II.

Dette suoni di crotali e sistri, l’antica selva mossa dal vento; molte quercie scamozzate stettero come fauni e satiri dai piedi forcuti, dalle dure faccie aspre e desiderose di carezze sapienti, irrigiditi in qualche suprema libidine. Questi, con le braccia monche, eran nella selva, come le erme di qualche antico giardino d’amore; ancora in atto d’invito stavano, ritorti in un delirio di folli grida, in uno spasimo di tutte le membra sotto l’oppressione di una corsa, di un violento possesso. Gli occhi bislunghi ebbri di tutta la bestialità umana, le sottili bocche piegate ad arco in un ghigno di selvaggio potere. Così, immobilizzati nel tempo sulla dimora di una vincitrice driade, a scherno della loro insaziabile concupiscenza. L’edera ancora fra le brevi corna strisciava, lasciando ricadere le sue foglie a ghirlandetta sul viso nerastro, folto di peli crespi.

La selva ebbe molteplici suoni, fino alla sommità del monte si estesero, intrecciandosi in confusa euritmia. Il suono di un campanaccio scese da’ pascoli lontani, da un masso pullulò una fontanella limpida gorgogliando.

Maria condusse le pecore a brucare l’erba nuova; si aprivano bocci ad ogni suono, ogni zolla fioriva in una chiazza di sole. Maria andò fino alla costa verso l’opposta valle, il giorno era forse un po’ caldo, un po’ stanco; passarono fremiti nelle ondate del vento.

Ella sentì di godere in una carezza, un’avviluppante carezza di tutte le cose vibranti quasi con violenza.

Le voci umane avrebber tremato in quell’ora, o abbassandosi fioche si sarebbero spente in silenzi pieni di promesse. Ella si guardò una piccola vena nel polso tremare come di brividi di cui l’anima era incosciente.

Ben diceva il rispetto:

Li ho visti dei limoni acerbi stare

e maturarsi per amor di sole.

poteva esservi intorno cosa che non dovesse esser violata nella sua acerbità?

I pruni davan le bacche selvagge e l’aspra verginità de’ frutti era violentemente maturata dal sole nella possessione universa. Qualsiasi cosa si addolciva; prendevan colore così i frutti sulle alte rame; un desiderio di darsi a quell’ampio abbraccio, di essere compreso in quella corsa gioiosa verso la maternità, verso il confine della vita per il tramite del piacere, era in qualsiasi materia viva de’ due regni.

Il sole segnava mirabilmente nel suo alto cammino l’evolversi delle cose. In lui, per lui tutte le vite in atti molteplici e conformi si spegnevano per risorgere; egli era ne’ cieli l’immagine di un ineluttabile ciclo di azioni.

Stette dritta e spoglia un’acacia; dal tronco e dai rami aridi, numerosi si dipartivano gli aculei a cono, rossastri come per sangue aggrumato e per ruggine, rigidi, gettati nella materia più solida e infrangibile. Sotto al sole la pianta magra e forte dava un’ombra senza intrichi.

Ell’era morta, la linfa, dalle radici profonde non più saliva pei tessuti in flussi rapidi e costanti; era morta e diritta nella sua minaccia. Priva di verde il suo aspetto arcigno le dava una apparenza quasi di nuova vita, attorno a lei non eran fiori; ma bensì, siccome il sole tutta l’avvolgeva, su di un ramo si era placidamente avvolto un serpentello. Stava col capo e la coda penduli, immobile nel torpore di tutto il suo essere soddisfatto. L’immagine fu piena di vita sotto il sole fecondatore.

Maria passò e non temette; gli innocui serpentelli sibilavano fuggendo spaventati all’appressarsi delle sue pecore.

Sentì sotto i piedi umidi la terra calda: un contatto come di mano rude e callosa a volte, a volte aveva la morbidezza delle mani più candide.

Vide un reattino posato su di un ramicello; per il suo appressarsi non fuggì, cantava sotto voce, un filo esilissimo di note tramate intorno ad un pensiero calmo; fra pause continuava il suo canto gonfiando la gola, tutto raccolto, socchiudendo gli occhi di berilli.

Incontrò una vecchia che tornava con una bracciatella di stipa, aveva sulla fronte come delle stimate antiche, e però ella veniva muta guardando la terra, nè disse augurio a Maria.

E sull’alto dei rami stridevan le cicale dalla voce legnosa, tremula, inesauribile. Qualcuna ebbe come singulti chè cadde preda di qualche passero vorace.

Invero era come un invito d’amatori sotto la caldura. Fra i più spessi cespugli stava il colore stanco dell’erbe morte. Passavan scendendo dall’alto sibilii come di corse veloci fra i rami, inseguimenti di satiri, sibilar di freccie da qualche bianca mano di purissima Diana.

Maria andò sorridendo fra le piccole labbra, con un visuccio che pareva un maggio. I piccoli seni fiorivano sotto alla veste, premevano desiosi delle prime carezze; due frutti dell’orto nuovo, eran come due frutti rosei della rama d’amore dei cantamaggi. Ell’era bensì trascurata nella veste, ma questa fioriva per la grazia della sua bellezza. Le brune mani stringevano un’esile verghetta con la quale dirigeva il cammino delle pecore. Ell’era lenta e pensosa di qualche cantata udita dalla bocca di un compagno, fra valle e valle.

In quel lettuccio dove dormi sola,

senza piacere e senza pensamento. —

E però il suo volto stava fra un dubbio e un sorriso sogguardando dagli occhi larghi verso le cime.

Ben soleva nel meriggio udirsi una voce lontana forte e chiara nello strano canto a gorgheggi di gola aiutati con la mano appoggiata sulla laringe. Un canto ove la voce parea sdoppiarsi in gruppetti ed in appoggiature rapidissime, che davan la sensazione non già di una voce umana, ma del suono di qualche silvestre istrumento adoperato con grazia. Un modo di canto non udibile se non fra i monti. I pastorelli lo chiaman =lulù.=

Maria aspettava le prime note per riprendere nella rifiorita il motivo atto alla risposta sagace. Pertanto arrestò le pecore e si sedette a riposo all’ombra.

Pensò le dovizie dei mari; pensò le meraviglie di quel lontano incantesimo, giacchè dai monti eretti, non si scorgeva il mare se non come oro ed argento scintillanti, liquidi e vivi per potenza di sole. Vicino a lei riluceva una piccola gora, un laghetto in una radura, un occhio eternamente vigile e limpido ma pieno di stupore.

Ella vide le alborelle chinarsi con pieghevolezza, con amore verso qualche allettamento; tremavano que’ brevi fusti, snelli come dorsi di giovani giumente; qualcuna da un breve ramo troncato gemette goccia a goccia un liquido chiaro.

Maria appoggiò il capo al tronco della quercia, la sua gola rimase scoperta, vi passò il vento tepido come una carezza lasciva. Socchiuse gli occhi, tutto fu più chiaro e più limpido, come più lontano però: vide le particolarità più minute, la più piccola piega di un ramo; il celeste biancastro del cielo non era più così grave, le parve di essere entrata in una grotta e di provarne quasi la sensazione della frescura. Vide un inseguimento: due passeri cinguettarono rincorrendosi, si persero fra i rami, passò come un pispiglio di piacere. Sentiva la vita, la rapida e intensa vita delle ore calde e non ebbe altro desiderio se non quello di rimanere così in quella specie di gioia e non far atto che la destasse. Le bianche palpebre scesero a velare gli occhi, questi luccicarono, per piccolo spazio, nerissimi e lucidi in un’ombra viola del viso, ebbero essi stessi un’ombra viva e forte nel breve volto ovale ove non era una bogia.

«Vattene bella, vattene a dormire:

il letto ti sia fatto di vïole:

al capezzale ti possa venire

dodici stelle e tre raggi di sole...»

Nella mente le fiorì la dolce serenata. E ancora:

«In quel lettuccio dove dormi sola

senza piacere e senza pensamento...»

Udì nella mente la voce sola dell’amatore e le riprese del coro in intrecciamenti di terza e l’armonia soave l’avviluppò come in un abbraccio. Sorrise e guardò intorno con gli occhi intensamente animati di vita.

Quando, un lieve sibilo le giunse, poi una chiara voce, come d’argento, cantò due versi cogniti alla sua memoria:

«... Anzi per chi ti vede e chi ti sente

la primavera non finisce mai...»

Sorse in piedi d’improvviso e guardò fra le rame scrutando.

Poi alzò le braccia per sentir quasi più attivo il suo essere e rispose con un gorgheggio di gola.

Gridò la voce prossima:

— Maria, Mariella.

Ella ancora gettò all’aria le poche note biricchine nè si mosse.

Il giovane venne di corsa.

— T’ho trovata, t’ho trovata!

— Mi hai cercato molto tempo?

— Nella valle, fino al Buco d’Inferno; ai piedi di monte Colombo. Sentivo qualche campanella sul monte e gridavo; molti si son presi giuoco di me, lo sanno anche gli alberi che ti cercavo.

— Hai caldo?

— Così.

— Siedi.

Egli la guardò con grazia:

— Non sono stanco, no, tu mi dai lena.

Si appoggiò ad un tronco con le mani incrociate dietro alle reni e stette a guardarla con fissità, ella si avvicinava tracciando archi sull’erba con la verghetta esile ed elastica.

— Sai, disse lui, Giovanni è partito.

— Per dove?

— Non so. Ha detto che passa il mare, e va in un paese lontano.

— Non tornerà più?

— Forse tornerà, vuol far quattrini.

Disse ancora dopo una sosta:

— Voleva che anch’io andassi.

— Tu?

— Sicuro, e mi sarebbe piaciuto.

Ella arrossì e chiese con breve voce:

— Perchè non sei andato?

Egli le si fece accosto, accosto:

— Per te.

E ancora.

— Ti voglio bene, sai!

S’incrociarono le due parole come due raggi di luce, ella ne sentì il piacere e nello stesso tempo il suo cuore tremò per la soverchia dolcezza.

Non trovò una vibrazione di voce che potesse mormorare una frase di assentimento, ma egli ben vedeva che anche nel silenzio tutta la sua persona, tutta sè stessa con veemenza assentiva, godeva, aspettava quella dolce parola.

Stettero con un po’ d’imbarazzo, poi siccome ella si sentì un po’ stanca (le parve di aver camminato per i sentieri più ripidi, verso le vette bianche, le sommità votate alla pura neve) disse:

— Sediamo?

Egli acconsentì. Sedettero accanto. Ancora egli novellò del mare, il fratello di Giovanni l’aveva traversato due volte.

Così la sentiva vicina, pulsare come una giovane canna presso acque, nella sua mente s’infiltrò il turbamento invadente dell’ebbrezza. Aveva come volontà di sorriso, eran ne’ suoi muscoli contrazioni spasmodiche involontarie, in fondo agli occhi suoi era un sogno ardito, una volontà quasi incosciente, forte per tutta la materia viva, per il rapido sangue fluente per le vene con ardore di febbre.

— Ci sei mai stato al mare?

— Sì.

— È bello?

— Sì; non ha fine mai.

Ella rimase con istupore; dopo una pausa sussurrò:

— Mi piacerebbe andarvi.

Il sole le passò fra i capelli.

Egli le si gettò ai piedi.

Maria sorrise ancora e siccome gli occhi di lui si socchiudevano disse, ma la voce non era chiara.

— Hai sonno? Sogni?

Il giovanetto rispose:

— Sì.

Poi le tese una mano:

— Vieni dormiamo.

E rise dando la faccia al sole. Ella si chinò verso lui e si baciarono.

Dall’altra costa del monte si udì la campanella di una greggia e una voce cantare:

«Bella che state in una stanza d’ambre,

in d’una piccol sala di moneta,

le vostre carni son di latte e sangue,

le vostre vesti, filaticcio e seta...»

Disse il giovane ridendo con le braccia tese:

— Rispondi rispondi rispondi!

Ella si tacque e si appoggiò tutta su di lui chinando il capo.

Il cielo parve abbassarsi, bianco, come tutto un drappeggio di veli, passò la voce stridula e continua delle cicale.

L’estate, l’estate piena, vibrante, possente, fu su di loro estrema forza di fecondazione.

La volontà della madre natura s’impose.

E gli adolescenti si chinarono alla vita palpitando di sorrisi, ma pallidi quasi per morire.