CAPITOLO III.

Ricerche sulla Religione imposta all'antico Popolo Ebreo dal suo legislatore Mosè, basata sopra i 613 precetti comandati da esso nel di lui proclamato Pentateuco, 248 de' quali sono detti affermativi, e 365 negativi.

Tutto era mentale fino a' tempi di Mosè presso gli antichi Ebrei, tutto meramente contemplativo, e le loro Religione era sì semplice, sì metodica, e sì sublime, quanto lo erano appunto i loro costumi, intimamente penetrati dell'Esistenza di un Opifice Sommo Creatore, di cui miravano ad ogn'istante la visuale testimonianza irrefragabile nello spettacolo sorprendente dell'universo, e di ciascuna delle ammirabili sue parti, soddisfatti restavano unicamente di adorarlo, e di compiere a vicenda quegli umani doveri, che ad un essere terrigeno impone la Natura.

Ma una situazione sì edificante di purità, e d'innocenza fu bene precaria, e di fugace durazione per questi primi venturati credenti; gli arcani impenetrabili del Dio de' loro padri conducendo la ristretta famiglia dell'ultimo de' Patriarchi ad abitare sulle sponde del Nilo [(11)], le fecero pagare un giorno a caro prezzo il grato trasporto di mirare uno de' propri suoi figli elevato alla sovranità di quello stato, dividerne il Regal soglio, lo Scettro, ed il diadema col Monarca legittimo di esso; l'Egitto divenne quindi in breve spazio di tempo la vulcanea fucina inestinguibile in cui furono costrutte le aggravanti barbare catene che per il lungo periodo di oltre quattrocent'anni trascinarono miseramente i posteri di Jacob che ne discesero [(12)].

In sì fatto lagrimevole intervallo di tenace schiavitù, e di vessazioni rinascenti ad ognora in mille foggie differenti, quest'abbattuto lignaggio più non riconobbe se stesso, lo smarrimento s'impossessò di lui a segno tale che più esso non distinse nè l'origine sua, nè giammai più rinvenne il semplice Culto esimio trasmessogli da' suoi venerabili predecessori, ma confusamente condannato a languire sotto il giogo fetale del barbaro Egiziano ne sentì la fierezza, ne apprese i costumi, ne seguitò le pratiche superstiziose, ed il culto ridicolo, e bizzarro di quest'araba progenie, venne frattanto da que' derelitti avanzi d'Israel ciecamente sostituito alla tersa, ed alla sana religione de' suoi primi patriarchi fondatori [(13)].

Tale era dunque la triste condizione dell'Israelismo, allorchè Dio spiegando la sua ineffabile clemenza in favore di questa popolazione oppressa, e sconsolata, volle compiere con essa ciò che avea fatto sperare a' benemeriti suoi progenitori ne' tempi andati, e la sua sorte crudele dovea cambiarsi. Mosè (a cui Dio manifesti rese i suoi alti prodigj essendo ancora nelle fascie) prediletto rampollo della tribù di Levi, fu destinato l'organo esecutore degli eterni Decreti; egli affrettossi a compierli, senza ritegno: il terribile Egitto che premeditava farsene la tomba, dovette abbandonare con ignominia la preda che avvinta gemea, da tempo immemorabile, fra i barbari suoi lacci; e così lo schiavo Israel dopo di avere soffocata fino la speranza di un solido, e durabile conforto a' suoi tormenti, e di una lieta risorsa, al di lui avvilimento, vide frangere per la prima volta le infamanti sue catene, Israel si vide libero.

Ma tutto che oltremodo venturata riuscisse per lui questa metamorfosi repentina, quello non era tuttavia frattanto che una banda immensa profuga, ed errante per inospiti deserti alla quale mancavano ancora, e domicilio, e leggi, onde prendere fondatamente il sostenuto carattere di Popolo. Il suolo Cananeo dunque fu quello che venne ad esso decretato per retaggio, in forza della promessa fatta già da Dio a' Patriarchi, ed il suo conduttore Mosè fu destinato il promulgatore degli statuti, e delle leggi che l'Essere Supremo volle proclamare in mezzo di questi nuovi Liberti [(14)].

Egli è in mezzo de' prodigj sorprendenti, dopo i moltiplici altri di tal fatta che solennemente ci decanta la Scrittura, operati dallo stesso Mosè collo stupore universale, e in Egitto, e altrove in favore del Popolo di cui era esso la guida, ed il sostegno, ch'egli proclamò la nuova legge di grazia che lo stesso Dio dell'universo dettogli sul tremendo Sinaj [(15)].

Le assidue cure, e l'applicazione costante che richiedeva l'esatta osservanza del nuovo sacro Codice legislativo che era al medesimo imposto, astrinse questo popolo a derogare l'esimia semplicità della prisca Religione de' suoi benemeriti antenati, ed egli si vide allora aggravato dal peso di una soma che dovea necessariamente debilitare le proprie forze, almeno fino a tanto ch'egli avesse contratta l'abitudine di sopportarlo. Ben tutt'altro che i sette semplici Precetti ricavati dal Codice della natura conosciuti, e seguitati da' Noakiti, e la circoncisione de' maschi comandata da Dio ad Abramo; il nuovo patto di alleanza proclamato col ministero di Mosè li fece ascendere al numero di 613 de' quali 365 furono detti Precetti negativi, cioè portanti divieto di esecuzione; e 248 chiamati Precetti affermativi, cioè, imponenti obbligo di esecuzione [(16)].

Egli è dunque sopra queste basi fondamentali che Mosè, per Divino comando, eresse l'edifizio immenso del Culto che praticò egli stesso (per quanto ci è noto) ed il Codice della nuova Religione di cui si prefisse d'instruire il Popolo Ebreo de' suoi tempi; e sebbene questa più allora non fosse quella medesima credenza già esercitata da' primi circoncisi de' secoli decorsi, nulla ostante la osservanza che imponevasi da essa a questi nuovi credenti, non dovea riuscire loro neppure molto aggravante, se si riflette (come nel capitolo seguente mi dispongo a renderlo più espresso) che non tutto l'intero popolo ebreo era astretto di osservare, in complesso, la totalità de' precetti che racchiudeva la nuova legge, mentre una gran parte de' quali rapportandosi a' Leviti, le loro cerimonie, le loro ispezioni, i loro Riti ec.; l'altra incumbendo i Sacerdoti addetti al servizio dell'Altare, le loro purificazioni, i loro abbigliamenti, i loro uffizj ec., il resto del popolo che non apparteneva nè al lignaggio degli uni, nè alla discendenza degli altri, non era in dovere che di conoscergli meramente, senza ingerirsi nella benchè minima parte nell'osservanza di simili precetti, ciò che semplificava non solo considerabilmente il culto, ma ne dispensava una gran parte da tante pratiche obbligatorie, presso che inutili, o almeno superflue, e sempre malagevoli a compiere con esattezza, e precisione.

A che dunque riducevasi in massima la religione professata dal complesso dell'Ebreismo dopo la discesa di Mosè dalla prodigiosa vetta di Sinaj? Apparentemente per certo a quella sola adottata da Noè, e da Abramo, ed al semplice Decalogo unicamente; perchè le tavole portate seco lui dalla sua eccelsa missione altro certamente non contenevano; e siccome questa non abbraccia che i soli dieci Comandamenti, così alcuni si fecero ad opinare, che Dio, per anticipazione, dettasse a Mosè verbalmente, durante la sua dimora di 40 giorni sul testè accennato monte, l'intero Pentateuco unitamente a tutti i 613 simbolici Precetti che misteriosamente vi si racchiudono [(17)]; fra i quali erano parimente compresi que' sette antecedentemente conosciuti, siccome ancora le varie prescrizioni comandate al Popolo ebreo alcuni giorni avanti la sua liberazione dalla cattività dell'Egitto, risguardanti l'osservanza della Pasqua delle Azzime, i sacrifizj, e le cerimonie che doveansi necessariamente annettere alla medesima; ed altri sostengono ancora che la quantità menzionata di precetti fosse da Dio comunicata interpolatamente a Mosè, a varie differenti riprese; ed a misura che l'opportunità, e le circostanze lo esigevano.

In quale idioma poi l'Essere Supremo si manifestasse al legislatore Mosè, e quale linguaggio usasse questi, parlando al Popolo che prefiggevasi d'instruire, questo è ciò che i critici mettono al solito in forti, e interminabili questioni, e che noi non abbiamo interesse di approfondire, o discutere [(18)]; solo ci basta di potere assicurare con ogni fondamento che questo Codice, sia che fosse conferito secondo il pensiere degli uni, sia che comunicato venisse conforme l'opinione degli altri, quello fu la solo base frattanto sulla quale venne in seguito eretta la Religione ammessa, coltivata, e sostenuta da tutte le 12 Tribù d'Israel, da' tempi di Mosè che ne fu il Promulgatore, fino all'estrema caduta di Gerosolima, ed alla dispersione totale del Popolo ebreo, cui può da essa unicamente annoverare la folla immensa di smarrimenti deplorabili a' quali soggiacque in conseguenza della fatale degenerazione dell'ammirabile sua credenza primitiva, nella guisa che dovremo con reiterata menzione rimarcarlo noi stessi ne' seguenti Capitoli di quest'Opera.

[(11)] Per quanto ci narra la Scrittura, tutti quelli che seguitarono Jacob nell'Egitto appartenenti alla di lui propria famiglia montavano a 70. individui, compresovi Giuseppe che già vi esisteva come Sovrano di quello Stato, e i due figli che vi avea esso avuti (Exod. cap. 1. v. 5.)

[(12)] Alcuni Autori pretendono, ed io non saprei sopra quale base fondano le loro asserzioni, che tutto il tempo in cui il popolo Ebreo restò schiavo fra i terribili ceppi dell'Egitto non oltrepassasse gli anni 200. ma i Talmudisti uniti a tutti gli Scrittori i più accreditati di questa Nazione, appoggiati sull'oracolo infallibile dalla Scrittura insistono su' quattrocento e trent'anni: habitatio autem filiorum Israel, qua manserunt in Ægypto, fuit quadrigentorum triginta annorum (Exod. cap. 12. v. 40.)

[(13)] Tutte le dimostrazioni con le quali si sforzano i Rabbini di provarci che la primitiva Religione si è per lungo tempo conservata nella posterità di Jacob, anche fra le catene egiziane, non formeranno mai un indizio, se non positivo almeno verosimile, idoneo a convincerci, che durante la lunga cattività di questo popolo in Egitto potess'egli esercitare a rigore il culto già introdotto e praticato da' primi suoi Padri, e ciò è tanto improbabile, quanto che non solo apparisce dalla stessa Scrittura che molti anni avanti, Giuseppe avea già adottate presso che tutte le massime superstiziose dell'Egitto, facendo mangiare i Suoi fratelli, all'epoca della sua recognizione co' medesimi, in altra mensa fuori che nella sua, e parlando loro col mezzo dell'interprete (benchè v'ha chi sostiene che ciò facesse, per non palesarsi ad essi intelligente dell'ebraico idioma, che gli Egizj ignoravano). Siccome era l'uso degli Egizj, i quali aveano in orrore tutti quelli che non appartenevano alla loro nazione, e si reputavano immondi mangiando seco loro; ma non ritrovasi altresì fatto nella medesima Scrittura cenno, di sorte alcuna, che ne' 4. e più secoli di schiavitù a cui soggiacquero gli ebrei nell'estensione degli stati Egiziani, mantenessero ancora intatto, non solo il rito importante della Circoncisione, ma nè pure le antiche instituzioni di natura che, come osservammo, si credono conosciute, e praticate da Noè, e da tutti i suoi contemporanei, non meno che degli altri Patriarchi dell'Israelismo che ne vennero appresso.

[(14)] Non essendo mio scopo di farmi quì rapportatore di tutto ciò che avvenne e questo popolo negli spazj intermediari decorsi, fra la sua cattività, e la sua liberazione, e degl'incontri, e delle querele ch'esso ebbe durante la sua lunga dimora nel deserto con altre simili popolazioni che gli contendevano il paesaggio, fino alla definitiva occupazione della terra promessa, ed alle fausta promulgazione della Legge scritta: io passo rapidamente sopra tutti questi aneddoti, e solo mi arresto di proposito all'ultima, perchè forma onninamente il soggetto unico, e principale di tutte le ricerche, e gli assunti racchiusi nella progressione successiva di quest'Opera.

[(15)] Chiunque versato nella mitologia della prisca età del mondo può ad evidenza conoscere come gli antichi Arabi furono gli inventori di molte favole, e bizzarre allegorie le quali, nella progressione de' tempi, acquistarono voga presso una gran parte degli antichi popoli della terra. Fra le innumerabili altre che quelli hanno immaginato, può annoverarsi l'Istoria dell'antico Bacco, che supponevano molto anteriore al tempo in cui gli ebrei fissano l'esistenza di Mosè. Questo Bacco dunque, nato nell'Arabia, avea scritte lo sue leggi sopra due tavole di pietra; si chiamò Misem, gli Arabi lo dicono salvato dalle acque, e tale è la genuina significazione egiziaca di questo nome; esso avea una bacchetta colla quale operava delle gesta sorprendenti; questa verga si trasformava in serpente quando ei volea; raccontano parimente che questo Misem passò il mare rosso a piede asciutto alla testa della sua armata, esso divise le acque dell'Oronte, e dell'Idaspe, e le sospese a diritta, ed a sinistra; una colonna di fuoco rischiarava i passi della di lui armata durante la notte. Questa favola era si antica che molti Scrittori de' primi secoli del cristianesimo supposero che questo Misem, questo Bacco fosse Noè. Or può egli mai ritrovarsi una rassomiglianza più prossima di quella che si scorge tra Bacco, e Mosè, fra le gesta, le circostanze, e il nome del falso Dio Egizio, e i portenti, le operazioni, e il nome stesso del Legislatore ebreo? Io non oso approfondire di soverchio tale odibile confronto; lascio a' filosofi perspicaci, a' mitologici, ed agl'intelligenti le indagini più vaste, e più analitiche di un assunto sì arduo, e stravagante, e abbandonando gli increduli in preda al loro delirio, io preferirò sempre frattanto un eccelso Ministro del Dio di verità a quelli che non lo sono che dell'errore e della menzogna.

[(16)] Fossero quì terminati almeno gli essenziali doveri dell'ebreo, il compimento non ne riuscirebbe sì malagevole ad eseguirsi, massimo oggi che la situazione di questo popolo cotanto differente essendo da quella in cui era a' tempi di Mosè (come a luogo più opportuno mi farò a dimostrarlo) egli si troverebbe dispensato dall'osservanza delle nove decime parti almeno di simili Precetti: ma e quale vantaggio di vedersi da una parte attualmente alleggerito di una affluente quantità di pratiche e cerimonie, s'egli trovasi dall'altra eccessivamente aggravato di altrettante che gl'imposero le glose, le parafrasi, e i commenti? (Ved. la [Nota 21.] susseguente) Io rifletto che non avea in questa parte tutto il torto S. Pietro allorchè dicea; che il giogo della Legge era sì opprimente (e notisi che a' tempi di Pietro nè la Misnà, nè il Talmud erano tuttavia comparsi al giorno) che nè quelli della sua età, nè i loro progenitori avevano potuto sostenerlo: Nunc ergo quid tentatis Deum imponere jugum super cervicem discipulorum quod neque patris nostri, necque nos portare potuimus, Act. ch. 15. v. 10.

[(17)] I Rabbini attribuiscono a questo numero un allusione assai curiosa, secondo il solito a praticarsi da' medesimi; essi dunque pretendono che il corpo umano comprenda altrettante parti differenti quanta è la somma de' precetti che Mosè avea prescritti. I 248. affermativi rapportansi alla somma equabile de' membri esistenti nel corpo dell'uomo; ed i 365. negativi corrispondono al numero de' nervi che nelle varie sue parti esso contiene. Io me ne rapporto agli anatomici, a' quali solo appartiene il decidere, con piena cognizione di causa, se questo calcolo è per se medesimo esatto.

[(18)] Tra le tante male fondate ragioni sulle quali varj critici increduli pretendono appoggiare le obiezioni che oppongono contro l'opinione ricevuta generalmente che Dio abbia parlato in ebraico a Mosè, e che questi si servisse del medesimo idioma per esternarsi al Popolo, la prima si è che Mosè venendo dell'Egitto donde avea tratti i suoi natali, dove succhiò il primo latte, ed in cui ebbe le prima educazione, instruito ne' principj, e nella cultura degli Egiziani, è molto verosimile ch'egli non dovesse parlare altra lingua fuori di quella usata in que' tempi sotto il suo Cielo natalizio, nel modo appunto che Filone lo rimarca nella Vita, e le gesta di Mosè; dal che inferiscono in ultimo, che nel tempo della promulgazione del Pentateuco, gli ebrei non essendo tutta via entrati nel paese di Canaan, nè avendo fatto ancora una pratica consumata, e sufficiente della lingua ebraica, essi non potevano in veruna maniera pervenire e capirla, e che per conseguenza quel codice scritto nel Deserto non potea esserlo che nell'Egizio dialetto, giacchè Dio, aggiungono essi arditamente, non avrebbe, per certo, comunicata la sua Legge in una lingua che riconosceva intelligibile affatto per quelli a' quali era una sì eccelsa legge conferita, e che più aveano duopo di capirla.

Queste, ed altre sì fatte opposizioni ci lanciano con fierezza i miscredenti, ad oggetto di rovesciare delle fondamenta quanto le sacre pagine appariscono garantirci, e per ismentire, senza ragione, e senza base, ciò che il suffragio univoco delle Nazioni autorizza, e conferma; noi, per altro, lasciandogli miseramente in balìa del loro fluttuante, quanto stolido scetticismo, ci permetteremo soltanto di osservare essere molto probabile, che il Pentateuco scritto da Mosè in origine ebraico, fosse tradotto in seguito nella lingua della Palestina, che altro in fatti non era, che un mero derivato del Siriaco idioma; poscia in Caldeo, in Greco, ed in Latino, e lungo tempo dopo anche in antico Gotico dialetto; in tale maniera lo pensarono parimente varj celebri Scrittori dei secoli a noi più recenti.