V.

Il Maggio finì di fiorire, si chiusero le sue mani d’oro, le sue verdi mani, esso andò verso ai crepuscoli per ritornare nei crepuscoli di una nuova stagione.

Poi ch’ebbe dato il suo bacio a tutte le gemme, a tutti i germi, si avviluppò nei vapori di un tramonto e calò col sole dietro ai mari. La terra ne ebbe l’ultima bellezza, poi si assopì per ridestarsi nel sole, così come avviene che una fanciulla conosca uomo.

Fu l’epoca delle frutta; caddero le corolle dai melograni, il terreno si sparse come di goccio di sangue per ogni frutto che il ramo sostenne e nutrì. La terra aprì le sue viscere a tutte le radici che vi cercarono gli umori di vita e dette tutte le sostanze la buona nutrice, l’inesausta Cibele feconda.

Fu tempo di ritorni e le pazienti attese ebbero la gioia dell’incontro. Ogni sera qualche nuovo canto echeggiò per le montagne e qualche voce di donna pianse di gioia, e chi non vide tornare l’uomo alla sua casa, ogni tramonto guardò verso il fondo della valle ove la strada si perdeva, ed ascoltò tutte le voci che ebbero una vibrazione passionale e desiderosa.

Molti tornavan con buone novelle per i venienti, sicchè ciascuno si rallegrava in cuor suo aspettando con impazienza manifesta.

Maria seppe da Maddalena del Bosco che suo padre e i fratelli erano già in viaggio e pochi giorni mancavano al loro ritorno; ricevette la notizia senza scomporsi e guardò Maddalena con un sorriso triste.

Il suo dolore, senza un grido, si era raccolto in lei, vi si era annidato costante e terribile, senza tregua, paragonabile ai maggiori martirî. Da un lato, l’assillo velenoso la sospingeva, indebolendole la ragione, ad un limite ultimo di pena; dall’altro, la sua creatura, la sua debole creatura, le tendeva le piccole braccia, premeva i suoi seni, aveva necessità assoluta della sua vita. E se per sottrarsi al presente e all’avvenire, ella avrebbe cercato con risolutezza la morte, a ciò non sapeva decidersi guardando l’innocente, il suo piccolo peccato.

Nella maternità rifulgeva un po’ di bene, in questo sentimento il vigore della sua gioventù era ancora limpido e forte, ella si era chiusa come un cielo sopra quella piccola anima sua, come un cielo senza limiti ma impenetrabile, così che anche il dolore innanzi a quell’alba era costretto a tacere. Il dolore stesso, tutta la turba dei pensieri oscuri e delle disperazioni mute, dei triboli e dei patimenti acuiti; tutto il male, tutte le bassezze e le viltà, dovevan fuggire e umiliarsi, sotto l’impero di quella muta luce collegata alla terra e all’universo e somma quanto Dio.

Nell’amore di madre ell’era più forte del ferro, più rigida del monte. Qualsiasi passione umana, qualsiasi sentimento morale che avesse potuto condannare il suo passato, il pensiero del padre e dei fratelli, l’ira e la condanna di quelle voci ch’ella pure aveva temuto e nelle quali, alcuna volta eran state per lei intonazioni sacre, sparivano, si ammutolivano, diventavano una cosa miserrima e meschina, di fronte al suo sentimento prepotente e solenne. Ella aveva dato tutta l’esuberanza del suo affetto al figlio, lo aveva racchiuso come in cerchi d’oro in un incantamento dal quale non si sarebbe destato per grida o per minaccie.

Ma s’ella pensava a sè stessa, s’ella guardava l’anima sua, per un intimo orrore rabbrividiva: la debolezza istintiva della sua carne, del suo essere scaturivano, allora, nell’accasciamento del male, abbattendosi stanca senza lacrimare, senza singhiozzo, costretta ad un martirio inesauribile.

Le dormiva sul seno il piccolo figlio e Rosa accoccolata a’ suoi piedi lo guardava, toccandolo con le punta delle dita e rideva mormorando cose incoerenti; in quelle soste avveniva l’abbandono al dolore.

A ciò che sarebbe avvenuto non poteva pensare, la sua mente non essendo in grado di concepire disperazione maggiore di quella che continuamente la straziava; tutte le essenziali virtù intellettive del suo cervello si tacevano, ella non aveva che poche visioni, poche parole racchiudentesi intorno al ciclo unico del suo peccato.

E quando il suo pensiero ricorse a Nando e lo pensò nella vita del suo breve amore, si sentì donna ancora, e non seppe, per la dolcezza del ricordo, per la soave memoria, maledire a quella sua potenza spirituale che l’animava come per l’incanto di una religione. Ella era debole sopratutto, era l’edera che staccata dal tronco, nelle sue ritorte ne serba l’impronta. A lei si poteva chiedere qualsiasi sacrificio per l’affetto, ma non l’affermazione forte della propria individualità, ella sarebbe morta sorridendo pur di farsi amare, ma non avrebbe saputo staccarsi dal suo bene con volontà ferrea, schiantando qualsiasi cosa s’interponesse.

Maddalena del Bosco poi ch’ebbe inteso qual mite creatura ella fosse, la coprì d’insidie.

Un giorno le portò un po’ di cacciagione:

— Ecco, oggi mangerai meglio, io stessa te la cucinerò. Vedi, Vincenzo mio, si occupa di te, gli fai pena... e ti vuol bene. Egli t’offre questo po’ di roba.

Maria ringraziò con qualche parola.

Poi, con Maddalena, una volta, venne anche il figlio.

— È venuto a salutarti, disse Maddalena.

Vincenzo entrò con fare sfacciato e noncurante, le si sedette vicino e le parlò con qualche libertà.

Maria intese, chè una volta egli era appassionato della sua bellezza, e non rispose oppure lo fece con dispetto, sicchè egli se ne andò poco dopo, con sgarbo, salutando appena.

E Maddalena ebbe un rimprovero:

— Perchè sei stata così aspra con lui?

Maria alzò gli occhi:

— Cosa volevate che facessi?

— Ma!? Potevi essere più cortese, egli ti ha usato delle gentilezze.

— Io non gliele ho chieste. Poi, avete udito come parlava?

— Eh! Vorresti fare forse gli orecchi pudichi, ora? Santo Dio, chi non le sente certe cose, e tu, proprio tu vuoi essere la privilegiata e far la boccuccia, adesso?

— Maddalena!...

— Via, via bambina, fatti una ragione, tienti chi ti vuol bene e non badarci tanto per il sottile.

— Cosa dite Maddalena?

— M’intenderai a suo tempo, se non vorrai assolutamente perderti. Frattanto pensa che fra due giorni arriva tuo padre.

— Chi ve lo ha detto?

— Innocenzo, che è arrivato questa notte.

Maria si prese il capo fra le mani e si tacque immota, come pietrificata dall’annunzio.

Riprese la vecchia:

— Come farai?

Maria non rispose.

— Non intendi? Cosa farai, dove andrai? Tuo padre non ti vorrà in casa, certo.

E siccome la ragazza non accennava a rispondere, Maddalena continuò:

— Senti, in casa mia c’è sempre un posticino anche per te, avrai in me una madre e in Vincenzo un uomo che ti difenderà. Ora sei sola, fuori di qui dove vuoi andare?

Hai un bambino, bisogna che tu pensi anche a lui. Noi non siamo ricchi, ma c’è tanto da vivere anche in tre e in quattro. Vincenzo lavora, poi ha risparmiato molto, io pure; quando tu vorrai, la mia porta è sempre aperta. Ringrazia il Signore, bambina, ringrazia il Signore d’aver trovato qualcuno che ti vuol bene, perchè, vedi, io son vecchia e ne ho viste tante nella vita, ne ho viste tante che i miei occhi quasi son diventati ciechi. C’era pure Margherita del Monte, ne avrai sentito parlare forse, essa fece come te, peccò ed ebbe un figlio e suo padre non ne volle più sapere di lei. L’amante se n’era andato; fuori di casa, ridotta alla disperazione, morì di fame con suo figlio, nella selva. Chi vuoi che l’aiutasse? Ella poi era anche superba e non si degnava di guardare nessuno. E come Margherita del Monte, mille altre.

La gente ti sbatterà l’uscio sul muso, la gente ti dirà: Donnaccia, carogna, schifosa e qualche altra parola ancora e ti aizzerà i cani, e tu? Tu andrai piangendo disperata; il tuo latte se n’andrà perchè non avrai da mangiare; vedrai il tuo bambino succhiar sangue, poi lo vedrai morire fra le tue braccia; lo sentirai morto fra le tue braccia e tu camperai ancora qualche giorno trascinandotelo per la selva, finchè morrai di fame anche tu, di fame capisci? ciò che vuol dire dei dolori più acuti e della morte più lenta.

Si arrestò, guardò Maria, questa non dava segno di vita, stava come morta, col capo fra le mani. Maddalena la toccò sulla spalla:

— Ebbene hai inteso?

Maria assentì lentamente il capo.

— E cosa pensi?

La ragazza ebbe un sussulto sicchè il corpo le si ripiegò violentemente ad arco, il collo si stese sulla spalliera nello spasimo e senza un grido, tutta s’agitò in una terribile convulsione ansimando. I denti scricchiolarono come frantumassero ossa, gli occhi nell’orbita si rivolsero mostrando le sclerotiche iniettate di sangue, il volto le si scompose in orribili contrazioni e le labbra dettero spuma sanguigna, mentre il seno si gonfiava a scatti come a spezzarsi.

Maddalena guardò indifferente il sinistro spettacolo e trattenne Rosa che voleva lanciarsi e si mordeva le braccia.

Poi quando la ragazza accennò a calmarsi, socchiuse l’uscio e senza strepito partì.

Passò tanto tempo ancora che Maria non seppe misurare, ella rimase ascoltando i battiti del cuore, ora più che mai, dopo una sosta, aveva necessità di rinchiudersi nel suo mondo. Come in un campo sanguigno, in una immensità oscura, ella aveva visto improvvisamente tutta una verità angosciosa; una voce aveva parlato nel turbine ed ella si era sentita travolgere e morire.

Ma nel nome Santo di Dio, chi doveva ucciderla così lentamente? Perchè, s’ella aveva amato, tutto il mondo doveva rivolgersele in guerra?

La sua anima, umile nel dolore, si fortificò nell’affetto materno, e tacque.

Poi, una sera, ella fu ridestata d’improvviso; passò una bimba che saliva al monte, si fermò nell’uscio e gridò:

— Maria, Maria, vengono; sono nella valle; se presti orecchio li sentirai cantare.

Ella ebbe un brivido di freddo e impallidì, la bimba scomparve dopo un breve saluto.

Maria si strinse al seno un piccolo scialle, s’incrociò così le mani al seno. Il bambino dormiva in una breve zana.

Ella si fece sulla porta. C’era ancora un po’ di sole, un sole quasi rosso, che sui cipressi pareva metallo incandescente, il cielo era tutto a scalelli, come se vi pascolassero mandre infinite, presso al monte, ove il sole moriva, una grande chioma d’alberi stava immobile e rigida.

Maria ascoltò e intese realmente il canto di coloro che riedevano. Un canto sereno e forte; giunse dalla profondità della valle, ella calcolò ancora la strada che avevano da percorrere; le ore, i minuti, in questi estremi, diventavano per l’anima in pena, attimi; tutto si affrettava al termine con vertiginosa rapidità; ella si vedeva ad un tratto giunta al limite e le parea di uscire da un sogno e di vivere ora solamente nella realtà di tutta la sua vita. Per una strana follia di percezione le idee le si scomponevano nel cervello perdendo la linea di continuità e di collegazione. Vedea il padre e i fratelli seduti ad aspettarla, poi ella tornava col bambino fra le braccia mandandosi innanzi le pecore, era una luce meridiana, il padre gridava alzando le braccia:

— Eccola, eccola! e prendeva il bambino accarezzandolo con amore e tutti i fratelli gli si affollavano intorno, con sorrisi, con parole buone, sicchè la piccola creatura agitava le manine con gioia aprendo la boccuccia dalle gengive rosee, l’umida boccuccia dei bimbi.

E ancora: Nando veniva con uno dei fratelli parlando di lei e le pareva di essere sposa e di dover partire dalla sua vecchia casa. Rosa gridava qualche parola incomprensibile, poi seguiva un silenzio sinistro nel quale si udivano solo i gemiti del suo bambino. E tutti se ne andavano ed ella rimaneva sola col piccino, nella notte; una tenebra intensa scendeva solcata da lampi, ella aveva i piedi scalzi e doveva camminare su siepi di marruche e le pareva che alcuno la rincorresse senza strepito, ma con insistenza ed era per raggiungerla, ella ne udiva il respiro prossimo, sentiva già il tocco della mano, si sentiva agguantare, stringere, finchè cadeva oppressa coprendo la sua creatura.

Per l’incubo la sua mente scossa ritornò alla verità dell’ora presente.

E vedo, e vedo e non vedo chi voglio.

Vedo le foglie di lontan tremare... —

Una voce giovane più vicina cantò; era certo Alfonso, il minore fra i fratelli, quello che le voleva più bene. La voce saliva limpida come un mattino di primavera. Ella udiva:

— ... vedo le foglie di lontan tremare... —

L’ingenuo desiderio dell’affetto che si figurava l’attesa impaziente.

Altre volte ella avrebbe risposto correndo, ora doveva essere come la Maddalena Santa e farne il pianto.

Sempre più strinse lo scialle al seno, s’intirizziva come passasse sul suo corpo una veste di neve, era bianca assai e i denti le battevano insieme involontariamente per contrazioni spasmodiche. Si appoggiò allo stipite della porta, il sole non voleva morire, almeno l’ombra fosse discesa, l’ombra protettrice.

Persisteva una luce quasi affannosa che dava agli alberi un aspetto tragico e solenne.

Rosa veniva andava, dalla zana a Maria e toccava tutto con curiosità, una volta uscì sull’aia e udito il canto ritornò di corsa in casa e si chinò presso il bambino e lo cullò biascicando:

— Michele, Michelino, il bambino di Michele...

Maria udì e si rintuzzò nell’angolo della porta come se qualcuno la minacciasse in quella voce. Cos’era nel pensiero di Rosa per poter avere quelle parole?

Larghi stormi di rondini passarono gridando, altissime nel cielo come quando annunciano una tempesta.

Poi Maddalena dalla strada le gridò:

— Coraggio, sai cosa ti resta a fare.

Maria non ebbe core per risponderle; ancora altri attimi trascorsero. Vide un branco di pecore; vide un uomo chino sotto un tronco reciso; vide e udì un bimbo passare suonando un suo flauto silvestre fatto dalla viva scorza del gattice; ma furon come riflessi, come ombre, cose inconsistenti, fiamme in un infinito.

Poi il tremore convulso, l’agitazione e la tensione dei nervi si moltiplicarono, si accrebbero d’improvviso per un suono che udì. Il fischiò d’intesa, il fischio col quale Michele usava avvertire il ritorno dai campi o dalla selva. Essi erano poco distanti, un cinque o sei minuti di cammino ancora; sentì l’oppressione del loro avanzare, lo schianto dell’ira loro, come un fulmine che incenerisce. Ebbe un’oppressione che non le dava il respiro; le braccia, le mani, le gambe avevan tremiti e stiramenti come dovessero staccarsi dal corpo; sulle tempie un dolore acuto, e la mente si scompigliava sempre più, orribilmente, lasciando solo certe terribili visioni che l’accasciavano, come improvvisi scrosci di diluvi su campi.

Ma non poteva serbare l’immobilità, era costretta a muoversi, una forza interna ve la costringeva, nel moto cercando qualche po’ di calma. Corse in mezzo all’aia, ritornò, entrò in casa poi uscì, senza fermarsi mai, senza concetto di direzione e senza chiara nozione del perchè. Ad un tratto si fermò alzando il capo e sbarrando gli occhi, tutta la sua persona fu come un fusto d’acciaio: aveva udito prossimamente:

— Maria? Maria? Maria?

L’occhio suo stette fiso, immobile, spaventoso, scrutando fra le fronde; c’era nel suo viso come una rivolta straordinaria, ella aveva assunto un’espressione tragica di risolutezza, un viso di delitto e di paura.

Ma quando sul sentiero si apriron le rame e una figura comparve, ella ebbe un acutissimo grido e fuggì con le mani fra i capelli.

Fuggì in casa, si appressò alla zana, poi tornò alla porta e di nuovo si pentì, finchè spezzata la rigidezza della sua fibra cadde al suolo, prostrata.

Rosa che aveva guardato fino allora, prese il bambino e presentatasi sulla porta lo tenne ritto fra le braccia e lo mostrò ai venienti gridando ripetutamente fra brevi risa:

— Michele, Michelino... il bambino è di Michele...