CAPITOLO VIII.

Mezzi presentanei che possono con sicurezza condurci alla fissata riduzione, sì ovvia, e salutare, senza ledere nella minima parte la base fondamentale su di cui dee sostenersi il vero Divino Culto del Popolo d'Israel.

Persuasi intimamente che le moltiplici fondate ragioni da noi fin quì riportate ci rendino una volta della urgente necessità indispensabile di alleggerire la nostra mente da tante inutili cure; di liberare il nostro spirito dal giogo ferale di tutte quelle illusioni che lo abbaccinavano al segno di fare ad esso credere l'errore verità, e questa una chimera; di rappresentarli il soverchio necessario, e questo indifferente; fermi dunque nella convinzione di sì pressante bisogno, molto agevole assunto parmi che dovrà per se stesso riuscirci di rinvenire in seguito con esattezza i mezzi più opportuni onde giugnere sicuri a questo grande scopo, e discernere così metodicamente il bene solido, e perenne da quello che in realtà fu sempre mai riconosciuto, generalmente fallace, ed apparente.

Ma siccome non è già la prevenzione quella che dee guidare i nostri passi all'essenziale ricerca di tali mezzi, nè il pregiudizio quello che può farceli ritrovare con avventurato quanto rapido successo; così, alieni affatto da quella, onninamente scevri di questo, noi osiamo lusingarci di potere essere finalmente condotti alla meta propizia di nostre intense brame, riassumendo, di slancio, gl'imponenti genuini motivi che ci hanno già fatto precedentemente determinare a stabilire l'abrogazione delle nove parti de' precetti contenuti ne' cinque libri del Codice Mosaico.

Avendo noi dunque tali precetti divisi in tre classi differenti, a ciascuna delle quali per conseguenza, abbiamo dovuto necessariamente assegnare il rango, e l'oggetto conveniente, onde rendere congrua, e solida ragione degli idonei motivi che o indussero ad ammettere i precetti contenuti nell'una, ed a sopprimere quelle che giudicato abbiamo appartenere alle due altre. Or da sì fatta operazione osservammo risultare, che la decima parte di quelli unicamente potea essere capace, in ogni senso a costituire la base radicale della Religione d'Israel, considerando le nove altre come superflue al suo ben essere, ed inopportune alle sue presenti circostanze.

In fatti se, come fu già da noi dimostrato, tutte quelle ordinanze, o prescrizioni racchiuse nelle abrogate classi più non debbono esistere per l'odierno Israelismo, di sorte alcuna, essendo restate sepolte, è circa ormai 18 secoli, sotto le rovine deplorabili del tempio, e dell'altare a cui una gran parte di esse riferivasi, quale delirio di volere farle pure oggi valere, anche non esistenti, sulla stravagante lusinga, che un Inno, una Prece, una Jaculatoria, espressa in certi destinati momenti, replicata un numero di volte, impiegando per tal effetto, de' vocaboli sinonimi, accompagnati da strepiti, da gesta, da varie contorsioni, e da positure differenti [(58)], debba tenere le veci di olocausto, meritare il compenso equivalente, e coll'efficace mezzo di quelle, potere attualmente ancora conseguire dall'Eterno que' medesimi favori, che già ne' tempi andati risultare miravansi da questo [(59)]? E quelle che racchiudono, come opportunamente osservammo il giudiziario, il civile, il politico ec., non fanno elleno parte delle Leggi di qualunque civilizzato governo della terra, sotto i di cui auspicj l'ebreo del pari che ogni altro subalterno, mira esercitare tutti gli atti di umanità e di giustizia che il Codice Mosaico avea prescritti? E se oggi più non si lapida, non si strangola, non si abbrucia i rei di aggressione, di omicidio, ed i trasgressori della Religione, come praticavasi allora, il facinoroso, l'aggressore, e l'omicida sono frattanto puniti dalle sane Leggi odierne, con de' supplizj egualmente capitali, ma meno atroci di quelli che la prisca teocrazia avea introdotti; lasciando all'eterna giustizia la cura d'infliggere la pena che meritano i refrattarj criminosi del vero culto che l'ente ragionevole è in dovere di prestare al di lui Opifice Supremo. Mi si accenni di grazia, un solo popolo, purchè mediocremente illuminato, che non riguardi come il primo essenziale dovere dell'ordine sociale di punire il delitto, difendere l'innocenza, soccorrere l'infermo, e l'indigente, garantire le sostanze dei Cittadini, e rendere giustizia a chi l'implora; e tutto ciò è da quelli sì chiaro conosciuto, e sì esattamente osservato, senza forse avere la benchè minima contezza (come non l'avevano effettivamente non più i Greci nè i Romani) delle Instituzioni stabilite da Mosè nel Pentateuco ad un tale riguardo. E non sono queste prove sufficienti per dimostrare, che se anche l'ebreo volesse a rigore mantenere quanto è prescritto relativamente alle indicate materie, l'impotenza nella quale oggi trovasi ridotto di creare per se stesso nuove Leggi, farle valere e propalarle, e la necessità che lo astringe, d'altronde a sottommettersi, senza riserva, a quelle del paese in cui vive, non lo metterebbero interamente fuori della situazione di eseguirlo [(60)]?

Or delle deduzioni risultanti de' precetti contenuti nelle due abrogate classi, quale detrimento domando, potrà mai risentire la Religione dell'Israelismo, quale scapito soffriranno le basi inconcusse, ed essenziali necessarie a sostenere le pretta credenza di questo Popolo, dalla semplice restrizione portata nella terza, sulla quale si aggira unicamente il nostro fissato piano di Riforma? A che mai riducesi per se stessa una sì fatta modificazione riguardata dalla stolida moltitudine fanatica, sì strepitosa, e sì enorme? Primieramente a simplificare l'affluenza complicata di ripetizioni usate nel Pentateuco, siccome lo abbiamo altrove rimarcato, prescrivendo i medesimi precetti, sia che procedessero dall'indole propria dell'idioma ebraico in cui esso fu scritto, suscettibile di un dato genio tutto suo particolare, sia che derivate fossero dal gusto universale dominante in que' secoli, anche presso gli Scrittori i più accreditati di altri popoli per quanto noi conosciamo [(61)].

In secondo luogo poi a rendere il rigenerato sistema della Religione Mosaica libero interamente da tutto quelle superfluità, o pratiche bizzarre, compatibili forse in un epoca in cui l'ebraismo, illusoriamente predominato dal ridicolo entusiasmo di formare per se stesso un Popolo eletto dall'Essere Supremo, in preferenza di ogni altro, (siccome fu già da noi rimarcato nella nostra Introduzione Preliminare) credevasi astretto di dovere adottare delle massime stravaganti solo ad esso particolari, onde essere tale considerato ad esclusione di ogni altro; ma ne' secoli presenti ne' quali più non appartenendo l'ebreo ad una sola terra, ad un regno solo, ad una sola regione, e che desso, al contrario, è proclamato cittadino del mondo, specialmente se la sorte lo fece nascere in Francia, od in Italia, non sarebbe egli all'eccesso condannabile per lui di volere spontaneamente portare delle marche ridicole impresse sul suo volto per distinguersi da tutti gli altri suoi concittadini, oltre le tante altre infamanti delle quali la barbarie di certe Leggi, la superstizione, e l'ignoranza di alcuni Popoli contrassegnavanlo un tempo [(62)]; ovvero coltivare quegli usi antisociali che ignorati fossero da questi, o avvalorare quelle strane cerimonie, che gli attirerebbero il vilipendio universale di tutti i suoi coabitanti?

In terzo luogo, per ultimo, a rimettere la Nazione d'Israel sul piede degli altri popoli, a purificare il suo culto, a civilizzarla ne' suoi costumi, ad illuminarla, nell'educazione morale, e nella coltura dello spirito, ed a renderla tale, in una parola; quale il proprio suo interesse lo impone, ed il propostoci disegno salutare lo richiede.

Ecco verosimilmente a bastanza di che fare quanto è duopo conoscere il bisogno urgente, e indispensabile dell'immediata Riforma che ci siamo essenzialmente prefissa del culto, e dell'educazione Politico-morale del Popolo Ebreo, ed i soli mezzi efficaci che possono con sicurezza condurvici direttamente senza che la base fondamentale vengane lesa nelle sue massime più importanti, non dobbiamo rintracciarli che nel vasto campo della nostra propria ragione [(63)]; quest'esimia ragione che ci fece per tante volte in chiari accenti capire, che la Religione dee essere limpida, semplice, universale, alla portata di tutti gli spiriti, perchè dessa è fatta per tutti i cuori; che la sua morale non dee essere soffocata sotto l'aggravante peso del dogma, che niente di oscuro, nè di misterioso, nè di assurdo giammai dee sfigurarla questa ragione, dico, non avrà tenuto indarno un sì energico, e penetrante linguaggio, sempre che noi saremo a sufficienza forti, e decisi per abbattere, e svellere delle radici l'edifizio il più impotente, ed il più mostruoso che l'abbia mai disonorata, qual'è quello delle infinite cerimonie superstiziose, delle pratiche all'eccesso ridicole, e degli usi ributtanti, e irragionevoli che tenere faceansi fatalmente fino ad ora, il rango, ed il carattere di religione, inventati scaltramente da quelli che bene intesero in ogni tempo la teorìa delle regole adeguate, e necessarie a mettersi in pratica per sedurre, o ammaliare, secondo le circostanze, o il bisogno, un popolo che sempre tentarono, ad ogni prezzo, di rendere ligio a' propri criminosi smarrimenti.

Non ignoro, d'altronde, quanto arduo, e malagevole assunto riescire dovrà per certuni quello di dovere abdicare in un momento quei moltiplici deplorabili errori succhiati alla mamella, che per un lungo periodo di anni furono loro fatti considerare come sacri, ed essere così astretti a sostituire in vece delle verità nuove a' vecchi assurdi. Ma e pure questo è in fatti l'unico sacrifizio, e il più importante, e decisivo della sorte dell'uomo, che l'eccelsa ragione, la società, e la natura esigono fermamente d'accordo dalla prosapia d'Israel, in contraccambio del mezzi efficaci, e salutari ch'esse gli porgono. Quindi una volta che la medesima si dedichi risolutamente di buon grado a proclamare la durabile rigenerazione del suo culto, de' suoi costumi, e della sua educazione morale, guidata da principj sì edificanti nel cuore, i mezzi sì avidamente ricercati gli si offriranno per essi medesimi alla mano senza la più tenue pena dalla sua parte; soggiugnendo però che il ritrovarli solo non basta; con ciò pressochè nulla avrebb'ella cooperato al di lei proprio solido giovamento; sopra d'ogni altra cosa urgente, e necessaria è duopo studiare accuratamente la difficile teoria di conservarli.

[(58)] Senza fermarci quì ad oppugnare una pratica sì perniciosa e sì comune, osserveremo soltanto che gli uomini, generalmente parlando, hanno all'eccesso aumentati i vocaboli che servono a marcare l'atto religioso, forse immaginando che la medesima idea espressa nelle loro preghiere con vari giri differenti, gli uni più sommessi degli altri, ed in ogni tempo seguitate da certe cerimonie ch'essi supponevano dover piacere a Dio, loro attirerebbe il suo alto soccorso di una maniera più affluente, più pronta, e più efficace. I Greci, ed i Romani attribuirono molta forza, e attività a certi vocaboli, ed a certe formule superstiziose che impiegavano essi nelle loro preghiere al segno di restare fermamente persuasi che mediante il favore di alcune parole, sostenute da varie cerimonie bizzarre, essi potevano astrignere la Divinità ad essere loro propizia. Egli è così che ogn'uno s'immagina di potere ampliamente ottenere dall'Essere Supremo ciò che domanda impiegando molti termini sinonimi accompagnati da varie attitudini diverse, e da clamorose preghiere, che formano la base prima, ed essenziale di presso che tutte le sette che conosciamo.

[(59)] Non ostante che gl'Israeliti sieno stati sempre obbligati di pregare Dio, non pare verosimile che allora quando essi offrivano i sacrifizj entro il loro antico Tempio venerabile, avessero duopo di usare di quelle tante interminabili preghiere fisse, e quotidiane che praticare si veggono da' moderni ebrei nelle loro proprie Sinagoghe. Ma essi, nulla di meno, sostenuti dal Profeta (Oss. Cap. 14 v. 3) adducono con intima convenzione ונשלמה פרים שפתינו (unscialemah parim sefatenu) Et reddemus vitulos labiorum nostrorum. Intendendo con tale frase di potere supplire oggi colle preghiere alla mancanza, ed alle totale cessazione de' loro antichi sacrifizj; ed eccone precisamente lo norma che quasi tutto il corpo dell'ebreismo ha conservata sopra un tale rapporto.

Siccome tutti i giorni offrivasi nel tempio di Gerusalemme due sacrifizj, cioè, l'uno la mattina, e l'altro la sera, gli ebrei Talmudisti hanno così stabilito di dovere recitare nelle loro Sinagoghe la preghiera delle mattina denominata תפילה (Teffilah) quella della sera che chiamasi מנחה (Minhah) che reputano equivalenti a que' due indicati sacrifizj oggi soppressi. Ma nella occasione del Sabato, e delle feste solenni, durante il corso dell'anno, oltre questi due sacrifizj quotidiani, aggiugnendosene altro nuovo, così gli ebrei in simile giorno aggiungono parimente altra nuova preghiera che appellasi מוסף (Mussaff) cioè, addizione. E altresì opportuno quì di rimarcare, che oltre le preghiere testè menzionate, che gli ebrei pretendono, d'accordo, come si disse, fare equivalere a' sacrifizj annunziati, essi hanno ancora la preghiera dell'entrare della notte, che stabilirono per ciò che restava del sacrifizio vespertino, e che chiamano ערבית (Ngharbith).

Ma se Dio avesse aggradite le parole in proferenza delle vittime, non lo avrebbe egli stesso fatto capire, nel modo appunto ch'esso fece chiaro per tante volte intendere di volere Olocausti, e non Preghiere in loro vece, o piuttosto, come chiaro si esprime il Profeta Isaia (Cap. 58 v. 6 e seq.) nè gli uni nè le altre, ma solo un puro, e retto cuore in loro luogo? E giacchè altrimenti si presume, non basterebbe egli forse una sola concisa preghiera in ciascun giorno?

[(60)] È ben vero che sotto gl'Imperatori Romani gli ebrei avevano l'amplia facoltà di giudicare pubblicamente secondo le Legge Mosaica tutte le cause che agitavansi fra di essi, ma per altro questo diritto, se vuolsi prestare fede ad Origene che vivea in que' tempi, non era già devoluto a' medesimi che per la mera procedura soltanto delle cause civili, giacchè le criminali erano di competenza del solo Tribunale Supremo di Roma (Ved. Orig. Epist. ad Rom. lib. 6 Cap. 1 & Epist ad Afric. pag. 243.) Se v'ha tutta via de' luoghi ancora ne' quali dall'autorità Sovrana permesso al corpo degli ebrei che n'è soggetto di costituire nel suo centro un Tribunale espresso per discutere, o definire le sole cause civili che si agitano fra gli individui di questa nazione, ciò, per altro, non segue che nelle Città dove gli ebrei essendo alquanto numerosi, come Livorno, Roma, Amsterdam, Praga, Venezia, ed alcune altre, i tribunali ordinarj del paese non potrebbero supplire ed evaderle tutte con quell'esattezza, e sollecitudine che richiede la giustizia, per chi vuole cautamente amministrarla. I respettivi Sovrani dunque di tali Stati concedono di rivestire un certo dato numero di ebrei i più qualificati per lumi, e per dovizie della dignità giudiziaria, rimettendo fra le loro mani il deposito di una parte dell'amministrazione della giustizia; ma questa dignità è d'altronde così precaria, e circoscritta, che può essere loro tolta, o surrogata ad ogni momento, e soggetta in qualunque siasi tempo alle leggi dello Stato, alle quali l'intero corpo della Nazione che vi abita è per ogni parte sottomesso.

[(61)] Molti commentatori, fra i quali Bustorfio, Girolamo ed il celebre Aaron caraita (di cui mi riserbo a fare menzione allorchè mi emergerà di proposito ragionare della setta del caraismo) si fecero ad opinare che le frequenti ripetizioni che si trovano in gran copia sparse per tutta la scrittura fossero una conseguenza del genio particolare proprio della lingua ebraica, la quale attesa la sua naturale semplicità e concisione suole ripetere d'ordinario le medesime cose or sotto vocaboli differenti, ed ora sotto identiche frasi. Per altro, tutto che quest'opinione sia vera in gran parte, io veggo frattanto che Omero è generalmente imputato del medesimo difetto, siccome lo sono tutti gli scrittori di quel secolo; ed i critici ritrovano una conformità perfettamente identica fra la maniera di parlare del poeta Greco, e quella con cui si esprime il legislatore d'Israel; ed io rimarco parimenti che Marziale non ha potuto astenersi in qualche luogo de' suoi epigrammi dal deridere Omero per sola cagione di simile difetto (se tale potea questo in quell'epoca chiamarsi), dal che si potrebbe opportunamente inferire non essere già queste reiterazioni soltanto particolari al genio della lingua ebraica, ma che anche l'idioma del cantore di Smirne suscettibile fosse del carattere medesimo.

Da sì fatta maniera di esprimere sì di frequente le stesse cose, vari pensatori trassero argomento d'inferire che Mosè non potea essere l'autore del Pentateuco, e tanto più questo dubbio prende piede in mente loro, facendo attenzione alla diversità dello stile che vi s'incontra di tratto in tratto, ciò che forma una prova in mente loro troppo idonea e convincente onde fare credere che un medesimo scrittore non può in verun modo esserne l'autore: alcuni ancora più moderati degli altri ne' loro giudizi, opinano che per negligenza de' copisti l'ordine delle materie possa essere stato alterato nel trascriverle dalla primitiva dizione originale; e di ciò sembrami niente assolutamente più facile poichè siccome gli antichi scrivevano sopra piccioli viluppi, o fogli separati, che rotolavansi gli uni sopra gli altri, non avranno forse avuta le necessaria precauzione di conservare sempre il metodo regolare delle materie, ed in vece avranno fatto, senza dubbio, delle repliche, laddove era duopo di sopprimere quelle che già vi erano antecedentemente, e di elidere le cose inutili, o soverchie.

[(62)] Per quanto ci narrano le Istorie di tutti i popoli conosciuti, non vi fu luogo giammai sopra la terra, in cui gli ebrei che lo abitarono non soggiacessero all'infamia degradante di vedersi contraddistinti dal resto de' cittadini con certe marche affisse ora nella sommità del Cappello, ora nella parte la più visibile degli abiti, e le femmine stesse di questa nazione non ne erano escluse.

Negli stati musulmani poi, ne quali non è appena che un secolo si contrassegnavano anche i Cristiani, la marca destinata per gli ebrei era del tutto differente da quella che fissavasi per gli altri, benchè non molto visibile, e per conseguenza meno avvilente di quella con cui venivano marcati sotto il cielo apostolico romano; ma una gran parte degli ebrei, per altro, ben lontana dal riguardarla come tale, compiacevasene al segno di considerare come pessimi ebrei quelli che cercavano di ocultarla, o che al prezzo di moneta pervenivano a conseguirne l'esenzione.

[(63)] Nostre Raison (dice il celebre D'Argens) est un don de Dieu, qui ne saurait nous tromper; c'est un présent qu'il nous a fait pour nous donner le moyen de le connoître, et de le servir Lett. Juiv. lett. XXXIII. pag. 81. infatti se questa sublime ragione, massime nelle cose dimostrativamente evidenti, ci facesse smarrire dall'ameno sentiero che conduce alla solida perenne felicità ch'essa promette, ne verrebbe per illazione che Dio c'ingannerebbe, ciò che non può assolutamente sostenersi senza il colmo dell'insania, Dio essendo la verità inalterabile medesima.