X.

A bordo del «Pilgrim».

Non ebbi occasione di rivedere la signorina Mary che qualche giorno dopo, quando con lei e con suo fratello andammo a Boston per assistere alla inaugurazione dell'Esposizione.

Si va da New-York a Boston in una notte, coi vapori della Fall River Line, che sono capolavori di eleganza e di arte navale. A bordo di essi si è precisamente come in uno splendido albergo galleggiante, nel quale si può mangiare e bere quello che si vuole, dormire in bellissime stanze, radersi la barba, leggere e scrivere in sontuosi saloni illuminati con la luce elettrica, e ascoltare della musica. Oltre il comfort di un hôtel di lusso, tali vapori offrono il vantaggio di far respirare la salubre aria marina e di presentare ad ogni passo i pittoreschi paesaggi delle rive che costeggiano.

Noi viaggiavamo a bordo del Pilgrim, il gioiello della Fall River Line, un bastimento che pare una reggia e che costò cinque milioni di lire. Chi lo vede per la prima volta, percorrendo le vaste sale, le scale signorili ed esaminando la ricchezza dei tappeti, la bellezza dei lampadari e dei mobili, stenta a credere di trovarsi in mare.

Il Pilgrim ha cabine da una e due persone, provvedute perfino del bagno, per milleduecento viaggiatori; le sue macchine sono della forza di 5500 cavalli, e corre con una velocità di venti miglia inglesi all'ora, senza il minimo rullìo.

Dopo aver cenato nel restaurant, quella sera andammo a sederci a poppa, sul ponte, a guardare i lumi delle case tremolanti lungo le rive, ad ascoltare i fischi dei vapori che incontravamo.

—Con tanto passaggio di vapori in questi paraggi—dissi a
Giorgio—devono essere facili le collisioni, quando c'è la nebbia.

—Ne accadono sovente, pur troppo—rispose—ma se i viaggiatori conservassero, durante il pericolo, maggior sangue freddo, non se ne annegherebbero tanti. Vedete, qui, oltre le cinture di salvataggio, con le quali, dovendo saltar in acqua, potremmo rimaner a galla diverse ore, e oltre i battelli, abbiamo i materassi dei letti, i quali sono imbottiti di tal roba che, lanciati in mare, galleggiano sempre e sono capaci di sostenere il peso di quattro o cinque persone. Ma negli scontri, invece, il panico fa perdere la testa e i viaggiatori si affogano a centinaia.

Il Pilgrim filava leggiero e silenzioso; Giorgio era sceso nel salone più vicino, dal quale non eravamo separati che da una scaletta, per leggere i giornali della sera. Mary, rimasta a sedere vicino a me, contemplava l'oscurità circostante e le stelle.

—Sapete—mi disse a un tratto—che per le mie lezioni di francese ho continuato a tradurre l'articolo del signor Jacolliot sul suo giro in California? È un lavoro che m'interessa molto, perchè nei panni del vecchio magistrato francese mi pare di veder voi, arrivato negli Stati Uniti con tanti pregiudizi europei. Volete sentire ciò che il sindaco di Meffilld fece vedere al suo compatriota dopo avergli raccontata la propria storia?

—Sì, sì, con gran piacere.

—Il sindaco di Meffilld, dunque, cominciò col condurre il signor Jacolliot al Common Hall (casa comunale, municipio) e lo pregò di assistere ad una seduta, nella quale il Board of the work (comitato dei lavori) doveva cercare con quali mezzi poteva dare, soddisfazione al Board of the health (comitato della salute), il quale aveva dichiarato che le acque di Meffilld erano di cattiva qualità e che bisognava procurarsene di più pure. Fu una cosa molto spiccia: in pochi minuti, senza discorsi, senza frasi, il Comitato risolvette di servirsi delle acque riconosciute ottime di un piccolo lago distante qualche chilometro e di costruire all'uopo un acquedotto. Siccome del Comitato facevano parte dei mercanti di pietre e di calce, dei capimastri muratori e un ingegnere, il conto della spesa fu presto fatto. E fu deciso di pagarla in parte con sottoscrizioni volontarie e in parte con una somma inscritta nel bilancio pei lavori comunali. Per dar subito mano all'opera, poi, in un Comizio che ebbe luogo il giorno appresso, gli abitanti del Comune s'impegnarono di incaricarsi a loro spese per tre mesi della manutenzione delle strade, ognuno per la parte che fiancheggia la sua proprietà. Così si potevano adoperare per l'acqua i fondi iscritti per le strade.

—In Italia o in Francia per decidere un simile lavoro occorrono molti mesi e una quantità di permessi e di autorizzazioni.

—È quello che rilevò il sindaco di Meffilld, il quale disse che tutte le leggi e i decreti che chiamate il vostro diritto amministrativo sarebbero un'opera di follia, se non fossero un istrumento di dispotismo. Perchè mai un comune, che a proprie spese vuole costruire una scuola, un ponticello, un lavoro qualunque, che deve servire ad esso solo, ha da chiedere tanti permessi al prefetto, ai ministeri? Tutte le formalità burocratiche, con l'aiuto delle quali si paralizza in Europa la libertà comunale, sono altrettante catene che, riunite in una sola mano, servono a tenere obbediente un popolo di schiavi.

—Queste sono verità sacrosante.

—Il sindaco di Meffilld faceva questo ragionamento semplicissimo: l'uomo ha diritto di contrattare, di acquistare, di vendere, di donare e via dicendo. Nessuno glielo impedisce, nevvero? Quando dieci, cento, mille individui sono riuniti in un Comune, in virtù di qual principio si viene a paralizzare il loro diritto di occuparsi dei propri affari, e a sottometterli per ogni atto della vita comune all'autorizzazione del potere centrale, il quale non è altro che il loro mandatario?

—Siamo perfettamente d'accordo.

—Fate il Comune libero nello Stato (provincia o gruppo di provincie) sovrano—diceva il vecchio di Meffilld a Jacolliot—e voi la finirete per sempre con quello che chiamate le rivoluzioni. La rivoluzione non è altro che il movimento di un corpo il quale cerca il proprio equilibrio.

Mentre la signorina Mary così parlava, io non potevo trattenere un sentimento di ammirazione per il sistema americano di educazione col quale, prima che le costituzioni di Sparta e di Atene, gli scolari imparano a conoscere quella vigente nel proprio paese e a parlarne come si parla degli interessi di famiglia.

—Mary s'è data alla politica—disse sorridendo Giorgio, che era tornato sul ponte.

—No—rispose la sorella—mi sono semplicemente entusiasmata all'apologia che quel vecchio di Meffilld fa delle istituzioni nord-americane. Ma pensate: in Francia scrivono su tutti i pubblici edifici la parola libertà fra quelle di fratellanza e di eguaglianza e non hanno neppure la libertà comunale, come se vi potesse essere repubblica senza il comune libero e senza il federalismo.

—Non tocchiamo l'unità nazionale!—vi risponderebbero da noi.

—E che c'entra l'unità politica coll'amministrazione dei comuni? Il sindaco di Meffilld osservava giustamente che l'accentramento esagerato del potere è il dissolvente più rapido di ogni spirito patriottico. Voler regolare con le stesse leggi perfino nei più piccoli bisogni dei comuni, trenta o quaranta milioni di cittadini, è una cosa insensata. Alla minima ruota che si rompe, tutto il sistema va a catafascio. Infatti ogni quindici o vent'anni si fa in Francia una rivoluzione che termina invariabilmente con fucilazioni e deportazioni, e i cadaveri delle vittime non sono ancora raffreddati che quegli uomini politici non trovano nulla di meglio da fare che di rabberciare la vecchia macchina sotto l'intelligente protezione di trecentomila baionette. Nessuno pensa a costruire una macchina nuova nella quale l'equilibrio delle forze sia meglio distribuito.

—Voi parlate, cara Mary, come un vecchio filosofo. Ma circa alla perfezione del sistema politico americano, io ho da esporvi un'idea che risponde anche alla lezione che mi avete fatta quel giorno che andammo a pescare insieme.

—Sentiamo, sentiamo.

Ma l'ora s'era fatta tarda, e i camerieri, camminando senza rumore sopra i tappeti, spegnevano le lampade elettriche dei corridoi.

Lasciammo andare i discorsi e scambiandoci un cordiale good night entrammo nelle nostre rispettive cabine.

* * *

La mattina seguente sbarcavamo a Boston. Era una domenica di settembre e, secondo le sue vecchie tradizioni, la capitale del Massachussets, in omaggio al riposo festivo, sembrava un cimitero; la solitudine poi appariva ancora maggiore del solito correndo una stagione in cui le migliori famiglie sono in campagna.

L'Esposizione internazionale che si doveva inaugurare il giorno seguente era stata organizzata modestamente, non con le proporzioni grandiose di quella precedente di Filadelfia e della successiva di Chicago, per solennizzare il primo centenario del trattato di pace firmato a Parigi da D. Hurtley per Sua Maestà Britannica, e da Beniamino Franklin, John Adams e John Jay per gli Stati Uniti.

Muniti delle carte di reporters che ci davano accesso ai locali della mostra prima dell'apertura, dopo aver fatto colazione al Yung's Hôtel, ci recammo al Charitable Mechanic's Association Building, vasto edificio tutto imbandierato. Le esposizioni delle nazioni europee non erano ancora pronte: nella sezione italiana si vedevano i soliti mosaici di Venezia e una cinquantina di quadri.

Trovammo all'ordine invece la esposizione indigena, nella quale ci divertimmo a esaminare la sezione dei cow-boys, dei celebri guardiani d'armenti dell'ovest, tutta piena dei loro originali costumi alla messicana, di grandi selle e di lacci.

Il cow-boy non somiglia affatto ai pastori dei nostri paesi, che conducono la vita più pacifica del mondo. Per fare il cow-boy nelle immense pianure del Texas, del Kansas, dell'Arkansas e negli altri Stati dell'Unione ricchi di pascoli, non basta esser buon cavaliere e saper guidare i branchi di buoi e di vacche nei terreni più favorevoli, provveduti di acqua e di erba buona: bisogna essere giovani robusti e arditi, capaci di tener testa ai ladri o agli indiani e di sostenere talvolta dei veri combattimenti a colpi di carabina e di revolver.

Il vestito del cow-boy consiste in un paio di stivaloni dai larghi speroni, in una camicia di lana, in pantaloni e giacca di velluto o di pelle adorni di frangie lungo le cuciture, e di un cappello di feltro dalle larghissime falde alla messicana.

D'estate il cow-boy fa a meno anche della giacca. Egli è molto semplice nel vestire, ma sfoggia un vero lusso nelle armi. Alla cintura, accanto alla cartucciera, tiene sempre uno e anche due revolvers delle migliori fabbriche e ad armacollo una carabina di gran valore. Esercitandosi fin da ragazzi e quotidianamente, i cow-boys diventano tiratori d'una abilità e d'una precisione meravigliose. I loro divertimenti abituali nelle praterie consistono tutti in gare alla corsa o al tiro.

Gettano sull'erba dei fazzoletti e poi lanciandosi a corsa sfrenata li raccolgono curvandosi da un lato senza rallentare minimamente l'andamento del cavallo. Gettano in aria delle uova correndo e le colpiscono col fucile prima che ricadano. Il colpo cosidetto di Guglielmo Tell, di levare un piccolo oggetto dalla testa di uno con una revolverata, è per loro un vero giuocattolo. Solamente questa grande famigliarità con le armi fa sì che essi mettano mano al revolver a ogni piccolo diverbio.

Un'altra loro abilità è quella di adoperare il laccio, una lunga striscia di pelle che tengono sempre attaccata alla sella, per fermare i buoi che si sbrancano.

La vita avventurosa di questi guardiani, i romanzi pubblicati negli Stati Uniti sul loro coraggio, sulle loro lotte con gli indiani, sui loro duelli, fanno sì che una quantità di giovani spostati, di mattoidi, vanno nell'ovest a fare i cow-boys. E così avviene che fermandosi in qualcheduna di quelle stazioni della ferrovia del Pacifico, dove si caricano lunghi treni di buoi, il viaggiatore trova con sorpresa, fra i guardiani che accompagnano gli armenti, dei giovani cow-boys che hanno veramente maniere da gentiluomo, parlano correntemente due lingue e sembrano cacciatori, touristes, anzichè butteri. Un giorno ne fu veduto uno che leggeva un numero della Vie Parisienne di cui era abbonato; egli faceva ogni settimana non so quante miglia a cavallo per andarsi a prendere la posta nella più prossima stazione.

Accanto al cow-boy romantico c'è naturalmente quello brutale, maleducato, vero brigante delle praterie, che qualche volta lascia il suo mestiere per fare il ladro da strada, per organizzare grossi furti di bestiame o per mettersi a barare nelle case da giuoco, nelle piccole città di legno che s'improvvisano nel far-west.

Dopo aver lavorato qualche mese nelle praterie, lontani da città e da villaggi, i cow-boys si procurano qualche giorno di permesso e vanno a divertirsi nella capitale dello Stato in cui si trovano, capitale che spesso non conta più di quaranta o cinquanta mila abitanti, ma che ha in abbondanza teatri, birrerie, caffè-concerti, case da giuoco, ecc.

Allora essi somigliano ai marinai che toccano il porto dopo una lunga traversata: sono avidi di donne, di liquori, di spettacoli d'ogni genere, impazienti di spendere il denaro di cui hanno piene le tasche. Dopo essersi comperato qualche oggetto di vestiario, una sella, armi, munizioni, entrano nei bar-rooms e si abbandonano all'orgia. Di notte si vedono con la bocca piena di tabacco, andar in visibilio davanti ai cancans primitivi di orribili cantanti intonacate di belletto, contendersi a manate di dollari nelle birrerie i favori di certe chellerine che sono il rifiuto delle grandi città, o farsi pelare nelle case da giuoco fino all'ultimo pezzo da five cents.

Quand'è rimasto senza un soldo, il cow-boy inforca il cavallo, torna a' suoi armenti e alle sue tende sognando il giorno in cui potrà di nuovo ubbriacarsi in braccio di una Jennie quarantenne o di una Minnie che gli darà da intendere di aver cantato a Parigi.

* * *

Una mostra più interessante era quella del giornalismo. Alcuni dei principali giornali degli Stati Uniti avevano fatto l'esposizione dello sviluppo raggiunto in pochi anni dal loro formato e dalla loro diffusione.

Il New-York Herald aveva mandato il suo primo numero, un foglietto magro magro, scritto da Bennett padre in una soffitta di Ann Street, e l'ultimo numero della domenica, di sette grandi fogli, la maggior parte dei quali pieni d'annunzi, stampato da sette macchine doppie, che non solo stampano ma tagliano e piegano 2333 copie al minuto, senza arrivare quasi in tempo per soddisfare a tutti gli ordini dei committenti.

Quel numero, eguale del resto ai fascicoli domenicali di vari grandi giornali americani, si componeva di centosettantotto colonne, per la cui composizione erano occorse più di duemila libbre di caratteri e per la cui stereotipia s'erano fuse dieci tonnellate di metallo.

Alla prosperità della stampa nord-americana tre cose hanno principalmente contribuito: la libertà completa, il fatto che in nessun altro paese del mondo si legge come negli Stati Uniti, e il grande uso che si fa della réclame.

Dall'Atlantico al Pacifico non si è mai saputo che cosa siano nè gerenti responsabili, nè la censura preventiva, nè l'obbligo di presentare la prima copia al procuratore del re o della repubblica. I reati che si possono commettere col mezzo della stampa sono preveduti e puniti dal codice senza bisogno di leggi speciali.

E bisogna confessare che gli Stati Uniti dimostrano come nessun inconveniente possa venire dalla completa libertà di stampa. I giornali libelli non attecchiscono là, perchè se i libellisti fanno nomi e specificano fatti, vi sono i tribunali che li fanno smettere, e se calunniano con vaghe allusioni non compromettenti, i loro fogli non vengono letti e cadono ben presto sotto il peso del pubblico disprezzo.

Rimane la questione politica, l'offesa al capo dello Stato, alle istituzioni e via dicendo. Ebbene, o il giornalista calunnia, e allora, come per i privati, c'è il giudice; o dice la verità, e in questo caso ha il diritto di stamparla. Un esempio fra mille che si potrebbero citare. Quando risultò che il presidente Hayes era riuscito eletto per frode in luogo di Tilden, il Sun di New-York un bel giorno stampò un gran ritratto del presidente, sulla cui fronte era incisa a grossi caratteri la parola Fraud: l'immagine di Hayes, con la taccia di ladro scolpita in fronte, circolò così a migliaia di copie in tutti gli Stati Uniti. Se l'Hayes non era realmente un imbroglione, avrebbe permesso lo scandalo? No, certo; ma si sapeva colpevole degli intrighi addebitatigli e dovette tacere, sicuro che, citato in tribunale, il Sun gli avrebbe provato con le cifre di avere stampata la sacrosanta verità.

La stampa, dicono gli americani, non è altro che la pubblica manifestazione delle opinioni. Se le opinioni sono libere, se in un paese retto da una data forma di governo si è padroni di patteggiare per un'altra, perchè non si deve essere liberi di stampare ciò che si pensa, ciò che si dice tutti i giorni conversando in pubblico?

Non è per la morale, aggiungono, o per proteggere l'onore delle persone che in Europa s'inceppa la libertà della stampa; è perchè si teme la propaganda di quelle idee coll'avanzarsi delle quali certi governi devono inevitabilmente cadere. Libero intieramente non è quel paese dove gli onesti cittadini d'ogni partito non possono liberamente manifestare i loro pensieri su qualsiasi argomento e su quello politico in ispecie.

La grande diffusione e i guadagni che in ragione di essa procura la pubblicità, permettono ai giornali americani di eccitare, pagando bene, le attitudini di una quantità di bravi reporters, ognuno dei quali ha una specialità—sport, hig-life, descrizioni di feste pubbliche, descrizioni di delitti e inchieste sui medesimi, descrizioni degli incendi, resoconti di meetings, di processi, di sedute del Consiglio comunale, della legislatura dello Stato o del Congresso di Washington, teatri, bassifondi, curiosità d'ogni genere—e tutte queste qualità di reportage formano poi una delle specialità della stampa americana.

Il vero reporter, quello che ha intelligenza, vocazione e passione per il suo mestiere, sta sempre all'erta, come una sentinella, come un agente di polizia o un pompiere, in attesa di una parola, di un'informazione, di un dispaccio o di un avvertimento telefonico che gli segnalino il fatto del giorno riguardante il servizio a cui è addetto. Ricevuta la prima notizia, egli entra in un periodo febbrile di attività. Dimenticando fame, sonno e qualunque altra cosa, corre col mezzo più rapido sul luogo dove è successo il dramma, il furto, l'incendio, lo scontro ferroviario, la collisione nella baia, l'avvenimento qualunque esso sia; si scolpisce in mente la scena con la precisione di una macchina fotografica; interroga i superstiti, i testimoni, i feriti, gli agenti della forza pubblica, e con un pezzetto di lapis, con pochi segni quasi stenografici, nota ogni cosa, raccogliendo i particolari più minuti, frettoloso e diligente nello stesso tempo, in preda sempre a uno strano orgasmo, smanioso di arrivare il primo e di avere la maggior copia di informazioni, e conservando contemporaneamente una flemma, un sangue freddo che gli permettono di non dimenticare la più piccola circostanza.

In quel momento il buon reporter è come la personificazione della curiosità pubblica; egli sente istintivamente la sua importanza di rappresentante di un giornale, il quale ha migliaia di lettori avidi di essere ben informati, e reputa come un diritto la facoltà di entrare dappertutto, di interrogare, di investigare, come se fosse un detective o un giudice istruttore.

È in tale periodo che il reporter non conosce ostacoli e che, per saper tutto nel più breve tempo possibile, diventa astuto, audace, indiscreto e magari anche arrogante. Non è più lui che agisce, lui, che magari nella vita privata è un tranquillo e indifferente giovanotto: egli corre e lavora mosso, come per una misteriosa suggestione, dalle esigenze della stampa moderna, da quella forza che è il giornale diffuso. La sua personalità sparisce completamente: dimentica la salute e la famiglia e affronta qualsiasi pericolo colla massima indifferenza. In una guerra, marcia coll'avanguardia, sotto le prime palle, per descrivere le prime scaramuccie; nelle epidemie va a visitare i malati nei centri più infetti; negli incendi si spinge coi pompieri nei punti più minacciati da scoppi o da crolli di mura; nelle pubbliche dimostrazioni deve essere alla testa, fra gli spintoni e magari le schioppettate; nei tempi ordinari bazzica ogni giorno negli ospedali, nelle sale anatomiche, nelle camere mortuarie, nelle prigioni e nei luoghi meno puliti, nello stesso modo con cui va ad assistere a un processo celebre o ad una festa di lusso.

Vi sono dei reporters specialisti per inchieste segrete, per investigazioni su misteri che la stessa polizia non è stata capace di scoprire, pronti a tutto per ottenere lo scopo.

Un giorno si sparse a New-York la voce che gli alienati rinchiusi in un manicomio municipale erano vittime di sevizie e di violenze da parte dei medici e degli inservienti. I giornali ardevano dal desiderio di pubblicare informazioni esatte in proposito; ma come ottenerle? Il personale sanitario e di servizio si guardava naturalmente dal dire la verità e alla testimonianza di qualche pazzo guarito non si poteva attribuire molta fede.

Il city editor (cronista) del New-York Herald convocò la squadra dei suoi reporters e disse che bisognava ad ogni costo penetrare nel manicomio e sorprenderne i misteri. I bravi giovani, che già avevano fatto e girato molto invano, si torturavano il cervello, quando uno di essi si avanzò calmo e sereno e annunziò d'aver trovato il modo di saper esattamente quanto avveniva fra le mura del manicomio in questione.

—Come? In che maniera?—gli si domandò.

—Ecco:—egli rispose tranquillamente—io fingerò d'essere diventato pazzo, mi farò rinchiudere là dentro cogli alienati; appena avrò visto e notato tutto, guarirò; e il pubblico sarà informato d'ogni cosa. Silenzio e prudenza!

E, salutati i colleghi, corse a casa e si chiuse a chiave nella sua stanza.

A mezzanotte si odono in quella casa delle grida furiose, degli urli disperati. Tutti i vicini si svegliano; la vecchia signora, presso la quale il reporter dell'Herald abitava, corre alla stanza da cui proveniva il baccano, trova l'uscio chiuso, bussa, e non ottenendo risposta mentre le grida continuavano terribili, fa aprire da un fabbro la porta e vede il reporter che si rotolava in camicia sul pavimento, cogli occhi stralunati, con la schiuma alle labbra.

Interrogato, il reporter non risponde; urla sempre in modo compassionevole, e nei rari intervalli di calma non pronunzia che frasi insensate.

Si chiama un'ambulanza e il giovane viene condotto alle prigioni e rinchiuso in una cella delle Tombs—il carcere principale di New-York. Dopo tre giorni un medico constata che egli è pazzo, con accessi furiosi, e lo manda a quel tale manicomio municipale.

I giornali cittadini raccontano il fatto e deplorano con vivo dispiacere che un collega, così buono e valente, sia stato colpito da una simile disgrazia. Passano tre mesi: le voci che circolavano sui misteri del manicomio parevano svanite, quando una mattina il New-York Herald esce con una relazione in minutissimo carattere che occupava due pagine intiere, nella quale il reporter «guarito» narrava diffusamente ciò che accadeva nel manicomio: le voci corse erano vere ed egli raccontava storie di sequestri di persone sane, di torture, di fame, di sete, di patimenti atroci, inauditi.

La relazione finiva coll'invitare gli increduli a visitare il reporter stesso, il quale era uscito dal manicomio magro, pallido, sfigurato, che pareva un Ecce Homo. Non occorre dire che le rivelazioni dell'Herald provocarono una rigorosa inchiesta che pose fine agli abusi e ai mali trattamenti.

Il giornalismo americano ha molti difetti che facilmente si perdonano quando si vede che sua cura principale è di descrivere e raccontare tutto ciò che succede in modo imparziale, non preoccupandosi che dell'esattezza e della sollecitudine. Quelli che da noi si chiamano articoli di fondo e che spesso non sono che noiose tiritere e soliloqui di redattori che pretendono di giudicar tutti e di parlare di tutto, anche delle questioni che meno conoscono, nei giornali nord-americani si riducono a brevi e succose note, a commenti stringati, nei quali sono espressi sulle cose del giorno i pareri di uomini competenti. Negli Stati Uniti si crede che il giornale debba essere quasi unicamente un bollettino delle notizie di tutto il mondo, un resoconto preciso di ciò che succede: i giudizi devono essere lasciati al gran pubblico. Se il giornale ne vuole esprimere, devono provenire da gente che conosce a fondo l'argomento.

—In quanto ai commenti sulle questioni del giorno che non implicano speciali conoscenze—diceva un giorno il signor Dana, direttore del Sun, in una riunione di giornalisti—per dare efficacia alle note editoriali occorrono i seguenti ingredienti: buon senso; fede sincera nei principî democratici e in quella grande esposizione dei diritti dell'uomo che è la costituzione degli Stati Uniti; l'abilità di esprimere le idee chiaramente, senza ambiguità; il tutto condito da una dose abbondante di umorismo e di spirito.

Con lo sviluppo preso dalla stampa negli Stati Uniti è naturale che i giornalisti americani parlino con compassione dei loro confratelli d'Europa.

—Tutti i giornali parigini—mi diceva un redattore del Cornhill Magazine—pubblicano molte appendici e nessuno di essi dà una relazione esatta, imparziale, coscienziosa, di un meeting politico. Alcuni hanno adesso qualche reporter cosidetto all'americana. Ohimè, quale meschinità! Il sedicente reporter all'americana ha la specialità delle interviste colle celebrità del momento, di strappare i segreti dal petto dei diplomatici e degli uomini di Stato, e di corrompere i camerieri dei re in viaggio per sapere quello che il monarca mangia a colazione. Il reporter all'americana giunge certamente a sapere una quantità di fatti interessanti, ma i resoconti che scrive o che telegrafa sono troppo pieni della sua personalità.

Uno dei più giovani giornali di New-York che in pochi anni seppe raggiungere una tiratura media quotidiana di trecento mila copie, è il N. Y. World, fondato e diretto da Joseph Pulitzer, il quale, all'angolo di Park Row e di Frankfort Street, si è costruito un ufficio che costa due milioni di dollari, altissimo, di tredici piani, sormontato da una torre di cinque piani e del diametro di cinquanta piedi.

Gli uffici di redazione e di reportage si trovano appunto in quella torre che è il building più alto della metropoli, dove sono anche i locali pei compositori, con ampi finestroni tutto all'intorno e il restaurant cooperativo per gli impiegati del giornale.

A pianterreno sono situati gli uffici per l'amministrazione, per le inserzioni a pagamento, per la distribuzione e la spedizione del giornale; nel basement (sotterranei) una macchina motrice della forza di mille cavalli; la macchina per gli elevators (ascensori); l'officina per la stereotipia delle forme; le dieci macchine quadruple, della forza di seicento cavalli, che stampano il giornale; la macchina elettrica, che alimenta 3500 lampade; quattro elevators pneumatici per portare la carta.

Gli altri undici piani sono destinati a uso di uffici, di cui centocinquanta sono affittati.

L'edifizio è provveduto di sei ascensori: due pei compositori tipografi; tre per gli uffici appigionati, e uno che parte dal pianterreno, e, senza fermarsi, va direttamente al piano decimottavo, riservato esclusivamente ai reporters e ai redattori.

Le spese di redazione del New-York World oltrepassano di molto il milione di dollari all'anno.