IV.
Quand’ella si sentì ferita riacquistò tutta la sua lucidità mentale e l’energia prima che la spinse all’azione; approfittando dell’istante in cui Scure aveva lasciato cader la lanterna, s’internò curva e rapida come un lepre fra la macchia. Sentì che la ferita era mortale, presso al cuore; vi strinse con le mani rattrappite il grembiale perchè il sangue non uscisse.
Un affanno, un gorgoglio dentro la gola, la soffermarono qualche volta.
Le sue labbra mormorarono: — Innocenzo! — Le pareva ch’egli la dovesse udire, ch’egli la vedesse avvicinarsi ferita, morente per riconoscenza, senza rimpianto alcuno.
Sentì indebolirsi, ma la casa era vicina, la vedeva. Il grembiale era inzuppato, ed il sangue le scese lungo le vesti; fece qualche passo, poi in un impeto gridò: — Muoio muoio — e cadde. Guardò: ancora poco cammino e sarebbe giunta.
Aiutandosi con la mano libera, andò lentamente, carponi. Un passo, due, già ell’era vicina. La sua bocca si apriva negli ultimi spasimi, la mente non perdè la sua lucidezza; si trascinò, fece un ultimo sforzo, giunse alla porta. Raspò con la mano, poi cadde e battè col capo.
Innocenzo comparve.
— Malusa, cos’è avvenuto? Malusa?
E si curvò ad udire.
Ella disse:
— Scure... i cavalli... nella pineta.
E la mano cessò di comprimere il cuore, sicchè uno zampillo alto di sangue sorse, ed ella piegato il capo dolcemente, si tacque.
Innocenzo intese, rientrò, uscì col cavallo e, saltatovi sul dorso nudo, con aspra voce d’avvio, lo mise alla carriera.
Per l’impeto della corsa, si curvò sulla groppa; ancora le sue gambe d’acciaio resistevano a qualsiasi violenza. Nel buio, con disperata ira subitanea, l’uomo ed il cavallo furono una sol cosa.
La caccia dell’uomo all’uomo, sotto lo stupore degli alti pini, avvenne furiosa e fatale, pazza e terribile. Fra lo schiantarsi di rame, l’anelito ampio, il reiterato colpo degli zoccoli, e le grida di qualche bestia presa di spavento, l’ombra passò rapida nella vertigine della velocità.
Nessun timore trattenne Innocenzo, egli non calcolò il numero de’ suoi assalitori; lo sfregio alla sua bontà ed alla sua lunga mansuetudine lo inaspriva. Il suo cavallo andò fra l’intrico dei tronchi, come in aperto piano, il collo teso, le narici largamente aperte, alta la criniera scompigliantesi in attorcimenti ad ogni balzo.
Innocenzo quanto più potè si tenne aderente alla groppa, ma non tanto che qualche rama a volte non lo sferzasse, con sibilo di staffile, sul viso. Venne percosso con ira, come da forze selvaggie ed improvvise.
Ma nulla arrestò il vertiginoso inseguimento nell’ombra. Le due forze: la cieca e la volente andarono concordi a precipizio. Alla violenza di quell’impeto, non avrebbe resistito la più forte volontà.
Egli aveva i bianchi capelli irti dal vento, la bocca semiaperta mostrò i denti serrati, l’occhio grigio s’illuminò di fiamme nell’intenso scrutare dell’ombra.
Tremarono i giovani pini dall’esile tronco e le rame soggiacquero alla forza d’attrazione, concorrendo a ripiegarsi verso l’ombra fuggitiva.
D’improvviso Innocenzo scorse una luce, ma breve, ma repentina, un guizzo non più; gli bastò l’accenno. Intese d’averli già sotto il suo giogo, sicchè con aspra voce eccitò il cavallo a più veloce andare.
Poichè l’occhio per fissità continua, aveva già, dilatando l’iride, acquistando la percezione della poca luce diffusa, vide Innocenzo gli alti fusti fuggire precipitosi, piegarsi verso l’opposta via.
La pineta andava diradandosi, comparivano lembi di cielo, foschi e lontani, con poche stelle. Come un bubbolio di lontana tempesta, il mare si annunziava da un abisso incommensurabile al di là dell’ombra.
Passò un branco di giumente nitrendo. Innocenzo frenò un poco la corsa; aveva le mani al laccio e stava chino sogguardando. Vide un’ombra rizzarsi dietro un cespuglio; vide come un serpe lanciarsi sibilando e il suo cavallo stramazzò. Un colpo di fucile nello stesso tempo l’avvertì che li aveva di fronte.
Per la caduta non ebbe offesa, sicchè di scatto si rizzò e vide l’ombra muovergli contro. Mandò un grido di gioia, indietreggiò con repentino scatto e con lestezza la destra mano lanciò il laccio e lo riprese, sicchè per l’urto l’ombra con un grido roco si abbattè al suolo.
Ma ancora un altro colpo partì dal cespuglio e Innocenzo scorse un uomo riprender la mira.
Siccome per la formidabile stretta, Scure fu incapace a movimento, Innocenzo si lanciò col fucile.
Il ladro vinto già dal timore di fronte all’invincibile vecchio, prese la fuga.
Innocenzo ritornò.
Scure preso alla vita, con le braccia avvinte, faceva inauditi sforzi per disciogliersi.
— Statti quieto bestia!
E col piede lo percosse nel petto, l’altro mandò un grugnito, ma come la belva doma ubbidì.
Poi che fu in piedi, Innocenzo con altra corda più sicuramente lo avvinse e con un urto se lo mandò innanzi. E attraverso la pineta, lo spinse per la via più breve verso la sua casa.
Scure a capo chino andava, mordendosi il labbro; d’improvviso si volse, sicchè Innocenzo si arrestò, e contraendo il viso, ruggì:
— Ammazzami!
Il vecchio lo urtò col pugno e rispose:
— Va innanzi, bestia.
Scure sentiva l’avvilimento di tutte le umiliazioni; il suo essere malvagio lo dilaniava; si sarebbe ucciso serenamente, con gioia, pur di sfuggire al suo nemico; non voleva implorare la morte, l’avrebbe pretesa come un diritto.
Ancora, poichè vide la casa a pochi passi, si arrestò e questa volta gridò con forza:
— Innocenzo, per l’anima tua, ammazzami!
L’altro l’attanagliò al collo con la mano e lo spinse verso la porta.
Stava ivi, ripiegato dolcemente il capo, Malusa, serena ancora nella morte. Presso lei eran fiori di nepitella e sulla sua veste, macchie di sangue. Sorrideva.
Disse Innocenzo.
— Vedi?
L’altro poi che la riconobbe tentò indietreggiare, con orrore.
— La strega!
Gridò Innocenzo e la sua mano sempre più lo strinse al collo:
— Vigliacco!
Scure con inauditi sforzi tentò ribellarsi, ma la forza del vecchio lo costrinse a curvarsi presso il cadavere di Malusa.
Egli volse il capo mugolando. — Poi ebbe un singulto atroce e si abbattè mordendo la terra, nella convulsa impotenza della sua miseria.
La selva.
Dalla chiesa del monte s’inseguirono per l’aria (la stridula campana battè rapidamente) una serie di rintocchi incomposti a tre, a due, come la mano frettolosa voleva.
Michele, ch’era presso al forno annerito, si scostò, e, alzati gli occhi, vide che il sole era a mezzo il corso, sicchè borbottò fra i denti riabbassando gli occhi:
— Tempo che passa, miseria che avanza — e si riaccostò al vecchio forno diruto, composto di massi gettati alla buona di Dio, senza calce, tanto per formarne un piccolo foro, ove il calore di qualche sterpo arso non s’affievolisse sì tosto.
La piccola casa coperta di lavagna era presso, nera e miserrima nella sua forma raccolta e tozza; quattro mura che formavano una stanza, non più; una piccola finestra per dar luce e una porta nella quale poche tavole d’abete sconnesse e quasi cineree, facevan scarsamente l’ufficio di uscio. Poi, più discosto, il piccolo ovile.
La casa sorgeva a mezza costa del monte, sopra dilagava in intrichìo vasto di rame la selva di castagni, e sotto, fino a valle, il querceto. Il sole vi giungeva a mezzodì, poichè il versante era occidentale, onde un’ombra grave e quasi perenne era in que’ luoghi che non sapevan spazio d’orizzonti, nè avevan visto il sole mai nascere o tramontare.
Quando ricadeva l’ombra, il sole non era morto, il monte dirimpetto ne toglieva anzi tempo la luce.
Michele attese che il pane cuocesse. Seduto su di una pietra, presso il forno, stava, le ginocchia abbracciate ed il capo fra esse; un atto di abbandono grave.
A spica, a spica aveva colto in riarsi campi qualche manciatella di grano, ora ce n’era forse per qualche settimana; cinque bocche gli chiedevano il pane, egli ben vedeva il pallore di digiuni sugli scarni visi de’ figli.
Chi poteva combattere con la forza del fulmine o con la corrente dilagante de’ fiumi?
Nessuno pregava per lui forse.
Miseria, su miseria, non ci fu mai bene nella sua casa dacchè Rosa partorì il secondo nato. Crebbero i figli e in proporzione il bisogno, e le poche risorse sue andarono diminuendo.
Ogni boccuccia nuova trovò il petto della madre più esausto, sicchè, l’ultimo nato: Alfonso; era cresciuto esile come un giunco, come un alberello senza acqua in terreni sassosi.
Cinque bocche, aveva udito in certe notti sommessamente lamentarsi: gli esseri suoi non trovavan sonno; c’era sul letto di quercia il ramo d’ulivo benedetto, ma non era passata mai su quella casa una Pasqua di pace.
La porta cigolò sui cardini e la vecchia Rosa si presentò ridendo; chiese:
— Il pane?
Michele non fe’ atto d’intesa.
Rosa avanzò e richiese:
— Il pane?
E tentò di levare le assi che coprivano l’apertura del forno.
Michele alzò il capo.
— Andate, andate che ci penso io.
L’altra rise ancora senza guardarlo, poi gironzolò per l’aia raccattando qualche stecco che si pose in grembo.
Il suo scarno viso ossuto aveva l’eterna contrazione del riso, parea ch’ella si fosse inebetita in una gioia perenne, o ch’ella per non consumarsi in lagrime continue, si fosse data così al riso. L’ombra, gli alimenti, la vita, l’avevan condotta pian piano a quella incoscienza stanca d’intelletto esaurito nel dolore e nella ruina; la fatica e la miseria avevan lasciato l’orma loro, ell’era la creatura vinta interamente dalla fame, l’immagine e l’ultimo limite del dolore.
E rideva sempre, anche se esaurita dai digiuni, sentisse l’imperioso desiderio del pane; anche se i crampi le attanagliassero lo stomaco, o le tempia le battessero rapide per febbre.
Non parlava quasi più, l’antica giovanetta data al canto: Rosa dalla squillante voce. Un tempo fu in cui ella iva aggigliata in qualche mattina, allora la chiamavano Rosella, e cantava gareggiando con le altre fanciulle. Ma si esaurisce il terreno che dà maggior ricchezza di messi e su di esso non si rinnova la dolce stagione; ella si era fermata nel riso di allora come in un punto solo in cui tutto l’intelletto si compenetri.
Scarpicciò ancora per l’aia e raccolse stecchi, fili d’erba, foglie, tutto che le si presentò agli occhi, capace di attivare una fiamma, poi riaperse l’uscio e scomparve.
E giunsero dal monte i figli, Luigi e Masino vennero primi, Alfonso seguì più lungi; nessuno fece parola, sedettero per l’aia, togliendo il sacco dalle spalle, Michele non alzò il capo, li udì e si tacque.
Alfonso sedette su di un ceppo e da questo staccò le barbicelle più esili. I quattro uomini rimasero guardando la terra con fissità strana, quasi ne volessero far scaturire una larga messe, un tesoro. Essi stavano sotto al sole, la terra era bianca ed arida.
C’era un silenzio meridiano opprimente, pareva di udire qualche forza rodere la terra internamente, un’antica forza che minasse il monte nelle sue viscere, sordamente nel tempo.
Essi ascoltavano muti.
E ancora Rosa comparve sulla porta e chiese:
— Il pane?
I figli alzarono il capo e lo riabbassarono senza dir parola, ella sorrise a tutti e rimase così, con una rocca fra le mani, e ne agitava il pennecchio. Sotto quel sole parea ci fosse un singulto.
Rosa guardava i figli come consentendo a un suo pensiero, le sue mani ossute scompigliavano il lino e parea ch’ella volesse parlare per pianto.
I figli si piegavano a quella miseria oscurandosi sempre più; accettavano tutto, fosse pure un rosicchiolo rancido, purchè i denti avessero da frantumare qualcosa e lo stomaco non gridasse nella sua insaziabile fame. La loro gioventù non era vissuta mai. Eran passati giorni in cui il maggiore aveva masticato erba, per non togliere a’ più giovani il poco pane sufficiente appena a non morire. Erba amara come il veleno.
Presenti al continuo martirio dell’essere, al tormento continuo della carne, s’eran lentamente ammutoliti e chiusi, ciascuno conservava in sè un suo odio incosciente, una cieca sua brama di animarsi in lotta contro qualche nemico che non sapeva.
Non poteva essere nell’anima loro serenità, la preoccupazione dell’esistenza li teneva come verghe ad un fuoco inestinguibile. Ardevano; eran gli occhi loro continuamente accesi di febbre.
Alfonso aveva sognato una notte una magra figura di donna, vestita in gramaglie che annaspava verso un fuoco; spaventato dall’incubo, ai fratelli narrò il triste sogno, essi dissero ad una voce:
— La morte!
Così ogni loro pensiero giungeva ad un unico termine di vita.
Se alcuno d’essi tentò una nota di canto, ben presto sentì soffocarsi la voce, chè ogni bel riso nella mente loro tornava in dolore. Nessuno li fe’ sapienti di giustizia o d’altro; essi non seppero se non il calvario di Gesù e la pace degli umili ne’ cieli, ma ciò non bastava a vivificare i loro spiriti; la remota ricompensa de’ cieli non era sì alta e soggiogante da convincere ogni loro pensiero, ed essi ancora non sentivan tanta forza di misticismo da piegarsi volenterosi a qualsiasi sofferenza pur di avere la gloria di un incomprensibile paradiso.
Era la carne loro, era il palpito del loro sangue vibrante come la più alta armonia, che li rendeva cupi per insoddisfatte energie; era la vita che sfuggiva ai loro occhi ch’essi avrebbero voluto. Lo spirito, più che la materia, si esauriva, non poteva aver forza di concezione superiore; essi avrebbero benedetto l’alba del Signore in forma di un pane quotidiano e sicuro; si sarebbero prostrati, come veri figli della terra, al sole, se le attività del loro essere si fossero sviluppate, se qualche gioia li avesse accolti come tre figli dispersi che una buona ventura riconduce.
Ribelli no, credevano dovesse esser così per loro continua condanna e questo li rendeva muti ed irati; supponevano un destino più forte di qualsiasi umano volere, che li perseguitasse di continuo, senza tregua, per qualche incognito male. Non mai avevano bestemmiato il Signore; però questo loro Dio era nella chiesa e non si staccava di là, lo pregavano là dentro, come si andrebbe da un ricco ad implorare un aiuto, ma non ne sentivano affatto l’onnipotenza.
Michele poichè vide che il pane era cotto, disse:
— Rosa portami l’asse.
Ella fu sollecita nell’obbedirlo. Corse coll’asse che pose di traverso su due pietre. Michele vi depose lentamente in simmetria la fornatella di pane. Mandò questo un odor sano e caldo che fece dilatar le narici, Rosa mosse gli occhi dal pane ai figli, simultaneamente ad invito; poi tese la mano.
— Aspetta che si freddi — disse Michele.
Un campanellino suonò pel monte e si vider frasche piegarsi.
Gridò Michele:
— Maria? Maria?
Dall’alto scese una giovane voce incantevole:
— Babbo vengo.
Il campanellino tinnì più in fretta, ancora la voce si alzò in brevi incitamenti, poi, correndo, di un balzo le poche pecore furono nell’aia e Maria dietro sorridendo, rossa un poco per la breve corsa.
Ella condusse direttamente le pecore all’ovile (vi entrarono ad una ad una accalcandosi) chiuse la porticina e ritornò ove gli altri stavano a guardarla.
Stavano a guardarla con un senso di dolce ammirazione, la creatura bella fatta di amore e di grazia. Ell’era un po’ gracile, ma viva di sentimento, come gigli, come palme chiare sull’alba. Due grand’occhi brillantini che parea cantassero in sè, per loro intima vita esuberante, compendiavano il sorriso di tutte le cose, la vita di tutte le vite; ell’era l’immagine chiara della virtù dell’amore. Figlia della selva, creatura di una forza serena; come una fonte fra alberi chini allo specchio dell’acque, l’anima sua rifletteva le forme e gli aspetti delle cose.
Un tralcio d’abelmosco fra i capelli, il fiore di cui i serpentelli odoravano e i ricci e le macchie aspre di pruni; un non so che di bestino che dava l’ebbrezza di un sottile licore e il ricordo della gaia vita in libertà e le malie strane della selva, come d’invisibili esseri allettanti fra qualche macchia per pungere nella seduzione di un riso. Ell’aveva i capelli quasi capreoli selvaggi intorno a tutto il capo, in rapide volute, non lunghi ma folti, come un cespo di capreoli; una corona a un viso perfetto. Era sua eleganza e bellezza quell’insieme d’incolto e di selvatico che la riaccostava alla semplice natura di cui era diretta figlia; senza artifizi, per la mancanza di ogni cura, era manifesto in lei il gran tesoro della semplicità che la faceva ricca di mille grazie.
Ell’era la prediletta, come fra i biodi si eleva una ninfea.
A lei toccava il miglior boccone; una povera mano ama spesso di coltivare un rosso geranio sulla finestra disadorna, Maria come l’umile pianticella, metteva un sorriso ove fosse, onde altri viveva della sua vita, altri di lei necessitava come d’aria, degli elementi sostanziali alla salute e alla virtù, altri trovava il suo Dio in lei.
Chi avrebbe avuto il turbine di una passione veemente, s’ella guardava con que’ suoi occhi esprimenti: — Io posso addormentarti nel riso — come mani scorrenti fra i capelli in carezza di pace. Vicino al mare, ne’ calmi mattini, l’anima si piega così alla volontà del gran sereno, e il fascino di una immensità può racchiudersi nel breve spazio di un viso per la calma immensità di uno spirito. Alcuno che tema la morte può chiamarla con desiderio; alcuno che maledica la vita può dire: — Benedetta sia dal primo dì della luce. — Natura si compiace di esaltare le sue maraviglie in aspetti molteplici; natura, dagli stessi spiriti, plasma differenti forme, e vi diffonde e vi aduna con prodigiosa potenza, da un esigua cosa ad una eternità di spazio, dando gli stessi principi di forza a due aspetti e racchiudendo in un seme le meraviglie di un mondo. L’amore nella sua virtuale espressione, è pur sempre il principio di tutte le attività umane ed universe.
Maria era un’umile creatura, il frutto del ramo più esiguo, che aveva meno copia di linfa per nutrirlo, ma che pur tuttavia, dava con amore tutto ciò con virtuosa abnegazione d’altri germi; così egli cresceva umile e piacente per benevolenza d’altrui.
Ora stava Maria aspettando; era sul suo viso un viola pallido diffuso, taceva sorridendo. Rosa la guardava come volesse adornarla di qualche ricchezza, pareva che la madre uscisse dal suo idiotismo per la figlia più esile e più bella. Ella forse nella sua fanciullesca semplicità, la pensava una nuova principessa di fiaba, sicchè le disse:
— Lo vuoi il nostro pane?
E Maria alzò gli occhi sereni:
— Ma sì, chè ho tanta fame.
Rosa le posò una mano sui capelli folti; poi Michele si levò per divedere il pane fra i figli.
Ebbe la prima parte Maria, le disse:
— Basta?
Rispose la fanciulla:
— Sì.
Alfonso, Masino e Luigi vennero poi tendendo la mano e tutti si assisero nell’ombra presso a Maria. Mangiarono in silenzio; poi che ciascuno ebbe finito, riprese il suo sentiero di fatica, chi al monte, chi alla valle, senza augurio nessuno. Il giogo ancora li premeva costringendoli al silenzio.
Maria alzò la voce quando trasse le pecore dall’ovile, ella sola gridò:
— Addio — e si avviò cantando un rispettuccio garbato.