CAPITOLO XIII.
Del Caraismo, o Deismo Israelitico; dei considerabili vantaggi che ne recherebbe il fondato stabilimento fra gli ebrei, ridotto alla sua primitiva purità; dimostrasi che i tre Patriarchi, Mosè, ed i Profeti che gli successero furono tutti Caraiti, o Ebrei Deisti.
Non vi fu giammai sopra la terra, verun popolo civilizzato senza religione; ed il grande inconcusso principio di qualunque sistema religioso è l'idea di un Essere Supremo: Potius conspiciendam sine sole urbem, quam sine Deo, ac Religione, ci lasciò scritto Plutarco. L'assioma non può essere, in vero, ne più giusto, nè più sublime, nè più utile alla specie umana.
Per altro, siccome quest'idea si è per tante volte presentata alla mente dell'uomo sotto innumerabili aspetti differenti, e forse ancora opposti e contraddittorj [(109)], molti scrittori sensati si fecero costantemente ad opinare che dessa non potea essere in tale stato giammai l'opera di un Dio (nella guisa che ogni settario lo pretende con asseveranza in favore di quella religione ch'egli professa); ma l'edifizio mostruoso altresì aereamente costruito da certuni che ripongono le loro più fondate risorse sulla fede cieca, e macchinale di quegl'inesperti popoli, che seducono, e che tentarono in ogni tempo, e ovunque di assoggettare tenacemente alle loro torpide follìe.
Oltre che tutto ciò è pur troppo dimostrato in ogni senso, e da noi evidentemente comprovato, que' tali autori che in sì fatta guisa ragionano avrebbero dovuto parimente riflettere ancora, che la diversità de' climi, de' governi, de' costumi, degli usi, e de' temperamenti de' popoli medesimi possono avere così pure molto contribuito a quelle modificazioni amplificate che sembrano distruggersi a vicenda, che partono frattanto da uno stesso identico principio, o dal pregiudizio stesso, e di cui chi in maggiore, e chi in minore dose ogni popolo risente intimamente i perniciosi effetti. Io mi limito soltanto alle ricerche le più agevoli a conoscersi, e a discutersi, non osando avanzare se non se ciò, che l'istoria, ed il mio cuore mi appresero di più semplice, di più ragionato e di più chiaro [(110)].
È cosa renduta omai troppo evidente che quasi tutte le opinioni alle quali noi ci attacchiamo il più fortemente, tengono sempre a qualche sentimento confuso, di cui noi ignoriamo per l'ordinario il vero fonte dal quale derivano, o il germe positivo donde ripetono la loro natìa produzione. Lo spirito nostro per lo più, non si arresta giammai che sulle idee le quali hanno molto sovente un rapporto analogo, e costante colla nostra maniera di sentire, di discernere, di ragionare; se ciò è vero, come tutto concorre a persuadercene di qualunque nazione, generalmente parlando, a più forti ragioni dee esserlo per il popolo ebreo che mille cause fatali gli hanno contrastato sempre, e ovunque l'abitudine di coltivarsi, di riflettere, di ragionare (siccome verrà da noi dimostrativamente comprovato nel secondo volume di quest'opera) le sue più estese cognizioni non oltrepassavano la superficie di ciò che scaltramente pretendevasi fargli credere come giusto, inconcusso, e salutare; occupato unicamente dei mistici suoi fantasmi tradizionali, solo interessato de' propri suoi bisogni, e de' mezzi i più pronti, e i più sicuri di soddisfarli, esso vegetava per così dire, senza accorgersi di esistere; come dunque in tale stato deplorabile di cose avrebb'esso mai potuto uscire dalla sfera immensa de' suoi proprj acquisiti smarrimenti dalla quale voleasi a tutta forza circoscritto; come disporsi risolutamente a spezzare que' ceppi terribili che teneanlo avvinto? Non vi volea meno certamente di una subitanea rivoluzione straordinaria nel suo sistema religioso che potesse richiamarlo a se stesso, scuoterlo dal suo torpido letargo antico, impegnarlo a considerare il di lui stato attuale, compararne l'avvenire col passato, e questo colle circostanze degli odierni momenti. Tale rivoluzione oltremodo necessaria e salutare al suo degenerato sistema religioso, si offre opportunamente adesso; ma ben lungi dal sostenerla, seguitarne le traccie, ed animarne i progressi, in vece di versarsi a ponderarne l'utilità illimitata a distinguerne i vantaggi perenni che per tanti rapporti essa ci porge, ei la condannò ferocemente senza esame, come degna dell'Israelitica esecrazione, iniqua, eterodossa [(111)]. Tale fu appunto il carattere odibile che da tutti i partigiani Talmudisti ciecamente si fece del Caraismo, appena che i primi raggi sfavillanti diramati si videro sopra la terra, e tosto che i solidi principj su quali reggeasi, cominciarono a rendersi più noti, ed a propalarsi fra gli uomini: Istituzione che ridotta alla sua purità primitiva è, senza contrasto, la più sublime, e la migliore di quante altre mai la mente dell'uomo fosse stata in alcun tempo capace d'introdurre sopra la terra.
Ma avanti d'internarci nell'esatta dimostrazione di questa verità, ci è d'uopo quì arrestarci un solo istante ad indagare assiduamente il fonte primitivo, da cui un tale nome ritrae la sua originaria derivazione; indi nella migliore forma che ci sarà possibile discenderemo gradatamente ad esaminarne l'origine, i progressi, le pratiche, e gli errori, onde giugnere in seguito più agevolmente al nostro grande scopo, qual è quello di sopprimere, e annientare tutto quanto può racchiudersi in siffatto sistema d'assurdo, d'inutile, o di strano, e ad un tempo medesimo semplificarlo, e di ridurlo a quel grado di esattezza di cui le umane instituzioni possono essere suscettibili.
I cinque libri che compongono interamente il Codice di Mosè (che noi distinguiamo col vocabolo greco Pentateuco che significa cinque) furono chiamati dagli ebrei al ritorno della loro cattività di Babilonia מקרא (mikrà), cioè Lettura; essi non dettero per tanto da principio questo nome che a' soli accennati cinque libri (come apparisce da Neemia Cap. 8.) dove il semplice testo della Legge è così pure distinto col Vocabolo mikrà. I Rabbini cominciarono allora a nominare col termine medesimo anche le loro glose, o interpretazioni del Pentateuco di Mosè; e siccome il Popolo ebreo di que' tempi non era intelligente a sufficienza dell'Ebraico dialetto, rendevasi necessario assolutamente che il detto Codice che gli si imponeva come un dovere pressante, di osservare minutamente, fosse al medesimo spiegato nel Caldeo linguaggio, tale essendo la sua lingua materna, per vieppiù metterlo in istato di conoscerlo, e d'intenderlo. Quindi nella successione de' tempi si chiamò parimenti Mikrà tutto il resto della Bibbia; e lo stesso Talmud si serve qualche volta di questo vocabolo paragonando il testo della Scrittura colle parafrasi rabbiniche sulle quali la tradizione del popolo d'Israel è onninamente fondata.
E così dunque da ciò, che la setta de' Caraiti fra gli ebrei prese il suo nome primitivo, perchè dessa si attacca, principalmente al semplice testo della scrittura, non volendo in conto alcuno conoscere le tradizioni degli altri ebrei per principio fondamentale di quella religione ch'essi prefiggonsi di ammettere, e di osservare, nella guisa medesima, che si è veduto ne' secoli a noi più vicini i protestanti denominarsi Evangelici, a cagione ch'essi pretendevano di non doversi appoggiare, che sul mero evangelo, rigettando completamente qualunque siasi tradizione, e tuttociò che vi ha, o lontano, o prossimo rapporto. קראי (Karai) dunque, secondo ancora l'osservazione di Abenesdra, e di Elia Levita, significa: un'uomo colto, esercitato profondamente nello studio della scrittura, e della più purgata maniera d'intenderla, e di spiegarla [(112)].
Ma questo nome che in origine era sì generalmente onorevole fra gli ebrei, è divenuto loro esecrabile all'eccesso, dopo che alcuni fra questi i quali concepirono un disprezzo positivo per le tradizioni Rabbiniche, si separarono dal corpo totale degli ebrei distinguendosi collo specioso attributo di Caraim. I proseliti di questa nuova setta pretesero di dimostrare con ciò ch'essi aveano sulla religione dei sentimenti molto più integerrimi, ed assai più filosofici degli altri, ch'essi accusavano di avere in qualche modo abbandonata la parola di Dio per seguire ciecamente le ampollose Decisioni rabbiniche delle quali le loro opere sono piene. Da un altra parte gli ebrei Talmudisti gli rimproveravano di essere Saducei, perchè infatti essi gl'imitavano in quanto a ciò solo che non volevano ammettere le tradizioni de' loro antecessori [(113)].
Ma lasciamo, di grazia, tutte queste, ed altre sì fatte imputazioni male fondate, e veggiamo quali sono stati, in massima, i veri sentimenti religionarj della setta del Caraismo, la quale è in tanto abominio attualmente presso i Rabbini, non meno, che in faccia di tutti coloro aderenti al loro partito.
Prima però di esaurire intieramente l'assunto di cui ora ci occupiamo, non mi sembra inutile di fare qualche rapida menzione della primitiva origine della setta di cui parliamo, e della sua più verosimile fondazione, tutto che oltremodo ambigui, e troppo torbidi sieno i lumi che pochi scrittori ci trasmisero, relativamente al Caraismo.
[(109)] Tutti gli antichi popoli dell'Oriente hanno sempre adorato il Sole sotto un'immensa quantità di varj nomi differenti, come può ad evidenza rilevarsi dall'Inno al sole di Marziano Capella, il quale pretende che sono que' nomi disparati, il sole era l'unica Divinità che veniva da' medesimi generalmente adorata: Gli abitatori del Lazio, (dice ingegnosamente l'Autore di questo energico Inno) ti chiamano Sole; i Greci ti nomano Febo; altri ti distinguono Bacco; i popoli che abitano il Nilo ti dicono Serapis; ed alcuni altri Osiris; i Persiani ti appellano Mitra; tu sei finalmente Alys in Frigia; Ammone, (ovvero il Dio Agnello) in Libia; Adone in Fenicia; e così l'universo intero ti adora sotto una folla immensa di caratteri bizzarramente differenti, e opposti.
È solo a questa notabile discrepanza che io intendo propriamente riferire il mio principio, da cui il popolo d'Israel, per verità, resta del tutto esente.
[(110)] Perchè mai, argomenta un pensatore anonimo, ritroviamo noi tante immagini ridenti nelle tradizioni mitologiche de' Greci, e de' Romani? Ciò avviene perchè quelle debbono l'origine loro al più ameno clima del mondo, alla patria delle arti, alla culla delle scienze, e del buon gusto, al Governo il più saggio, e il più illuminato, ed alla ferma inerenza infine che quelle industriose nazioni sentivano per il progresso de' lumi, e per lo sviluppo delle proprie loro facoltà intellettuali. Perchè mai, al contrario, le tradizioni orali specialmente degli antichi Israeliti (prosegue il medesimo Autore) sono esse così triste, sì meschine, ed insoffribili? Ciò procede perchè queste furono scavate nel centro di un popolo allora, eccessivamente barbaro, e ignorante, governato da una Teocrazia, la quale non ispirava che il terrore, e l'avvilimento senza renderlo nè meno stupido, nè più saggio, nè migliore, nè in verun modo proclive alla coltura dello spirito, ed all'acquisto di utili cognizioni. Quindi per ultima prova di quanto il testè riportato anonimo ci espone, facciasi un passeggero confronto fra i deliziosi giardini della Grecia, e la vaga amenità del suolo romano con le scheletrite inospite foreste, dell'Arabia, e della Palestina, e noi non saremo più sorpresi della stravaganza notabile della quale parliamo.
[(111)] Une verité en qualité de nouvelle, dice un pensatore insigne, choque toujours quelque usage, ou quelque opinion généralement établie; elle a d'abord peu de sectateurs; elle est traitée de paradoxe, citée comme une erreur, et rejetée sans être entendue.
Ciò che dimostra che gli uomini in generale approvano, o condannano a caso, e la verità stessa è dalla massima parte di quelli, ricevuta come l'errore, senza esame, inorpellata da' pregiudizj, o dalla tradizione.
[(112)] Abenesdra che gli ebrei chiamano meritamente il saggio fa menzione (Comm. Sul Pentat.) di cinque differenti maniere d'interpretare la Scrittura, di cui la prima è di coloro che si diffondono sopra ogni parola impiegando ne' loro commentarj tutto ciò ch'essi sanno: il medesimo riporta per esempio un certo Rabbino Isaak, il quale avea compilati nove libri per fare la spiegazione del solo I. Cap. della Genesi; Saadia Gaon, ed alcuni altri, i quali all'occasione di dovere interpretare una sola frase della Scrittura, si diffusero in trattati del tutto stranieri al soggetto principale. Abenesdra combatte sdegnosamente questo metodo strano d'interpretare la scrittura.
La seconda presso gli ebrei è molto dissimile dalla prima; quella consiste, secondo lui, a non consultare che la pretta ragione, ed un bene sostenuto criterio senza niun riguardo a' pregiudizj nè all'autorità; metodo che lo stesso Abenesdra attribuisce particolarmente a' Caraiti.
La terza è di coloro che riducono tutte le cose alle mistiche allegorie, e che ritrovano per tutto logogrife visioni sacre impercettibili, senza nulla curare il senso letterale; esso rigetta parimente questo metodo, reputando cosa molto pericolosa, ed affatto incongruente di allontanarsi dal senso letterale, e di non seguire colla più scrupolosa precisione, altro che quello unicamente che dal solo testo restaci indicato.
La quarta è di coloro che si chiamano volgarmente Cabalisti I quali riducono tutto il senso della scrittura a delle vane, e ridicole sottigliezze; anche questo metodo è rigettato da Abensdra, che lo reputa passato dalla Scuola de' Platonici alle Scuole degli Ebrei nell'Europa specialmente, dove molti fra questi hanno scritto sopra tale cabala speculativa, la quale è pure in somma estimazione presso tutti gli ebrei dell'Oriente; il libro del Zohar, che gl'Israeliti credono antichissimo è ovunque pieno di queste sorta di mistiche spiegazioni: quindi è che un gran numero di ebrei si è gettato confusamente in questo studio senza esaminarlo. V'ha così ancora un'altra specie di cabala che denominasi pratica; questa è assai più dell'altra pericolosa, e assurda poichè la medesima fa parte di ciò che usualmente chiamasi magia, la quale, a fondo, altro per se stessa non è che una illusione di certe persone che immaginano di potere a loro talento operare delle gesta, sedicenti prodigiose, colla supposta efficacia di questa cabala pratica.
La quinta maniera finalmente d'interpretare la scrittura presso gli ebrei è di ricercare diligentemente la significazione propria di ogni vocabolo, e di spiegare i respettivi testi, il più alla lettera che sia possibile, senza arrestarsi niente di meno sullo spirito tradizionale con con soverchio scrupolo nella guisa che fu sempre mai praticato dalla massima parte de' Rabbini. Abenesdra ci assicura (Ibid.) avere esso medesimo seguitato questo metodo stesso in tutti i suoi Commentarj sulla scrittura, e in fatti io non conosco altro autore che abbia spiegate le sacre pagine più letteralmente, e con criterio maggiore, nè con più esatta precisione di lui.
Tali sono dunque le regole adottate da' Teologi ebrei nella spiegazione della scrittura; ma è duopo essere attaccato all'ultima chi desidera di bene spiegarla, ed intendere, ad un tempo, la critica degli Autori che hanno con qualche metodo scritto in particolare sopra i Cinque libri di Mosè.
[(113)] L'ignoranza dell'Istoria, e della cronologia in cui gli ebrei sono da lungo tempo stati, ha fatto che nella successione de' secoli ai è confuso questi Caraiti con gli antichi Saducei, sebbene la credenza degli uni, e quella degli altri sia del tutto differente (come io passo a dimostrarlo fra qualche breve istante). Scaligero, il quale avea così pure confuso (Elench. Trib. Cap. 22) seguitando le traccie medesime de' Rabanisti, i Caraiti co' Saducei, cambiò di sentimento, avendo rilevato che i Caraiti dimoranti in Costantinopoli si differenziavano soltanto degli altri ebrei, in ciò che quelli erano molto più esatti di questi nell'osservanza dei comandamenti della Legge primitiva, e che dessi ricusavano di sottomettersi alle loro tradizioni; ma il medesimo Scaligero s'inganna allora quando asserisce, con poco fondamento (Ibid. Cap. 26) che i Caraiti sono più antichi de' Saducei, giacchè è evidente che questi esistevano fino dall'epoca di gran lunga anteriore al secondo tempio, e che, al contrario, i Caraiti non si manifestavano, se non se nel tempo in cui la tradizione orale venne posta in iscritto, voglio dire, alla promulgazione de' primi commentarj della scrittura, ciò che seguì 150 anni circa dopo la distruzione dell'ultimo tempio (Vedi Leusden Philosog. Hebraeor., mix Dissert. XV) le annotazioni che noi ci proponghiamo di riportare nel Capitolo susseguente, rischiareranno qualunque ulteriore difficoltà a questo riguardo; e ci metteranno a portata di condurre sopra tale assunto, i giudizj più metodici, e più verosimili.