Verso la Grecia.
Riprendiamo la rotta verso il golfo di Corinto. Sono saliti a bordo altri greci e un prete armeno.
Il vecchio pascià e il figliuol suo sono alla mia stessa tavola. Benchè non siano in Turchia mangiano col fez ben calzato su le orecchie. Non bevono vino; impugnano la forchetta fieramente.
Il pascià, che ancora non si è deciso ad aprir bocca, ad un certo punto mi guarda sorridendo e mi chiede dove sono diretto.
— Ad Atene.
— Il signore viaggia per qualche casa di commercio?
— Precisamente.
— Quale genere tratta?
— Filati di cotone.
La risposta lo convince; mi guarda ancora, anzi mi squadra poi soggiunge:
— Che ne dicono in Italia della questione cretese?
E la conversazione si avvia su l’eterna questione dell’isola minoica.
Per conto suo il pascià è convinto che la Turchia dovrebbe rinunciare definitivamente al possesso dell’isola; tanto le Potenze non le permetteranno mai di ritornarvi.
— C’è bisogno di pace per tutti, — soggiunge. — Così per la Grecia come per la Turchia. Dobbiamo superare difficoltà enormi; c’è tutto un mondo da rifare.
Non ha torto ma io dubito molto circa la sua sincerità.
C’è tutto un mondo da rifare, questo è verissimo; ma da quale parte cominceranno a demolire e a ricostruire? da quale parte e con quale profitto, se tutto ciò che è tradizione e che costituisce appunto la causa genetica della barbarie turca, deve essere rispettato? Si tratta evidentemente di un fior di rettorica. L’età moderna ne è piena e la Turchia ne ha compresa la necessità.
Cantare non significa agire. Quando ai nostri rivoluzionari fu concesso di sgolarsi nei loro inni pandistruzionisti se ne tornarono a letto contenti senza aver fatto male a una mosca.
Tipi di beduine.
Ora, benchè la musica sia differente e differente lo scopo, i turchi cantano e chi è lontano si illude.
Le vere riforme essenziali, quelle che potrebbero porre il popolo turco sulla via della civiltà, non saranno nemmeno tentate. Pochi volonterosi non possono vincere una compagine cieca od ostile. L’insegnamento, come si imparte tuttavia nell’Impero Ottomano, non può aprire le menti nè preparare coscienze diverse: poi il Corano, per quanto lo si voglia rendere agile, segna un limite fatale, è nello stesso tempo una forza e una diminuzione. Conserva una razza ma la isola.
Per questo il proposito fiero di un giovine turco il quale mi disse che anche in Turchia vi sarebbe stata un giorno una libera Chiesa in libero Stato, mi fece sorridere. Non s’è mai detto che un girasole possa fiorir gelsomini, e finchè il sole della Turchia sarà il Corano ella dovrà volgersi dal levante all’occaso ogni giorno, fatalmente. Il suo cammino è segnato.
Poi la maggior parte dei giovani turchi è conservatrice.
E non dimentichiamo che Maometto soleva dire molto spesso che Iddio aveva create due cose per la suprema felicità degli uomini: “le donne e i profumi„.