CAPITOLO XII.

La pretta credenza trasmessa dal legislatore Mosè al Popolo ebreo poco varierebbe da quella professata da Socrate, da Platone, e da Confucio, se si eccettua le molteplici instituzioni misniche, e Talmudiche aggiuntivi ad essa.

Donde dunque verosimilmente procede, udiamo taluno interrogarci di proposito sovente, che quasi tutta la specie umana persuasa in apparenza, che la religione è la cosa la più vantaggiosa per essa, e sotto qualunque siasi aspetto che si riguardi, riconosciuta la più seria, la più decisiva, ed importante, mentre che questo è frattanto l'oggetto che gli uomini si permettono il meno d'investigare con criterio, di approfondire con diligenza, e precisione? Laonde se si tratta di contrarre un affare qualunque, di vendere qualche oggetto, di acquistarlo, si prende le precauzioni le più accurate si bilica ogni termine, si pondera ogni frase dello scritto che ne racchiude le condizioni, e ciascuno fa, in somma, ogni sforzo possibile per mettersi al riparo da qualunque male intelligenza, frode, o sorpresa: or, perchè mai, argomentano, con impudenza, certuni, non avviene appunto così della religione, e specialmente orale, che resta il più delle volte adottata ciecamente sulle asserzioni altrui, senza che alcuno prendasi un benchè minimo pensiere di esaminarla [(95)]? Io non dirò già (come qualche filosofo incredulo erroneamente opina) che le massime religionarie degli uomini di ogni setta di qualunque angolo del mondo sono i monumenti antichi e permanenti dell'ignoranza, della credulità, de' terrori, e della stupida buona, fede de' loro mali accorti antenati; io rigetto questa opinione come assurda, eterodossa, e onninamente destituita di base, di ragione, e forse ancora di buon senso; ma per altro, l'esperienza, che rare volte inganna, mi ha in ogni tempo sensibilmente dimostrato che in proposito di religione, e sopra tutto tradizionale gli uomini non sono a sufficienza tutta via illuminati, quanto il loro pressante bisogno lo richiede, onde potere essere garantiti solidamente della verità, e della ragione di tutto ciò ch'essi ammettono come supposto vero, e ragionevole.

Ma da quale altra contaminata sorgente dobbiamo noi fondatamente ripetere sì deplorabile sciagura, se non se dalle insensate sottigliezze tradizionali, che soggiogarono sempre, a grado a grado, tutte le nazioni, tutte le sette dell'universo, le quali ne risentono pur troppo tuttavia la gravezza lacerante, e il danno incalcolabile, senza speme di sollievo, nè di compenso [(96)]?

Gli Ebrei, i Cristiani, i Musulmani, e gl'idolatri tutti hanno delle supposte intuitive tradizioni, che sostengono fervidamente d'accordo, emanate dal Cielo, compilate dallo Spirito Santo, e identiche, e uniformi alla più esatta inalterabile verità; esse sono tutte interamente appoggiate ad un punto medesimo di centro, che insieme racchiude l'antichità, e il fanatismo religioso [(97)].

Ecco le due barriere fatali che opponendo un'ostacolo tenace, ed a molti riguardi considerato come ineluttabile all'esame de' sentimenti religiosi che ci furono inspirati nell'infanzia, immergono tutti i popoli ciecamente nella credenza grossolana de' più malefici, e degradanti pregiudizj; e senza diffondermi soverchiamente sulle altre sette che ingombrano ambo gli emisferi, non abbiamo che applicare costantemente le stesse impotenti basi che servono di rilievo fondamentale alle tradizioni del popolo d'Israel, per vederne risultare direttamente i funesti disordini eguali a quelli di tutte le altre nazioni, che l'Istoria ci fa conoscere, e scorgervi, ad un tempo, con indelebili marche, l'impronta stabile uniforme della menzogna che le caratterizza tutte quante [(98)],

Suppongasi, per mera ipotesi, che un Settatore di Socrate, di Platone, o di Confucio, od anche questi tre filosofi medesimi in persona, ignari affatto delle tante sette o religioni, che coprono attualmente ambo gli emisferi de' nostri secoli, sieno eccitati da una mera curiosità di trasferirsi fra noi per osservarle ocularmente; una fortuita combinazione favorisca i loro disegni, e compia le loro brame; un giorno di venerdì si trovino avere per commensali un ebreo talmudista, un cattolico romano, ed un settatore di Maometto; io non posso usare dei vostri arnesi, farebbe a dire l'ebreo, nè debbo mangiare la carne avanti il cacio, nè condire con questo veruna specie di carnaggio, nè mi è permesso di gustare i vostri cibi, di sorte alcuna, siccome ancora mi è vietato di bere il vino premuto, da coloro che professano una credenza differente da quella che la mia tradizione da lunga serie di anni già trasmise agli avi miei [(99)]: e pregovi di congedarmi avanti che il sole trammonti nell'occaso, giacchè se le festa, del sabato quì mi ritrovasse in tale momento, non solo io commetterei un oltraggiante villanìa di lasciare i miei ospiti celesti scevri di quegli omaggi consueti che sono ad essi meritamente dovuti (ved. [ann. 87.]), ma incorrere altresì io potrei nel grave irremissibile delitto di dovere meco portare il fazzoletto che tengo per mio semplice uso, l'orologio, non meno che il sottile bastone che per mero piacere io porto fra le mie mani ([ann. 72]); ed a me, soggiugnerebbe il cattolico romano è severamente vietato di cibarmi di qualunque siasi carne in questo giorno, poichè in esso fu condannato all'ultimo supplizio il mio Dio; quello è il giorno per me terribile in cui il redentore del mondo terminò fra due ladroni sopra un infame patibolo i giorni suoi; ad una sì lugubre commemorazione io sono in dovere di consecrare quest'astinenza durante l'intero periodo della mia vite, e tutto ciò che da voi, e da me si opera fedelmente riferire io debbo all'orecchio di colui che l'arbitro depositario degli arcani del mio cuore, e l'assoluto direttore delle mia coscienza, può a suo piacere cancellare ogni mia colpa, confessandola ad esso, e ad un tempo medesimo rendermi il più venturoso fra i mortali, ovvero condannarmi inevitabilmente a gemere ne' cupi abissi dell'inferno, ommettendo di eseguirlo [(100)]; ed io, conchiuderebbe finalmente il musulmano, sarei per tutti i secoli dannato, se volessi bere del vino, o vi ascoltassi parlare di scienza di morale, e di buon senso, mentre io debbo essere astemio tutto il corso della mia vita, e marcire nell'ignoranza tutto il tempo ch'essa dura [(101)], e siccome in questo giorno io debbo celebrare l'ascensione al cielo del mio sommo Profeta [(102)], associarmi non posso nel vostro conciliabolo profano a meno di non rendermi indegno della ricompensa che mi ha esso garantita, qual è quella di farmi godere nell'altra vita i soavi amplessi delle più avvenenti femmine del mondo, preparate per eterna delizia de' giusti entro un vastissimo serraglio, nelle incontaminate regioni celesti, o di cui Dio è l'arbitro disponitore, e Maometto il soprastante [(103)].

Dopo tuttociò, quale giudizio farebbero essi mai questi tre saggi delle varie opinioni dei loro tre Commensali? Che direbbero essi mai della superstizione del primo? cosa opinerebbero della credulità del secondo, e quale orrore concepirebbero essi mai del ministero infame che l'ignoranza dell'ultimo attribuisce stolidamente al Supremo Creatore dell'Universo?

Ma lasciamo pure all'insensato Dervigi le brighe impotenti di giustificare la sua orrida insania, ed a settatori di Pietro gl'inutili sforzi pure lasciamo, di palliare i loro intimi sentimenti; indarno tenteremmo noi di disingannarli entrambi, mentre nè con l'uno, nè con gli altri non ci sarebbe permesso giammai di avere ragione; e le nostre ponderate ricerche arrestiamo unicamente su' delusi Israeliti Talmudisti, i quali più di ogni altra setta debbono quì richiamare le nostre più assidue cure, ed essenzialmente preoccuparci.

Non per tanto, se il fautore Talmudista nudare volesse l'illusoria credenza che lo attrae dopo sedici, e più secoli, da tutti quegli ornati mostruosi che sotto lo specioso carattere di utili ripari (benchè per loro stessi oltremodo frali pur troppo, e insussistenti) gli si fece sempre, e ovunque rispettare come sacri, e inviolabili, e di cui sì enormemente essa trovasi aggravata [(104)]: Se con intima persuasione del proprio inganno ei cercasse il mezzo il più pronto e il più sicuro di emendarsene, spezzando risolutamente il talismano fatale della menzogna, che lo rendeva per lo passato incapace di eseguirlo; se annientando tutte le appendici mistiche, e paradossali, che lo fecero comparire fino ad ora sì odioso, e degno di commiserazione alla mente perspicace del filosofo illuminato, e distruggono i pregj che la esimia sua credenza in se medesimo racchiude, egli soltanto si attaccasse all'utile, al puro, al salutare; se da tutto questo, dico, prescindendo, esponesse loro l'ebreo, che la vera sua religione solo consiste nell'ingenua credenza indefettibile dell'Essere Supremo, unico, eterno, incommutabile che punisce l'uomo perverso, e ricompensa il saggio, che un tale premio, ed una tal pena (sebbene comprendere giammai noi non possiamo cosa l'uno, o l'altro sia, nè come si compiano entrambi) sono riserbate unicamente dopo le morte ad un essere infinitamente superiore al corpo umano; a cui sopravvivere dovrà perpetuamente perchè semplice, non suscettibile di morte, e intelligente; nell'amore integro di tutti coloro che appartengono alla nostra specie, nell'obbedienza, e sommissione alle leggi civili che governano lo stato in cui esso vive, e finalmente nell'esercizio assiduo, e costante di una sana morale: quindi tutto ciò che a tali essenzialissimi principj che costituiscono la base fondamentale della primitiva religione dell'ebreo si aggiugne, altro non è che il mero effetto dell'umano traviamento da cui furono un tempo all'eccesso predominate certe menti entusiastiche e stravaganti, a scapito del credulo, e troppo scaltramente sedotto popolo d'Israel.

Rapiti questi benemeriti filosofi allora dall'intensa possanza di tali eccelse idee, attoniti restando delle sublimi verità edificanti comprese nel dettaglio analitico che loro si fece, come potrebbero essi mai di preposito deliberato dissimulare di non riconoscere nella religione del vero Israelita la chiara impronta uniforme di quella professata da essi medesimi; come supporre infine, senza delirio, che ricusare essi volessero il pieno suffragio loro concorde, ad una sì ammirabile credenza che riconoscerebbero in massima essere la loro, cotanto identica a' sacri dettami della filosofia, della nature, della ragione? Infatti qual'era mai per se stessa la base radicale dove propriamente sostenevasi la credenza di entrambi questi due filosofi di Atene, e dove mai fondava il filosofo Chinese quella dell'intimo suo Culto? [(105)] Se prescindere vogliamo da ciò che sia propriamente sistema filosofico, che ogni creatore, o institutore di nuova setta scientifica, immaginare volea il suo, in nulla, o in poco differiva certamente il loro credere da quello che veggiamo istituito da Mosè nel Pentateuco; astraendo però, nel modo che abbiamo fatto tutte quelle ordinanze, o prescrizioni che imposte furono da questo legislatore agli ebrei della sua età, che oggi terrebbero del soverchio, o dell'inutile.

Non avvi alcuno che ignori a quale prezzo aggravante Socrate acquistasse il sublime piacere d'istruire l'ingratissima sua patria, dell'esistenza indelebile del Dio di verità, e la soddisfazione di renderla edatta della scienza la più esimia, la più utile, e la più importante per il genere umano [(106)].

E chi mai fra tutti gli uomini scienziati dell'antichità, si è in alcun tempo elevato col pensiere fino alla contemplazione dello stesso Autore Supremo della natura, e dell'anima umana, con maggiore successo di quello che i fasti filosofici concordi ci narrano di Platone? Non abbiamo che applicarci assiduamente nel suo ammirabile Timeo, oltre le tante altre sue produzioni metafisiche, e contemplative, per restarne convinti, e sorpresi ad un'istante [(107)].

E quale morale potrà essere giammai posta al confronto con quella che Confucio introdusse fra i Chinesi, quali instruzioni più dotte, più salutari di quelle che questo popolo apprese da sì venerabile maestro, che da oltre venti secoli non cessa di rispettarlo come tale, ed essergli riconoscente come suo benefattore? [(108)]

Da un confronto sì esatto, e sì uniforme in ogni parte, chi non vedrebbe mai resultare quella pura fondamentale religione, la sola oltremodo necessaria, e indispensabile all'Ente ragionevole sulla terra, già da esso conosciuta, e praticata col più felice successo per tanti secoli nella vetusta età della sue specie? E quale altra mai fuori di questa, per confessione unanime di tutti i popoli era la credenza dell'antico Israelismo, non escludendo Mosè che ne fu il promulgatore? Ma le illuse generazioni che ne successero nulla premurose di conservarla, corsero per elleno medesime a precipitarsi nel baratro funesto della più grossolana superstizione e di una stupida ignoranza in cui la loro macchinale credulità dovea, senza scampo inconsideratamente trascinarle. Quindi senza lesione della verità conchiudere illativamente quì si potrebbe che se la religione dei primi benemeriti patriarchi del Popolo d'Israel è vera, quella che professano gli ebrei moderni è nella massima sua parte opposta a quella diametralmente, e in conseguenza apocrifa, e assurda, e ciò per le tante valide ragioni da noi opportunamente riportate, e per le molte altre che ci si offriranno nel progresso delle nostre osservazioni; ma tale è pur troppo la condizione deplorabile dell'uomo, come lo riflette un pensatore filosofo, che il vero non gli è sempre vantaggioso, ed i lumi della ragione non furono in tutti i tempi sufficienti abbastanza, nè, quanto è d'uopo, efficaci a rischiarare le dense tenebre nelle quali esso vive per folle arbitrio, miseramente sepolto.

[(95)] tali sono appunto gli stravaganti riflessi che dettero adito in ogni tempo alla temeraria miscredenza di alcuni pensatori liberi, onde conchiudere assurdamente che i principj su' quali si fonda la religione (tuttochè da' sani filosofi giudicati, e riconosciuti sempre incontrastabili), altro non sono che ipotesi azzardate, immaginate dall'ignoranza, propalate dalla credulità, adottate dalla speranza, e venerate dal timore: Les uns, aggiugne Montagne, font à croire au monde qu'ils croient ce qu'ils ne croient pas, les autres en plus grand nombre se le font à croire à eux mêmes, ne sachant pas pénétrer ce que c'est que croire. Ess. IV.

[(96)] Si consultino le tradizioni di tutti i popoli che conosciamo, si percorrino quelle ad una, ad una minutamente, quale bene ci mostreranno avere esse recato agli uomini che possa, in qualche parte almeno, ricompensarci degl'innumerabili mali che ci hanno le medesime in tante guise differenti, e in ogni tempo cagionati sopra la terra? Ma ci faranno esse vedere come accesero per tutto le fiaccole dell'intolleranza, come hanno empiute crudelmente ovunque le pianure di cadaveri, abbeverate le campagne di sangue umano, incendiate le Città devastati gl'Imperi, senza che abbiano renduti mai gli uomini più umani; nè più saggi, nè migliori: La bontà de' medesimi è l'opera unicamente di una pura morale, o d'una vera Religione.

[(97)] Se prescindere vogliamo un solo istante dalle follie deplorabili che le numerose tradizioni de' popoli gentili hanno fino a noi tramandate, a che si ridurrebbero mai senza di quelle tutte le immense pratiche, o cerimonie delle sette che ci si offrono a' tempi odierni? Quelle dell'Israelismo furono, a tempo debito, da noi evidentemente contraddistinte; e quelle coltivate dalle altre, senza dubbio, a poca cosa. Ma ciò che reca stupore si è di vedere, come tutte le nazioni, senza eccettuarne alcuna, vanno esattamente concordi, e nel deciso fervore con cui ciascuna di esse pretende fare valere la sua, e nella sorgente incontaminata dalla quale vogliono tutte farle direttamente scaturire.

Per altro, io ricercherei di proposito a tutti questi settarj, come pervenire a provare quale fra queste tradizioni potrà dirsi giustamente la vera, in mezzo alle moltiplici contraddizioni ch'esse ci offrono insieme, ed alla ripugnanza che ogni popolo dimostra costantemente per le tradizioni di un altro popolo? Le nove incarnazioni di Wistnou sono religione nelle Indie, e favola in Pietroburgo; l'Eucaristia, è un sacramento presso i Cristiani, è un idolatria in Costantinopoli, nella guisa che le gesta di Maometto venerate da' Musulmani come altrettante intuizioni divine, sono riguardate da' Seguaci di Cristo, come l'effetto dell'impostura, e dell'insania; e tuttociò finalmente che gli altri popoli apprezzano come sacro, e inviolabile, è dagli ebrei riguardato come degno di abominio, e di esecrazione; nella guisa che una gran parte degli usi, e cerimonie religiose praticate da questi, persuasi che procedino dallo spirito santo, o dal portentoso Batkol, di cui fu già da noi parlato altrove, formano l'oggetto dell'improperio, e della derisione degli altri popoli.

Or in mezzo a tante fluttuanti opinioni, sostenute da ogni parte col più fervido entusiasmo, come mai rintracciare la meno assurda, la più ovvia, la migliore? Per altro, il servigio il più rimarcabile che rendere si potrebbe a tutti i popoli dell'universo, quello sarebbe, senza dubbio, di fare ed essi conoscere l'illusione, e il nocumento delle loro stravaganti opinioni a tale riguardo, ma niuno fino ad ora ci ha pensato giammai, e sembra che nè pure vi abbia avuta l'idea d'intraprenderlo, nè il coraggio sufficiente di eseguirlo.

[(98)] Lucrezio ha detto, è ormai venti, e più secoli, che tutto il genere umano, fino da' suoi tempi, era oppresso miseramente sotto la soma lacerante della superstizione:

Humana ante oculos fœde cum jacere,

In terris oppressa gravi sub Religione. L. I. v. 63. 64.

Che direbbe mai Lucrezio, se risorgere ei potesse a' tempi nostri? Molti l'hanno parimente ripetuto con eguale veemenza, dopo di lui; infiniti altri benemeriti scrittori se ne lagnano ancora; ma frattanto esistere si mirano tuttavia ovunque, e la superstizione, e i suoi detestabili fautori.

[(99)] Tutti questi, ed altri sì fatti deplorabili smarrimenti de' quali fu da vari secoli suscettibile il popolo Ebreo, come osservammo, possono datare dall'Era lacrimevole delle propalazione delle tradizionali follìe di cui si ebbe la scaltrezza d'imbevere lo spirito umano, delineandogliele come altrettante prescrizioni divine, l'esatta osservanza delle quali rendevasi assolutamente indispensabile all'eterna salute d'Israel, nella guisa medesima che la trasgressione lo ridurrebbe periclitante, senza scampo, vittima delle più orribili calamità, e di un perpetuo infortunio.

Dopo tutto ciò stupiremo ancora di vedere accreditare, ed ammettere con tanta venerazione dagli uomini tali mostruosi principj? Agevole riesce di far credere agli uomini ciò che lusinga il loro amor proprio, ed alimenta i pregiudizj di cui sono imbevuti.

[(100)] Non è che nel secolo XII. che il dogma della Confessione auriculare fu introdotta fra i settatori papisti da Innocenzo III. nel Concilio Lateranese IV. l'anno 1213. Ma ciò che dee sembrare oltremodo straordinario alle menti illuminate si è, l'osservare con quale accanito fervore è essa ovunque praticata laddove il Clero perviene ad acquistare un ascendente quasi assoluto sullo spirito abbacinato degli uomini, come appunto succedere miriamo in Ispagna, in Portogallo, ed in Italia, malgrado che i primi padri del Cristianesimo combattessero apertamente l'uso di siffatta confessione, e non ostante che Ambrogio, Crisostomo, e Basilio fra quelli ne fossero d'accordo sì avversi, esortando i penitenti a confessare le loro colpe al solo Dio che può correggerle, ed annientarle, e non già di palesarle agli uomini, i quali altro non sanno che stordirli con minaccie, o puerili timori senza recare loro fintanto alcuna specie di antidoto nè di conforto (Ved homil. 31 in Hebr. homil. de Pœnit. T. V homil. de Laz. T. V. p. 81.)

E se Agostino interroghiamo, lo udiremo ripetere: Quid mihi est enim cum hominibus ut audiant Confessiones meas, quasi ipsi Sanaturi sint omnes languores meos? Confes. Lib. 10. Cap. 3. e lo stesso Agostino, in altro luogo, (Serm. II. sopra il Salmo 31.) aggiugne: Pronuntiabo adversum me injustitias meas domino (si osservi che non dice già agli uomini) & tu remisisti impietatem cordis mei.

Servissero almeno queste confessioni ad allontanare il delitto, a reprimere i vizi, a rendere più saggi coloro che stupidamente vi si confidano, il nocumento ch'esse recano non sarebbe senza un compenso; ma esse travviano lo spirito, corrompono i costumi, alimentano l'ingiustizia, e le azioni criminose, e colla facilità delle assoluzioni che si fanno, senza ostacolo, risultarne, anche il più deciso malfattore con una simulata resipiscenza non solo ritrova un pronto mezzo con che giustificare agevolmente i suoi misfatti, ma persuaso di potere in tale maniera giugnere per sino e cancellarli, esso diviene sovente recidivo senza ribrezzo. Se i Peruviani, secondo il P. Accosta, il Pau, ed il Raynal praticavano essi pure la confessione molto avanti che la conoscessero i Cristiani, soggetti non erano però a simili delirj.

[(101)] volendo Maometto prevenire ed allontanare gli eccessi che cagionano regolarmente l'ebrezza, e il giuoco per colui che vi si abbandona, esso ha interdetto assolutamente l'uso del vino, e de' giuochi d'azzardo, ed affine di dare a questa legge tutta quella forza che gli era necessaria, esso ebbe ricorso alla sua pratica usuale, quale fu quella di inventare alcuni esempi ovvj a giustificare la sua condotta a tale riguardo, uno di questi fu quello de' due angeli Arut, e Marut inviati da Dio sopra le terra per amministrare le giustizia in Babilonia, che divenuti ebri in un banchetto dove furono invitati, commisero molte vituperose incontinenze (ved. Alkodai Pocok. Specim. Ist. Arab. p. 175. Alcor. Cap. V.) Tale è infatti il vero motivo del divieto del vino presso i Musulmani.

In quanto poi ad ammettere per uno de' dogmi di religione l'ignoranza universale delle scienze, siccome era esse una delle qualità che distinguevano il fondatore dell'Islamismo, giacchè l'inscizia di Maometto, per quanto asseriscono i suoi medesimi fautori, andava fino alle barbarie, non sapendo nè leggere, nè scrivere, difetto, peraltro, che gli era comune con tutta la sua tribù (ved. luog. cit.) ciò che lo rendeva incapace non solo di risolvere le obbiezioni che gli avversari della sua setta nascente gli opponevano di tratto in tratto, ma lo esponeva sovente agli scherni, ed a' motteggi che le sue ambigue risposte davano sufficiente motivo di dovere fare. Quindi riconoscendo che i suoi settatori non avrebbero potuto meglio riuscirci in simile caso, egli si appigliò al partito di proibire loro qualunque specie di questione Teologica, di scienza, e di coltura, comandando eglino, in vece di passare a fil di spada tutti coloro che inveissero contro la sua dottrina. (Ved. Alcor. Cap. 4 Cantacuz. Orat. 1. Sect 12.)

[(102)] Niente di più ridicolo della Mesra, ovvero il preteso viaggio che Maometto fece nel Cielo durante il corso di una notte; e niente di più insensata dell'invenzione dell'Alborak, o del prodigioso animale quadrupede che ve lo condusse.

Rapportasi dunque dall'Alkorano, ch'essendo Maometto coricato una notte con Ayessa, una delle sue mogli, udì battere alla porta della sua camera, ed essendosi alzato per aprirla esso vi osservò l'Angelo Gabriello ornato di 70. paja d'ale spiegate da entrambi i suoi lati; esso era seguitato dall'Alborak, bestia che partecipava della natura dell'asino, e del mulo, di una bianchezza che eccedeva quella della neve, e di un agilità sì sorprendente, che il lampo non passa con maggiore celerità di ciò ch'esso metteva nel tragittare dall'uno all'altro sito, ed è appunto a cagione di sì fatta straordinaria destrezza (secondo gli scrittori Musulmani) che gli si fece meritare l'attributo di alborak, che nell'arabo idioma significa un baleno.

Tosto che lo sguardo di Maometto restò colpito dall'intuito del Messaggere celeste, questi lo abbracciò affettuosamente, e salutandolo dalla parte di Dio, gl'impose in di lui nome il trasferirsi nel Cielo, dove avea esso determinato d'iniziarlo in certi urgenti misteri, che non permise di rivelare giammai ad alcuno de' mortali che lo avevano preceduto, ed era per ciò col disegno di rendere più agevole il suo viaggio ch'esso gl'inviava espressamente l'Alborak. Maometto non esitò ad eseguire quanto gli venne imposto, ed appena ch'esso l'ebbe montato, si trovò in un istante dalla Mecca in Gerusalemme; da colà sempre accompagnato dalla sua guida celeste, proseguì il suo cammino fino a tanto che ritrovata una scala di luce preparata per essi vi ascesero, lasciando l'Alborack legato in una rupe, fino al loro ritorno, e prodigiosamente pervennero quindi al primo Cielo, e da questo agli altri sei, tutto nel breve intervallo di una notte. (Ved. Zamnias. et Didav. in Alcor. ad Cap. 17 et 33.)

Si può egli immaginare assurdità più enormi, e iperboli più insensate di quelle che si osservano racchiuse in sì fatto itinerario celeste?

[(103)] Da quando Maometto cominciò ad accreditare in faccia de' suoi creduli settatori il di lui preteso apostolato, la prima idea ch'esso ebbe fu quella di lusingare la loro speranza, e alimentare la dissolutezza a cui gli riconosceva sì eccessivamente proclivi, quindi è ch'esso inventò un paradiso secondo il gusto degli Arabi, ed a misura de' piaceri sensuali che gli penetravano con maggiore intensità. D'altronde conoscendo per isperienza quanto l'idea del loro soggiorno in un clima ardente, unito a' costumi lascivi dai quali erano essi predominati, avrebbe loro fatto amare tutto ciò che avea efficacia di condurli alla sensualità, Maometto promise a' suoi Settarj nella vita futura, giardini, riviere, profumi, letti di riposo, del pari sontuosi che comodi, preparati da uno stuolo immenso di femmine di un'avvenenza incomparabile, e che offrono loro tutto ciò che l'amore ha di più vago, e di più seducente (Ved. Alcor. Cap. 4. 78. 90 Hotting. Hist. Orieni. Lib. 2. c. 4). Tale è l'immagine stravagante del paradiso che Maometto fece concepire a' suoi seguaci; quella poi ch'esso volle delineare dell'inferno in punizione delle colpe, n'è precisamente il contrapposto e quasi uniforme a quello che tutte le altre sette lo descrivono.

[(104)] Le sagge ammirabili prescrizioni instituite da Mosè al popolo ebreo sono amplificate oggi a tal eccesso dai settatori talmudisti, come lo rimarcammo a sufficienza nei capitoli precedenti, che ora più non è possibile distinguere quale fosse propriamente il genuino senso primitivo delle medesime; ogni minimo Rabbì, ogni devota femminuccia ne accresce sempre a suo capriccio qualche bizzarra nuova pratica, e de' nuovi riti stravaganti, quali dal rabbinico dialetto sono chiamati גדרים (ghedarim), cioè ripari, per non giugnere al grado com'essi erroneamente opinano di trasgredire ciò che attacca in massima l'essenziale de' veri precetti comandati da' Mosè; ed egli è insomma così che questi glosatori co' loro ghedarim non solo resero le solennità prescritte al Popolo ebreo come giorni di delizia, e di ricreazione, un giogo aggravante, e insopportabile per la massa enorme de' riti, doveri, e cerimonie di tante specie differenti, aggiunte alla quantità immensa de' precetti già imposti da Mosè ne' tempi andati, ma tutto il Pentateuco altresì, un edifizio informe soggetto a crollare, e a subissarsi al benchè minimo urto.

[(105)] I sistemi filosofici di Socrate, e di Platone suo scolare sono quasi uniformi; essi ammettevano d'accordo tre principj, Dio l'idea, e la materia, facendo l'ultima subordinata alle seconda; ma queste due dovevano, a senno loro, prestare omaggio, ed obbedienza al Dio supremo, come loro opifice, loro padre, loro creatore. Dio dunque è l'intendimento universale. Essi concepivano per idea una certa essenza incorporea, capace di abbracciare tutte le cose, e la materia il primo soggetto sottoposto alla generazione, e corruzione (Ved Plut., op. filos. Cap. 3.)

Tuttochè oscuro, e impercettibile oltremodo sia stato in ogni tempo riconosciuto per se stesso questo sistema, per qualunque sforzo che molti filosofi abbiano fatto sempre affine di rischiararlo intieramente non sieno mai riusciti di vedere sortire felicemente il loro intento, pure non lascia quello di fare pressochè ad evidenza travedere quanto sane fossero le massime, e i principj che nutrivano Socrate e Platone relativamente alla Divinità, ed al Culto puro, e inalterabile che rendere gli si dee. I primi Dottori della Chiesa romana hanno adottati quasi tutti i sentimenti non meno Psicologici, che Ontologici di entrambi questi filosofi, considerandogli per sino, come ortodossi (Ved. la seg. [annot. 108.]) sebbene che il celebre Bayle (Pens. sur la Com. T. I. p. 346.) seguitato da vari altri filosofi seriosamente oppongasi a questi, non meno che a' principj filosofici di Confucio, de' quali sarà da noi quanto basta ragionato altrove (Ved. la seg. [annot. 109.])

[(106)] È a tutti noto di quali sforzi usasse Socrate affine d'indurre gli Ateniesi ad illuminarsi sul culto del vero Dio, e ad oggetto di ridurli ad abdicare la loro superstiziosa idolatria, ed i loro malefici prestigi; ma quanto inutilmente egli vi si adoperasse lo dimostrano pur troppo, l'esito fatale de' suoi benemeriti disegni, e la triste ricompensa che la sua patria sconoscente gli ha ferocemente preparata; nè le saggie sue premure per istruirla e per illuminarla nella scienza la più urgente per l'uomo, qual è la sana morale ebbero un successo più propizio, furono sprecate meno vanamente: quale solido vantaggio risultare mai ne porrebbe di potere asserire con Cicerone essere stato Socrate il primo a fare discendere la filosofia dal Cielo, ad introdurla fra gli uomini, a volgarizzarla persino nel centro delle stesse famiglie, se cotanto poco la sua ingrata patria curava le di lui ammirabili salutari lezioni? Socrates autem primus Philosophiam devocavit e Cœlo et in urbibus collocavit, et in domos etiam introduxit, et coegit de vita, et moribus, rebusque bonis, et malis quaerere. Tuscul. Quaest. Lib. V.

Ma il popolo di Atene sempre sordo, ed insensibile agli ammaestramenti di sì eccelso filosofo, meditò da proditore la sua perdita estrema, privando così la società del più saggio, e del più necessario de' suoi membri.

[(107)] De Deo scripta in Timæo aliisquis Platonis Commentariis, non ab hominis profanis studus inutrito, sed ab Æbreo, aut Christiano profecta videatur. Lact. Instit. X.

Se tutto ciò non fosse quanto è d'uopo sufficiente a farci completamente rilevare i sentimenti di Platone per rapporto all'Essere Supremo, non abbiamo che dedicarci di proposito ad applicare il Cratilo, ed il Fedone di questo medesimo filosofo per restarne maggiormente convinti.

Oltre a ciò non solo i primi ebrei Talmudisti, ma quasi tutti i primi Cristiani furono a tal segno Settatori di Platone, che quelli appoggiavano tutte le loro più importanti decisioni sulla di lui autorità, e si persuadevano con intima convinzione di travedere negli scritti del filosofo di Atene una gran parte de' più essenziali misteri della loro Religione (Ved. Aug. Confess. Lib. VIII. Cap. II.), e la loro persuasione ora ad un grado tale radicata a questo riguardo, che nell'ottavo secolo della Chiesa, i Cristiani giunsero ad accordargli generalmente finanche lo spirito di Profetica istituzione; ma se aggiugnere si volesse a tuttociò la prodigiosa favola del sepolcro ritrovata nel tempo di Costantino VI. e d'Irene sua madre, coll'iscrizione osservata sopra una lama di oro, di cui era cinto il collo del cadavere che eravi racchiuso, noi finiamo in ultimo col dovere credere Platone anticipatamente Cattolico apostolico romano (Ved. Zonar. Ist. Greca T. 3. pag. 87. Paolo Diacr. Lib. 23. Genebr. Lib. 3. Canisius De Beat. Virg. Lib. 2.)

[(108)] Benchè i missionarj tutti vantino asseverantemente di avere con ogni diligenza consultati gli archivi de' Chinesi, frattanto tutto ciò che quelli ci assicurano per rapporto alla Religione di questo popolo, non è in massima che contradittoria, e inverosimile; gli uni col P. Le Comte la fanno Ortodossa; gli altri pretendono che l'Ateismo ha dominato nella China fino da' giorni di Confucio, e che questo esimio filosofo ancora siane rimasto così pure infetto (Lett. de Mr. Maigros p. 15.); ma con quale fondamento potrebbe mai accordarsi quest'ultima opinione cogli ammirabili precetti trasmessi dallo stesso Confucio al popolo Chinese, tendenti ad illuminarle sulla morale la più tersa, ed a renderlo saggio, colto, e urbano; precetti che attualmente pure non lasciano i Chinesi di mantenere, e seguitare coll'interesse il più costante, e il più deciso? (Ved. nom. mem de la Chine T. 2. pag. 108.). La seguente giudiziosa opinione tresmessaci da un dotto Inglese appunto sulla religione di Confucio fa tacere tutte quelle che tentarono futilmente di oscurarla. The religion of Confucius professed by the Literati, and persons of rank in China, and Tonquin, consists in a deep inward veneration for the God, or King of Heaven, and in the practise of every moral virtue. They have neither temples, nor priests, nor any settled form of external worship; every one adores the supreme being in the manner he himself thinks best. This is indeed the most refined System of Religion that ever took place among men, but it is not fitted for the human race; an excellent religion it would be for angels; but is far too refined ever for sages, and Philosophes (Sket. of Hist. of man Vol. IV. Sket. III. p. 287.)

Per altro, in qualunque siasi aspetto che si contemplino i principj metafisici di Confucio, essi dovranno sempre mai essere considerati da noi come superiormente utili per ogni associazione umana, degni di essere adottati da qualunque siasi popolo illuminato, e ad un tempo medesimo come perfettamente identici, e uniformi a quelli che l'antichità, non meno sacra che profana, ci fa comprendere conosciuti, professati da tutti i primi padri del genere umano.