Amare verità.
Il prete armeno, proveniente da Roma e diretto ad Angora, mi si è avvicinato e, rassicurato dalla mia nazionalità, ha dato la stura alle sue confidenze.
Cimitero entro Smirne.
Smirne. — La fonte di Diana.
Dintorni di Smirne.
È un uomo piccolo, striminzito, dalla lunga barba nera. Ha gli occhi vivacissimi e parla l’italiano correttamente.
Mi racconta delle continue persecuzioni alle quali sono esposti gli armeni in Turchia e della lotta sorda e ininterrotta che muovon loro, senza pietà. Essi non sono benvisti neppure dai greci; in massima non possono stringere la muta alleanza del dolore che dovrebbe affratellare i due popoli percossi e flagellati da ogni sciagura.
Sono soli, sono come un’oasi maledetta nell’umanità, ed ogni anno vedono diminuire il loro numero. Ogni mezzo è buono per perseguitarli; ogni arme è ottima per ucciderli.
— Si dice, — continua parlando rapidamente e con voce quasi singhiozzante, — si dice che gli armeni stavano tramando una grande rivolta, che si costituivano in associazioni segrete, che volevano organizzare una specie di Partito Rivoluzionario Russo, per vendicarsi della Turchia, per muovere guerra alla Turchia. Tutto ciò è falso, compiutamente falso! È la menzogna più sfrontata, ordita contro di noi. Si dice che siamo usurai, che affamiamo il popolo e che seguiamo la nostra sorte per la brutale ingordigia che ci distingue. E questa pure è menzogna! Se il signore verrà ad Angora, potrò farle vedere le cose da vicino, potrò farle osservare le nostre condizioni e studiare la nostra vita. Siamo un popolo che si difende, che non vuol morire, che non vuol essere assorbito, che è geloso delle proprie tradizioni e della propria lingua e dell’anima propria. Ecco la nostra grande colpa! Chè se l’usura è esercitata fra noi, non lo è mai quanto fra i greci o gli ebrei. Ci difendiamo, non vogliamo morire! Non si può condannare l’uomo che, stando per annegare, si afferra a qualsiasi cosa gli venga d’attorno. I turchi ci odiano per il loro fanatismo religioso e perchè siamo deboli e indifesi. Anche noi siamo fanatici, ma è l’unica nostra forza. Se la fede nostra morisse, saremmo perduti senza speranza.
“Sono stato ad Adana, sa; ho veduto con questi miei occhi ciò che hanno fatto quelle bestie! E il massacro fu ordinato da Abdul Hamid; tutti lo sanno, tutti lo dicono. Con tale massacro egli, che ben vedeva il torbido intorno a sè voleva provocare un intervento delle Potenze e salvare il suo trono. Ora il kaimakan di Adana, colui che eseguì gli ordini ricevuti, è in esilio a Bengasi. Un esilio strano; una vera villeggiatura. Forse sarà richiamato in servizio.
“Lei non può immaginare la fosca barbarie, la crudeltà di quella gente.
“Una povera madre (e quello che le racconto è verità nè il sentimento mi fa esagerare), una povera madre quasi soffocata dal fumo della sua casa incendiata, colta dalla disperazione si recò in braccio i suoi due piccini, una bimba di cinque anni ed un bimbo di tre e si precipitò giù per le scale, fra le fiamme. Non era appena giunta su la soglia della fornace che un soldato le spianò il fucile contro e la ferì mortalmente. Ella barcollò, ma prima di cadere fra le fiamme ebbe la presenza di spirito di lanciare lontana da sè la piccina; così non potè fare per il bimbo che morì con lei bruciato. La povera piccola ebbe l’istinto di nascondersi e si salvò. Due giorni dopo fu raccolta mezza morta di fame da un buon uomo che la portò a Smirne; ed ora è a Smirne, ricoverata in un convento.
“Potrei raccontarle mille atrocità simili. Chi non ha veduto non può supporre a quale grado di ferocia giungano quelle genti.
“Un ingegnere francese che era ad Adana per l’esportazione del tabacco si salvò perchè, per tre giorni, stette nascosto fra i sacchi della sua mercanzia.
“Il giorno che seguì la carneficina si vedevano nel quartiere turco, nelle botteghe dei macellai, attaccate ad uncini, membra di fanciulli e di donne; cuori e viscere. È la verità, signore.
“La testa di un bimbo quattrenne fu ruzzolata sui selciati come una palla, poi i cani ne fecero scempio. Fu la gioia della bestialità, un orrore indescrivibile! —
Ho visto gli occhi di lui vîvi ed ardenti inumidirsi d’improvviso. Un pianto muto gli è sceso per le gote.
— Del resto guardi, — ha ripreso, — queste sono tre fotografie di Adana che potemmo fare dieci giorni dopo i massacri. Vede come è ridotto il quartiere armeno?... Tutto una maceria fumante; non una casa è in piedi. Volevamo mettere in commercio queste fotografie a beneficio dei superstiti, ma non ci fidammo per timore di nuove persecuzioni e di nuove rappresaglie.
— Ma.... col nuovo regime?... — chiedo timidamente.
Mi guarda fisso poi scrolla il capo:
— Il nuovo regime?... Ah, signore!... Lei non conosce la Turchia!...
Segue un silenzio penoso, poi il mio compagno di viaggio mi offre le tre fotografie:
— Le tenga ma non le faccia pubblicare, per ora. Sono tuttavia inedite. Le tenga per sè, per ricordo.
Soggiunge poi che sarà ad Angora fra quattro giorni.
Il viaggio è lungo perchè le ferrovie turche dell’Asia Minore non compiono viaggi durante la notte per timore dei briganti che infestano quelle contrade.
Usciamo dal Golfo di Egina.
Ecco la profonda baia di Salamina; il nido della vittoria che respinse l’Oriente e che dette alla Grecia la possibilità di compire tutta la sua via luminosa. Alla vittoria di Salamina seguì un periodo di concentrazione e di ascesa. Il genio della razza prodigiosa ebbe tutto il suo fulgore.
Ecco la magica scena animata dall’Imetto, dalle bianche cave del Pentelico, dal Partenone.
È tutto un oro diffuso.