Susa.
Aprile.
Susa, la città saracena. Passa nella storia con molti nomi: Adramatos, Hadrumetum, Unurico polis, Djoerah, Soussa, Sisa, Sissa Negra e vai dicendo.
Fu nel dominio di molti ma non ha serbato che il carattere saraceno.
Fondata dai fenici in epoca troppo remota per esser determinata, passò dai Cartaginesi ai Romani, dai Romani ai Vandali, dai Vandali ai Bisantini, ai Turchi, agli Arabi.
Gli arabi la dissero Djohera, pietra preziosa.
Una graziosa leggenda spiega come fosse chiamata in seguito, Susa.
“Un governatore arabo fece sospendere una volta, sopra Bab-el-Bahar, una bella perla legata a un filo. Ora avvenne che, durante la notte, il filo fosse tagliato.
“Appena sorse l’alba, la gente si avvide di ciò e andò intorno gridando che un verme (sussa, in arabo) aveva mangiato il filo al quale era sospesa la gemma.
“Da quel giorno, il nome di Susa è restato all’antica Hadrumetum„.
Per me rimane Djohera il gioiello. Una gemma bianca incastonata su l’orlo del mare turchino. È tutta bianca. L’immagine di una nube che passa nel cielo mattutino di un maggio, ne dà la sensazione, non foss’altro per ciò che è colore.
Si stende sopra un colle su la riva del mare, è piatta, le sue bianche mura orlate paiono trine. A quando a quando dalla sua massa frastagliata che sale dolcemente col salire del colle si leva un palmizio, un minareto, una cuba, e sopra è il turchino del cielo profondo, e sotto è il turchino del mare. Un nido fra due immensità gioconde.
È il vero sorriso dell’oriente, una fra le immagini che assecondano maggiormente il nostro sogno. In tutta la costa fra cielo e mare, non ha sorella.
Nessun’altra città la supera in gaiezza serena nè in Siria, nè in Egitto, nè in Algeria. È la gemma saracina: Djohera.
Intorno le si distende il Sahel dagli immensi oliveti.