Il figlio del Pascià.

Oggi il figlio del pascià mi si è confessato giovane turco. Non ne avrebbe l’aria, veramente, ma già che lo dice!...

È un giovanotto alto, tarchiato, dal portamento molle degli orientali. Non ha mai fretta, non è mai turbato: pare uscito da un’arca di profumi e di pomate.

È nato sopra a Janina, nelle campagne, in un mezzo selvaggio, fra gente che adora i suoi padroni. È cresciuto come un piccolo Iddio fra baci, carezze e genuflessioni. È cosmocentrico; vede tutto il mondo dal suo piccolo trono e sorride.

Ama la voluttà come Maometto; ride beatamente quando parla e quando tace; è gaio perchè è ben nutrito.

Gaio?... Ecco, la gaiezza dell’anatra e del pinguino: batte le ali, si sente piacevolmente bestia.

Buon figliuolo, in fondo! Mi parla con passione degli ottimi formaggi fabbricati da’ suoi montanari, nell’Albania, e la sua sincerità mi commuove.

Anch’egli è un pochino come la pasta del formaggio: insipiduccia, grassoccia e molle, ma riesce simpatico. Ha il viso tondo; due occhi nè neri nè chiari, color dell’aria annebbiata esprimenti un’anima piccoletta che si raccoglie nel poco e se ne accontenta; la bocca del voluttuoso sempre dischiusa, dalle grosse labbra vive di sangue. È un po’ bavoso, forse per la consuetudine dell’alimentazione sovrabbondante e del piacere.

Parla un francese di sua invenzione, intramezzando al discorso brevi e continue risate le quali denotano la sua arguzie e la compiuta soddisfazione di sè stesso.

Oh!... Z’etais a Paris!... sì sì!... Trois fois!... Ah ah ah!... Le Moulin rouze!...

— E che ricorda di Parigi?...

Oh!... Paris, monziè!... — mi batte le ginocchia confidenzialmente con una mano. — Les femmes!... Ah ah ah!... Quelles femmes!

E strizza un occhio:

Z’en avais de la chanze moi!...

Lo guardo. Eh, sì, perchè è un bel ninnolone da destar passioni!

E continua:

Lenore!... Ah ah ah!... Elle me dizait touzours: — Je t’embrazze!... — Oh oh!... Et elle fouillait dans ma poze!

Che cara semplicità e quale limpidezza.

E riprende:

Z’ai envie, d’y retourner. Z’en suis fou de Paris!... Ah ah!... Z’est rigolot n’ez pas? Il faut y étudier auzi la vie.... Oh!... mais mois ze suis zage, vous savez?... Oh!... Ze suis zage!... Z’étudie touzours! — Pffff!... Lenore eclatait en riant et me dizait: Tais-toi, vieux zameau! — quand ze lui démandais: Dis donc, m’zélle, qu’elle differenze trouve tu entre la Franze et la Tourchie?... Ah ah ah!... Ça ze passe touzours dans la même fazon!... Oh bien surement!... Sì! sì!... Bien surement!... Ah ah ah!...

Gli occhi gli lacrimano, il volto gli si accende, la bocca gli si dischiude un po’ più.

Tutto ciò mi ricorda un opuscolo pubblicato a Venezia sul principio del XVI secolo e intitolato: “Opera a chi si dilettasse de saper domandar ciascheduna cosa in turchesco.„ Nella quale opera si trovano frasi di simile genere:

Cuore mio!

Chi te feci tanto bella!...

Vorria che venisse una sera a dormire meco! ecc., ecc.

Il giovine turco ha viaggiato la Francia con gli stessi intendimenti.


È trascorsa Patrasso la bella città moderna che sorge in un arco di monti. È disceso un vecchio greco che dormiva nella mia stessa cabina, un insopportabile uomo, scontento anche dell’aria che respirava. Nulla gli tornava a genio, mai. Il ventilatore era aperto e lo chiudeva, era chiuso e l’apriva; s’infuriava contro l’hublot, contro il caldo, contro le mosche; non era mai in pace neppure nel sonno, chè aveva a quando a quando di gran sussulti e parlava e smaniava quasi albergasse l’inferno in corpo.

Prima di partire questa mattina mi ha chiesto:

— Signore, taliano?...

— Per servirla.

Bona Talìa!... Bona!...

Qualcosa almeno gli andava a genio; ma è stato un riposo brevissimo, perchè si è infuriato poi con le sue valige e le ha lanciate ad una ad una fuori della cabina imprecando.

Non regge vento.

Alcune vele quadrangolari, stanno immobili in varï punti della rada. Un’ultima vela, in fondo, scompare nella caligine grigiastra che il sole non ha superato tuttavia.

Le alte montagne sembrano scolpite in oro antico, pallido e schietto.

Una fortezza impera sotto il cielo. Si ode un lieve ondare di campane remote.