CAPITOLO V.

De' Precetti che soli dovrebbero costituire, la pretta Religione dell'Ebreismo fondata sul Codice Mosaico, ridotto alla sua vetusta purità.

Siccome niente riconosciamo più naturale nella complicata immensa catena degli esseri viventi; che succedersi l'un l'altro, colla pronta non interrotta propagazione delle speci differenti, la provvida natura con un declivio irresistibile ad ogni animale, distribuì gradatamente il suo adeguato instinto, in maggiore, o minore dose, che lo trascina con più, o meno veemente trasporto, ad accoppiarsi ad un essere omogeneo, affine di conservare inalterabile l'ordine primitivo già prescritto. Egli è dunque perciò che sebbene il Maimonide, facendo il riepilogo nomenclativo di tutti i precetti del Pentateuco, abbia stimato bene di dovere inserire quello della propagazione per il primo [(A)], noi non possiamo questo assolutamente riguardarlo come tale, altro esso non essendo, come si disse, che un mero sentimento incitativo della natura, a cui niun essere vivente sulla terra, purchè fornito di organo, e d'istinto, non potrebbe certamente non aderire; mentre quello è identico, e comune agli enti ragionevoli, ed a' bruti. Quindi mi sembrerebbe più ovvio prescindere da questo, e stabilire altresì per primo Precetto del nostro nuovo sistema, quello comandato da Dio con tanto impegno, per tre volte, ad Abramo [(B)], in segno del patto perpetuamente irrefragabile di alleanza contratta da esso col Popolo che discendere dovea dal successivo suo lignaggio, cioè, 1. La Circoncisione de' maschi l'ottavo giorno della loro nascita [(24)]. E da questo Primo Precetto progredendo, noi passiamo tosto a dare per detaglio la nomenclatura generale di tutti gli altri da noi testè fissati.

2. Dalla sera in cui entra il plenilunio del mese di Nissan (che coincide col Marzo, non essendo bisesto, od altrimenti coll'Aprile) per sette giorni dal 15 decorrendo, e tutto il ventuno dello stesso mese inclusivamente, non dovranno gli ebrei cibarsi di altro pane fuori che dell'azzimo, dovendo per detto spazio allontanare de tutti i loro recinti qualunque sorta di materia fermentata. Questa è contradistinta חג המצות (Hag Amazoth) Pasqua delle azzime; la medesima sarà solennizzata come tale durante sette giorni, ed il primo, e il settimo di esse ogni opera servile (eccetto che quelle che sono di un urgenza indispensabile) dovrà cessare interamente [(25)].

3. Credere nell'Esistenza semplicissima dell'Essere Supremo, nè adorare altri fuori di esso [(26)].

4. Non adorare simulacri di qualunque siasi specie, nè costruirli anche per uso di altri.

5. Non giurare il nome di Dio in vano.

6. Santificare il sabato, e non fare in esso alcun opera servile [(27)].

7. Rispettare i genitori, soccorrerli, e temerli.

8. Non uccidere.

9. Non adulterare.

10. Non rubare.

11. Non fare testimonianze false.

12. Non desiderare la roba, nè la moglie del prossimo.

13. Non ingannar lo straniere in parole nè in azioni.

14. Non opprimere le vedove, nè gli orfani.

15. Non molestare l'indigente per i suoi debiti, ma soccorrerlo ne' di lui pressanti bisogni.

16. Non bestemmiare Dio, nè il Sovrano.

17. Non cibarsi di animali immondi, nè de' serpeggianti, nè di pesci che non hanno ala, e squama, nè di volatili rapaci, nè di vermi generati dalla corruzione de' frutti, delle palludi, terreni ec. [(28)].

18. Non cibarsi di alcun animale difettoso, benchè non vietato, nè di quello morto naturalmente.

19. Non cibarsi di sangue di qualunque siasi animale [(29)].

20. Non commerciare carnalmente con la madre, nè con la matrigna, nè commettere incesto qualunque.

21. Non isposare madre, e figlia in verun tempo, nè zia, e nipote procedente dal figlio o dalla figlia, nè due sorelle insieme contemporaneamente.

22. Non accoppiarsi con la moglie in tempo de suoi mestrui, nè durante il corso del di lei Puerperio [(30)].

25. Non accoppiarsi co' bruti; nè con altro uomo.

24. Correggere il traviato senza farlo arrossire delle sue colpe.

25. Non ispionare.

26. Non vendicarsi del prossimo, nè conservare odio contro di esso.

27. Amare il proprio simile come se stesso.

28. Non giurare in nome delle false divinità adorate dai Popoli idolatri.

29. Non fare incisione d'idolatrìa sulle membra del corpo [(31)].

30. Non imitare i costumi de' Gentili.

31. Non castrare un Israelita per farlo Eunuco.

32. Festeggiare, e riposare il primo giorno della neomenia del settimo mese [(32)].

33. Digiunare il giorno decimo, del settimo mese, con astinenza totale di qualunque siasi nutrimento durante lo spazio di 24 ore dalla sera del 9 al tramontare del sole fino al periodo stesso del giorno dieci, e solennizzarlo colle medesime prescrizioni del sabato [(33)].

34. Solennizzare la festa delle capanne il giorno 15, e il 21 di detto mese; mangiare sotto le medesime per sette giorni, ed il primo di questi prendere la palma, il mirto, il salce, il cedro durante la preghiera di quella sola mattina [(34)].

35. Festeggiare l'ottavo giorno susseguente alla solennità delle capanne con gli stessi doveri delle osservanze imposte nel primo giorno, e nel settimo di detta festa [(35)].

36. Contare sette settimane; decorrendo dal secondo giorno della Pasqua delle Azzime, al termine delle quali solennizzare la festa delle primizie, così distinta festa di settimane colle prescrizioni medesime delle altre [(36)].

37. Non prestare ad usura [(37)].

38. Rispettare la virtù, e la vecchiezza.

39. Non prestare fede a' mendaci Profeti.

40. Non prestare fede egli aruspici, nè agli esorcizzatori.

41. Ubidire le leggi civili, senza, mai prevaricarle.

42. Venerare i luoghi Sacri [(38)].

43. Pregare Dio per la conservazione del Sovrano, e per la tranquillità dello Stato.

44. Non ritenere, nè ritardare le mercedi altrui.

45. Non abbigliarsi l'uomo delle suppellettili da femmina; nè questa ornarsi degli abiti di quello [(39)].

46. Non commettere azioni che possano cagionare scandalo.

47. Osservare, e mantenere con esattezza le promesse pie.

48. Proclamare i novilunj [(40)].

49. Credere nell'Immortalità dell'anima umana [(41)].

50. Restituire gli oggetti perduti al loro legittimo proprietario.

51. Usare ospitalità cogli stranieri.

52. Una femmina divorziata passata a seconde nozze, ed indi restata vedova, non potrà più accoppiarsi col di lei primo consorte.

53. Chiunque avesse avuto commercio violentato con una fanciulla senza renderne consci i di lei genitori, esso è in dovere di sposarla, senza poterla in alcun tempo ripudiare.

54. Instruirsi nella legge mosaica.

55. Non mormorare contro un sordo, od una persona assente.

56. Non mettere impedimento davanti un cieco.

57. Non negare ciò che si è ricevuto in deposito.

58. Non uccidere gli animali co' loro piccoli entro lo spazio di un medesimo giorno [(42)].

59. Tenere le bilancie, i pesi, e le misure giuste.

60. Non alterare i Precetti della Scrittura con inutili commenti [(43)].

In seguito dunque delle indagini le più accurate, e lo più profonde, tali noi ritrovammo potere in massime ridurre tutti i Precetti, gli Statuti, ed i Giudizj proclamati già da Mosè al Popolo ebreo de' suoi tempi [(44)].

Ma sul dubbio che alcuno s'inducesse quì ad obbjettarmi (animato forse da impocrito zelo) come una diminuzione, in apparenza, sì rimarcabile, potrebbe ragionevolmente farsi luogo in un Codice, che oggi conta ormai 30 e più secoli, e sempre intatto conservatosi nel mondo, senza che alcuno in verun epoca osasse minorarne il valore, nè alterarlo, io non debbo dispensarmi del fare illativamente riflettere, in primo luogo; che il Popolo ebreo non potea fino ad ora determinarsi giammai ad un tale partito salutare, atteso che dopo la memorabile sua dispersione, desso non ebbe in alcun tempo un protettore per difenderlo; un padre sensibile per interessarsi de' suoi solidi, e durabili vantaggi; un Napoleone in fine per illuminarlo, e fare ad esso ampliamente comprendere che ciò che era necessario nella Palestina potrebbe essere inutile in Francia, ed in Italia, siccome quello che è adottato ottimo in un tempo, viene sovente considerato riprovabile in un altro; e che 30 e più secoli di antichità non potranno mai trasformare l'accessorio in essenziale, nè l'errore in verità [(45)]. Ed ecco propriamente le solo vere dimostrate cagioni per le quali niuno ha osato giammai per l'addietro effettuarlo.

In secondo luogo poi, trattandosi di un oggetto sì rilevante, quale apparisce una sì enorme restrizione di oltre nove decime parti de' Precetti Mosaici, affine di diminuire la sorpresa che recare dessa forse potrebbe nella riscaldata fantasia de' zelanti, noi entriamo nel Capitolo seguente a produrre in detaglio i genuini motivi pe' quali fummo costretti ad abrogare anche una gran parte degli altri che parrebbero escludere interamente quelli che comprendono le due prime classi, ed entrare al contrario nell'ordine della terza, riguardata da noi come ovvia, e necessaria a costituire, o fissare solidamente il propostoci nuovo piano di riforma del Culto del Popolo d'Israel.

[(A)] Genesi cap. 1. v. 20.

[(B)] Ibid. cap. 17 v. 10 11 12.

[(24)] I Rabbini oltre la recisione del prepuzio, comandata da Dio al Patriarca Abramo, vi aggiungono cert'altra operazione, che chiamano פריעה (Peringha) scuoprimento, che vogliono doversi fare scuoprendo colle due unghie del police (che gli addetti a tale ufficio denominati מוהלים (mohelim) circoncisori lasciano espressamente accuminate) la tenue pellicola che copre l'orificio dell'uretera dopo la recisione del prepuzio, affinchè la sommità della corona del pene resti per ogni parte dilatata; essi appoggiano questa nuova prescrizione sul comando che Dio fece a Jesuè di circoncidere gl'Israeliti una seconda volta. Eo tempora ait Dominus ad Josuè: Fac tibi cultros lapideos, et circumcide secundo filios Israel. Jos. c. 5 v. 2. L'autore del Berescit Rabah la pretende inserita nell'ordinazione fatta da Dio stesso ad Abramo con la replica di המול ימול (himol, imol) circoncidere circonciderai. Gen. cap. 17 v. 13. quale replica (aggiugne quell'autore) riguardare si potrebbe come affatto inutile, se non volesse altro significare che la semplice recisione del prepuzio (Ved. Talmud Trat. Ievam. c. 71 p. 2 Comm. Tossaf. Id. Com. R. Ief. Toar.) fermi dunque in tale opinione i Rabbini conchiudono che מל ולא פרע כאילו לא מל (mal velò parangh cheilu lo mal) chiunque circoncidesse senza lo scuoprimento, è come se non avesse circonciso. (Ved. Iorè Deng. cap. 264 § 4 Mis. fol. 137.). Le Nazioni che menzionammo anticamente praticarla, non usavano lo scoprimento; siccome non lo conoscono nè pure i Musulmani a' nostri tempi.

[(25)] Dies prima erit Sancta, atque Solemnis, et dies Septima eadem festivitate venerabilis: nihil operis facietis in eis, exceptis his quæ ad vescendum pertinent. Exo. cap. 12 V. 16.

Questa Pasqua è stata instituita in commemorazione dell'uscita prodigiosa del Popolo ebreo dall'Egitto; ed essa è chiamata delle azzime, riferendo al pane senza lievito di cui si è esso alimentato, che per fretta di sua partenza non potè lasciare fermentare: la medesima è distinta dalle sacre pagine col nome di פסח (Pesah) a cui la Scrittura istessa assegna l'etimologia di פסח (Passah) che significa saltare, o tragittare alludendo al tragitto che fece l'angelo sterminatore nella notte dell'orribile strage de' primogeniti dell'Egitto, lasciando illese le abitazioni degli ebrei, e portando la desolazione, e la morte in quella de' loro barbari oppressori: Transibit enim Dominus percutiens Ægyptios cumque viderit sanguinem in superliminari, et in utroque poste, transcendet ostium domus, et non sinet percussorem ingredi domos vestras et lædere Exo. Cap. 12 v. 23.

Ma senza nulla spiegare sul valore intimo di sì fatta etimologia, non si potrebbe farla inoltre significare il passaggio repentino che fece il popolo ebreo dalla schiavitù, alla libertà? Io la riguarderei molto più degna del nitido fonte da cui parte; riserbandomi a parlare delle tante superstizioni che hanno luogo in questa Pasqua presso gli ebrei, allorchè mi emergerà in seguito di ragionare de' Talmudisti, e de' loro interminabili commenti.

[(26)] Il deciso ingenuo trasporto che io sento per la verità, mi astrigne a dovere quì formalmente smentire l'opinione che da varj pensatori stravaganti si è preteso erroneamente sostenere con qualche pertinace asseveranza, cioè che i due punti essenziali reggenti qualunque sistema religioso, l'Esistenza di Dio, e l'immortalità dell'anima umana, sono interamente tacciuti da Mosè; nè che questi dogmi trovinsi menzionati, di sorte alcuna, in verun luogo del Pentateuco. In quanto alla prima si porrebbe, senza scrupolo, tacciare di delirio chiunque volesse immaginare che gli ebrei potessero dubitare un solo istante dell'esistenza di un Essere, che ad ogni momento manifestavasi ad essi ora con proteste, or con prodigi, or con minaccie, ed ora con gastighi differenti. Oltre a ciò quante volte ritrovasi nella Scrittura la confessione esplicite e universale di tutto questo Popolo di credere, obbedire, ed adorare il Dio de' suoi Padri? E il primo dei comandamenti del Decalogo non forma egli la prova la più convincente, e la più chiara dell'Esistenza di un Dio? Perciò che riguarda poi l'immortalità dell'anima umana, di questa sarà da noi parlato quanto fa duopo nella susseguente [Annot. 41], dove la Scrittura stessa concorrerà con eguali prove irrefragabili a dimostrarla.

[(27)] Supponendo che la creazione dell'universo avesse il suo primitivo cominciamento il giorno che noi chiamiamo Domenica, da questo decorrendo sette giorni, che tanti furono, secondo il primo capit. della Genesi, quelli che Dio ha impiegati in tutta l'opera immensa tratta dall'onnisciente suo consiglio, il giorno settimo fu contraddistinto col nome di שבת (sciabat) che significa Riposo. Quindi è che Mosè lo ha instituito come un giorno sacro dedicato perpetuamente al Creatore, ed un giorno di delizia, e di ricreazione: ma come gli ebrei Talmudisti lo abbiano in seguito alterato, colle infinite superstiziose cerimonie che vi aggiunsero, noi lo dimostreremo fra qualche breve momento, non essendo quì l'opportuna occasione di ragionarne.

[(28)] L'astinenza di certi animali per principio di Religione, non era già dogma particolare unicamente degli ebrei, i popoli attigui ne facevano lo stesso. I Sirj, e gli Egizj non mangiavano pesce, ed Erodoto (cap. 2.) assicura che per motivo di superstizione, se ne astenessero anche i Greci. I Tebani non si cibavano di montone, atteso che adornano Ammone sotto il simbolo di un becco, ma uccidevano le capre; altrove astenevansi delle capre, ed uccidevano il montone. I Sacerdoti dell'Egitto si astenevano de tutti que' cibi, siccome pure da tutte quelle bevande portate dalle estere città (Porphy. Abstin. 4); erano loro parimente vietate le bestie che hanno il piede di figura rotonda, ovvero in più dita partito, o che non hanno affatto corna, egualmente che degli uccelli di rapina; e durante l'intervallo delle loro purificazioni, astenevansi anche dagli ovi (Herod. Ibid.). Tutti gli Egizj reputavano immondo il porco, non già perchè non rumina, ma perchè desso è attaccato sovente da una specie di lepra dalla quale si ripete, secondo gli osservatori, la prima, e la sola cagione delle peste a cui è ora soggetto quasi tutto l'oriente, dove questi animali allignavano un tempo con un affluenza incalcolabile, e gli stessi Egizj portavano il loro scrupolo a tal segno che chiunque ne avesse toccato uno, anche per accidente, dovea tosto lavarsi tutto il corpo, e le vestimenta (Ibid.). Platone ancora fieramente inveisce contro quelli che si cibano, e nutriscono questo animale. Non avvi alcuno che ignori che attualmente pure, i Bracmani delle Indie, non mangiano, e non uccidono alcuna specie di animale, ed è cosa conosciuta che vivono in tal foggia da oltre venti secoli.

Da tutto l'esposto dunque chiaro apparisce, che le instituzioni di Mosè, concernenti le indicate astinenze non avevano niente di straordinario, ne di nuovo sulla terra; ma sembrami che quelle non tendessero propriamente che a ritenere il popolo entro i limiti della continenza, e vietando ad esso l'uso di certi cibi, si può arguire con qualche grado di certezza, non essersi Mosè prefisso altro disegno che la sua sanità, e i suoi costumi: esso vietò agli ebrei di mangiare sangue, come un cibo non solo assai difficile a digerire, ma in ogni senso ripugnante all'essere umano (vedi la seguente [Annot. 29]). La carne di porco, o di majale è ancora molto aggravante per lo stomaco, e di penosa digestione; lo stesso dicasi de' pesci che non hanno ala nè squama, la loro polpa regolarmente è oleosa, e grossa, e quindi oltremodo perniciosa al corpo umano. In tale maniera, per non più diffondermi di soverchio, si possono assegnare delle ragioni molto efficaci, della massima parte di simili divieti.

[(29)] Le stesse identiche regioni stabilite poc'anzi per l'astinenza di certi cibi si possono fondatamente assegnare (come osservammo) alla proibizione del sangue, e solo potrebbe quì aggiugnersi, che siccome da questo fluido è sostenuta, e alimentata l'esistenza di ogni vivente, così l'uomo facendosene il nutrimento potrebbe con fierezza maggiore, e meno ribrezzo incrudelire contro il proprio suo simile, nella guisa che l'ho chiaramente dimostrato in altro luogo, parlando delle carnificine che miransi fare ogni dì pubblicamente degli animali destinati per l'uso della mensa quotidiana dell'uomo (vedi l'Annot. 25 al tom. I. delle Notti Campest. pag. 80.)

[(30)] Questa è parimente una prescrizione di sanità, non meno dell'altra tendente al medesimo salutare disegno. La femmina imbrattata de' suoi corsi mestruali, essendo soggetta ad uno scolamento perenne di sangue viziato, come chiamano i medici, accoppiandosi ad un uomo in tale stato, in cui essa è più facilmente suscettibile di concezione, non solo pericolerebbe forse di generare una prole difettano viziata; ma ridurrebbe l'uomo pure ad acquistare frequenti malattie flogistiche, se si vuole avere riguardo alle varie discrasìe delle quali può essere affetto, e di cui ei perverrebbe dopo un lungo periodo di tempo, e con gran pena a liberarsi; le medesime ragioni si possono probabilmente assegnare al tempo de' lochii, o purgazioni alle quali è la puerpera soggetta dopo lo sgravamento del parto, lo che gli lascia una spossatezza tale che potrebbe cagionarle delle funeste conseguenze unendosi ad un uomo, sebbene il pericolo dalla parte di questo, per quanto asseriscono i medici, non sia tanto considerabile nè sì dannoso come nel primo caso.

[(31)] Era costume generalmente praticato da' Pagani dell'antichità, di incidere sopra a qualche parte del loro corpo le figure degl'idoli, e de' simulacri adorati da' medesimi, co' simbolici caratteri allusivi ch'essi vi applicavano. I cattolici romani de' nostri tempi hanno adottato questo abominevole costume, specialmente la parte idiota di questo popolo; barcajuoli, nautici, operai, facchini, ed altri di tal fatta, i quali colla punta di un ago immersa nell'inchiostro, che fanno con eccessivo spasimo penetrare entro la cute, o di un braccio, o di una mano, od anche del petto, imprimono qualunque immagine, o carattere che niun arte umana è giammai sufficiente a cancellare.

[(32)] Molti Commentatori hanno creduto che questa festa, altrimenti chiamata delle trombe (Num. cap. 9 v. 33.) fosse instituita affine di rendere grazie a Dio per avere data la legge al suo Popolo sul monte Sinai fra i tuoni, e lo strepito delle trombe, ossia Scioffar (tuba) di cui sarà da noi parlato altrove (ved. la seguente [annot. 51]), altri opinano che questa festa fosse instituita per avvertire gl'Israeliti che in quel giorno cominciava l'anno civile, onde eccitarli e servire Dio con maggiore divozione nell'anno nuovo; e disporli nel tempo stesso alla festa del Digiuno di Espiazione, che dovea solennemente celebrarsi nove giorni appresso.

[(33)] Questa festa è contraddistinta dalla Scrittura col nome di כפור Chipur ovvero Digiuno di Espiazione delle colpe del Popolo, e della purificazione del Tabernacolo, e del Santuario. (Levit. cap. 23 v. 31 e seq.). Essa è stata instituita, secondo quello che ci fa travedere la Scrittura, per assicurare il Popolo, il quale avea contro di esso provocata l'ira Divina coll'adorazione del Vitello d'oro, e garantirlo così che Dio erasi riconciliato seco lui. In tale giorno erano offerti due caproni per ispiazione dei peccati del Popolo; uno de' quali era immolato, e rimandavasi l'altro sciolto nel deserto carco di maledizioni, ed aggravato dei peccati del Popolo, che imponevagli il nome di Emissario (Levit. cap. 16 v. 26.)

[(34)] Queste Solennità denominata dalla Scrittura חג הסכת (Hag assucoth) festa de' Tabernacoli, o delle Tende (Levit. cap. 23 v. 40.), fu instituita affinchè gli ebrei si ricordassero del tempo in cui abitarono in esse i loro vetusti padri nel deserto per sì lungo intervallo di anni; la celebrazione di questa Solennità cedeva per lo più entro il mese di settembre, tanto per che la stagione allora temperata, riusciva più confacente, e meno incomodo a rimanere sotto le tende all'aperta campagna, quanto perchè sceglievasi la stagione nella quale erano raccolti i frutti della terra, onde ringraziare Dio per tutti que' favori ricevuti durante il decorso periodo dell'anno. In quanto poi al fascicolo prescritto in detta festa, mi riserbo a ragionarne altrove (ved. l'[ann. 52]).

[(35)] Le festa delle quale è quì falle menzione viene chiamata dalla Scrittura שמיני עצרת (Sceminì nghazereth) l'ottava (Levit. cap. 23 v. 36.) essa era un complimento della festa precedente, e la conclusione di tutte le altre, quasi che significare volendo propriamente la festa di congedo, imperciocchè la solennità de' tabernacoli terminando il settimo giorno, il susseguente, celebravasi la festa della Riunione degli Israeliti i quali essendo restati per sette giorni entro le tende, se ne ritornano tutti insieme nelle rispettive loro case, in quella guisa medesima che i loro padri dopo di avere abitato sotto le capanne per lungo corso di anni in mezzo de' deserti, ritrovarono nell'ubertosa terra di promissione un domicilio ameno, stabile, e tranquillo. Tale è l'oggetto delle commemorazione delle testè indicata solennità dell'assemblea, o della Riunione.

[(36)] Dal giorno susseguente al primo della Pasqua delle azzime le Scrittura ordina (Levit. cap. 20 v. 15.) di contare sette settimane, esse formano 49 giorni, ed il cinquantesimo osservare la solennità della חג שבועות (Hag Sciabungoth) festa delle settimane, o delle primizie, perchè dalla messe che facevasi allora, offrivasi a Dio le primizie unitamente a due Pani, ed a' sacrifizj di surerogazione. Una tal festa si allude parimenti alla commemorazione della legge che Dio proclamò in quel medesimo giorno per mezzo di Mosè sulla prodigiosa vetta di Sinaj.

[(37)] Dopo le tante dotte ponderate riflessioni, e gli energici discorsi fatti sopra questo proposito da entrambe le assemblee Israelitiche convocate in Parigi, l'una il Luglio 1806, l'altra in Febbrajo 1807 per Augusta Paterna disposizione dell'Illuminato Monarca della Francia, e dell'Italia, sempre intento a migliorare la condizione dell'ebreo soggetto alle ammirabili sue Leggi, cosa mai aggiugnere io potrei per dimostrare l'onta incancellabile che risulta all'ebreo la trasgressione di questo Precetto, per cui esso fu in ogni tempo, e ovunque preso di mira, sebbene non sia quello il solo ad esercitare impunemente l'infamante mestiere di usurajo? Che l'ebreo esercitasse l'usura in que' tempi calamitosi ne' quali un avverso destino lo volea soggiogato sotto l'impotente dominio di certi devoti, ed imbecilli regoluzzi, che religiosamente gli toglievano qualunque mezzo di sussistenza, interdicendoli per sino tutte le vie regolari di un commercio decoroso, il possesso di fondi, l'esercizio delle arti liberali, il diritto pur anche di cittadino, esso potea in tale stato ripeterne la legittima cagione dalla pressante necessità a cui trovavasi astretto: ma come potrebbe mai giustificarlo attualmente l'ebreo della Francia, e dell'Italia, in particolare, protetto, e governato da un Sovrano, il di cui vasto potere eguaglia l'estensione de' suoi lumi, che lo ha posto a livello della più insigne Nazione che calpesti l'universo, e della quale esso è felicemente per quello il Capo, la delizia, ed il sostegno? Or che all'ebreo fu permesso di rientrare nella classe degli enti ragionevoli, da cui la superstizione, l'orgoglio, e l'ignoranza tentarono sempre di eccettuarlo; ora che libero può disporre di que' talenti de' quali esso è fornito, che può usare di quella industria ch'egli sente; che può impiegare a suo piacere quelle dovizie che possede, or, in una parola, che esso è fatto Cittadino delle più cospicua monarchia che oggi esista, chi potrebbe mai, senza fremere, mirarlo esercitare ancora sì detestabile ufficio? A fronte di tanti considerabili vantaggi che ora concorrono a migliorare la di lui sorte, non è egli condannabile oltremodo, il vedere tutta via esistere fra noi queste sanguisughe crudeli, sitibonde delle sostanze altrui, come se non vi fosse altro mestiere da professare fuori di quello, che oltre essere cotanto vituperoso per se stesso, tende ad estenuare le facoltà le più opime, ed a porre nella desolazione la classe la più benemerita dello Stato, perchè la più laboriosa, e la più utile, ma quasi sempre scarsa di fortune, ed impotente? Si ha un bel opporci da costoro di esserne ampliamente autorizzati; adducendo che avvene parimente nella Francia, e nell'Italia un affluenza d'individui non ebrei, che esercitano l'usura con eguale avidità, come se ciò che è evidentemente contrario alla natura, e recalcitrante alle Leggi della società, sarebbe meno pernicioso per essere approvato, e come se permesso fosse all'uomo di giustificare le proprie colpe, adducendo per iscusa i depravati esempj altrui. Ma finiamo col conchiudere che l'usura, da chiunque siasi che venga esercitata, sarà sempre mai l'arte la più vile, che abbia saputo in alcun tempo immaginare la sordidezza umana, ed ovunque degna della perpetua esecuzione delle Leggi Divine, e terrene, e che per conseguenza l'interesse di ogni illuminato governo, che vuole la felicità de' propri sudditi, e l'equilibrio delle loro sostanze, dee essere quello di proscriverla sotto austere comminatorie da tutta la estensione de' loro dominj.

[(38)] A fronte di tutto lo zelo che gli ebrei dimostrano di avere per la Religione che professano, si potrebbe avanzare con qualche sicurezza, che niente è meno osservato da essi di questo Precetto. In fatti sarà egli mai un rispetto il fare dei conciliaboli com'essi fanno entro le loro Sinagoghe, durante il tempo delle loro preci, ed anche sovente trattare, e conchiudere degli affari? Sarà forse un rispetto il passarvi le 8, e 9 ore del giorno, reiterando sempre le medesime rapsodie insignificanti, indirizzando a Dio cento Benedizioni (che tante sono quelle prescritte da' Rabbini Ghem. Trac. Berah.) entro lo spazio di un solo giorno, o molte altre sì fatte repliche futili, che ad altro oggetto non servono che ad annojare il supplicante, ed a stancare l'esauditore? Sarà forse venerare il luogo Sacro le ridicole contorsioni che a guisa di Bonzi, o di Bracmani mirasi fare degli ebrei nell'occasione de' Tabernacoli, col fascicolo di palme che tengono fra le mani, che rivolgono postato a foggia di arma, or alla parte dell'oriente, or a quella di occidente; ora verso il Cielo, ed ora sulla terra, percuotendosi il petto; convinti di espellere, o conquidere il Demonio con sì fatte stravaganti giravolte? E quell'asta pubblica che osservasi fare dal (Sciamash) inserviente, in qualche luogo ogni sabato, ed in qualche altro ogni novilunio, consistente nell'incanto formale, in favore del migliore offerente, dell'apertura dell'armadio delle Bibbie, del trasporto del Sacro viluppo da questo dove si estrae, fino al pulpito dove si legge, nudarlo, sfasciarlo, indi avvilupparlo di nuovo per rimetterlo in esso; esservi chiamato astante alla lettura, e cose di tal fatta, saranno esse, dico, marche di rispetto, e di venerazione in un locale che si reputa santificato dalla gloria ineffabile dello stesso Eterno Creatore, che rendono testimonio delle loro pratiche puerili, e delle più ridicole cerimonie? Dovrà egli supporsi? . . . ma io non finirei sì tosto certamente, se tutti quì riportare io dovessi le tante altre varie trasgressioni che si commettono ad ognora dall'Israelita de' nostri tempi, contro questo essenzialissimo Precetto, che non giugnerà mai questo popolo a mantenere con esattezza, fino a tanto ch'esso non dispongasi, con animo integro, a riformare, unito a questo, i tanti altri abusi de' quali la sua Religione è da tempo immemorabile aggravata.

[(39)] I disordini che si veggono introdurre contro la decenza, ed i costumi per tutto dove questo abuso è tollerato, mi ha indotto ad inserire quì anche questo Precetto, già ordinato da Mosè (Deut. cap. 22 v. 5.), il quale vietando agli uomini ogni azione effeminata, siccome proibendo alle femmine di usare ciò che serve all'abbigliamento de' maschi, esso non ebbe altro scopo certamente, l'urbanità, e la politezza de' costumi del suo Popolo, sì soggetto a corrompersi con tali bizzarre trasformazioni. Io credo per altro, che lo stesso disegno abbia dato origine all'altro divieto imposto agli ebrei dallo stesso Legislatore (Levit. cap. 19 v. 27.) di radersi la barba col rasojo dalle tempie discendendo lungo le gote; ma questa prescrizione può essere oggi ancora mantenuta intatta da' soli ebrei dell'oriente, poich'essa si uniforma col costume universale di que' popoli; però sarebbe cosa ridicola oltremodo praticarlo in Europa dove le Nazioni che vi abitano generalmente usano di raderla.

[(40)] Di queste Neomenie, cioè, feste del novilunio che si celebravano il primo giorno di ciascun mese. La Scrittura ne parla espressamente in varj luoghi (Ps. 80 v. 4 Num. 28 v. 11.) ma questo non era mai considerato giorno di festa, benchè vi si offrissero altri sacrifizj, eccetto il quotidiano, e si suonassero trombe di argento, ciò non ostante non prefiggevasi dovere di astenersi da opera servile, come non se ne astengono gli ebrei nè pure ai nostri tempi: questo ad altro non serve, che a contraddistinguere il giorno, e l'epoca indicante le grandi solennità; del resto non vi ha che le donne maritate presso gli ebrei, che ne abbiano conservata qualche debole memoria, cessando com'esse fanno in detto giorno qualunque travaglio anche di famiglia, eccettuatane la cucina. Per altro, non mi sembra inopportuno di ragionare quì qualche cosa meramente di passaggio sulla natura de' mesi ebraici, e su' motivi delle fissate intercalazioni.

I mesi degli antichi ebrei dunque erano lunarj, ma ad oggetto di rendere il loro anno così lungo come il nostro, ed accordarlo coll'apparente corso del Sole, essi intercalavano di tempo in tempo un mese; quindi è che ve ne era qualche volta 12, e qualche volta 13 nel periodo di un anno completo; d'altronde siccome celebravasi ogni primo giorno di mese, nel modo che testè lo abbiamo espresso, questo cominciamento dipendeva dalle apparizioni della Luna; si avea la precauzione di spedire delle persone sulla vetta delle montagne affine di scuoprire i primi momenti in cui la Luna compariva sull'Orizzonte, ed era tosto comunicato al Consiglio, il quale dietro il loro rapporto esatto, proclamava che in tale giorno era la Luna nuova, festa dell'Eterno, ed il principio del mese (ved. Cuz. p. 3 et not. Buxt. 207 ad 213 Sim. Dict. de la Bib. T. 1 pag. 384.) Ma i Rabbini essendo accostumati di rapportare tutto a Mosè, dicono che Dio gli mostrasse in visione una figura della nuova Lune, comandandogli di riguardarla attentamente, e di regolarsi intorno a ciò per fissare il primo giorno di ciascun mese, ciò ch'egli eseguì sempre con tutta diligenza.

Tale è dunque la prima, e la più positiva maniera che fu anticamente praticata nel fissare il calendario, o il principio del mese. Inoltre i Rabbini avendo rimarcato diversi inconvenienti in questo metodo, atteso che la Luna non comparisce sempre sullo orizzonte; e può non essere veduta per cagione delle nubi, o delle nebbie, specialmente nel suo primo quarto in cui essa non ha che una luce debole e tremolante, procurarono di rimediarvi colle intercalazioni, od aumento di un mese, facendo così l'anno ogni triennio di 13 lune, e questo è quello che gli ebrei chiamano מעובר (menghubar) che significa Pieno.

[(41)] Molti critici, e Warburthon, e Voltaire fra questi, ritrovano difficile di rendere ragione, perchè le leggi portate dall'Exodo, dal Levitico, dal Deuteronomio non facciano alcuna menzione di questo dogma terribile, che solo può mettere un freno ai rimorsi interni, ed alle colpe secrete; quindi essi pretendono illativamente inferire che l'Immortalità dell'anima fosse del tutto sconosciuta agli antichi ebrei.

Che nella Scrittura non trovisi alcun passaggio che dimostri espressamente esistere nell'uomo un essere incorporeo e non suscettibile di morte, come tanti altri ve n'ha che provano chiaro ad ogni tratto l'esistenza di un Dio Creatore, io ne convengo, ma condiscendere, al contrario, io non posso, che non vi sieno in essa delle espressioni che lo facciano distintamente sotto intendere (ved. Comment. Abrab. negli ult. cap. del Levit. Gen. 17 Exod. 12 Levit. 18 Menas. Ben Isr. suo Nishmat Haym cap. 3 e 5.). In fatti cosa vorrebbero mai significare quelle frasi per tante volte reiterate in varj luoghi del Pentateuco di חיו תחיה (hajò tihjeh) vivere vivrai; מות תמות (moth tamuth) morire morrai ונכרתה הנפש (venihretah anefesh) e sarà squarciata, o distrutta l'anima, se rapportare non si facessero alla Immortalità, od alla ricompensa, ed alle pene eterne dell'anima umana? Poichè diversamente opinando, io ricercherei di buon grado a' suddetti critici, come spiegherebbero essi mai quel vivere due volte, e due volte morire? E a quale oggetto minacciare l'anima di sterminio, se sobire essa dovea il medesimo destino del corpo, e soggiacere alla stessa dissoluzione di questo? Da tutto ciò chiaro apparisce che sebbene Mosè non insegnasse apertamente al suo Popolo il dogma dell'Immortalità dell'anima, esso con tali espressioni rendevagli agevole il mezzo di farglielo in ogni senso capire.

D'altronde mi sembra il massimo degli assurdi il credere che gli ebrei (come alcuni lo pensano senza fondamento) non conoscessero questo principio, se non se dopo di essere divenuti la conquista de' Romani, giacchè l'Istoria dimostraci, all'opposto, come evidente, che a' tempi di Nerone tutta Roma ripeteva che la Dottrina dell'altro mondo nuovamente introdotta, snervava il coraggio de' soldati, gli rendeva più pusillanimi, e togliendo loro l'unico, il principale conforto degli sventurati raddoppiava finalmente la morte colle minaccie di nuove sofferenze dopo questa vita (ved. M. Deslandes. Hyst. Crit. de la Philos.). Siccome è del pari una menzogna incontestabile l'asserire che gli ebrei apprendessero questo dogma da' primi Padri del cristianesimo (come alcuni altri erroneamente lo sostengono) mentre non solo l'ignoravano essi ancora, ma ne concepivano inoltre le idee le più informi, e le più materiali. S. Ireneo diceva che l'anima era un soffio, flatus est enim vita (Teol. Pagana). Tertulliano nel suo Trattato dell'anima la pretende corporea (De Anima cap. 7 pag. 268). S. Ambrogio insegna che non v'ha che la trinità esente da composizione materiale (Ambr. de Abramo). S. Ilario vuole che tutto ciò che è creato è corporeo (Hil. in Math. pag. 633.). Nel secondo Concilio di Nicea credeasi ancora fermamente gli angeli corporei, così vi si legge, senza scandalo, queste parole di Giovanni di Tessalonica: Pingendi Angeli quia corporei. S. Giustino, e Origene credevano l'anima così pure materiale;, essi consideravano la sua immortalità come un mero favore unicamente dell'Essere Supremo. E Agostino stesso, benchè a noi assai più recente degli altri menzionati, quali idee confuse non ci ha esso pure tramandate sulla spiritualità delle sostanze immateriali? (ved. Aug. De Civit. Dei Lib. II. Cap. XXIII. T. VII. pag. 290 De Gen. contr. Manich. Lib. I. Cap. XI.) con tali assurdi principj, si oserà egli sostenere ancora che gli antichi ebrei imparassero il dogma dell'Immortalità da' primi Padri della Chiesa Cristiana?

[(42)] Questa prescrizione non ha per iscopo che un mero suggerimento di pietà; come sarebbe quello appunto di non dovere cuocere l'agnello nel latte della capra; di che sarà da noi frappoco espressamente ragionato.

[(43)] I primi Padri della chiesa Giudaica erano sì persuasi, e convinti, che non era permesso di aggiugnere la benchè minima cosa alla Legge primitiva, e che i Profeti stessi non aveano il diritto, nè la facoltà di farvi degli aumenti di sorte alcuna, ch'essi presero a grande scrupolo l'ordine che Mordocheo, ed Ester hanno pubblicato di leggere tutti gli anni l'involto che conteneva l'Istoria della prodigiosa rivocazione che dessi avevano procurata della crudele sentenza di morte, già pronunziata contro l'intero Popolo ebreo della Media, e della Persia, che il reprobo Amano vice Re di quelle veste Province, tentava di sradicare dalla terra.

[(44)] Prescindendo da que' tanti raffinamenti co' quali pretendono i Talmudisti sottilizzare la divisione di simili Precetti; noi non facciamo quì espressa menzione, che de' tre soli nomi de' quali si è servito lo stesso Legislatore Mosè per esprimerli, e significarli al suo Popolo; questi nomi dunque sono: 1.º, מצות (mizvoth) Precetti 2.º חוקים (Hukim) Statuti; 3.º משפטים (mishpatim) giudizj. A' primi dicono appartenere que' Precetti di cui la ragione è renduta espressa nel resto della Legge; per esempio, i motivi pe' quali gli Ebrei debbono solennizzare le feste, questi sono in chiari sensi menzionati nella Scrittura: i secondi racchiudono in essi medesimi le loro ragioni nelle parole stesse della Legge; Dio, si aggiugne volle rendere queste ragioni occulte al Popolo Ebreo, e ciò pe' suoi arcani imperscrutabili disegni; gli ultimi finalmente contraddistinguono Precetti dell'intendimento, i quali, se anche non fossero menzionati delle sacre pagine, la ragione medesima dell'uomo gli ordinerebbe.

[(45)] Chi potrà mai sostenere di proposito che la credenza di un certo dato numero d'individui ed anche di un antichità immemorabile, possa avere efficacia bastante di trasformare l'inutile in necessario l'illusione in evidenza? Il celebre Bayle (Pens. Sur les Comêt. T. I. pag. 198.) osserva con ragione, che non si prescrive mai contro quello che è certo per se stesso colla tradizione anche universale, ne col consenso, benchè unanimi, e il più antico, di tutto il genere umano, ciò che viene ad inferire lo stesso del pensiere che ci trasmise il filosofo Averoe avanti Bayle, cioè che uno stuolo di Teologi non sarebbe stato mai sufficiente per cambiare la natura dell'errore, e per farne una verità. Vi fu già un tempo in cui tutti gli uomini hanno fermamente creduto che il Sole girasse intorno il globo terraqueo, mentre che questo supponevano restasse immobile nel centro di tutto il sistema del mondo; non è appena che due secoli che quest'errore è distrutto, vi e stato così pure un tempo in cui alcuno non volea credere l'esistenza degli antipodi, e quindi perseguitavasi quelli che aveano la temerità di sostenerli; oggi verun uomo instruito non osa più dubitarne: rimarcasi che tutti i Popoli del mondo, ad eccezione di un ristretto numero d'individui meno creduli degli altri, credono tutta via, con intima persuasione, nelle streghe, negli esorcizzatori, negli incantesimi, nelle apparizioni, negli spiriti ec. ed alcun uomo sensato non immaginasi attualmente di dovere accreditare queste puerili stravaganze. Tale è l'indole deplorabile del volgo, il quale non potendosi elevare colla forza del raziocinio fino all'investigazione delle cose, per quindi pervenire a discernere il grado di possibilità dell'esistenza di esse dee arrendersi ciecamente nell'asserzione altrui; ma i filosofi illuminati non credono se non se ciò che è evidente, consentaneo alla ragione, salutare, e necessario di ammettere.