IV.

Le due donne sole si trovarono così nei silenzi d’interminate notti, senza veder viso umano se non a lunghi intervalli. Maddalena del Bosco, andò a volte, chè aveva la casa più prossima, ma invero non trovò allettamento di pettegolezzi e invano si sforzò di trascinare Maria a dir male di qualcuno, che la ragazza l’ascoltò appena e rispose a monosillabi e molte volte anche non seguì i ragionamenti suoi, sicchè non assentì alle sue conclusioni. Anzi Maddalena suppose che Maria avesse qualche male, chè la vide pallida ogni giorno più e trovò sotto ai suoi occhi, a volte, certi cerchi neri, come se si fosse consumata in pianto per notti e notti, senza tregua mai. Gliene fece parola una volta e Maria la guardò con interessamento di sorpresa:

— Davvero? Sto male?

— Ma sì, bambina mia, vi trovo così pallida, così addolorata, siete magra anche. Pare che piangiate sempre.

— Eh! sì, piango qualche volta.

Maddalena la scrutò con gli occhi grigi:

— E perchè? Cosa vi addolora?

Maria chinò il capo, strinse le mani fra le ginocchia e non rispose. La donna suppose ch’ella dovesse seguire la via di sua madre. E andò più di rado in quella casa, ma qualche volta vi comparve ancora, non fosse che per pochi minuti, pur di vedere, come s’era fissa in mente, se le due donne in realtà fossero pazze entrambe; ma ella trovò sempre Maria seduta presso il focolare semi spento, intenta ad agucchiare, come una madonnina del silenzio e del dolore, votata a qualche martirio continuo ed inconsolabile.

Sempre pallida, con gli occhi neri e vivi di lacrime recenti.

Rosa stava a’ suoi piedi con le mani fra la cenere, o costruendone monticelli o soffiandovi sopra tanto da farsela entrare negli occhi. E ciò finiva per annoiare ben presto Maddalena, sicchè, pur mantenendo le buone relazioni, si fece viva più di rado. Ma andò per le case dicendo con aria di sospettoso dolore e per tema ricco di congetture, che Maria era presso a impazzire, giacchè non parlava più e sempre piangeva ed aveva la parola morta e si era ridotta un filo.

La voce fu creduta, vi fu chi l’esagerò anche.

Pertanto Maria nel suo silenzio agucchiò attorno a qualche panniccello più fine che nascose sotto alla sedia o nel grembo, se udì qualche voce vicina. Ella apprestava un corredino minuscolo per una creaturina che sarebbe venuta, per il frutto dell’amor suo e della sua debolezza; qualche camiciuola, qualche fascia; lavorava la notte o i giorni di bufera, quand’era certa che nessuno avrebbe potuto improvvisamente sorprenderla.

Così capo per capo, con lentezza e con sofferenza, compì il corredino del nascituro, per ogni punto che dava era una lacrima, come la fiaba della buona Marta che si consumò così. E degli aghi se ne spezzarono assai e delle goccie di sangue stettero su quei brevi lini, spesse, spesse; le piccole mani lasciaron la traccia del loro cammino, le mani che divenivano tanto bianche ed esili coma se andassero consunte per la fatica di quel lieve lavoro.

Ella cuciva, cuciva con lena, ma ad un tratto le mani le cadevano penzolando e il lavoro scivolava dal grembo e gli occhi le si gonfiavano di pianto. Così molto spesso con turbamenti repentini.

Una speranza ce l’aveva ancora, Nando non era partito con gli altri, ma di sposare non ne aveva fatto ragionamento serio.

L’ultima volta ell’era discesa fino alla strada più prossima, essendo domenica, egli doveva passare di là per salire alla chiesa.

La giornata era tempestosa, un vento freddo spingeva la neve in vortici, in larghe spire turbinanti, con velocità vertiginosa; sulla strada poche orme si segnavano. Le siepi eran quasi sepolte, qualche rovo spuntava dalla neve stecchito ed aspro, come lo scherno della vita.

Ella non vedeva alcuno e tremava pertanto sotto la sferza del vento crudo, le piccole mani nude costringevan la pezzuola sul capo, ed ella stava così tutta raccolta, col viso basso, sentendo per le vene infiltrarsi un gran freddo.

Ma poi ch’egli venne sentì per il suo appressarsi una sensazione di calore, come se rinascesse l’estate.

Egli la riconobbe e quasi si dispiacque di trovarla là.

Timidamente, senza muoversi, lo chiamò:

— Nando?

— Oh Maria, come mai sei qui?

— Ho bisogno di parlarti.

Nando rise con un certo cinismo.

— Affari serï vero?

Ella gli alzò in volto i suoi grand’occhi pietosi per significargli la crudeltà delle parole sue, ma gli si accostò.

— Perchè non ti ho visto più?

Il giovane si strinse nelle spalle.

— Non ho avuto tempo, poi come sarei salito fin lassù con questa neve?

— Oh! la strada non è difficile, sono discesa io per vederti.

Ella ebbe una dolce voce, invero pareva che carezzasse.

Poi si tacque. Nando non trovò parola, quel silenzio però finì per seccarlo, vi sentiva il principio di un male, onde d’improvviso alzò la voce:

— Senti Maria, debbo andarmene.

— Perchè?

— Debbo trovar Mattia, ho bisogno di parlargli.

Ella allora gli passò le mani attorno al collo, gli chinò il capo sulla spalla e disse, volle dire senza singhiozzi:

— Nando non verrai più da me?

— Sì, verrò.

La parola detta per torsi d’impaccio, ebbe per Maria un significato ampio e completo, ella vi lesse tutte le speranze e tutte le promesse, vi rivide la gioventù e la gioia, onde fu subitaneo il riso e il suo volto si animò tutto e gli occhi suoi si apersero all’anima sua più bella.

— Verrai? Verrai? Ti aspetto presto. Questa sera verrai?

Sì? Se tu sapessi come son lunghe le notti lassù; ci si muore soli. Soli, perchè mia madre non può dir parola... io lavoro... faccio un corredino.

S’interruppe arrossendo e guardò Nando negli occhi, egli pure sentì l’imbarazzo, distorse il capo, ed ebbe volontà d’andarsene per non cadere nel sentimento in cui ella ingenuamente tentava avvolgerlo, sicchè pur serbando le miti apparenze, capiva che in altro modo gli sarebbe stato impossibile l’andarsene, si chinò e le disse:

— Addio.

Ella ebbe una lieve contrazione di spasimo.

— Te ne vai?

— Ma sì, ti ho detto il perchè.

Maria lasciò che le braccia ricadessero inerti, il suo viso riebbe il pallore delle cose morte e sussurrò la parola ch’egli aveva detto, con lentezza, come se ogni suono le costasse parte della vita sua.

— Addio.

Nando le sorrise, ora con più sincerità, chè si sentiva libero e la sua voce sonora ancora augurò:

— Sta sana.

Ella lo guardava.

— Verrai?

Un cenno del capo le dette speranza, poi lo vide partire.

Sulla veste sua si era posata la neve e sui capelli che uscivan dalla pezzuola; ella diveniva bianca come la fredda sorella; così immobile sotto i grigi cieli, ebbe della figlia delle nubi la bianca apparenza e l’eterno stupore.

E l’aspettò. Eran passate notti in cui ogni palpito di vento le era parso lo stroppiccio di scarpe sulla neve, le mani avevan spezzato l’ago molto più sovente e la tela si era macchiata di sangue con maggior frequenza. A volte aveva tenerezze di pianto improvvise.

E Rosa la guardava per ore ed ore, seduta tra la cenere, con le mani fra i capelli, masticando e ridendo, come un’ombra, come una vecchia ombra del fuoco spento. Se le si accostava, le scompigliava il lavoro, così che Maria era costretta a sgridarla come una bambina e la vecchia tremando tutta si rincantucciava fra la cenere, nell’angolo oscuro del focolare, fra la cenere delle fiamme morte.

E Maria sentiva in sè, quella sua spensieratezza bella di un tempo, essersi cambiata in un gran bisogno di amare, in una necessità di dare la sua bontà, le sue cure, la sua vita a qualche essere che la proteggesse; ell’aveva anche l’alba di un altro amore ben delimitata nel pensiero e questo fioriva come un sacrificio.

Pertanto si affievolì, divenne debole e stanca, fece come la bianca neve. Un sentimento che non può aver vita, è come un male che rode. Ell’era l’essere debole che è nato con la sola bontà, l’essere incompleto per la vita e che la vita stessa condanna e distrugge.

E la bontà sua non potè vedere il male, nè biasimarlo. Non credette che Nando non sarebbe ritornato, e se pur qualche volta lo pensò, non trovò sulle sue labbra maledizione; ella soffrì come una martire, condannandosi a tutto il dolore del suo peccato.

E progrediva nella sua vita di silenzio, consumandosi fra le lacrime. La donna in lei non si manifestò altrimenti se non con una più secura coscienza della propria debolezza. E ciò fece sì che tutte le sue energie fossero date all’amore, che tutto l’essere suo si rifugiasse in questo sentimento con timore, con dolcezza e con frenesia quasi.

Null’altro per lei ebbe attrazioni simili; era come la terra per il seme, come l’aria per la vita.

Ella già vedeva il suo corpicciuolo sformarsi e ciò le dette sensazioni di gioia; la sua debolezza si manifestava così sotto una forma nuova. Vide fuggire dalle sue guancie il colore delle frutta mature e ne godette per suo intimo sentimento.

Era un gran senso di martirio in quella piccola anima incolta.

Avrebbe voluto che Nando avesse visto il disfarsi della sua persona; forse non gli sarebbe piaciuta e ciò le dava dolore ma egli l’aveva fatta diventar così, per pochi giorni di gioia.

Aspettò: passaron notti e giorni uguali, ore ed ore terribilmente simili, pensieri e pensieri gravi, insistenti; e l’inverno e il freddo, erano al di fuori, il vento e la neve, il buio ed il silenzio.

Un mondo triste, un mondo addormentato in un grande incantamento. Passò qualche urlo di lupo; sulle vette andavano ancora i lupi affamati, dagli occhi di fuoco, sulla neve se ne vedevano le orme; passavano vicino alle case. Una notte ella ne vide l’ombra dalla finestra. Era come un grande cane, fiutò, drizzò le orecchie, gironzolò annusando la terra e con mugolii cupi fuggì. Ella ne vide gli occhi sanguigni, accesi, ne sentì la violenza ed il terrore ed ebbe un’ora di spavento.

A volte passavano altissimi, stormi di uccelli, ciò avveniva specialmente sul far della sera; passava un’ombra fra le due immensità bianche, un’ombra alta che vedeva altre terre e migrava verso il sole.

E in tutti i crepuscoli si udivan le campane della chiesa, quella dell’alba era dolce ed esile e batteva pochi tocchi sensibili nella gran calma; la sera eran tre campane che ondavano a stormo e si intrecciavano in ritmo uguale e grave; l’alba, una breve voce di bimbo: la sera, il grido della stanca umanità.

E nulla più manifestamente animava quel mondo, ella ne conosceva così tutti gli aspetti, sapeva da quanti echi era ripercossa la campanella dell’alba ed anche quanti tocchi battevano quelle della sera; tutto le era palese e nulla poteva giungerle nuovo per distrarla dal continuo pensiero suo, dalla sua tribolazione continua. Poche ore di sonno le davan pace.

Ascoltò il pulsare di un altro piccolo essere dentro le viscere sue e tutta l’anima le s’intenerì nella dolcezza di quel senso materno.

Trascorse tanto tempo ch’ella non seppe, non potè uscir di casa mai chè non si sentiva bene e le gambe non l’avrebber portata fino a valle; Nando non era venuto, ma il tempo era stato pessimo sempre e questo forse aveva impedito ch’egli salisse da lei. Ancora l’anima buona non era disillusa.

E un giorno capitò, dopo un mese forse, Maddalena del Bosco; essa entrò con un’aria un po’ stanca e pietosa e si appressò a Maria guardandola come se la volesse proteggere e salvare. Teneva il capo inclinato sulla spalla lievemente e la voce sua fu strascicata e sommessa quasi parlasse ad ud moribondo.

— Mariuccia, come state Mariuccia mia?

Le passò una mano fra i capelli sicchè la ragazza alzò gli occhi un momento, la guardò e rispose riabbassando il capo:

— Non c’è male Maddalena.

Questa le si sedette vicino.

— E Rosa?

— Sempre così.

— Poveretta!

Trasse un sospiro e si asciugò con le palme il viso, abbassò indi le braccia sulle ginocchia e su queste appoggiò il torso e così alzando il capo per vedere il volto della ragazza che stava chino sul lavoro, le chiese con lo stesso tono di voce strascicato:

— Sempre sola è vero?

— E chi volete che venga Maddalena. Vedete? sono qui come una povera abbandonata tutto il giorno per mesi e mesi e a volte credo di morire.

— Perchè non andate voi a trovare qualcuno?

— E volete che lasci sola la mamma? Non sarebbe prudenza.

Poi con questo tempo, chi si muove? Voi stessa non venite più.

— Oh! io sono vecchia, è un’altra cosa, ma voi siete giovane e la gioventù ama sempre la gioventù.

Maria non rispose, ma non intese la malizia.

Riprese la vecchia:

— E non avete visto più nessuno dacchè siete rimasta sola?

Disse la fanciulla con la voce bassa:

— Nessuno.

— Solo questa povera vecchia eh? Oh! lo credo che vi annoierete, è tanto triste essere così abbandonati!

Vi fu una breve pausa in cui si udì il rumore dell’ago, poi riparlò Maddalena:

— E voi come state? Ve lo chiedo perchè siete sempre così pallida, e mi pare anzi che lo diveniate sempre più.

Maria abbandonò il lavoro, ed alzò il capo traendo un sospiro:

— Sono stanca, sono anche un po’ ammalata, non dormo e non mangio, è un brutto vivere il mio, Maddalena. Datemi un rimedio voi.

— Non saprei, bambina mia... ma ci penserò. Voi siete apprensiva è vero?

— No.

— Proprio no?

— Oh Dio! Un poco, naturalmente, ma non tanto. Perchè me lo chiedete?

— Per nulla, così, perchè pensavo alla causa del vostro male.

Ristette un poco e fissò gli occhi grigi ed acuti in faccia a Maria.

— Perchè il vostro male deve avere una causa.

Maria arrossì tutta e non ebbe ardire di pronunciar parola, la vecchia vide propizio il momento e trovò maniera d’insinuarsi.

— Ditelo a me, povera bambina, io sono vecchia e vi posso consigliare; voi siete innamorata, vero?

La sua mano ripassò sui capelli della ragazza.

— Voi siete innamorata un pochino... anzi molto, ciò vi fa star male, ciò vi fa impallidire e non vi fa prender sonno.

Maria taceva sempre e sentiva un turbamento intenso non osava alzar gli occhi per tema ch’ella vi leggesse il nome di lui; ella lo aveva tanto in sè, da credere ch’egli potesse essere manifesto ad altri per un semplice suo atto.

— Eh! son cose da ragazzi, Mariuccia; e chi alla vostra età non ha avuto il damo e non ne ha sofferto? È forse lontano? Non vi ha scritto ancora? Sono dolorucci che passeranno, non ve la prendete a core, egli penserà a voi come alla Madonna santa.

La voce di Rosa la interruppe, ella gridava:

— Il fuoco! il fuoco!

Chè aveva trovato sotto alla cenere un tizzone e lo attizzava ora col fiato per farlo rivivere.

Maddalena riprese, i suoi grigi occhi aspettavano l’attimo che la parola avesse destato.

— E avete bisogno di rivederlo, è vero?

Maria scosse il capo per assentimento, ella si abbandonava tutta a quella rete d’insidie, credeva veramente che la vecchia parlasse per bene e un sentimento di gratitudine fioriva spontaneo e repentino dal suo cuore e un abbandono dolce, tutta l’avvolgeva come nella più soave carezza.

— Mariuccia mia, state guardinga però... l’amore fa dei brutti scherzi.

La ragazza alzò gli occhi interrogativi e questa volta Maddalena fu costretta ad abbassare i suoi.

— Perchè?

— Eh! intendo dire intendo dire... voi capirete bene.

— No, Maddalena.

La voce di Maria fiorì semplice, mite e sincera, tanto che la vecchia si chiese: Ch’ella sia veramente ammalata?

— Allora fate come s’io non avessi detto.

E un altra pausa vi fu in cui i pensieri di Maria si riordinarono ed ella trovò il senso vero delle parole di Maddalena. Avrebbe voluto confidarsi ora per avere un aiuto, ma non arrischiava di affrontare, prima, l’argomento assai difficile, sicchè stava perplessa, guardando le mani bianche e magre, immobili sul grembo come anzitempo morte.

Maddalena cambiò voce, assunse un tono indifferente e chiese:

— Avete udito ier sera, da valle, i canti dei partenti?

— No.

— Eppure durarono per un pezzo, si sgolarono. Ma non vennero qui a far l’addio?

— No, e perchè?

— Perchè, forse... c’era qualcuno che vi conosceva.

— Non so, ma non ho udito, nè veduto niente.

— Viaggeranno ancora, adesso.

— Si? Vanno lontano dunque.

— Oh! se vanno lontano! Di là dal mare, in America.

— Mio Dio! E quanto staranno per viaggio?

— Chi mi ha detto un mese, chi più, io poi non me ne intendo; sono partiti in dieci, c’erano anche Rosella e Martina con loro.

— Han lasciato la famiglia?

— No, tutta la famiglia, anche le vecchie. Aveste visto come piangeva la Zoppa! Andava trascinando la sua gamba come un cane bastonato ed abbracciava tutti, anche chi non ne aveva voglia; si dice che Innocenzo l’avesse ubbriacata perchè non gridasse e per tirarsela via meglio.

— Poveretta! Ma avete detto che eran dieci, mi pare che fossero molti di più.

— Dieci erano i giovanotti. C’era il Guercio, lo Zampino; questo sì che aveva la cera smorta. Annunziata gli si attaccava alle braccia, aveva tutti i capelli giù per le spalle e gridava che non voleva, che non voleva, ch’egli non sarebbe partito senza di lei. Ed egli a calmarla che pareva un Sacerdote. C’era Tommaso della Vite, Micheluccio, Santo degli Olmi, lo Scorpione; oh! lo Scorpione parea si volesse mangiar tutti, aveva il cappello di traverso, si dice che portasse tre coltelli e una pistola, io vidi un coltello, lo vidi io, aveva un manico nero lungo così. Del resto sapete che pelle è lo Scorpione, non ha paura neppure dei carabinieri. C’era Liuccio della Bionda. Oh! quello! esile come una palma e mingherlino, povero ragazzo, ballava dentro a’ suoi panni, ma era allegro, suonava la zampogna....

Si arrestò estrasse il fazzoletto e se lo passò sul naso ripetutamente, poi con la voce soffocata ancora, disse:

— C’era Nando...

Maria ebbe uno scatto improvviso, prese la vecchia per un braccio e le gridò:

— Chi? Maddalena, chi avete detto?

Ella tremava, pallida, si era rizzata a mezzo il corpo, i suoi occhi immobili e larghi aspettavano trepidando una risposta, tutto il suo essere era sul limite dell’abisso, presso a scompigliarsi per frementi mani di furie; la sua vita fu sospesa durante alcuni secondi, tutte le sue attività si arrestarono, ella fu la fiamma che si stacca dal legno e pare spengersi un attimo.

Ripetè la vecchia:

— Nando di Casanova.

Ella non ebbe più voce, si rizzò, strinse Maddalena per le spalle, la respinse, l’occhio mostrò tutto il bianco nel travolgersi, le sue mani s’incresparono fra i capelli, li disciolsero, se li serrarono al collo, poi annaspò con le braccia tese, fece un giro su se stessa e piombò distesa, come morta.

Rosa gridò fra la cenere, gettandosela sul capo:

— Il fuoco il fuoco!...