INQUIETUDINI

seguace

V'era qualcuno, un tempo, non veduto,

che ovunque mi seguiva, da vicino

senza stancarsi, con un passo muto.

La sera in qualche tacito cammino

parevami sentir sui miei capelli

rabbrividendo il suo profilo chino.

Forse eran molli ali di pipistrelli

che passavan su me con la prudenza

trepida di leggeri polpastrelli.

Io non sapevo, e m'affrettavo senza

paura, ma non più tanto leggera,

o volgevo con rapida movenza

gli occhi a scoprire dietro me chi v'era.

chi era

Lo seppi un giorno: or presso ed or lontano

me seguiva e la sua triste follia

l'uomo che amore flagellava invano.

Lo vidi ormare la mia stessa via,

sostare alle mie soste, con il volto

duro, e lo sguardo acuto di chi spia.

Egli andava col suo cuore sconvolto

pel desiderio fatto a sè tortura,

nulla godendo e disperando molto.

E non sapeva che la vana arsura

me pur struggeva, che un'angoscia eguale

fustigava la mia anima oscura,

ch'io pur morivo dello stesso male.

un grido

Fui per chiamarlo: — O mio fratello, vieni!

Non piangere per me quello ch'io piango

per altri. Lascia ch'io ti rassereni.

Ti tergerò le lacrime ed il fango

con mani indugïanti in puri gesti.

— Non t'amo, — ti dirò, ma: — ti compiango.

Lascia che dal tuo incubo ti desti,

per risvegliarmi io pure a poco a poco,

fin che in noi di dolore orma non resti.

Fui per dire: — Ed allor ci parrà un gioco

degno di riso questo mal vorace...

Ma in lui o in me non so che grido roco

negò: — Non voglio! Il mio soffrir mi piace!