INFERMITÀ
la crisi
Il morbo s'iniziò fra due sorrisi,
in un languore, s'incrudì in un male
vïolento, toccò l'estrema crisi.
Parossismo d'amor cieco che assale
la pazïente e la travolge, quasi
ad uno stato di demenza eguale.
Dal cuor sconvolto irruppero le frasi
inconsulte ed il pianto acre. Il dolore
contorse i polsi dalla febbre invasi.
Da queste crisi stritolato il cuore
esce, come da macina esce il grano.
Fatto diverso, muto di stupore,
s'ascolta, balza, si ritrova sano.
la convalescenza
Sano, ma ancora un poco stanco, ancora
debole di quel grande struggimento
ch'ogni vigor di buon sangue divora.
Convalescenza, invermigliarsi lento
delle labbra già tinte di vïola,
ribalenar dello sguardo già spento!
La risanata, sola con sè sola,
resta, si guarda intorno: — Fui malata? —
dice, e ascolta suonar la sua parola.
Dice: — Ricordo! — e i grandi occhi dilata.
— Ieri un nemico m'ha contorto ed arso
le carni e il cuore. Assai m'ha strazïata!
Ma il mio male guarì. Egli è scomparso.
pallore
Oggi mi trovi pallida, ma sai
che un poco sempre io son pallida. È strano
come il mio volto non s'accenda mai.
Solo la bocca un fior di melagrano
sboccia sotto il tuo bacio, e il cuore pulsa,
— oh così forte! — sotto la tua mano.
Ma goda o soffra l'anima convulsa,
il marmo della fronte non confessa
gioia di amore o strazio di ripulsa.
Quando più sfatta io piego su me stessa,
più s'impietra la maschera del volto.
Ma allorchè cedo, dall'angoscia oppressa,
piango non vista il mio pianto raccolto.