CAPITOLO IV.
Come tali Precetti dovrebbero essere oggi ridotti alla decima parte, mentre le 9 restanti, si dimostrano, o inopportune, attesa la cessazione dell'osservanza; od inutili, perchè variamente ripetuti; od incompatibili colle Leggi alle quali è il Popolo d'Israel attualmente subordinato.
Già noi fino al presente dimostrammo esistere sulla terra un tempo immemorabile in cui l'esercizio della Religione de' primi abitatori dell'universo, meno fastoso, più interno, meno apparente, rendeva il loro culto più esimio, più semplice, più terso, in cui i loro intimi sentimenti più liberi essendo, più chiari, e più integerrimi di ciò che lo furono, ad un tale riguardo, quelli delle progenie discendenti, non facevano ad essi considerare la Religione come un fardello eccessivamente aggravante, o insopportabile, mentre quelli tutta consistere la facevano in un ristretto numero di virtuose azioni esterne, sempre uniformi, nè soggette erano giammai ad alterarsi; convinti d'altronde fermamente che il vero culto più accetto alla Divinità, e più conferente all'Eterna salute dell'anima è soltanto quello che ha per base la virtù, che ha per sede il cuore, calcolando tutto il resto come affatto chimerico, ed accessorio, ridicolo per se stesso, pernicioso il più delle volte alla specie dell'uomo, e sempre degradante alla sua propria condizione. O tempi di felicità, e di innocenza! sareste forse voi un illusorio fantasma, parto della feconda immaginazione de' Vati? E se tali non siete, perchè mai sì fugace, ed instantaneo fu il soggiorno vostro fra i mortali? Pur troppo voi spariste allo sguardo peribile di essi, come dissipa l'Atmosfera un fummifero vapore. Ah! sono essi già esistiti que' giorni venturati per gli esseri umani, i quali alieni onninamente dalle pratiche bizzarre, e dalle futili apparenze di simulata pietà, non avevano soffocati ancora i primi germi salutari di un incontaminato culto che edifica il cuore, per abbandonarsi ciecamente alle mostruose chimere che degradano lo spirito; non vedeasi allora l'accessorio tenere le veci di principale, nè miravasi mai come fra noi confondere l'illusione col buon senso, e la Religione diventare l'oggetto speculativo del più scaltro [(19)]; non erano già i Tempj di que' sani credenti empiuti come quelli de' moderni di larve, o simulacri, nè ingombri gli altari di porfidi, di ebani, di gemme, o di squisiti metalli; nè i suoli coperti di sontuosi tappeti; non erano già dico tali arredi fastosi quelli che attraevano l'intuito religioso de' primi adoratori del Dio dell'universo; un sasso informe serviva loro di altare, ed un erema foresta era il sacro venerabile tempio in cui penetrati da un integro Divino amore, si adunavano i primi Padri della specie umana per implorare grazie dall'autore della Natura, e con illeso puro culto estollerne le glorie, propalarne i portenti, riconoscerlo, e adorarlo [(20)].
Non può certamente dubitarsi con ragione che tale in ogni senso non fosse il pretto genuino carattere della primitiva Religione, conosciuta, e praticata dalle remote società umane che cominciarono a popolare le terracquee regioni; ma siccome l'incostanza è l'appannaggio positivo, ed omogeneo di tutte le associazioni umane, e quindi ciò che da questo procede, regolarmente nella progressione de' tempi, o si corrompe, o degenera, o si altera, così appunto questo salutare primitivo stabilimento ha dovuto esso pure soggiacere alle infauste vicissitudini medesime di tanti altri, condannati a sobire la fatale sorte istessa. Chi inclinasse a fare un ristretto analisi delle Religioni che or conosciamo, sormontando col pensiero fino al primo loro nascimento, e discendendo in seguito all'epoca della propalazione delle medesime, quale mostruoso confronto non vedrebbe mai risultarne onde convincersi delle verità innegabili da noi fin quì esposte? Abbandonando le altre che ci sono indifferenti, solo arrestiamoci un breve istante sulla Religione d'Israel che ci riguarda. La Credenza degli antediluviani non era già il culto di Abramo, nel modo che la Religione conosciuta, e professata da' Patriarchi, era bene differente da quella che Mosè ordinò al Popolo ebreo nel Deserto, appena liberati dall'Egitto; e la Religione di questo è troppo lontana dall'essere quella che mirasi oggi esercitare dall'ebreismo di nostre età; sette soli precetti costituivano l'intera credenza di Hanoh, di Noè, di Shem, quali Precetti, sebbene si trovino fare parte de' 613 prescritti da Mosè nel Pentateuco, i Commentatori, non ostante, sembra che ne facciano separata menzione, denominandoli Precetti Noakiti (come già osservammo più estesamente altrove) vale a dire, di Noè, attesa l'analogìa prossima che riconoscevasi fra questi, e le leggi stesse della natura. Un solo precetto, cioè la circoncisione de' maschi l'ottavo giorno della loro nascita, venne aggiunto alla Religione che professarono Abramo, Isaak, Jacob, e la legge di grazia che Dio comunicò a Mosè sul grande Horeb, ne fece accrescere il numero fino a 613, diversamente classificati, nel modo che frappoco noi entriamo a dimostrarlo, senza calcolare forse altrettanti che le immense tradizioni delle quali è la medesima aggravata, ingiungono all'ebreo di osservare scrupolosamente, e di cui mi riserbo a ragionare di proposito altrove [(21)].
Ma sono essi questi nuovi credenti divenuti per ciò più religiosi, più saggi? Mi si produca di grazia, uno solo fra tutti gli osservanti la nuova legge (se si eccettua Mosè per l'onore di sua missione, per l'eccelso carattere che sosteneva, e pe' favori Divini de' quali era colmato) che possa dirsi, con giustizia, più integro di Hanoh, che non soggiacque alla morte naturale, ma che fu tratto da Dio stesso fra gli esseri viventi [(A)]; uno più giusto di Noè cui Dio preferì a tutto il genere umano liberando esso, e tutto ciò che gli apparteneva, dall'orrido flagello del Diluvio universale [(22)] che unitamente alla terra sommerse tutti i suoi abitatori [(A)]? Chi più retto di Schem, che la Genesi denomina come uomo singolare fra i suoi simili [(B)]? Chi finalmente può con diritto maggiore vantare fra tutti quelli una Religione più chiara, un culto più semplice, più vero, più elevato di quello che la Scrittura ci accenna professato da' tre primi Patriarchi, i quali Dio volle per tante volte parzialmente distinguere suoi amici favoriti, e prediletti? Dal che può giustamente inferirsi non essere già il numero affluente di usi, di precetti, o di cerimonie quello che l'Essere Supremo esige dagli enti ragionevoli; nè la somma onerosa di pratiche, di doveri, e di prescrizioni sarà giammai una solida base, od una prova dimostrata della sana Religione dell'uomo, nè il deposito fondamentale del retto culto, che la terrigena creatura dee prestare al suo Eterno Creatore. Ben lontano da ciò, dimostrasi, al contrario, che la Religione tanto è più semplice, e meno complicata, tanto, e più facilmente porta seco, a indelebili caratteri, l'augusta impronta di verità, e tanto meno rincrescevole ne riesce l'osservanza; tale fu la mente irrefragabile di un Dio, prescindendo degli espliciti differenti esempi testè da noi riportati, che ne formano la prova certa, e convincente [(23)].
Il legislatore Mosè dunque, allorchè nel suo Pentateuco impose al Popolo ebreo de' suoi tempi l'osservanza di 613 Precetti, non intese certamente che questi dovessero essere intatto mantenuti complessivamente dal Popolo ebreo de' nostri secoli, di cui le circostanze, la destinazione, i costumi, la società, e i doveri sono affatto cotanto differenti da quelli ne' quali si trovavano gli antichi fautori di tale credenza; ciò che l'antiveggente Mosè non potea di proposito ignorare. Or siccome un esteso dettaglio di tutti gli accennati precetti sarebbe quello solo opera di un immenso volume, lo che distraendomi alquanto dalla serie complicata delle moltiplici altre materie importanti che quì mi accinsi di trattare, mi renderebbe di soverchio prolisso; così affine di non perdere di vista un soggetto che più di ogni altro dee interessare le nostre cure, e fare con evidenza più sensibile discernere che l'abrogazione delle nove decime parti di essi, proposta da noi come ovvia, e necessaria non è dettata che delle imponenti vicissitudini odierne di questo Popolo, noi divideremo tutti gl'indicati precetti in 3 classi; due delle quali essendo state fondatamente riconosciute da noi, od inutili, o insussistenti, non saranno che rapidamente accennate in complesso, ad oggetto di rendere con solidità maggiore dimostrato che tali sono in fatti tutti que' precetti che le racchiudono: quelli poi che compresi abbiamo nell'ultima classe, supponendo che dovrebbero essenzialmente constituire, secondo il fissato nostro sistema, la inconcussa Religione de' veri professanti la credenza di Mosè; tali precetti, dico, saranno tutti da noi riportati in dettaglio, astrazione fatta di un certo dato numero comandato replicatamente dal medesimo; e che nella guisa che noi entriamo ad osservarlo con ogni esattezza possibile, altro non vogliono inferire, che la cosa medesima riportata sotto varie, e in apparenza differenti prescrizioni.
Entrando quindi all'esame de' precetti che abbiamo disegnato appartenere all'ordine delle prima classe, questi ritroviamo ascendere in tutto al numero di 237 sparsi or quà, or là nel Pentateuco, secondo l'opportunità, l'epoca, il bisogno; cioè, 110 affermativi, o prescriventi dovere di esecuzione, e 127 negativi, o portanti divieto di esecuzione, i quali tutti avendo per iscopo o le oblazioni de' Sacerdoti, o l'abbigliamento di costume di essi, o la costituzione del tempio, degli altari, o l'acquisto, il trattamento, e la liberazione degli schiavi, o il voto di Nazzareismo o l'anno Sabbatico, e il giubileo, ovvero la distribuzione de' terreni da assegnarsi a' Leviti nell'estensione della terra promessa, e tanti altri simili oggetti del tutto indifferenti per il Popolo ebreo del nostro secolo, perchè più non esistono in verun modo, per esso lui; egli è dunque perciò che, come insussistenti, essi dovrebbero necessariamente cessare, ed è appunto per tale motivo che noi quì più non faremo di sorte alcuna ulteriore menzione.
La seconda classe poi nella quale comprendemmo que' precetti che risguardano puramente il giudiziario, il politico, l'economico, il civile, e che io ritrovo ascendere alla somma di 203; cioè 115 negativi, e 88 affermativi, per le medesime imponenti ragioni che servono di base fondamentale all'abrogazione di quelli contenuti nella prima, dee questa essere considerata non solo come inutile onninamente per gli ebrei de' nostri tempi, ma come incompatibile altresì colle provide leggi alle quali sono questi attualmente subordinati, leggi tutto affatto diverse da quelle che Mosè ha creduto opportuno di adattare a' costumi dominanti de' suoi giorni; alle Regioni che destinava di fare occupare al Popolo di cui era esso conduttore, all'indole irrequieta e grossolana del medesimo; ed al governo teocratico che meditava di introdurre, e sistemare ne' suoi recinti; e se qualche debole traccia di tali Mosaiche instituzioni è pervenuta fino a noi, tanto per quello che risguarda un articolo, quanto perciò che rapportasi agli altri di maniera che si creda indispensabile l'osservanza, le leggi ammirabili recenti prevedono con pari saggezza, che giustizia e attività; e l'ebreo che a livello di ogni altro vi è sommesso, ne risente gl'illimitati vantaggi, e riconosce la necessità urgente di osservarle, quale fedele vassallo, ed obbediente subalterno: quindi è che di questa classe ancora troppo debole fondamento sembrami che risultare ne potrebbe il ragionare.
Or detraendo dunque i 237 Precetti, che abbiamo racchiusi nella prima classe, ed i 203 che comprende la seconda, montanti insieme a 440; deduzione fatta da' 613 totale, restaci un reliquato di 173 Precetti, ma siccome anche fra questi rimarcasi esservene molti replicatamente comandati, e che in massima non implicano radicalmente che la cosa medesima, noi stimammo conveniente di restrignerne l'osservanza a quelli soli che ci sembrarono i più utili, ed i più degni di un Codice sano, metodico, e sociale, e che abbiamo ritrovato ascendere al numero di 60; 36 de' quali distinguemmo negativi, e 24 affermativi, ma dovendo questi constituire essenzialmente la prima base fondamentale della Religione Mosaica, secondo i nostri già fissati principj, noi riguardiamo come un assunto della più grande urgenza per se stesso, ed oltremodo necessario, di riportarli tutti estesamente, apponendo gli analoghi schiarimenti a quelli che potessero esigere delle utili, ed opportune osservazioni, dalle quali risulteranno ancora i motivi efficaci dell'esatta osservanza de' medesimi, riserbandoci a trattarne degli altri, che, o modificammo come superfluamente ripetuti; o annullati furono da noi come non confacenti a' tempi nostri, allorchè ne' due Capitoli immediatamente dopo quello in cui entriamo, riporteremo in chiari sensi le ragioni evidenti ed inconcusse che ci hanno indotto a stabilire una sì fatta restrizione, in apparenza sì considerabile, la quale con più robuste giustificazioni sarà poscia dimostrativamente comprovata, allorchè ci faremo di proposito a discutere, in tempo debito, le tradizioni, o parafrasi Rabiniche aggiunte a questi, ed a tanti altri Precetti, e sovente assai più oscure di ciò che riescano gli stessi testi originali, ch'essi pretesero di rischiarare colle medesime, e delle quali si ignora generalmente la causa, ed il disegno, senza che alcuno giugnere potesse in alcuni tempo a discernere l'una, o a risentire i vantaggi che risultare pretendesi dall'altro.
[(19)] Non vi è stato forse in alcun tempo chi con più rea impostura de' così detti compagni di Gesù (non saprei se appartenenti a quelli che furono spettatori alla sua nascita, benchè più giustamente collocare si potrebbero nella classe degli altri che gli furono compagni nel supplizio) esercitassero un traffico vergognoso della religione che facevano credere di difendere, e di professare; all'estremo indigenti nel loro primo stabilimento, umili, rassegnati, ed in forza di una bolla di Paolo III. pubblicata il 3. Ottobre 1540. ridotti al solo numero di 60. individui (Extr. de l'hist. univers. de Thou pag. 6.): ma i loro intrighi tenebrosi, protetti, e alimentati dalla stupida credulità di quelli che la loro criminosa pietà avea sedotti, fece crescere il loro numero ad un affluenza enorme tale fino ad incutere timore agli stessi formidabili Regnanti.
[(20)] Ma l'uomo, sembrami che alcuno quì opponga di proposito, caduco, e frale qual'è di sua natura, dimenticherebbe sovente l'esistenza di un Dio che lo vivifica, e lo sostiene, se il culto che tributare gli dee non fosse accompagnato qualche volta da certe marche esterne che arrestino la sua mente, ed attraggano i suoi sguardi.
Accordando tutto ciò anche un solo istante, donde dunque procede, domando, che la vera cognizione dell'Essere Supremo divenne tanto più straniera per l'uomo in proporzione che queste decantate marche sono state più affluenti, più stravaganti, e universali? Inoltre quali orrori non furono commessi nell'introdurle, quali contradizioni nell'adottarle? Quì mirasi i Sciti, i Messicani, i Peruviani, e i Galli immolare gli uomini ferocemente, persuasi di non dovere adorare Dio in altra guisa; colà i Dervigj Turchi, i Bramini, e i Quakeri stordire con giravolte, percuotersi il petto sulla terra, bilanciando il proprio corpo sopra un rogo, e rimanendo in estasi per molte ore; tali sono, secondo essi, le marche più ovvie ed essenziali al puro Culto di un Dio; altrove si fecero quelle consistere in luminosi apparati, processioni, baldacchini, candele, strepiti di bronzi ec.; più oltre finalmente si è supposto che le marche più efficaci per ottenere prontamente il Divino soccorso, e conseguire l'espiazione de' peccati, fossero le importune jaculatorie, le incessanti ossecrazioni, il digiuno frequente, la coltivazione di certe pratiche bizzarre, l'abbigliamento di certi arnesi, l'astinenza di alcuni cibi, ed altri sì fatti usi ridicoli, non meno che detestabili. In una parola, si può in ultimo conchiudere, senza timore d'ingannarci, che se si eccettua quelli ai quali Dio stesso degnò illuminare, poche persone certamente sono state capaci d'inalzarsi fino alla sublime contemplazione dell'Eterno Creatore, e di superare le malefiche barriere che apposero loro, in ogni tempo, tanto pratiche futili, e contradittorie.
[(21)] Oltre i testè accennati precetti contenuti nel vasto Codice Mosaico, gli Ebrei Talmudisti ne riconoscono una quantità considerabile di altri che distinguono col nome di מצות רבנן (Mizvoth Rabanan) Precetti de' Rabbini, a' quali essi attribuiscono egualmente che a Mosè il potere di fare nuove ordinanze, secondo le circostanze, il tempo, ed il bisogno, quale amplia facoltà è fondata sulle parole stesse di Dio che ingiugne d'indirizzarsi a' 70 anziani dei quali era composto il Sanhedrim, creato allora da Mosè (Num. cap. 11. V. 16.) ad oggetto di sciogliere tutte le vertenze che nascere potevano sulla vera intelligenza della Legge, e che supponevansi forniti, e diretti dallo Spirito Divino, ciò che, secondo i Talmudisti, gli rendeva infallibili nelle loro decisioni (Ved. il [cap. IX.] colle sue annotazioni di questo primo Tomo).
[(A)] Gen. cap. 5 v. 25.)
[(22)] Tutti i più dotti critici del mondo non cessano di rimarcare, che nello stato in cui trovasi attualmente la terra è presso che impossibile che possa accadere un Diluvio universale, che cuopra di 15 cubiti le sommità delle più alte montagne. Il mare preso in complesso non ha, si dice, più di 300 passi di profondità; le montagne le più elevate, come il monte Gordiano, o di Ararat non eccedono 3000 passi la superficie del mare. Quindi senza calcolare che la capacità del globo si dilata a misura ch'ei s'inalza, sarebbe duopo necessariamente 12, o 15 volte tant'acqua, quanta è la massa della terra nella congerie marcata dalla Genesi; e com'essa non rapporta che de' mezzi naturali, cioè, l'apertura dell'abisso, e la caduta delle pioggie, sembra che prevenga la risposta che si potrebbe addurre, dicendo che Dio creò per l'esecuzione di simile flagello una nuova quantità di acque che desso volle in seguito annientare. Egli non si servì, secondo la Scrittura che del vento per diseccarle; così conchiude il Lenglet (pag. 187). V'ha, per altro, luogo di credere, che il mezzo ch'esso ha preso per ispargerle sulla terra, non fosse meno naturale.
Essi medesimi sostengono inoltre ch'egli era impossibile che le pioggie fossero stato tanto abbondanti per cagionare un simile effetto, essi appoggiano i loro sentimenti sull'opinione del filosofo Mersenna, il quale prova con delle dimostrazioni esatte, che le borrasche le più violenti non giungono e versare che un polso, e mezzo di acqua ogni 30 minuti primi, ciò che farebbe 6 piedi nello spazio di un solo giorno; e il Diluvio non essendo durato che 40 volte 24 ore, supponendo le più alte montagne a 2000 passi di elevazione, che è un terzo meno della loro altezza, bisognerebbe, non per sormontare, ma anche per uguagliarle, che il Cielo avesse versate in 24 ore 125 piedi di acqua, in vece di 6 che desso versa nelle più gran tempeste; ciò che i filosofi asseriscono eccedere la possibilità della natura. (Lett. Juiv. T. II. Lett. 35 pag. 36 e 37).
Varj altri Scrittori hanno preteso che il Diluvio non era stato universale, ma che Dio non avea avuto che l'intenzione di punire un popolo ingrato alle tante beneficenze di cui lo avea esso colmato. I medesimi vollero parimente fare servire la Scrittura e fortificare la loro opinione, e quindi hanno essi spiegato in loro favore quel passaggio della Genesi dove leggesi espressamente, che i figli di Noè Ab his divisæ sunt gentes in terra post diluvium, (Cap. X. v. 32) apparisce da ciò che i figli di Noè non solo aveano divise la terra fra d'essi, ma ancora le nazioni che vi abitavano, lo che ritroverebbero contrario alla pretesa inondazione universale di tutta la terra.
[(A)] Gen. cap. 7 v. 22.)
[(B)] Ibid. cap. 9 v. 24.)
[(23)] Oltre che lo stesso Creatore Supremo fece, senza mistero, espressamente conoscere per bocca del Profeta (Isaia cap. 58. v. 5 6 7) non essere già il lungo digiuno, le interminabili ossecrazioni, le complicate cerimonie rituali, quelle che si esigono da esso, ma un puro, e integro cuore soltanto, noi avremo luogo di osservare altrove, che le Religioni che sono le più aggravate di dogmi, di pratiche, e di usi, lungi dall'essere le più ovvie a costituire la felicità de' suoi credenti, riescono, ad ogni riguardo, le più opposte all'umana ragione, le più tormentose allo spirito, e le meno osservate in ciò che possono le medesime racchiudere d'utile, di necessario, e di essenziale.