CAPITOLO VII.

Quali disegni possono aver fatto determinare Mosè a comandare al Popolo Ebreo certi Precetti, che riconosciuti oggi ineseguibili secondo lo spirito della prescrizione, ci veggiamo costretti parimente di abrogare.

Tutti i più dotti, ed i più rinomati Giureconsulti del mondo, e fra questi Grozio, e Puffendorff, non cessano di ripeterci d'accordo ad ogni tratto, che non solo fuori della Legge naturale altra certamente non v'ha che possa caratterizzarsi per se stessa perpetua, irrevocabile, ma che tutte le altre Leggi positive tanto umane quanto Divine, sono tali che si può, e si dee qualche volta sopprimerle, ciò che secondo i detti Autori si farebbe espressamente, o tacitamente nelle due seguenti circostanze: Prima allorchè si trascura, durante un lungo intervallo di tempo, di osservare una Legge; o che desse tollera che gli oggetti che vi si rapportano si regolino di una tutt'altra differente maniera di quella che è in origine prescritta. Seconda; quando lo stato delle cose si altera, o cambiasi di tale maniera che la legge diventa inutile, o che questa non saprebbe più avere luogo di legge, la medesima cade allora da per se stessa, benchè il Legislatore non l'abbia espressamente abrogata; e quando ancora egli l'avesse stabilita per dovere sempre durare.

Or le nove decime parti de' 613 precetti che Mosè prescrisse agli ebrei nel Pentateuco, e che molte imponenti, ed efficaci ragioni determinare ci fecero a sopprimere, non si trovano elleno espresse in ogni parte nelle accennate circostanze, non le abbracciano entrambe in ogni senso? Ecco ad evidenza, oltre le tante altre, a tempo debito prodotte, due possenti cagioni di più per abolirle.

Premessa dunque l'opinione incontrovertibile de' preallegati Giureconsulti, non abbiamo che farci a ponderare con diligenza la significazione meramente letterale de' precetti abrogati da noi nelle tre fissate classi, applicandoli allo spirito del testo da cui partono, per restare intimamente convinti della massima inutilità de' medesimi; sia che appartenghino all'una, sia che riguardino l'altra delle circostanze testè riportate.

Oltre a ciò sembrami opportuno quì di rimarcare che Mosè non occupandosi ad ogni evento che del suo solo Popolo, non lasciò mezzo intentato per renderlo esemplare sopra la terra, isolandolo da tutti gli altri, allora conosciuti, e ne' costumi, e ne' doveri, e nelle pratiche religiose, nel modo appunto che singolarizzare lo volle anche in molte instituzioni del tutto indifferenti alla essenzialità del culto che imponevagli, sebbene da esso lui comandate con le stesse prescrizioni dei precetti primarj, ed i più importanti, e senza che alcuno potesse mai rinvenirne l'intrinseca utilità, nè i probabili motivi. Di tale sorte sarebbe, per esempio, l'ordine che in senso di Precetto impone Mosè agli ebrei di portare dei fili, o de' cordoni appesi ai quattro angoli inferiori de' due lembi negli abiti degli uomini, ciò che la Scrittura denomina ציצית zizith: Or qual disegno potrebbe mai racchiudere in se stessa una sì fatta prescrizione, se quello non fosse almeno di contraddistinguere, con tale marca visibile, l'individuo Israelita da chi tale non lo era [(54)]? Quale analogo rapporto potrebbe mai avere coll'esercizio fondamentale del culto il divieto comandato da Mosè di non seminare due articoli dissimili entro il medesimo recinto di un campo [(A)]; o pure di non mettere sotto il giogo e trascinare l'aratro due animali di specie differente, come l'asino, e il bue [(A)]; di non cignersi di abiti tessuti di lino, e lana uniti [(B)]; non isvellersi, o radere i peli de' lati della barba con ferro tagliente, che oggi spiegasi rasojo [(C)]? Cosa implicano mai tali, ed altre simili ordinanze, quale rapporto possono elleno avere, di sorte alcuna, colla semplice Religione, o coll'esercizio integro del Culto, che ogni Israelita era in dovere di conoscere, e praticare, se quelle non tendevano propriamente all'oggetto medesimo del primo, se non erano basate sugli stessi identici motivi delle prescrizioni del Zizith, e de' Teffilin? Niente di ciò più naturale, nè maggiormente comprovato dall'esperienza che il Codice Mosaico ci fornisce in tante altre prescrizioni quasi uniformi, e da noi fondatamente abrogate come pratiche destituite di base, e di ragione a' tempi recenti, nei quali offronsi all'ebreo infiniti altri mezzi più decorosi, e più efficaci per distinguersi fra gli esseri sociabili di quello che lo fossero le adotte marche ridicole, e impotenti, destinate unicamente a rendere l'ebreo un essere straordinario sulla terra, e ad allontanarlo da quelle barbare idolatre nazioni esecrate per tante volte da Dio [(A)], e che più non esistono attualmente in alcuna di quelle parti dove questo popolo è soggetto; e tanti altri divieti, de' quali fa reiterato cenno la Scrittura, e che di soverchio prolisso io diverrei, se diffondere io quì mi volessi a redigerne il dettaglio, hanno essi forse una più solida base, motivi più giusti, più convincenti? Come supporre che una lussazione accidentale cagionata nell'anca di Jacob il Patriarca, in conseguenza della prodigiosa lotta, che la Genesi ci narra avere questi sostenuta con un angelo competitore, che gli apparve in umana sembianza [(55)], come, dico, un sì fatto strano avvenimento può avere dato l'origine al divieto espresso nella Scrittura medesima di cibarsi del nervo dell'anca di qualunque siasi animale; anche permesso [(A)]? Cosa, per se stesso mai significare vorrà quel Precetto di non oltrepassare un certo tratto di cammino fuori del recinto della città il giorno di Sabato con qualunque siasi arredo, sia fra le mani, sia nelle tasche, senza escludere lo stesso fazzoletto, il di cui uso è indispensabile, e che i Rabbini poi, per indulgenza, permisero di portarlo avviluppato a guisa di fascia intorno i lombi [(56)]?

Ma prescindiamo per ora dalla serie deplorabile delle infinite altre pratiche superstiziose che fecero adottare all'ebreismo queste e molte differenti prescrizioni delle quali sembra che desso sia stato sempre condannato ad ignorare lo spirito e il senso genuino, o ad interpetrare l'uno, e l'altro erroneamente. Noi dovremo riassumere fremendo, sì malagevole proposito, allorchè imprenderemo a tempo più opportuno a dimostrare quale enorme detrimento ha per mille parti risentito la prisca consolante Religione d'Israel dalle mistiche tradizioni, commenti, e parafrasi talmudiche.

In tanto quì ci è duopo, per assoluta necessità, illativamente conchiudere, che l'oscurità in cui ci lascia il Pentateuco di ciò che più avrebbe questo dovuto porre, senza mistero, al chiarore dell'evidenza, viemaggiormente concorre a confermarmi nella mia preallegata opinione, che tre soli disegni potesse prefiggersi Mosè proclamando que' divieti già riportati, e molti altri dell'ordine medesimo, tacendone i motivi, e le cagioni [(57)]. Primo, singolarizzare, come si disse, il Popolo ebreo, e contraddistinguerlo da tutti gli altri, in quella epoca esistenti sulla terra, ed a spese ancora della propria ragione; Secondo, occuparlo incessantemente di ciò che recare gli potesse una diuturna distrazione, onde allontanarlo, per quanto era possibile, dalle pratiche odiose delle idolatre Nazioni, delle quali era esso per ogni parte circondato, e che tanta proclivia ei dimostrava ad imitare sì di frequente; Terzo, finalmente, cimentare la sua costanza, oltremodo soggetta a vacillare, ed a smarrirsi. Disegni certamente sono questi riconosciuti molto adeguati per l'Israelita del Secolo di Mosè, ma del tutto assolutamente inopportuni per l'ebreo di nostra età, il quale, purchè tratto non abbia i natali sotto uno di que' barbari cieli, dove l'impronta di uomo non può essere mai disgiunta dal carattere di schiavo; ma che la sorte, al contrario, sia per esso lui stata propizia, accordandogli per patria un suolo in cui l'uomo che sente di possedere una ragione, gli si reputa un infamia il non usarne, può, come si disse, ritrovare oggi, a suo piacere, altri mezzi plausibili assai più, e molto più solidi per distinguersi nel mondo; nè più ha esso duopo attualmente di tali distrazioni labili, e tormentose, mentre i popoli fra i quali esso vive a' tempi odierni non sono già i Cananei, gli Ibusei, o gli Amaleciti de' secoli remoti, e de' quali l'Israelita era in dovere di abominare la relazione, di rigettare i costumi, di esecrare la condotta; ma Nazioni colte, tolleranti, e civilizzate, che nulla esso perderebbe certamente ad imitare, e di cui l'esempio ben lungi dal corrompere, o depravare i suoi costumi, vieppiù lo renderebbe urbano, illuminato, ed utile alla società, quando ei sapesse almeno cogliere l'opportunità di profittarne a suo individuale vantaggio, ed a quello de' suoi simili.

[(54)] Da quando gli ebrei dovettero abbandonare le loro terre e divenire subalterni di quelle di altri Popoli co' quali furono alternativamente mischiati, riconobbero quanto sarebbe stato ridicolo per essi di dovere comparire in pubblico adorni di que' fili su' quattro lembi delle loro vestimenta; essi perciò autorizzati dai loro Rabbini si permisero di cambiarne la pratica, sostituendone invece un pezzo di drappo quadrato che ora portano soltanto sotto i loro abiti, in modo non osservato con quattro cordoni pendenti che chiamano ארבע כנפות (arbangh canfoth) quattro lati, o ale. Questi cordoni sono ciascuno di 8 fili di lana (qualche volta di refe di lino, ed anche di seta) filata espressamente per questo effetto, con 5 nodi ogn'uno, corrispondenti a' 5 libri di Mosè, que' nodi ne occupano la metà della lunghezza, e ciò che non è annodato essendo sfilato termina di fare una specie di nappa: Funiculus in fimbriis facies; per quatuor angulos pallii tui quo operieris (ved. Num. cap. 15 v. 38 e Deut. cap. 22 v. 12.)

In questa prescrizione ordinata per due volte da Mosè fanno gli ebrei consistere il più solido fondamento della credenza dell'Israelismo, atteso che gl'indicati nodi ch'essi vi fanno essendo in numero di 26 che tale è il calcolo che deducono dalle lettere delle quali si compone il Nome ineffabile יה.ה (Jehovah) L'Essere Supremo. Ma nel tempo delle preghiere che fanno entro la Sinagoga, gli ebrei s'involgono con un velo di lana, o di seta quadrato colle indicate nappe negli angoli; questo drappo essi lo chiamano Taleth, ovvero Manto che si mette sopra tutti gli altri: ma quale ne sia l'origine inutile non mi sembra investigarla avanti di passare oltre.

Allorchè Mosè ritornò dal monte Sinaj nel campo degl'Israeliti, dopo di avere avuta la gloria di conferire coll'Eterno, la Beatitudine Divina restando espressa sul volto di questo Legislatore, offuscò talmente gli occhi del popolo nel rimirarlo, che Mosè fu obbligato di coprirsi il volto con un velo, siccome in chiari sensi lo abbiamo dalla Scrittura (Exodo cap. 34 v. 35.) ed ecco, secondo i Rabbini, la primitiva origine del Taleth.

Alcuni altri ancora pensano che quest'arnese fosse inventato per ovviar le distrazioni durante le preghiere; quindi è che i Rabbini titolati, e i più devoti fra gli ebrei, se ne cuoprono interamente quando altri lo tengono soltanto ondeggiante sulle spalle. Avvi degli autori poi che opinano che gli ebrei prendessero quest'uso da' Romani, i quali pregavano i loro Dei colla testa velata; ed essi dicevano di avere ricavato un tale costume da Enea, che lo avea portato da Troia, come rilevasi da Virgilio, il quale gli fa dire Æneid lib. 2.

Caput ante aras Phrygio velamur amictu.

Per altro quelli che pretendono ripetere l'origine del Taleth da' Romani rimarcano che gli ebrei hanno presi molti usi da' medesimi dopo che ne furono sottomessi. Tutte queste prove sono tanto poco valevoli, o convincenti, quanto sono quelle allegate dagli stessi Romani, e da' Rabini ancora che il presentarsi davanti Dio colla testa coperta, come facevano i primi, e nel modo che lo praticano gli ultimi attualmente, è una marca di penitenza, di rispetto, di umiltà, di modestia, e di timore.

È parimente comandato agli ebrei (Deut. cap. 6 v. 8. e cap. 11 v. 18.) di dovere sempre avere nella mano, e sulla fronte ciò che la Scrittura denomina Totaffoth, e che gli ebrei distinguono per Teffilin תפילין che i Greci chiamano Phylacteros; frattanto per non essere derisi dal Popolo sopra un arnese che dee essere in tanta venerazione presso gli ebrei, questi ai contentano di usarli durante il tempo delle preghiere del mattino. Questi Teffilin che in Caldeo, ed in ebreo rabbinico è come chi direbbe in latino Precatoria, perchè gli ebrei si servono di quelli nelle loro sacre orazioni, sono fatti nella maniera seguente. Sopra due pezzi di pergamena sono scritti con dell'inchiostro fatto espressamente in lettere quadrate, e con molte esattezza gli appresso quattro testi in ciascuno de' medesimi, come è indicato dalla Scrittura 1. Audi Israel etc. (Deut. cap. VI. v. 4.) 2. Si ergo obedieritis mandatis mei etc. (Ibid. Cap. XI. v. 13.) 3. Sanctifica mihi omne primogenitum etc. (Exo. Cap. XIII. v. 1.) 4. Cumque introduxerit te Dominus etc. (Ibid. v. 11.). Queste due pergamene sono rotolate insieme in forma di un viluppo acuminato che si racchiude nella pelle di vitello nera, indi si colloca sopra un pezzo quadrato da cui pende una coreggia della stessa pelle larga un dito, e circa un braccio e mezzo lunga; questi Teffilin sogliono mettersi nella piegatura del braccio sinistro, rivolgendo la coreggia (dopo di avere fatto un piccolo nodo a foggia di Yod), intorno il braccio in linea spirale, che viene a terminare nell'estremità del dito medio della mano: Questi vengono denominati תפילין של יד Teffilin Scel Yad (cioè, Teffilin della mano). In quanto poi agli altri, gli stessi menzionati quattro testi sono in essi vergati egualmente sopra quattro pezzi di pergamena di cui formasi un quadrato sul quale viene a rilevarsi le lettera ש Scin, e da un altro quadrato che restavi annesso, vengono a sortire due altre coregge di lunghezza, e larghezza presso a poco simile alle prime; e sono questi chiamati תפילין של ראש Teffilin scel rosc, cioè, Teffilin della testa.

Ecco dunque i frontali che gli ebrei mettono unitamente al Taleth, durante la preghiera soltanto de' giorni feriali, giacchè le solennità, e il Sabato non usano che il semplice Taleth sugli omeri, come si disse, benchè molti, e specialmente i Rabbini, lo mettino in testa, e se ne avviluppino per non essere distratti.

Del resto lasciando le infinite allegorie che vi furono applicate (ved. Hor., Haym., Ghem., Menah., Ramb.) noi rimandiamo a Bustorfio, il quale rapporta estesamente le prove della forza del Zizith, e de' Teffilin tratte da Commentarj medesimi de' Rabbini (Syn. Jud. cap. 9.)

[(A)] Levit. cap. 19. v. 14.

[(A)] Deut. Cap, 22. v. 10.

[(B)] Id. v. 5.

[(C)] Levit. Cap. 19 V. 27.

[(A)] Exo. cap. XVII. v. 16 Deut. cap. VII. v. 1 e seq.

[(55)] Freret, Voltaire, Boulanger, ed altri fanno delle osservazioni al solito loro molto bizzarre intorno questo aneddoto della Scrittura, essi ritrovano primieramente straordinario di non vedervi spiegato in quale anca, se nelle dritta, o nella sinistra sia stato percosso il Patriarca; in secondo luogo stupiscono di non vedervi diffinito in quale de' nervi abbia il medesimo sofferto la lussazione che le sacre pagine ci narrano. Quest'ultima obbiezione sembra avere per base un esperimento anatomico. V'ha nel corpo umano sei sorta di nervi che si perdono nel nervo crurale che chiamasi anteriore, ed in quello che nomasi posteriore; oltre i quali, avvene ancora il gran nervo sciatico che si divide parimente in due, ed è appunto l'alterazione di questo nervo che cagiona quella malattia che gli anatomici distinguono col nome di Gotta Sciatica; che regolarmente rende zoppo l'individuo che n'è attaccato: Sembrami, per altro, che l'opposizione di questi critici si fondi per non vedere nella Scrittura un detaglio anatomico di questo fatto straordinario, senza riflettere che ciò era un vano pretendere, non essendo la notomìa in que' tempi conosciuta. I medesimi critici veggono parimenti con sorpresa come Jacob percosso nella coscia, e questa non essendo tutta via ripristinata, abbia ancora tanta forza per lottare contro un messaggere celeste, e per dirgli: io non ti lascierò a meno che tu non mi abbia benedetto. Ma tutti gli esperimenti debbono sparire davanti l'autenticità de' libri Sacri, i quali faranno cessare in noi così pure ogni sorpresa dal momento che alla fede faremo tenere le veci di scienze e di ragione.

[(A)] Gen. Cap. 32 v. 33.

[(56)] il Basnage osserva che sarebbe da desiderare che gli ebrei si fossero appigliati, per ciò che riguarda il riposo del Sabato, all'insinuazione di Ovidio; non ostante ch'egli fosse autore Pagano:

Quaque Die redeunt rebus minus apta gerendis
Culta Palæstino Septima Sacra viro,

De Ar. Aman. lib. 1.

Se noi dovremmo attenerci alle decisioni de' Rabbini sulle superstiziose cerimonie da osservarsi nel Sabato, e sul riposo macchinale che impongono essi in simile giorno, gli ebrei non dovrebbero muovere un passo dalla posizione in cui gli sorprenderebbe il Sole nel momento del tramontare della vigilia, come lo praticano appunto i Caraiti, attaccati al testo letterale che dice אל יצא איש ממקומו ביום השביעי (al jezeh hisc mimecomò bajom ascebinghi) Maneat unusquisque apud semetipsum, nullus egrediatur de loco suo die septimo. (Exo. Cap. 16 v. 29.) ma non essendo possibile rigorosamente fra noi eseguirsi un tale precetto quale viene prescritto da Mosè, i Talmudisti pensarono commutarne la pratica, limitando, in vece, il tratto di cammino da permettersi in quel giorno a mille passi oltre le porte della Città; ma questo ancora sgravato da qualunque siasi peso, eccetto che il mero necessario abbigliamento, senza che vi entri niente di superfluo nè di aggravante. (Ved. Tratt. Nghirub. Cap. XIV.)

Del resto assai malagevole si renderebbe a descrivere tutte le superstizioni che si fanno luogo in questo medesimo giorno presso i recenti ebrei: un prolisso trattato di Misnah vi è impiegato sulla osservanza delle pratiche del Sabato.

[(57)] Di tal fatta può dirsi precisamente l'ordine imposto da Dio a Mosè (Exo. Cap. 30 v. 12 e 13) di non contare le dodici Tribù d'Israel che col mezzo di tante monete, onde soccombere quelle non dovessero ad un flagello sterminatore, numerandolo individualmente come seguì appunto a David, il quale, per quanto ci annunzia la Scrittura, pagò a tale gravoso prezzo l'ordine da esso lui emanato a Joab suo ministro di fare l'ennumerazione individuale di tutto il Popolo ebreo soggetto a' suoi domini (Sam. II. Cap. 24 v. 16 17.) di tale natura può dirsi ancora la prescrizione imposta duplicatamente da Dio a Mosè (Num. Cap. 18 v. 15 Exo. Cap. 13 v. 14): di redimere col mezzo di cinque monete di argento qualunque primogenito dopo un mese della sua nascita, ed altre simili prescrizioni dell'ordine medesimo, i motivi della osservanza delle quali furono interamente dalle sacre pagine taciuti.