Corfù.
Un’isola bella e malinconica. Comprendo ora come la dolorosa imperatrice l’avesse scelta a sua dimora.
Non appena i marinai hanno calato la scaletta di bordo, una vera orda di facchini indemoniati, urlanti invade il piroscafo.
Ma siamo a Corfù o a Venezia? Non si sente parlare che il dialetto veneto, e la stessa lingua greca ha qui la dolce cadenza del nostro dialetto.
Qualcuno mi dice che nelle ricche famiglie di Corfù è consuetudine aristocratica parlare la lingua italiana. Fino a quando durerà tale nostra supremazia della quale andiamo debitori alla Repubblica Veneta? Fino a quando se la nostra cieca indifferenza si lascia sfuggire di mano ogni governo morale, al di là dei confini?
Corfù è una città veneta, serba il carattere che le impressero i suoi dominatori.
Vie strette; case alte e aduggiantisi; finestre e balconi veneziani. Comunque sia, vi si fa sentire la prima influenza dell’Oriente. Il quartiere dei sellai quello dei calzolai e dei sarti hanno un carattere orientale; sono pittoreschi.
Altro lato caratteristico di Corfù è costituito dai venditori di frutta; frutta magnifiche le quali denotano la bontà della terra e la mitezza del clima.
La vegetazione è simile a quella della Sicilia; le stesse agavi, gli stessi agrumeti e i fichi d’india e i palmizi.
Quando salgo in vettura per andare al Cannone, che è un luogo dal quale si gode un magnifico panorama, e all’Achilleion, la villa della muta imperatrice del dolore, attraverso ai campi e lungo il mare colgo il vero aspetto di quest’isola dolce e malinconica. Tutto vi è esuberante ma non gaio; l’anima non vi riposa tranquilla, ma è presa come da una nostalgia di sogni lontani.
La stessa nostalgia trasse a questo riposo una vittima della vita: Elisabetta imperatrice che rivisse, sola, il fosco destino degli Atridi.