Dacia e della Mesia, C. Messio Quinto Traiano Decio. Decio venne con l’esercito in Italia; e a Verona vinse e uccise Filippo (249).

Eletto per combattere i Goti, Decio (249-251) si affrettò a ripassar le Alpi, lasciando in Italia P. Licinio Valeriano con la carica di censore. Mentre egli combatterebbe i Goti, che avevano invaso la Tracia, Valeriano riordinerebbe l’amministrazione e rinvigorirebbe il senato. Ma non ebbe fortuna, perchè dopo diversi combattimenti, egli stesso era ucciso in un’ultima battaglia (251). Per la prima volta un imperatore romano cadeva combattendo contro i barbari.

Le legioni si affrettarono a proclamare il governatore della Mesia, C. Vibio Treboniano Gallo (251-253). Ma sebbene fosse un guerriero di grande reputazione, Gallo si affrettò a comprare la pace dai Goti a prezzo d’oro; e poi si recò in Italia. Senonchè i Goti non mantennero i patti e di nuovo invasero la Mesia. Furono questa volta sconfitti dal governatore M. Emilio Emiliano; onde le legioni, a cui Emiliano aveva promesso i denari versati ai Goti, lo acclamarono imperatore (253). Gallo lo fece proscrivere, ordinò al governatore della Germania, quel P. Licinio Valeriano che era stato censore sotto Decio, di muovere contro il nuovo pretendente, ed egli stesso cercò di disputargli l’Italia, alla cui volta il rivale marciava. Prima che l’esercito di Germania arrivasse, i due pretendenti vennero a battaglia, e Gallo fu ucciso (253). Il senato riconobbe Emiliano. Ma le legioni di Germania avevano già proclamato imperatore il loro generale; e una nuova guerra certo sarebbe scoppiata, se Emiliano non si fosse guastato con i suoi soldati, e questi non lo avessero ucciso, riconoscendo Valeriano (253).

Erano tempi spaventosi. Una peste micidiale desolava l’impero, sul quale i nemici, ormai incoraggiati dal disordine interno, si precipitavano da tutte le parti. Tra il 254 e il 260 i Goti ritornano a invadere la Dacia, la Macedonia, l’Asia minore; una nuova gente germanica, i Sassoni, apparisce sul mare, corseggiando le coste della Gallia e della Britannia; gravi torbidi scoppiano in Africa e nuovi pericoli minacciano in Oriente, dove l’Armenia cade di nuovo sotto l’influenza persiana e la Siria è invasa dai Persiani. Valeriano non si sentì la forza di fermar da solo questo universale scoscendimento, e prese un provvedimento, dal quale incomincia la frantumazione dell’impero e l’irreparabile decadenza della civiltà antica. Nominò Augusto il figlio P. Licinio Egnazio Gallieno (253-268) e gli assegnò le province occidentali, mentre egli serbava per sè le orientali. La grande opera di Roma, l’unità dell’Occidente e dell’Oriente, incominciava a vacillare. Ma neppur questo provvedimento giovò. Mentre Gallieno cercava, come poteva, di arrestare le incursioni dei popoli germanici nelle province d’Occidente, Valeriano tentava una grande spedizione contro la Persia, ma con poca fortuna; chè nel 259 o nel 260 era fatto prigioniero dai Persiani e andava a morire, non si sa come, nè quando, in cattività. Alla sparizione di Valeriano, che dei due Augusti era il più autorevole, seguì una dislocazione generale dell’impero. Già nel 258 in Gallia le legioni, spinte forse dalle popolazioni malcontente del governo di Gallieno, avevano proclamato imperatore M. Cassiano Latinio Postumo, mentre le legioni di Pannonia e di Mesia acclamavano imperatore Ingenuo. Postumo, che era un uomo energico, riescì a farsi riconoscere dalla Spagna e dalla Britannia, e a fondare un vero impero gallico-iberico che durò sino al 267, difese con vigore i confini e ridiede alle province da lui governate una certa sicurezza. Invece Ingenuo non riuscì a sostenersi nella Mesia e nella Pannonia; fu vinto da Gallieno e si uccise. Mentre l’Occidente si smembrava, l’Oriente, abbandonato a se stesso dopo la cattura di Valeriano, si difendeva come poteva contro i Persiani. Un generale di Valeriano, M. Fulvio Macriano, aiutato dalla ricca e potente città di Palmira e dal suo più potente e autorevole cittadino, Odenato, operando di propria iniziativa con gli avanzi dell’esercito di Valeriano, era riuscito a cacciare i Persiani e a salvare le province più ricche. Ma incoraggiato da questo successo, pensò di impadronirsi dell’impero per i suoi due figli, che fece proclamare imperatori. Odenato invece, che Gallieno aveva nominato dux Orientis, restò fedele all’imperatore: onde, mentre in Occidente Gallieno era in guerra con Postumo, scoppiava un’altra guerra civile in Oriente che terminò con la disfatta e la morte di Macriano e dei suoi figli. Ma mentre le forze dell’impero si logorano in guerre civili, cresce la baldanza dei barbari. Nel 261 gli Alamanni riescono a invadere l’Italia, e Gallieno non li sconfigge che sotto Milano; poco dopo i Franchi invadono la Gallia e la Spagna, valicando il mare e spingendosi, pare, fino in Africa; i barbari dell’Europa orientale, i Borani, i Goti, gli Eruli, i Sarmati, saccheggiano tutte le coste del mar Nero, forzano i Dardanelli, e giungono anch’essi in Asia Minore ed in Grecia. Nel 267 gli Eruli bivaccano ad Atene, a Corinto, ad Argo, a Sparta. È facile capire quale disperazione dovette impadronirsi delle infelici popolazioni; e non è difficile spiegare, come, sentendosi abbandonata dal potere centrale, ogni regione, ogni provincia si ribellasse, illudendosi di poter difendersi da sè, nominando un proprio imperatore. Negli ultimi anni del governo di Gallieno i pretendenti, che la storia denominerà i Trenta tiranni[66], pullulano in tutte le province, così numerosi e così caduchi, che non se ne può raccontar la storia: finchè nel 268 una congiura di generali uccide Gallieno, mentre assediava in Milano il pretendente, proclamato dalle legioni della Rezia: Aureolo.


52. Claudio II il Gotico (268-270) ed Aureliano (270-275). — Dei tre generali che cospirarono contro Gallieno, due — M. Aurelio Claudio e L. Domizio Aureliano — erano uomini di alto merito. Un grave motivo di pubblico interesse doveva dunque aver spinto questi uomini eminenti a toglier di mezzo con la violenza l’imperatore legittimo. Questo motivo deve esser cercato nel nuovo pericolo che minacciava l’impero: i Goti. Incoraggiati dalla crescente debolezza dell’impero e ammaestrati dall’esperienza, molti popoli germanici avevano fatto una potente coalizione sotto il nome comune di Goti e di Alamanni, e approntato grandi mezzi, per invadere e conquistare una parte dell’impero. Nella primavera del 268, un esercito, si diceva, di 320.000 uomini validi, dietro cui sciamava un numero doppio di donne, di vecchi e di fanciulli[67], passava sulla riva destra del Danubio, spingendosi verso Marcianopoli (a ovest di Varna); inondava la Macedonia orientale, la Grecia, le Cicladi, Rodi, Cipro, rimbalzando sulle coste dell’Asia Minore. Contemporaneamente, un altro esercito, in cui egualmente prevalevano i Goti, entrava in Mesia, e di qui per la valle della Morava invadeva la Macedonia. Il piano era chiaro: interporsi tra le province di Oriente e quelle di Occidente, e spezzare in due l’impero romano, conquistando la penisola balcanica. Non erano tempi in cui un imperatore debole e inetto potesse reggersi. Roma aveva bisogno di una spada. Claudio, il generale più reputato e popolare, fu riconosciuto senza discussioni dagli altri generali, dalle legioni e dal senato.

Questa volta la scelta era stata felice. Non lungi dall’antica Naissus (Nisch), Claudio aggirò il grosso del nemico e lo distrusse (269); indi intraprese una guerra sterminatrice contro gli avanzi dell’esercito vinto. Dopo un anno i pochi superstiti furono installati in territorio romano, per coltivare le terre dei vincitori, o per militare a difesa dell’impero, inquadrati nelle coorti ausiliarie. Disgraziatamente Claudio sopravvisse poco alla vittoria, essendo morto a Sirmio verso il marzo 270, vittima della peste, che ormai da quindici anni devastava l’impero. Il generale che gli successe, acclamato dalle legioni della Pannonia, e che egli stesso aveva designato, L. Domizio Aureliano, era però, come Claudio, un grande uomo di guerra; e la sua scelta fu una vera fortuna per l’impero, perchè i Goti sconfitti da Claudio non erano che una avanguardia. Aureliano era appena eletto imperatore, che Jutungi, Vandali, Alamanni invadevano addirittura l’Italia; e al principio del 271 sconfiggevano un esercito romano presso Piacenza. Aureliano riusciva di lì a poco a distruggerli, ma solo a Pavia e a Fano; e l’impressione del pericolo corso dall’Italia fu tale, che Aureliano si risolvè a fare il primo grande sacrificio territoriale, che Roma consentisse dopo la disfatta di Varo: ad abbandonare il pericoloso saliente della Dacia, trasportando il nome della provincia abbandonata a quella parte della Mesia, che si stende lungo la destra del Danubio (271); creando una Dacia Ripensis (capoluogo Sardica, Sofia), così come duecentocinquantacinque anni prima, perduta la Germania vera, erano state ritagliate in Gallia una Germania superiore ed una Germania inferiore. Raccogliendo le forze in un territorio più ristretto, Aureliano sperava di poter meglio difendere l’Italia. Ma il provvedimento non gli parve sufficiente; chè in questo medesimo anno comincia a costruire in Roma quella gigantesca cerchia di mura, lunga intorno alle 11 o 12 miglia, che avrebbe trasformato la Città eterna in una fortezza, e che gli uomini del secolo XX ammirano ancora.

L’impero, che Roma aveva conquistato in Occidente e che aveva salvato per due secoli le sorti del romanesimo, incominciava a sfasciarsi. Aureliano cercò dei compensi in Oriente. Qui Odenato, il dux Orientis che aveva conservato a Roma il suo impero Orientale, era morto nel 266 o 267; ma lui morto, del potere che egli aveva esercitato, si erano impadroniti la consorte, Zenobia, e il figlio Atenodoro (Wahaballath). I poteri di un dux Orientis non erano ereditari; e tanto meno poi trasmissibili ad una donna. Ma Gallieno aveva dovuto fare di necessità virtù, riconoscere a Zenobia l’autorità del marito, lasciar che essa le attribuisse un carattere orientale e monarchico, assumendo il titolo di regina. Senonchè Zenobia aveva preso ardire a cose maggiori, procedendo a costituire un grande Stato siriaco, come l’antica Cleopatra, che essa aveva presa a modello; anzi a ricostituire addirittura l’impero dei Tolomei. Nel 269, si era impadronita dell’Egitto, senza che Claudio, occupato a combattere i Goti, potesse opporsi; e ora si studiava di estendere il suo dominio a occidente su tutta l’Asia Minore. Aureliano, quando ebbe assestato alla meglio le faccende di Occidente, si risolvè a liberar l’impero di questo pericolo. Nel 272 egli penetrava nell’Asia Minore e quindi nella Siria, espugnando successivamente Ancira, Tiana e Antiochia, e raggiungendo sotto le mura di Emesa l’esercito della regina che si ritirava. Qui fu combattuta la battaglia campale. L’esercito siriaco fa vinto, ma non distrutto; e potè chiudersi in Palmira, che Aureliano non prese se non dopo un lungo assedio. Poco dopo Aureliano riconquistava anche l’Egitto (273); e tutto l’Oriente tornava sotto lo scettro di Roma.

Le vittorie della Siria si sentirono anche in Europa. I pochi imperatori che ancora conservavano qua e là qualche lembo di territorio, come Tetrico in Gallia, sparirono; l’unità dell’impero — almeno quella formale — fu ricomposta, e Aureliano potè assumere il titolo di Restitutor Orbis. Cercò allora di curare le ferite dell’impero. Ma pur troppo doveva cadere vittima del suo zelo. Sullo scorcio del 275, era ucciso da una congiura di generali, le cui ragioni sono oscurissime.


53. L’ultima restaurazione dell’autorità del senato (276-282) e gli ultimi imperatori del III secolo, Caro, Carino, Numeriano e l’elezione di Diocleziano (282-284). — Ucciso Aureliano, le legioni ricusarono di scegliere un imperatore e si rivolsero al senato perchè lo eleggesse. La sorpresa era singolare; ma non inesplicabile. Anche i soldati avevan capito alla fine che gli imperatori acclamati dalle legioni non potevano governare, perchè mancava loro un titolo legale indiscutibile della autorità; che neppure il genio e i più insigni servigi potevano interamente supplire a questa mancanza; che, mancando di legittimità, gli imperatori capaci e gli incapaci, Gallieno come Aureliano, erano egualmente esposti al pericolo di esser rovesciati da quella stessa forza illegale che li aveva inalzati. Disperato, tutto l’impero, le legioni comprese, si volgeva invocando l’ordine, la pace, la salvezza, verso il senato, che per tanti secoli era stato insieme con i comizi la sacra fonte della legalità in Roma. Ma un principio di autorità quasi disseccato non rinverdisce solo perchè gli uomini, stanchi del disordine, lo supplicano di aiutarli. Il senato era vecchio e stanco; dapprima, quasi insospettito, cercò di schermirsi; poi, costretto, s’indusse ad eleggere imperatore il più anziano dei suoi membri, il princeps senatus Marco Claudio Tacito (275-276), che a sua volta, in sulle prime, cercò ogni mezzo per schivare la porpora. Tacito cercò di governare come aveva governato Traiano: ma dopo pochi mesi era ucciso da una rivolta di soldati, malcontenti per la debolezza del suo governo; e di nuovo l’anarchia infuriò nell’impero, sprovvisto ormai di un principio di autorità. Alla morte di Tacito alcune legioni proclamarono il fratello suo M. Annio Floriano (276); altre M. Aurelio Probo (276-282), uno dei più valenti generali di Aureliano. Probo ebbe il sopravvento, e cercò di governare al modo di Tacito, invocò e riconobbe l’autorità del senato, gli restituì il diritto di giudicare in appello nei processi penali, di nominare governatori e persino di ratificare le costituzioni imperiali; nel tempo stesso in cui con mano vigorosa provvedeva a difendere le frontiere. Ben forte doveva essere negli animi il terrore dell’anarchia, che la politica di Settimio Severo aveva scatenato nell’impero, se anche un soldato come Probo cercava di ricostituire pezzo a pezzo l’infranto edificio della potenza del senato!

Ma era troppo tardi. Probo non fu più fortunato di Tacito. Dopo aver dovuto lottare con parecchi pretendenti eletti nelle province, anche questo valoroso imperatore cadde vittima della non placata violenza delle legioni, nel 282. Le legioni gli diedero come successore M. Aurelio Caro (282-283) che si affrettò ad associarsi i due figli, Carino e Numeriano, e si accinse subito a far guerra alla Persia. L’impresa gli era riuscita felicemente; egli aveva già occupato Seleucia e Ctesifonte, allorquando, sulla fine del 283, dopo un anno di regno, chi disse un fulmine, e chi una congiura di militari, lo tolse di mezzo. L’esercito era stanco, come sempre, per le difficoltà della guerra persiana; Numeriano, che aveva accompagnato il padre e che gli successe, era, più che un soldato, un poeta. Fu quindi deciso il ritorno. Ma per via perì anche Numeriano. Questa volta si accusò apertamente il prefetto del pretorio, il suo suocero Apro, di averlo ucciso. Venne subito ordinata un’inchiesta e composto un tribunale di generali; il quale scelse ad imperatore il comandante della guardia del corpo: C. Valerio Aurelio Diocleziano (17 settembre del 284)[68].


54. La crisi economica del III secolo. — Anche l’ultimo tentativo di ristabilir l’ordine nell’impero per mezzo dell’autorità del senato, questo sforzo supremo di trovare la via dell’avvenire ritornando al passato, era fallito. L’anarchia durava ormai da mezzo secolo, ogni anno più violenta, e così vasta e profonda quale il mondo antico non aveva ancor vista. Le guerre civili della repubblica erano state disordini piccoli e circoscritti a paragone, perchè gli elementi essenziali della civiltà antica non erano stati distrutti. Questa volta, invece, no; la crisi politica dell’impero era diventata una crisi storica, perchè così l’ellenismo come il romanesimo, le due forme più alte della civiltà antica, furono ambedue colpite a morte in quel mezzo secolo, e non si riebbero più. Le guerre, le invasioni, l’insicurezza generale, l’universale impoverimento, le epidemie incessanti avevano assottigliato la popolazione. L’ostinazione con cui anche i più savi tra gli imperatori continuarono a trapiantare barbari nei territori dell’impero, è la prova più manifesta del bisogno di uomini in cui versava l’impero. La diminuzione della popolazione travagliava, com’è naturale, la agricoltura e l’industria, e accresceva ancor più il generale impoverimento, che era una delle sue cause. Gli agricoltori — coloni liberi, lavoranti, schiavi e piccoli possidenti — spariscono in gran numero; la piccola proprietà si assottiglia, il latifondo si dilata, le terre incolte si estendono. A sua volta, l’industria, così fiorente sotto gli Antonini e perfino sotto i Severi, soffrì profondamente; un po’ perchè molti artigiani erano periti, portando seco il segreto faticoso di arti perfezionate dal lavoro di molte generazioni, un po’ perchè la crescente povertà diminuì il consumo, un po’ perchè gli scambi fra Oriente e Occidente, tra province e province, così floridi e facili nei primi due secoli dell’impero, furono gravemente interrotti. Spariscono anche — e fu minore rammarico — giochi ed atleti, teatri e spettacoli. I teatri delle città minori cadono in rovina; quel furore di giochi e spettacoli molteplici, che diffondendosi da un capo all’altro dell’impero, l’aveva, per dir così, unificato nel piacere, illanguidisce, e si raccoglie in poche grandi città e in alcuni giochi e spettacoli superstiti, non i più fini ed eletti. Molte miniere si chiudono, massime le miniere d’oro, o per mancanza di braccia, o perchè i paesi sono invasi dai barbari. Alla rovina dell’agricoltura e dell’industria si accompagna, come è naturale, il dissesto del traffico. La poca sicurezza generale dell’impero, la difficoltà dei viaggi e dei trasporti, la cattiva moneta, la crescente povertà arenano il commercio. Ma mentre la ricchezza dell’impero scema, crescono i carichi. Un fiscalismo implacabile spolpa e scarnifica l’impero, per pagare le spese delle guerre civili ed esterne, per mantenere gli eserciti cresciuti di numero e più esigenti, per lenire la miseria delle plebi urbane con lavori pubblici e con donativi. A tanti flagelli si aggiunge infine la cattiva moneta. Un po’ per rimediare alla scarsezza dell’oro, un po’ per far fronte alle spese pubbliche senza aumentare troppo le imposte, gl’imperatori alterano il peso e la composizione delle monete. Sotto Caracalla il peso dell’aureus era disceso a gr. 6,55; ma, dopo Severo Alessandro esso diviene tanto irregolare, che i pagamenti in oro si fanno a peso. Peggio accade per la moneta d’argento. Già le proporzioni della lega nel denarius e nell’antonianus argenteus, emesso per la prima volta da Caracalla, erano cresciute a dismisura negli anni successivi alla morte di Settimio Severo. Ma l’antonianus non ha più, sotto Claudio il Gotico, che il 4 o 5% di argento, e non si distingue dalla moneta di rame se non per il colore ottenuto mediante un lavaggio in un bagno di argento o di stagno[69]. Anche le monete di bronzo sono emesse con peso ridotto. Onde un salire e oscillare vertiginoso dei prezzi; una disperata scarsezza di capitale che si esaspera quanto più la falsa moneta abbondi; un impoverimento universale, aggravato dalla ingiunzione con cui parecchi imperatori costringono gli infelici sudditi a pagare le imposte in oro. Lo Stato rifiutava la cattiva moneta, di cui inondava l’impero!


55. La catastrofe dell’ellenismo e del romanesimo. — L’anarchia, le guerre civili, la rovina del commercio, dell’agricoltura, dell’industria, il fiscalismo, intrecciandosi e sommandosi, avevano generato una delle crisi più memorande nella storia della civiltà umana. Sparisce in quella crisi, perchè è sterminata o impoverita o dispersa, quella aristocrazia, che durante il primo e secondo secolo, aveva retto, abbellito e incivilito l’impero, fondendo insieme l’ellenismo e il romanesimo; e con quella aristocrazia, l’ultima, la più numerosa e vasta tra quelle che si erano succedute nel mondo latino ed ellenico, cade lo stesso principio ereditario aristocratico, che della civiltà greca e latina era stato la colonna maestra. La parte delle ricchezze di questa aristocrazia che non andò distrutta, e il potere che essa aveva esercitato, trapassano ora a una nuova oligarchia di ricchi e di alti funzionari, civili e militari, che quel tremendo disordine ha portato su dalle classi più basse e dalle popolazioni più barbare dell’impero, ma che non riesciranno più a costituirsi in una aristocrazia ereditaria, disciplinata, ligia ad una tradizione secolare e ad una dottrina della vita, alta ma fissa, simile a quella che aveva fondato e retto l’impero romano. La civiltà antica ricevè quindi un colpo mortale, da cui non si riebbe più. Dopo cinquant’anni di anarchia, non solo tutte le industrie e tutte le arti, nelle quali la civiltà greco-romana aveva raggiunto tanta perfezione — la scultura come l’orificeria e come l’architettura, — si sono fatte più grossolane; non solo la cultura intellettuale in tutte le sue forme — filosofia, diritto, letteratura — si accascia illanguidita; ma la religione che era stata per tanti secoli in Grecia e in Roma il fondamento dello Stato e del consorzio sociale, il paganesimo, è moribonda. I culti orientali, lungo tempo trattenuti dall’accorta e tenace resistenza dello Stato, irrompono da tutte le parti.

Questo rivolgimento spirituale ha generato così immensi effetti nella storia del mondo, che è necessario soffermarsi a indagare le ragioni per cui in questo secolo le popolazioni dell’impero abbandonano per le religioni dell’Oriente il politeismo greco-latino. Queste ragioni sono diverse: ma due paiono prevalere per importanza. Il mondo greco-latino era giunto a tale grado di maturità spirituale, da poter separare la filosofia e la morale dalla religione. Il paganesimo era quindi un corpo di favole e di riti, fuori del quale il pensiero aveva creato filosofie e dottrine etiche viventi per forza propria. Le religioni orientali invece non solo agivano sui sensi e commovevano il sentimento più fortemente che il paganesimo, con la pompa delle loro feste, con lo splendore delle processioni, con i canti, con lo spavento, le speranze, l’estasi, e il misticismo che scaturiva dai loro misteri. Ma supplivano alle scuole filosofiche, che i popoli orientali non erano giunti a creare; contenevano delle metafisiche; affrontavano il problema del destino dell’uomo, della vita, del mondo, dichiarando di averlo già sciolto[70]. In tempi in cui la cultura filosofica era tanto decaduta, queste religioni, che contenevano una metafisica e una etica, ambedue affermative, semplici, senza troppe discussioni, esenti da dubbi, dovevano sembrare — ed erano — superiori al paganesimo formalistico e un po’ vuoto, che aveva bisogno di essere integrato da un’alta cultura filosofica.

L’altra ragione è politica. I culti orientali, essendo nati in paesi di assolutismo, contenevano quasi tutti una giustificazione mistica dell’autorità suprema, che nella anarchia del III secolo attrasse l’attenzione dei gruppi governanti l’impero. Questi, man mano che l’autorità del senato e la forza della tradizione romana vengono meno, cercano nella religione un principio mistico di legittimità, sul quale l’autorità imperiale posi più salda, che sul mobile favore delle legioni o sul capriccio della fortuna delle armi. La storia del mitraismo lo prova. Il mitraismo è l’antico mazdeismo dell’Iran, combinato con la teologia semitica e con altri elementi delle religioni indigene dell’Asia Minore: una religione, dunque, che veniva da un paese contro cui Roma lottava tenacemente da secoli. Eppure, nel terzo secolo, noi lo troviamo diffuso per tutto l’Impero, massime nelle province di confine, nella Gallia orientale e nella Germania occidentale, in tutte le province danubiane, in Dacia, in Numidia e nella sede stessa dell’impero, l’Italia settentrionale e centrale. Anzi a partire da Commodo, che primo tra gli Augusti romani si era fatto iniziare ai misteri di Mitra, e durante tutto il terzo secolo, il favore degli imperatori per il mitraismo cresce continuamente, finchè Aureliano, vendicando Eliogabalo, istituisce ufficialmente il culto del Sol Invictus, una specie, sembra, di mitraismo latinizzato. Si può dire che da Aureliano in poi, per parecchie generazioni, l’alta burocrazia dell’impero, civile e militare, sia stata seguace del mitraismo, latinizzato alla meglio nella nuova religione di Stato. Come spiegare questo favore della nuova monarchia assoluta per una religione, che le sue origini avrebbero invece dovuto fare sospetta? Il mitraismo affermava che i monarchi regnano per grazia divina e, come tali, ricevono da Mitra i superiori attributi della divinità; che anzi, per la sua influenza onnipresente, ne divengono consubstanziali[71]. Il principio della legittimità è così trasportato dal senato alla Divinità.


56. Il Cristianesimo. — Ma la dottrina che in questo mezzo secolo si impadronì del corpo e dell’anima dell’impero fu il Cristianesimo. In questi cinquanta anni si diffuse in tutto l’impero e penetrò negli eserciti, in senato, a Corte, in tutti gli ordini sociali; conquistò poveri e ricchi, ignoranti e colti; e costituì una gerarchia semplice ma salda su principî rigorosamente autoritarî. In ogni Chiesa c’era un clero numeroso, composto di diaconi, che formavano il personale servente, degli anziani (πρεσβύτεροι) che componevano un consiglio dirigente, e del vescovo (ἐπίσκοπος) che era il capo della chiesa con poteri quasi assoluti. Il vescovo era eletto dal clero, consenziente l’assemblea dei fedeli ed a vita; eleggeva gli anziani ed i diaconi; ed era già ormai, all’epoca di cui parliamo, un personaggio autorevole della città. Il Cristianesimo può ormai lottare da pari a pari con l’impero.

Al principio del terzo secolo il Cristianesimo si confondeva con molte altre religioni orientali, tenute d’occhio, ma più sprezzate che temute, dalla aristocrazia governante. Come si spiega questo suo rapido diffondersi in quel mezzo secolo? Con quella sua radicale negazione dei principî su cui il mondo greco-latino posava, che per più di due secoli l’aveva fatto odioso o spregevole agli occhi di tanti. La civiltà antica, in Grecia e in Roma, era stata aristocratica e politica. Essa aveva cercato di creare lo Stato perfetto, splendido, giusto, sapiente, che fosse l’organo delle virtù più alte dello spirito umano nelle mani di piccole oligarchie di «ottimi», a cui l’eccellenza sopra la comune natura umana imponeva obblighi più alti e più gravi. Non l’eguaglianza, ma la diseguaglianza morale degli uomini era il principio su cui lo stato antico posava. Il Cristianesimo affermando la eguaglianza morale tra gli uomini, tutti figli del medesimo Dio, distruggeva dalla radice ogni forma aristocratica della società e del governo; e ponendo lo scopo della vita in un ideale di perfezione personale, dichiarava di nessuna importanza quella perfezione e quella potenza dello Stato, in cui gli antichi avevano raffigurato il massimo dei beni. Che importava se le città o l’impero erano bene o mal governate, quando un uomo, obbedendo a Dio e vivendo virtuosamente, poteva raggiungere la perfezione? Il male fatto dai potenti noceva soltanto a chi lo faceva, poichè essi dovrebbero renderne conto a chi era più potente di tutti i grandi della terra. Finchè l’impero fu forte e prospero; finchè il potere fu tranquillo e pieno di dolcezze; finchè l’aristocrazia che lo governava godè di un grande prestigio, queste dottrine non si diffusero molto. Ma quando, nel terzo secolo, l’aristocrazia è distrutta e lo sforzo di tanti secoli per creare lo Stato perfetto, giusto, sapiente mette capo alle più orrende dittature della violenza, al più spietato fiscalismo, alle continue guerre civili, alla anarchia permanente, all’universale insicurezza, le dottrine cristiane sembrano le sole, che sciolgano tutti gli insolubili enigmi del tempo. Disperando di poter curare i mali orrendi dell’impero, gli uomini fanno buona accoglienza ad una dottrina che insegnava loro questi mali esser di poca importanza; e che ognuno poteva trovare in se stesso la perfezione, la felicità, la salvezza.

Le numerose istituzioni d’assistenza e di beneficenza, che il Cristianesimo aveva fondate, ne aiutarono molto le fortune. Ovunque le comunità cristiane provvedono alle vedove, agli orfani, ai malati, ai vecchi, agli impotenti, ai condannati per la causa di Dio, al riscatto dei prigionieri, alla cura degli schiavi, alla sepoltura dei poveri, all’ospitalità dei correligionari forestieri, ai soccorsi in favore delle comunità povere o in pericolo. I beni che le comunità cristiane possedevano erano stati in gran parte donati dai ricchi, molti dei quali, in vita o in morte, trasferivano alla Chiesa parte o tutta la loro fortuna. La Chiesa veniva quindi raccogliendo una gigantesca manomorta, i cui frutti essa spendeva, parte a beneficio proprio, parte a pro dei derelitti e dei poveri. Non è difficile imaginare quale formidabile strumento di potenza fosse questo patrimonio e le istituzioni di assistenza e di beneficenza che su quello posavano, in mezzo alla crisi, alla miseria, alla generale insicurezza del terzo secolo. Le chiese cristiane apparvero allora a molti come un porto sicuro nella tempesta. Mentre gli spiriti eletti giungevano al Cristianesimo attraverso la prova del dolore proprio, o la visione del dolore altrui, attraverso il disgusto del mondo sconvolto e contaminato, in uno sforzo affannoso verso la pace e la beatitudine, molti erano attratti alla nuova fede dal bisogno dell’assistenza, di cui la Chiesa era larga con i derelitti. Il Cristianesimo era dunque ormai una potenza spirituale e terrena. Senonchè, a differenza del mitraismo, esso non godè punto il favore degli imperatori. Se sarebbe esagerazione il dire, come si fa da alcuni, che tutti gli imperatori del terzo secolo furon avversi ai cristiani, certo è che il Cristianesimo ebbe a soffrire sotto alcuni di questi — come Decio e Valeriano — fierissime persecuzioni, e che fu sempre considerato dai poteri pubblici con una diffidenza ostile, a cui contrasta il favore accordato al mitraismo. Lo spirito stesso del Cristianesimo spiega questa diffidenza. Non è dubbio che il Cristianesimo fu per l’impero una forza dissolvente. A mano a mano che i tempi si facevano torbidi, il Cristianesimo prendeva coraggio a sostenere, con maggiore o minor fervore secondo le diverse sètte, che il cristiano deve fuggire le pubbliche cariche, gli onori, gli uffici, che mettono a repentaglio la sua fede. Egli non può curare i templi, disporre i giuochi del Circo, giudicare e processare i suoi concittadini; egli non può quindi — salvo a scontarlo con la perdizione dell’anima — divenire magistrato. Il mondo, in cui gli altri vivono e tripudiano, è l’albergo di una religione e di una civiltà, che Cristo ha maledette, e nessuna sua gioia e nessun suo dolore può indurre a parteciparvi il perfetto cristiano, il quale, anzi, non anela che a uscire il più presto possibile da questa valle di colpe e di lagrime. A fil di logica, il dovere del cristiano sarebbe dunque quello di distruggere l’Impero. Se egli non lo fa, gli è perchè — afferma Tertulliano — il cristiano possiede a fondo la dottrina e la consuetudine della mitezza.

Come operassero simili dottrine, in un tempo in cui le cariche pubbliche diventavano così pericolose, si imagina facilmente. Il Cristianesimo distruggeva l’impero con l’astensione; togliendo al governo un grande numero di uomini intelligenti, colti, onesti, zelanti delle classi superiori. Molti cittadini, che avrebbero potuto e, secondo le antiche dottrine, dovuto assumersi le pubbliche cariche, preferiscono donare il loro patrimonio alla Chiesa e rifugiarsi nella religione; altri sfuggono alla responsabilità del potere per vie diverse, di cui taluna sarà anche deplorata dagli imperatori cristiani[72]; il celibato cresce più che sullo scorcio della repubblica. Ma anche più dei servizi civili soffriva l’esercito. Già nel secondo secolo, il Cristianesimo aveva affermato che «non è lecito essere uomo di spada, dopo che il Signore ha dichiarato che chi ferisce di spada ne perirà, e che il Figlio della pace, cui non conviene neanche impegnarsi in un litigio, può ancor meno impegnarsi in battaglia»; che «il Signore, disarmando Pietro, manifestò chiaramente il suo volere che ogni soldato dovesse deporre la spada»; onde al militare cristiano nessun’altra via rimane, fuorchè quella di «abbandonare subito l’esercito» o «risolversi a soffrire per Cristo la stessa sorte di ogni altro Cristiano»[73]. I Canoni della Chiesa di Alessandria sconsigliano l’arruolamento volontario, fondamento dell’esercito romano; ed affermano autorevolmente «non convenire ai cristiani di portare le armi». Lo stesso Lattanzio ragguaglia e vieta l’ufficio del carnefice e la guerra, chè al precetto divino, che proibisce di uccidere, «non può farsi veruna eccezione». Sant’Agostino infine dice che al cristiano è indifferente vivere sotto questo o quel regime, purchè lo Stato non lo obblighi a commettere azioni empie ed inique[74].

Quando Diocleziano è assunto all’Impero, gli elementi più vitali dell’ellenismo e del romanesimo sono ormai morenti. Tutta la cultura antica, il paganesimo, le dottrine politiche e morali del mondo antico agonizzano, l’impero è in parte già distrutto, in parte pericolante. L’opera della Grecia e di Roma sta cadendo, distrutta dai nemici esterni, dalla sfrenata violenza delle legioni, dal Cristianesimo, che per far largo alla sua morale più alta e alla sua più nobile concezione della vita, doveva sconvolgere dalle fondamenta l’ordine di cose costituito. A questa dissoluzione, effetto nel tempo stesso di forze distruggitrici e di forze rigeneratrici, l’impero cerca di reagire spingendo innanzi e incalzando al governo le popolazioni più rozze dell’impero e rinnovando i vecchi culti orientali, mistici e pieni di spirito assolutista. Quando Diocleziano vestì la porpora, l’impero greco-romano di Traiano e di Adriano si è già quasi interamente convertito in un impero barbarico-asiatico. Lo strano destino che era riserbato a questo impero barbaro-asiatico, che stava cercando la via della salvezza e dell’avvenire in un lontano passato — nei culti e nelle istituzioni monarchiche dell’Asia, quali avevano fiorito prima del meraviglioso splendore della Grecia e di Roma — sarà raccontato nell’ultima parte di questa opera.

Note al Capitolo Settimo.

[63]. Dion. Cass., 77, 9.

[64]. Dion. Cass., 77, 10; 77, 24; 78, 36.

[65]. Dion. Cass., 77, 9; Dig., 1, 5, 17; Aug. De Civit. Dei, 5, 17.