CAPITOLO IX.
Dall'origine della Misnah, e del Talmud; ossia della Ghemarah; oggetto, e scopo di entrambe.
I grandi avvenimenti, dice un pensatore inglese, sono per l'ordinario da gran cause prodotti; ma siccome i filosofi rigettano il più delle volte, con certe ragioni da essi loro credute valide, ed inoppugnabili, queste vantate cause misteriose, e soprannaturali immaginate, com'essi opinano, da un certo numero di antichi ad oggetto di accreditare le loro stravaganti opinioni colle quali ammaliarono lo spirito del volgo, sì facile ad illudere e sì malagevole a disingannare, essi avrebbero dovuto piuttosto cercarne la sorgente nelle antiche massime religionarie, e studiare con diligenza il carattere genuino di que' soggetti che le hanno prodotte, diffuse, ed accreditate, onde con più pronta e più agevole maniera pervenire alla esatta cognizione degli enimmi sacri generalmente venerati, sì familiari ad essi, e di cui la moltitudine insensata, si fa depositaria, senza speranze di potere giugnere per niun mezzo a comprenderli giammai [(64)].
Tale appunto è l'intima natura delle innumerabili mistiche visioni delle quali sono inondate le opere di cui entriamo a ragionare, e tale è precisamente l'indole che ci fecero in ogni senso conoscere avere quegl'individui che le hanno fino a noi tramandate.
Per altro l'antichità di queste opere, il rispetto illimitato verso gli estensori d'esse che si ebbe la scaltrezza d'insinuare nell'animo di quelli sventurati che si avea precedentemente sedotti, il fermo loro accanimento nel seguitare le une, nel difendere gli altri, la cura indefessa che fu da quelli presa in ogni tempo ad oggetto di propalarle, e perpetuarle, come opere provenienti dal Cielo, e dettate dalla stessa increata mente dell'Essere Supremo: tutto ciò, dico, dovea per necessità indispensabile impedire loro di credere che quelle opere, in gran parte, altro non fossero per elleno medesime che un aggregato informe d'idee bizzarre, scaturite da altrettante immaginazioni travviate, il delirio particolare delle quali divenne pur troppo in breve spazio di tempo, come succedere dovea senza scampo, uno smarrimento quasi universale di tutto un popolo immenso [(65)]; verità che frappoco sarà posta da noi al chiarore dell'evidenza.
Dal fin quì esposto sembrami rendersi quanto è duopo manifesto che inferire solo io voglio di quelle opere unicamente che la tradizione fece pervenire fino e noi, cioè il Talmud, ovvero come altri dicono la Ghemarah, e di tutte le parafrasi complicate che la seguono [(66)], ma affine di procedere con un ordine metodico, e sicuro in tale utile ricerca, fa d'uopo avanti d'ogni altra cosa analizzare la sorgente immediata da cui esso emana, e discendere in seguito a conoscere i presunti solidi fondamenti su' quali appoggia l'ebreismo quella cieca macchinale venerazione ch'esso ebbe sempre per riguardo ad un tal libro, considerandolo come un codice non meno antico, e tanto sacro quanto lo stesso pentateuco di Mosè [(67)].
Benchè molti critici sieno fra loro discordi circa lo stabilire il tempo in cui il Talmud sia stato effettivamente compilato, pure noi lo fisseremo a 125. anni dopo la devastazione del secondo tempio; tale essendo l'opinione la più generalmente conosciuta, e adottata.
Il Rabbino Jeudah il quale vivea in que' tempi, e che attesa l'esemplarità della sua vita era denominato degli ebrei de' suoi tempi רבנו הקדוש (Rabenu Akadosh) (nostro maestro il santo); questo Rabbino, dico, il quale era eccessivamente dovizioso, ed amico intimo dell'Imperatore Antonino il Pio, veggendo che la dispersione degli ebrei avrebbe fatta dimenticare questa legge di bocca, ossia orale, scrisse tutti i sentimenti, constituzioni, e tradizioni de' Rabbini che lo avevano preceduto in un grosso corpo di opere, che distinse col nome di משנה (Misnah) cioè Ripetizione della legge che divise in sei parti; la 1. riguarda l'Agricoltura; la 2. si rivolge a fissare l'epoca in cui debbono cominciare, e finire il sabato, e le altre feste; la 3. tratta dei matrimonj, e di tutto ciò che rapportasi alle femmine; la 4. delle procedure giudiziarie, e delle vertenze che nascono sopra ogni sorta di affare civile; la 5. ha per iscopo la santità, ovvero i sacrifizj, ed i principali riti della religione; la 6. finalmente si aggira sulle purità, e sulle impurità [(68)]. Ma siccome questo libro era per se stesso molto succinto, e per conseguenza poco intelligibile; un inconveniente di tale natura ha dato origine a delle forti, e interminabili questioni, le quali fecero in ultimo risolvere due colti Rabbini abitanti in Babilonia, l'uno chiamato Rabenah, e l'altro Rabascè di riepilogare tutto ciò che era stato esposto, ed agitato fino a' loro tempi sulla Misnah, aggiugnendo molte altre osservazioni loro proprie, apotemmi e detti rimarcabili, fissando la misnah come per testo, e le appendici accresciute ad essa da' medesimi, come una spiegazione creduta ovvia, e analoga, dal complesso delle quali essi formarono poscia l'intero corpo del libro, che denominarono תלמוד בבלי Talmud Bably, cioè Talmud Babilonico, oppure גמרה (Ghemarah) che significa perfezione, diviso così ancora in 6 parti, denominate מסכתות (Massahtoth) Trattati; non tacendo però che alcuni anni avanti un certo Rabbino Johanan di Gerusalem avea compilata un opera quasi uniforme che chiamò תלמוד ירשלמי (Talmud Jerusalmi) cioè, Talmud di Gerusalem; ma essendo stata questa ritrovata molto concisa, rapporto alla vastità delle materie sulle quali si aggirava, ed anche riconosciuto di uno stile alquanto barbaro, e inusitato, il babilonico gli fu di gran lunga preferito, come più vasto, più elegante, e più intelligibile.
A questi poi dopo qualche spazio di tempo il Rabbino Salomon, detto comunemente Rascì (R. Scelomoh Yarki) di origine francese, fece un brevissimo commentario, ed un accademia di vari altri differenti Rabbini vi aggiunse così pure una certa dose di questioni, che appellarono תוספות (Tossaffoth) cioè appendici, o addizioni. E quì opportuno però di rimarcare che da questo Talmud Babilonico, furono già da gran tempo elise molte cose, particolarmente i tre trattati compresi ne' sei de' quali io vengo di parlare, attesochè quelli che concernono le materie riguardanti l'agricoltura, o le semenze, i sagrifizj, le purità, e le impurità più non sono attualmente in uso di sorte alcuna presso gli Israeliti de' secoli recenti.
Questa Ghemarah, e Talmud Babilonico che serve di regola fondamentale agli ebrei in tutte le loro cerimonie religiose, non meno che in tutti i loro affari, sia civili, o criminali, è scritto in un linguaggio caldeo di que' tempi ch'è assai difficile ad intendersi, perchè, al riferire dei dotti, è molto lontano dalla purità dell'antico terso caldeo che parlavasi in Babilonia; oltre a ciò quell'opera è piena di confuse questioni, di storie, o piuttosto di leggende fatte a piacere, che i semplici decantano per vere, ma per poco discernimento che si abbia, riesce agevole il comprendere, non solo altro queste non essere che allegorìe inventate da persone più dedite a sorprendere il lettore, che ad instruirlo, e che ad altro non tendono in massima, che a rendere gli ebrei all'eccesso ridicoli in faccia agli altri popoli, ma che si scorge in esso altresì delle falsità evidenti, massime in ciò che riguarda l'istoria, la cronologia, e le scienze. Il loro principale scopo, in una parola, non è ad altro fine rivolto che ad aggravare la mente di un affluenza incalcolabile di usi, e cerimonie il più delle volte opposte, ma quasi sempre estranee all'essenzialità della vera legge primitive, la quale era onninamente aliena da quelle superfluità, o sottigliezze che formano la base delle odierne instituzioni tradizionali [(69)].
È ben vero, per altro, che gli ebrei forniti di talenti, e di coltura, non prestano fede e questi fatti, senza un ben maturo ponderato esame; ma frattanto la generalità di questa nazione riguarda come un esecrabile apostasia il dubitare un solo istante della validità delle decisioni talmudiche, per le quali essa nutre una venerazione tale, come se quelle fossero esternate dalla bocca dello stesso legislatore Mosè.
Egli è dunque così che queste tradizioni sono divenute sì affluenti presso i recenti Israeliti, (benchè sopra un tale proposito qualunque altra nazione non la ceda all'ebrea in verun modo) che tutta l'intera vita di Mosè non sarebbe stata sufficiente per riceverle da Dio sulla vetta di Sinai, dove suppongono che le abbia esso apprese durante lo spazio di 40. giorni di sua non interrotta permanenza sopra quel monte: ma gli ebrei Talmudisti pretendono di fare tacere ogni oppositore col loro autorevole assioma הלכה למשה מסיני (Alahah Lemoscè Missinaj) Decisione che Mosè ha ricevuta sulla montagna di Sinai. Ma non veggono quanto sia fallace una simile asserzione; e quando ancora nascondesse quella in se medesima qualche ombra di possibilità, l'errore che la segue in ogni parte, l'inverosimiglianza che l'accompagna, ovunque la farebbe senza ritegno, ad ogni riguardo allontanare. E ciò che di peggio io vi scorgo si è che sotto questo nome specioso di tradizione gli ebrei hanno abbracciato, alla rinfusa, i vaneggiamenti de' loro dottori, come se Dio stesso glieli avesse loro rivelati sotto l'apparenza d'inspirate intuizioni, non permettendosi neppure di esaminarli [(70)], a meno di non volere cadere nell'eresia de' Caraiti (di cui sarà da noi parlato difusamente altrove); e se alcuno si facesse a richiedere loro le fondate ragioni di quelle innumerabili glose rabbiniche, le quali sembrano allontanarsi onninamente dal genuino testo della legge, essi non hanno altra risposta a dare, che אמרו חכמנו (Amerù Hahamenu), cioè, lo dissero i nostri savi, aggiugnendo così una fede implicita alle confuse interminabili discussioni dei loro talmudisti, nella guisa che procedevano appunto i discepoli di Pitagora, quando erano interrogati sopra qualche assunto alquanto difficile e risolversi: egli lo ha detto, era per quelli lo soluzione la più positiva, ed inconcussa di qualunque siasi arduo problema. [(71)].
Tale è propriamente l'origine e lo scopo di quel tanto decantato codice, sì profondamente venerato dall'intero giudaismo, distinto generalmente col nome di Talmud, le affluenti frivole questioni delle quali è quest'opera immensa per ogni parte ripiena, non solo sdegnarono per tante volte i filosofi saggi, ed illuminati fino a rigettarne le massime, e a deriderlo; ma quale appunto lo fu in seguito l'apocalisse per rapporto al cristianesimo, non servì quello che d'un arma offensiva della quale usarono i nemici d'Israel, in ogni tempo, per attaccarlo, anche nelle sue massime più essenziali, e orribilmente infierire contro di esso [(72)].
Infatti cosa potevano mai pensare gli antichi filosofi Greci, Arabi, e Romani, osservando agitare delle lunghe, e pertinaci discussioni per giugnere a diffinire se sia permesso in giorno di sabato cavalcare un asino per condurlo a bere, oppure se debba tenersi per la cavezza? se si possa in tale giorno camminare sopra un terreno seminato da poco tempo, per non incorrere nell'inconveniente di calpestare, o portare via, qualche granello di semenza co' piedi, ed essere quindi obbligati a seminario di nuovo, ciò che in sabato non lice? se sia permesso, in quel giorno medesimo scrivere tante lettere, o parole capaci a formare unitamente un discreto paragrafo completo? se debba pure permettersi di mangiare un uovo nato, o prodotto entro quel medesimo giorno ec.? E di quanti altri sì fatti scrupoli bizzarri, e paradossali non sono ripieni ovunque il Talmud con tutti i suoi differenti commentarj per rapporto alla pasqua delle azzime, ed alla purificazione del vecchio fermento lievitato nelle case? Vi si fa un lunghissimo trattato per decidere se mirando passare un sorcio in qualche parte della casa con una mollica tenuissima di pane in bocca, dopo fattovi lo sgombro generale, debbasi ricominciare con nuove rigorose indagini le purificazione di detta casa; se si possa cucinare i cibi destinati per uso della pasqua, delle azzime col residuo dei carboni serviti ad abbruciare il vecchio pane fermentato, ed altre simili mostruose questioni che opportunamente mi emergerà di riportare [(A)] le quali non solo allontanavano gli ebrei dalla vera inalterabile osservanza delle sacre instituzioni mosaiche, ma gli rendevano altresì rozzi, ignoranti, e spregevoli all'eccesso in faccia di tutti gli altri popoli del mondo, ed in particolare i Greci, ed i Romani i quali vedevano sensibilmente la discrepanza, rimarcabile che potea con fondata, ragione assegnarsi fra le loro classiche scuole; e gli assunti utili, e rilevanti che vi si trattavano, e quelle de' talmudisti, e le loro stravaganti; e prolisse controversie; ma passiamo a rendere, più dimostrativamente sensibili queste verità sublimi, e interessanti.
[(64)] L'accidia, e l'indolenza, vizj sì ordinari alla massima parte degli uomini sono, al parere di un dotto moderno, molto confluenti ad alimentare i progressi poco vantaggiosi della tradizione. L'uomo, generalmente parlando, è per indole sua più proclive a credere macchinalmente una cosa che gli si assicura vera, di ciò che inducasi ad affaticarsi con un esame lungo, e costante, e con uno studio assiduo e penoso, ritrovando molto più agevole di seguitare con una stupida quiescenza il corso delle cose già conosciute, ed usitate, che di analizzarne l'origine, o sormontare fino alla primitiva sorgente dalla quale si fanno quelle scaturire; così è che la generalità delle persone lasciasi trascinare dal torrente impetuoso degli assurdi dominanti, e finisce in ultimo col precipitare miseramente nel baratro immenso di tutti i più orridi smarrimenti, dietro l'esempio fatale di quelli (stupidi senza dubbio al pari di esso) che lo hanno preceduto, chiunque, per tanto, vuole sanare di sì fatta deplorabile cecità, dee seguitare con una cauta fermezza il precetto salutare di Seneca il filosofo, non curare i giudizj del volgo, e sfuggirne la relazione: Unusquisque mavult credere quam judicare: nunquam de vita judicatur, semper creditur, versatque nos et præcipitat traditus per manus error, alienisque perimus exemplis: Sanabimur si modo separemur a cœtu. Sen. de vita beata Cap. 1.
[(65)] È ne' tempi calamitosi di smarrimento, e d'imbecillità, dice un illuminato filosofo moderno (Philosoph. du bon sens Tom. 1 Réfl. 1. § IX. pag. 94.) che la massima parte delle tradizioni che fanno fremere le persone dotate di acume, e di talenti, ha presa la primitiva sorgente, e benchè i nostri progenitori abbiano voluto dare a queste un antichità più insigne di quella che si può elleno fondatamente attribuire, non è frattanto che alla loro arbitraria ignoranza, ed alla smodata credulità de' medesimi che noi ne siamo interamente debitori; essi sono stati pur troppo la vittima sciagurata degl'impostori loro contemporanei, e noi saremmo la loro, se non tentassimo di scuotere il giogo lacerante che dessi vollero imporre alla nostra ragione, dopo di averla per tante vie sedotta, illaqueata, e renduta quasi affatto impotente di riuscirvi.
[(66)] Tanto la Misnah, della quale noi entriamo bentosto a ragionare, quanto il Talmud, ossia la Ghemarah che serve alla medesima di commento, e di cui mi riserbo a ragionare opportunamente in seguito, altro infatti non sono che un ammasso complicato, e assai diffuso di decisioni sopra un infinito numero di casi di coscienza, che nascono di frequente sulla pratica de' riti, e delle cerimonie, nella massima parte rabiniche, per le cui osservanza fu più volte rimarcato da' critici che l'ardore del popolo ebreo tiene certamente del prodigioso.
[(67)] Il celebre Maimonide nella sua prefazione alla di lui opera (Yad Hazakah mano forte) dice che Mosè avanti la sua morte scrisse di proprio suo pugno tanti esemplari del codice delle sua legge, quante erano le tribù d'Israel, distribuendone una per ciascuna di esse, e deponendo un altro simile nell'arca detta di alleanza; e che desse, aggiugne lo stesso Autore, comunicò in seguito di viva voce al sinedrio del suo tempo l'interpretazione di questa medesima legge, quale interpretazione ch'egli sostiene comunicata da Dio a Mosè direttamente sulla vetta di Sinaj, fu poscia insegnata dopo la morte di esso agli antichi seniori da Gesuè suo successore, e luce del popolo d'Israel (vedi Pirkè avoth cap. 4) e che quelli che gli succederono, in qualità di capi, e Sanhedrim fecero lo stesso al riguardo degli altri più recenti che ne accrebbero il numero all'eccesso fino a R. Jeudah il santo, che tutte le raccolse, conferì loro il metodo di cui mancavano, e le mise il primo per iscritto.
[(68)] È opportuno quì di avvertire che ognuno di questi ordini, o regole è parimente suddiviso in molti libri, o trattati differenti, che noi non faremo in questo luogo che accennare di slancio, riguardando come opera lunghissima, e penosa il riportarla tutta per intero, potendosene agevolmente osservare il dettaglio in Bustorfio (Recens. Oper. Thalmud.) Per esempio, quello delle semenze, o dell'agricoltura contiene undici trattati; il 2. è diviso in dodici libri, il 3. ne comprende sette, il 4. dieci, il 5. undici; il 6. finalmente racchiude dodici libri. Il Talmud ha così pure sei ordini, i quali sono divisi in sessanta tre libri, e questi libri vengono ancora suddivisi in cinque cento, e venti quattro capitoli, de' quali si compone l'intero corpo immenso di quest'opera.
[(69)] Oltre le numerose prescrizioni di tante speci differenti che sono comprese in questo Talmud, ed alle quali tutti gli ebrei sono obbligati di sottomettersi ciecamente, senza riserva, essi hanno certi usi che differiscono, secondo le varie posizioni dove si trovano; essi chiamano questi usi locali מנהגים (minhaghim) costumanze; e per meglio ritenerli vi fu per sino chi ne ha così pure composti de' libri particolari: si può inoltre chiaramente rimarcarli leggendo i libri di preghiere che sono in uso fra gli ebrei, e ne' quali avvi qualche tenue diversità sia per l'ordine, sia per le cose, giacchè il metodo seguito dagli ebrei italiani, polacchi, ed orientali nell'esercizio di tali preghiere, è alquanto differente da quello praticato dagli ebrei di origine spagnuola o portoghese.
I Rabbini scrissero così pure sopra questo medesimo soggetto un'altr'opera che ha per titolo דינים (Dinim) giudizj, che si possono quasi ridurre alle costumanze, per che gli ebrei variano in ciò; e questi Dinim non contengono che delle ragioni probabili perchè si debba fare una cerimonia piuttosto d'una maniera, che di un altra.
[(70)] I partigiani della tradizione sostenuti da' ministri di questa non cessano di ripeterci che i motivi della fede, come le picciole ali date a Mercurio, sono troppo deboli per sostenerla; ciò che ha indotto forse il Mallebranche ad opinare, che pour être philosophe il faut voir évidemment; et pour être fidèle il faut croire aveuglément Rech. de la ver. Tom. II. pag. 168. Peraltro Mallebranche quì non s'accorge che del suo fedele, esso forma un imbecille, poichè in che mai consiste l'imbecillità? a credere senza un motivo plausibile sufficiente per credere: tout homme (come giustamente lo riflette un dotto scrittore moderno) qui se vante d'une foi aveugle et d'une croyance sur oui dire, est donc un homme enorgueilli de sa sottise. Elvet. de l'hom. Tom. III. pag. 89.
[(71)] Del resto benchè gli ebrei nutrino uno zelo straordinario per le tradizioni ch'essi pretendono di avere gradatamente ricevute da' loro più lontani progenitori, come si disse, e che difendono con pertinace accanimento, essi non hanno potuto giammai, ciò non pertanto, convenire fra di loro degli autori da' quali gli hanno i medesimi realmente ricevute, ciò che riesce molto agevole a provarlo, unendo insieme i libri che ne hanno trattato diffusamente di proposito, come sarebbero, per esempio, i commentari che sono stati fatti sul trattato che ha per titolo (Pirkè Avoth) I Capitoli de' padri. L'illuminato Abravanel (nella sua prefazione all'opera che ha per titolo (Nahaloth Avoth) cioè, Retaggio de' padri, ha usato di ogni suo sforzo per giustificare questa pretesa non interrotta tradizione, ma inutilmente, A. Iosef Hajon, e David Gantz l'Autore del Iuhasim, ovvero il libro delle famiglie, e tanti altri che hanno agitate simili questioni non ci sono meglio riusciti. Ciò, per altro, sopra di cui tutti i rabbini sono concordi si è che dopo Jesuè successore di Mosè, fino a Jeudah il santo, che raccolse tutte le tradizioni, come osservammo, e le mise il primo per iscritto, vi ha parimente una classe di antichi, la quale ricevè in origine da Jesuè l'interpretazione della legge, indi a questi successero i profeti di cui Samuel è stato il primo; e dopo i Profeti ebbe luogo la grande assemblea, o sinagoga che si tenne sotto Esdra. Il dotto R. Mosè da Cotsì (nel suo gran libro de' comandamenti della legge Mosaica) ad oggetto di unire questa catena immensa di tradizioni, e dimostrare ad un tempo medesimo che dessa non era stata interrotta giammai durante la cattività degli ebrei nella Babilonia produce certi illustri soggetti della tribù di Judah; e di quella di Beniamino che furono condotti cattivi in Babilonia, ed assicura inoltre che dessi vi stabilirono la celebre accademia di Nahardea sull'Eufrate, la quale vi fu in seguito conservata del pari che le tradizione, che venne poscia insegnata a quegli ebrei che ritornarono da Babilonia in Gerusalem con Zorobabel, ed Esdra, dove si stabili così pure un accademia ad imitazione di quella di Babilonia, che non lasciò perciò di sussistere ancora perchè tutto il corpo degli Israeliti non ritornò già interamente in Gerusalem. Finalmente questa tradizione fu conservata pure dopo Esdra, il quale era capo dell'assemblea che si nomina la grande fino a' tempi del più volte riportato R. Jeudah il santo che tutte le raccolse, come accennammo.
[(72)] Quelli che con asprezza maggiore vollero tenacemente infierire contro i principj che servono di base al cristianesimo, si prevalsero di quelle tante predizioni che l'apocalisse di Giovanni ci rappresenta come infallibili, e molto prossime a succedere, e che realizzare frattanto mai non si videro, che non si disse intorno a quella nuova Gerusalem di mille anni di cui è fatta menzione nel Cap. 21? La sua forma dovea essere quadrata, la sua lunghezza larghezza, e sommità dovevano essere di dodici mila stadi (500 leghe di francia) per conseguenza le case dovevano avere così pure 500 leghe di ertezza: se così è dovea riuscire di non poco incomodo per coloro a' quali fosse toccato di abitare l'ultimo piano: e quella enorme bestia simbolica di sette teste, e dieci corna col pelo di leopardo, i piedi dell'orso, l'esofago del leone, la forza del drago; ebb'essa un successo migliore della prima? e la caduta delle stelle dal Cielo sulla terra, e che col contatto che quelle fecero col sole, e colla luna il loro passaggio restarono entrambe oscurate nelle tre parti? E quel sì fatto libro che l'Angelo fece mangiare all'Autore dell'apocalisse, qual libro riusciva dolce nel palato, e amaro nello stomaco? se riflettiamo alla stravaganza di sì fatte predizioni non dovremo certamente più stupirci, se i numerosi commentarj fatti sopra di esse parvero consolidare le invettive che furono sovente lanciate contro l'apocalisse, ed aggiugnere efficaci motivi agli avversari di esso onde riguardarlo come apocrifo, e mendace.
[(A)] (Ved. Ghem. Tratt. Sciab. et Pesah. fol. 6 7 8.)