XII.
Dario Papa in America.
Nel capitolo precedente si è nominato Dario Papa, il valoroso direttore dell'Italia del Popolo, uno dei più forti scrittori che onorino il giornalismo italiano.
Vi sarebbe uno studio psicologico interessantissimo da fare sul giro compiuto negli Stati Uniti da Dario Papa mentre io mi trovavo a redigere il Progresso Italo-Americano di New-York e sul suo nuovo indirizzo politico dopo quel viaggio, indirizzo che sorprese solamente coloro che non conoscevano Papa da vicino e che parve invece logico e naturale a chi era testimonio dei suoi scatti nervosi di ribelle, dei suoi sfoghi tanto contro i ciarlatani della democrazia come contro i bigotti della monarchia.
Quando Ferdinando Fontana me lo presentò una sera nel Restaurant Riccadonna in Union Square poco dopo il loro arrivo a New-York, io lo guardai con una specie di ingenua diffidenza, sapendo che era uno dei più reputati redattori del Corriere della Sera e che combatteva cioè per un partito, per il quale, a parte gli uomini, io non avevo molta simpatia.
—Che sia—pensavo—uno di quei giornalisti che pretendono di studiare e di conoscere una nazione in quindici giorni, e che sia venuto qui per mettersi, dopo poche osservazioni superficiali, a scriver male delle istituzioni repubblicane degli Stati Uniti?
Io allora mi trovavo in America da qualche anno; ero reduce da un lungo viaggio nel Far-West e sulle Montagne Rocciose; vedevo che più mi fermavo nel paese e più imparavo a stimarne il carattere degli abitanti e l'organismo politico e amministrativo; e mi irritava la sola idea che un campione del partito moderato italiano si fosse prefisso di fare una rapida escursione nella repubblica nord-americana per non occuparsi che dei suoi difetti e per metterli in ridicolo, esagerandoli, alla scopo di trarne profitto e dire che in fin dei conti è meglio tenersi cara la tale monarchia.
Sapevo già che nei giornali conservatori si ricorreva a questo ritornello, a ogni gaffe dei repubblicani francesi, i quali certamente, avendo conservato tutto l'accentramento delle monarchie e degli imperi, si prestano alle critiche più giustificate, ma che, non fosse altro, si sono liberati da quell'avanzo dei tempi di Bertoldo che è il cosidetto diritto divino.
Ma mi bastò mezz'ora di conversazione per capire che Dario Papa non era uno di coloro che si rinchiudono nella botte dei loro dogmi, rifiutando di vedere e di sentire. Era invece un Diogene uscito precisamente dall'ambiente in cui le combinazioni della vita lo avevano fatto crescere, che viaggiava deliberatamente con la sua brava lanterna per esaminare e studiare il paese famoso della libertà.
E che avesse intenzione di studiare sul serio e profondamente lo mostrò appena arrivato: invece di prendere alloggio in un albergo italiano, incominciò coll'andar ad abitare in un boarding-house americano e a vivere esclusivamente fra gli americani, parlando continuamente inglese, lingua che conosceva imperfettamente e che gli diventò ben presto famigliare.
Poco tempo dopo il suo arrivo s'accorse che New-York non è l'America del Nord e che anzi, per l'affluenza di gente di tutte le razze, è un porto di mare cosmopolita più che una città schiettamente americana. Si persuase che per conoscere bene il paese bisognava spingersi nell'interno, attraversare il vasto continente dall'Atlantico al Pacifico, fermarsi negli Stati centrali, visitare quel curiosissimo territorio che è l'Utah dei Mormoni, oltrepassare la catena delle Montagne Rocciose, arrivare fino a San Francisco, in California.
Per compiere una simile escursione ci vogliono molti mezzi e quelli di cui disponeva Dario Papa come giornalista italiano in vacanza erano piuttosto scarsi, per non dire assolutamente insufficienti. Un altro avrebbe rinunziato al lungo viaggio: egli partì egualmente, sottoponendosi a mille privazioni, pur di vedere e di studiare. Ci vuole una bella dose di energia per intraprendere simili studi!
Quando tornò dopo qualche mese da quel suo viaggio d'istruzione molto dura e spartana, ricordo che era dimagrato e abbronzato dal sole delle grandi praterie, ma contento come una Pasqua, sebbene tormentato di tanto in tanto dalla tosse.
Sceso dalla stazione ferroviaria, prese il tramway della Terza Avenue e venne a trovarmi nell'ufficio del giornale in Centre Street per esprimermi tutta la sua gioia di aver percorso per lungo e per largo il vastissimo paese e per dirmi che solo a quel modo aveva potuto conoscerne tutta la grandezza e vederlo da vicino nella sua agricoltura, nelle sue industrie, nelle sue immense estensioni di terre da coltivare, nei villaggi nascenti e sopratutto nell'esercizio continuo e pacifico della libertà.
Quello che dimenticava di dirmi erano i sacrifici che la lunga peregrinazione gli era costata.
Contenti ambedue di rivederci dopo tanto tempo, andiamo quella mattina a far colazione insieme in un albergo: mentre si mangia allegramente discorrendo dell'interno degli Stati Uniti, sentite un po' che cosa succede. Un pappagallo dell'albergatore si arrampica pian piano sull'attaccapanni, e, senza che alcuno se n'accorga, comincia a lavorare col becco e fa un gran buco proprio nel cappello di Dario Papa, un cappello rotondo di feltro, piuttosto in cattiva condizione.
—Ah! anche questa mi mancava!—esclama Papa, appena se n'accorge.—Non m'era rimasto che un cappello solo ed eccolo rovinato! Dovrò cambiare l'ultimo napoleone d'oro che m'è rimasto…
I napoleoni mi ricordano un altro curioso aneddoto. Prima di partire per l'America, Papa aveva sentito dire che in viaggio era facile essere derubati e che i denari bisognava metterli in una cintura da tenersi sulla pelle. Egli seguì il consiglio alla lettera.
Una sera ci trovavamo a pranzare insieme con altri amici in un restaurant e volle pagar lui il conto. Ma quando questo gli fu presentato dal cameriere, egli s'accorse che aveva dimenticato di preparare il denaro e, senza dir nulla, si ritirò misteriosamente in un camerino attiguo alla sala: era andato a cavare un luigi dalla famosa cintura che teneva sotto la camicia!
Era in certe cose ingenuo e schietto come un bambino. Rimasto orfano da ragazzo e allevato da una zia con cure materne, egli nutriva per quella sua parente un sentimento di vera adorazione, le scriveva continuamente, ne parlava sempre con profonda tenerezza.
Quando si occupava di politica, invece, diventava un altro uomo, irrequieto, nervosissimo, qualche volta violento e intrattabile. Prima di scrivere certi articoli di polemica, passeggiava in su e in giù per l'ufficio, sbuffando tutto indignato, buttando via i fasci dei giornali, apostrofando a voce alta i suoi avversari, chiamandoli pezzi d'asini, bellissimo nella sua irrequietezza e in quegli impeti d'ira. E quando aveva trovato qualche idea felice, qualche frase tagliente, si fregava rapidissimamente le mani sempre camminando, curvo e sorridente.
Pensato l'articolo in quei suoi giri per la stanza, lo buttava poi giù sulla carta in pochi minuti, scrivendo con grande velocità, in preda sempre a una specie di orgasmo. Finito l'articolo, appariva come sollevato da un gran peso, tornava mite e mansueto e cercava con interesse la compagnia di alcune signore newyorkesi molto istruite, con le quali aveva stretto relazione, e imparava non solo a conoscere sempre meglio la società americana, ma anche l'inglese.
Per conoscere da vicino anche il giornalismo, dopo il suo viaggio nell'interno si fermò sette od otto mesi a New-York, collaborando nel Progresso italo-americano e fu in quel periodo che lo vidi lavorare. Egli non si era ancora liberato da certi pregiudizi europei di educazione, di vita pubblica, e in lui aveva luogo una lotta continua fra ciò che aveva creduto fino allora nel mondo vecchio, e ciò che vedeva in pratica coi propri occhi in quello nuovo. Era un lavorìo incessante nella sua mente, che gli dava molta pena e che lo rendeva più nervoso che mai.
Un giorno lo vidi arrabbiarsi al punto da gettar per aria tutti i libri e tutti i calamai dell'ufficio: pareva che stesse per impazzire.
Un'altra volta, era d'estate, stanco di quella battaglia con sè stesso e col suo passato, che lo spossava e lo rendeva come uno straccio, decise di rifugiarsi per un paio di mesi in campagna, e cercò un asilo tranquillo a Bradford, nella Pensilvania.
Ma anche là era la stessa storia; aveva sotto gli occhi l'esempio di un piccolo comune completamente autonomo, che si amministrava in tutto e per tutto da sè, senza bisogno di permessi, di visti, di autorizzazioni prefettizie o ministeriali; vedeva in azione il suffragio universale e il mandato imperativo; notava che il miglior edifizio del paese era quello delle scuole comunali; che i maestri erano pagati molto bene e rispettati come i primi funzionari; che dovunque mancava la burocrazia; che tutte le cose si facevano alla buona, alla spiccia, nel modo più semplice e pratico del mondo.
E anche da Bradford, dimenticando che s'era ripromesso di riposare, mandava di tanto in tanto al Progresso dei lunghi articoli in cui riassumeva lealmente i suoi studi e le sue impressioni.
Prima che egli, completamente persuaso di aver battuto una falsa strada, si decidesse a buttare alle ortiche la cocolla dell'ordine monarchico moderato, ci volle qualche anno; ma fu in quei mesi di viaggi e di osservazioni che cominciò a perdere l'antica fede; da quell'epoca fino al giorno in cui si distaccò completamente dal vecchio partito, fu un periodo laborioso, faticoso e doloroso, di cui egli solo potrebbe fare la storia esatta in uno studio autobiografico, in un libro che riescirebbe di grande istruzione per i nostri giovani, intitolato: Come io diventai repubblicano federalista.