In via.

Aprile.

Camminiamo con la primavera. Tunisi è scomparsa fra il bianco mareggiare delle sue terrazze fiorite da gerani rossi, fra i minareti quadrati e ottagonali, le cupole, le cube, le mezzelune e i globi dorati. È scomparsa in fondo all’orizzonte.

Altre lagune, altri stagni sono passati, innanzi agli occhi miei innamorati. Immense pianure verdi, circondate dai monti; piccole case biancheggianti; esigui corsi d’acqua e vigneti e boschi d’ulivi e siepi di fichi d’India. La campagna; la libertà primitiva.

Tribù di beduini sono accampate a grandi distanze. Di tanto in tanto, su la linea piatta dell’orizzonte, un gruppo di tende ne indica la presenza. Pascolano intorno mandre di buoi rossi e neri, pecore e cammelli.

Fra le sterpaglie e i fichi d’India è apparso ad un tratto un villaggetto arabo, una macchia bianca. Ad Hamman-el-lif la pianura si è estesa ancor più; un solo palmizio lontano ne interrompeva la monotonia.

Altri paesi sono trascorsi, altri tempii, altre case. Una via interminabilmente diritta va da un punto all’altro del cielo fra una distesa di margherite rosse e di cardi azzurri.


I miei compagni di viaggio cambiano ad ogni stazione; si rinnovano come l’acqua in una vasca, ma ciò non significa che l’ambiente sia puro.

Ebrei nella loro dgebba ricamata; arabi con la cecìa e col turbante; donne sdegnose e donne compiacenti! C’è chi dorme, c’è chi fuma, c’è chi pensa con la testa inchina. Un grande odore di muschio aleggia intorno con le mosche e la polvere. Ad ogni sussulto nel treno, un uomo che sonnecchia si desta di soprassalto e spalanca gli occhi spaventati guardandosi intorno, poi riprende a sonnecchiare. Si giunge, si riparte, si ruzzola, ci si intontisce, ci si guarda, si sbadiglia.

Il Cantastorie.

Kairuan. — Un fùnduk.

Giovinette arabe tessitrici.

Hadda, l’Almea.

Alle singole stazioni le identiche scene: gente che scende, gente che sale; parole scambiate sommessamente: un addio, un consiglio, un augurio. Poi l’invito dei conduttori:

En voiture, s’il vous plaît!

Un sibilo e via. Ricomincia il dondolio interrotto da sobbalzi e il rumore monotono delle ruote su la via ferrata.

Ci si guarda sempre più stanchi.

Vorreste distendervi e non lo potete: avete accanto un grosso ebreo.

Il paesaggio? Sempre lo stesso! Nulla lo anima; almeno voi non vedete nulla; tutto si dipinge del vostro dispetto. Una fila di beduini inebetiti, laceri, sporchi, con la bocca aperta vi guarda ad ogni passaggio a livello. Uno stupore vuoto come la loro bocca aperta; una vivacità simile a quella dei loro dromedari.

Proprio incontro a voi un’araba si affanna a tirarsi le bende sul viso per poco che l’occhio vi sfugga a guardarla.

Per rassicurarla le volgete le spalle e l’occhio vi corre al finestrino senza volerlo.

Ecco: un palmizio spelacchiato, polveroso in mezzo a un’arida pianura; vi pare un fruciandolo; poi lo sgorbio vegetale che si chiama fico d’india: una mostruosità gibbosa, appiattita, contorta, irta di spine come la castimonia di una brutta donna; e qualche marabùt; e qualche beduino rimbecillito nel sole.

Tutto ciò non dà tregua.

Guardate con fissità le reticelle del vagone; porgete la tessera al controllore che viene a bucarvela per la ventesima volta; vi stendete un poco più appoggiando il capo alla spalliera.

Avete trovata la positura favorevole ecco.... nasce l’idea bella che vi conduce al riposo del sonno.

Uno scrollone, un sobbalzo, una spinta. Vi ridestate spaurito.

Siete a una nuova stazione....

Vi trovate fra un monte di ceste e di stuoie; un nuovo viaggiatore è seduto incontro a voi, anzi una viaggiatrice e vi guarda con un occhio solo attraverso alle bende. E il caldo vi cuoce e un terribile tedio vi assale.