CAPITOLO XIV.
Seguito del medesimo soggetto.
Se si dovesse prestare fede inconsideratamente ad alcuni male prevenuti, o poco edotti scrittori di quel partito noi dovremmo riguardare la setta del Caraismo come la più antica di quante altre mai produsse la Comunione del popolo d'Israel, facendola i medesimi discendere fino da Esdra, e ciò ancora senza calcolare sulle asserzioni cotanto erroneamente fondato de' Caraiti della Polonia, e della Lituania i quali si pretendono discesi assolutamente dalle dieci tribù, che Salmanasar avea trasportati al di là della Tartaria, senza riflettere che per poca attenzione che si faccia alla sorte di queste dieci tribù, si sa ch'esse non sono mai passate in quel paese: e coloro che sostengono simile opinione, ad oggetto di meglio comprovarla adducono che quelle tribù parlano anche oggi l'idioma tartaro, e il turco, e che è appunto in queste medesime lingue che sono state fatte le versioni della scrittura che dessi leggono in certi giorni determinati entro le loro proprie sinagoghe (Vedi Schup. Cht. Karaim, Seu Secta Karaeor. Dissertat. Aliquot. Philol. ec. Seriae 1701).
Ma questa opinione dimostrasi per altra parte ancora destituita onninamente di verità, e di fondamento mentre s'egli è vero, come non può in verun modo essere posto in dubbio, che lo scisma de' Caraiti si spiegò fra gli ebrei a causa delle tradizioni che i partigiani di quella Setta nè conoscere, nè ammettere mai vollero, è altrettanto evidentemente certo, che note quelle non erano a' tempi di Salmanasar; quindi è cosa troppo ridicola per se stessa l'opinare che questa legge orale avesse potuto ritrovare degli oppositori avanti che la medesima esistesse, ovvero prima che quella fosse insegnata pubblicamente. Non possiamo sollevarci contro un nuovo sistema, qualunque siasi, se non se dopo ch'esso è conosciuto, introdotto, e propalato fra gli uomini. Dunque può con sicurezza dedursi che la setta Caraita debba essere a quella di gran lunga molto posteriore.
Eusebio poi ci fornisce intorno questa materia una congettura affatto nuova, che più di ogni altra opinione parrebbe approssimarsi alla verità. Ragionando esso in qualche luogo sul proposito di Aristobolo (Preparaz. Evang. Lib. 8. Cap. 10) il quale comparve con grande splendore nella Corte di Tolomeo Filometore, rimarca che vi era presso gli ebrei fino da que' tempi due partiti differenti, ed opposti, l'uno de' quali prendeva tutte le prescrizioni di Mosè alla lettera, fissava l'altra ad essa un senso mistico ed allegorico, dal che molti conchiusero (e Prideaux, et Basnage, e Simon fra questi) di potere quì con qualche probabilità ritrovare positivamente la vera origine de' Caraiti [(114)], che cominciarono a comparire sotto questo principe; perchè infatti fu allora, e non altrimenti che le interpretazioni logogrife, e le allegoriche tradizioni acquistarono voga generale presso gli ebrei, e che furono ricevute universalmente con maggiore avidità, e venerazione da questo popolo [(115)].
Ecco, in una parola, la vera incontestabile origine della setta denominate de' Caraiti. Passiamo a conoscere in seguito il loro sistema di Religione.
I Caraiti convengono in ciò che riguarda i punti fondamentali della Religione cogli altri ebrei, ed essi ne sono unicamente differenti per quello che rapportasi ad alcuni punti di disciplina, ed alle tradizioni che i medesimi rigettano presso che intieramente, astrazione fatta di qualche fondata eccettuazione però, nella guisa che noi entriamo in breve ad osservare.
Per altro, varj scrittori moderni ebrei, quali hanno investigato più a fondo i sentimenti dei Caraiti gli distinsero totalmente da' Saducei nel modo che apparisce dal Libro Juhassim il di cui compilatore opina essere troppo manifesto che i Saducei non sono i medesimi dei Caraiti odierni, poichè questi riconoscono la ricompensa delle azioni virtuose, non meno che la punizione nell'altra vita delle opere malvagie, e finalmente la Resurrezione dei Corpi, ciò che è opposto diametralmente alla Dottrina dei Saducei [(116)].
Rigettando i Caraiti dunque tutti i dogmi, ed i riti che non hanno altro fondamento che la tradizione degli antichi Dottori della Sinagoga, chiaro apparisce che il loro metodo di credere è assai meno aggravato di pratiche, di usi, e di cerimonie di ciò che lo è la religione de' loro oppositori; ma nella sua ristrettezza però essa è più rigorosamente osservata in seguito della massima che nutrono di non dovere prescindere giammai da qualunque siasi articolo delle prescrizioni ordinate alla lettera dal solo Mosè nel Pentateuco; austerità che siccome ognuno conosce, e nel modo che lo riflette sensatamente uno de' più illuminati scrittori di quella Setta, la rende in moltissime parti presso che impraticabile [(117)].
Che la religione adottate da' Caraiti sia per se stessa infinitamente più pura, più filosofica, e più omogenea all'indole dell'uomo, di ciò che lo è la credenza in molte parti macchinale di tutti gli altri ebrei Talmudisti, ad evidenza lo dimostra le scrupolo ch'essi hanno di essere oltremodo attaccati al testo inalterabile della scrittura, bene convinti di non potere intendere così nettamente l'eterna disposizione dell'Essere Supremo nella tradizione, come si farebbe attignendola dal nitido fonte da cui essa mirabilmente emana: Purius ex ipso fonte bibuntur aquae. Dicasi pure se vi ha niente di più elevato, e di più filosofico de' loro principj in soggetto di Culto, o di religione [(118)]? Essi non riconoscono che due sole guide per condursi felicemente nell'edificante sentiere della salute; l'una è il luminare della scrittura, l'altro quello dell'intendimento. La verità si fa discernere per se medesima secondo essi dalla ragione, che la trae dalla primitiva sua incontaminata sorgente. Tale è dunque il sistema riguardato da essi il più infallibile, e sul quale si appoggiano radicalmente tutti i principj che servono di sostegno alla religione del Caraismo. Di più essi inferiscono un ragionamento essere giusto allorchè si accorda in ogni parte con questi medesimi principj, ed incontrando frattanto qualunque articolo molto profondo in cui riesca troppo malagevole all'intendimento umano di penetrare, essi non ommettono perciò di piegare la fronte, e riceverlo con rassegnazione, e con rispetto, avuto solo riguardo alla purità dell'origine dalla quale deriva.
Queste sono dunque le inconcusse basi sulle quali appoggiano i Caraiti l'essenzialità della loro credenza da una parte, e l'esplicita ripugnanza che manifestano essi dall'altra contro la Legge orale, che i Talmudisti pretendono concordemente, come si disse, data dall'Essere Supremo al Legislatore Mosè sulla venerabile montagna di Sinaj [(119)].
In seguito di tutto quanto venne da noi fin quì esposto concernente i Caraiti parrebbe necessario di dovere ora entrare a ragionare qualche cosa per rapporto a' loro dogmi rituali, agli usi loro, ed alle loro prescrizioni religiose; ma non ostante che queste non sieno in gran numero, pure un diffuso trattato vi sarebbe a redigere se tutto ciò che si prefiggono i Caraiti di osservare, quì riferire in dettaglio noi si dovesse, egli è per questo riguardo unicamente che noi ci limiteremo soltanto a fare espressa menzione de' riti più essenziali, per esempio, le Mezuzoth, o pergamene che gli ebrei talmudisti attaccano sullo stipite delle porte esterne, ed interne delle loro proprie abitazioni: i Teffilin, o Filatterj; l'astinenza di mangiare il formaggio con la carne, non ostante che le due prime prescrizioni sieno chiaramente ordinate da Mosè (Deut. Cap. 6, v. 8 e 9), il quale dice parlando degli uni, e delle altre: Et ligabis ea quasi signum in manu tua eruntque, et movebuntur inter oculos tuos, scribesque ea in limine et ostiis domus tuae.
I Caraiti frattanto pretendono di spiegare al figurato, queste parole secondo il solito praticato da' medesimi alludendo di tenerli fissi nel Cuore, e sostenendo ad un tempo stesso che allora quando Dio ha ordinato di scrivere queste pergamene, ed affiggerle sopra le porte, altro non abbia esso voluto fare comprendere, se non se che dovessero quelle essere in ogni tempo presenti allo spirito, nella guisa che l'ingresso di un quartiere, o di una camera ci si offre il primo allo sguardo nell'entrarvi; e con tale motivo i Caraiti si esentano dall'osservanza di quelle tante pratiche all'eccesso abusive, ed insoffribili, che gli ebrei Rabbanisti hanno inventate per rapporto agli accennati Mezuzoth, e Teffilin.
In quanto poi al terzo precetto di non mangiare in un medesimo convito carne di sorte alcuna, non escludendo quella dell'animale volatile, con qualunque siasi latticinio mescolato insieme, fondandolo sopra l'Exodo, i Caraiti sostengono che la vera spiegazione di questo testo è racchiusa in quella medesima dell'altro in cui parlando degli uccelli la scrittura dice (Deut. Cap. 22. v. 6 e 7) tu non prenderai la madre co' piccoli entro il loro nido, nello spazio di un solo giorno, rigettando egualmente qualunque tradizione intorno questo passaggio della scrittura.
Essi rigettano parimente cinque digiuni osservati da' loro oppositori nel periodo dell'anno (benchè menzionati espressamente dal Profeta Zaccar. Cap. 8 v. 19, ch'essi riconoscono autorevole) attenendosi a quello solo di espiazione, perchè in chiari sensi comandato da Dio per organo di Mosè (Levit. Cap. 23 v. 31); detraendo però, tutto quanto vi aggiunsero le tradizioni, che trovano ridicolo, e onninamente straniere allo spirito del testo [(120)].
Essi sono, per altro, in qualche articolo affatto discordi da' Settatori Talmudisti relativamente all'osservanza delle solennità, ma per ciò che riguarda la massima, ed i punti essenziali della Religione, essi convengono entrambi unanimemente d'accordo nella stretta osservanza de' medesimi [(121)]; siccome ancora non si scorge la benchè minima differenza tra la maniera di circoncidere degli uni, e quella praticata degli altri (benchè alcuni pretesero differenziarla da quella osservata da' talmudisti); essi astengonsi parimenti da tutti quegli animali vietati dalla scrittura, come immondi, nella, guisa medesima che se ne astengono gli altri.
Ma tutto che inerenti noi siamo ad approvare i principj su' quali osservasi fondato generalmente il Caraismo, non dobbiamo però esserlo al segno di riguardarlo essente esso pure da quei malefici pregiudizj, e scevro intieramente da quelle tante inutili pratiche, e cerimonie, che formano l'appannaggio costante, e inseparabile di ogni popolo, e lasciarci così trascinare all'eccesso condannabile di deferire ciecamente a' suoi errori nella guisa medesima che approvate abbiano le sue massime. I Caraiti ne hanno essi ancora assolutamente, benchè però non già in quell'affluenza enorme di cui si mirano aggravati i loro accaniti oppositori; ma se dessi potessero essere d'altronde, più metafisici nelle varie applicazioni de' loro testi, se potessero semplificare que' folli rigori de' quali parlammo, e che i più decisi apologisti, e fautori della loro setta non poterono astenersi dal riprovare, la loro credenza potrebbe allora dirsi appunto quella medesima conosciuta, e praticata da tutti i primi Patriarchi, Profeti, e fondatori della primitiva edificante credenza del Popolo d'Israel; quella sarebbe, in conclusione, un vero, ed esplicito deismo Israelitico; ma con quale solido fondamento presumerlo tale, con giustizia, in mezzo delle moltiplici stravaganze delle quali sono i Caraiti così pure suscettibili, nell'osservanza del sabato specialmente in cui prendendo alla lettera il riposo comandato da Mosè (Exo. Cap. 16 v. 31); e riguardando con iscrupolo eguale il divieto prescritto in detto giorno di accendere fuoco entro le loro proprie abitazioni, se ne rimangono affatto allo scuro tutta la notte antecedente, e durante l'intero giorno di sabato, si privano di accendere fuoco, eccetto che nel solo caso di estrema urgenza in cui vanno ad accenderlo lungi dalle loro proprie case in mezzo della contrada? Inoltre è egli meno stravagante lo scrupolo che mostrano i Caraiti nell'occasione della festa de' tabernacoli, nella quale prendendo, al solito, alla lettera il senso espresso in questa frase (Levit. Cap. 23 v. 42) בסכת תשבו שבעת ימים׃ כל האזרח בישראל ישבו בסכת (Bassucoth tescebu scivnghat jamim: col Aezrah beisrael jescebu bassucoth) Et habitabitis in umbraculis septem diebus: omnis qui de genere Israel est, manebit in tabernaculis: essi fanno il loro permanente domicilio entro le capanne, senza mai abbandonarle un solo istante, non meno di notte che di giorno, durante l'intervallo menzionato di sette giorni comandati dalla scrittura e quante altre instituzioni meschine di tal fatta, non si prescrivono col più entusiastico zelo i Caraiti sull'osservanza delle altre feste, e quante altre interpretazioni assurde, al massimo grado, non attribuiscono i medesimi agli altri precetti del Pentateuco che rapportansi a' Cibi, al giudiziario, al politico, al Civile, così enormemente ripugnanti al buon senso, per elleno medesime, quanto all'eccesso ardue, tormentose, ed anche per la massima parte impossibili riescono a mantenerle, e ed osservarle? [(122)]
D'altronde, pare necessario di convenire, non essere già sicuramente con tali mostruosi principj che i vetusti padri d'Israel erano Caraiti, o ebrei deisti; il Caraismo dei medesimi, o il loro Deismo, se si approssimava in qualche tenue parte a quello che mirasi professato da' recenti, era, per altro, diametralmente opposto e quelle pratiche insignificanti seguitate macchinalmente da' moderni Caraiti, che oscurano i pregj di questa instituzione, e indeboliscono la base primitiva sulla quale fu questa setta in origine fondata felicemente: tutti quegli scrupoli oltraggianti la purità del vero Culto Divino, erano a que' sani Caraiti antichi totalmente sconosciuti; paghi essi restando di compiere meramente quelle sole prescrizioni, che potevano essere osservate senza incomodo fisico, nè alterazione di spirito per farne l'applicazione, nè stanchezza di mente per lambiccarne il vero senso; essi erano in tale guisa il modello esemplare del Caraismo, senza essere fanatici per gli scrupoli che oggi ne tengono le veci; erano i veri Israeliti senza quelle pratiche superstiziose, que' riti superflui, o quelle ripugnanti cerimonie, che lo smarrimento degli uomini vi ha in seguito aggiunte [(123)].
Questo è, in una parola, quel vero, e solo Caraismo che può meritamente aspirare a' nostri encomj, e che oltremodo vantaggioso riuscirebbe l'istruirne tutto il corpo della Nazione d'Israel, indurlo ad adottarlo, e propalarlo per ogni dove l'orma sua s'imprime, e ciò dopo di avere riformati i suoi abusi, emendati i suoi errori, e ridotte le sue Instituzioni Teologiche a quel grado di sublimità, e perfezione, della quale Possono essere le medesime suscettibili.
[(114)] Alcuni osservano che la Legge Mosaica cominciò ad alterarsi, e a degenerare dalla sua purità primitiva, da che il popolo d'Israel contrasse un Commercio cogli stranieri, quello divenne molto maggiore, e più frequente dopo le conquiste di Alessandro, di ciò che lo era antecedentemente, e questo fu in particolare cogli Egizj ch'essi vincolarono de' rapporti di società, e di affari, specialmente in tempo che i Re di Egitto furono padroni della Giudea. Non si prese dagli Egizj i loro idoli; ma il loro metodo stravagante di trattare la Teologia, e la religione: Quindi è (come lo pensa uno scrittore illustre) che i dottori ebrei trasportati, o nati in quel paese, si gettarono nelle interpretazioni allegoriche; ed ecco ciò che dette occasione a due partiti di cui parla Eusebio di formarsi, e di dividere la Nazione. (Hist. des dogm. et opin. Philosoph. T. 2. p. 220)
[(115)] Alla testa di questi due partiti de' quali abbiamo poco avanti ragionato erano allora Hillel e Sciamaj, che gli rendevano più luminosi, e di qualche considerazione. I Rabbanisti però danno il torto a Sciamaj, il quale era, com'essi dicono, un'uomo impetuoso, e violente; essi sostengono che la loro divisione in altro non verteva che intorno a tre soli riti di non molta importanza. Ma il sentimento parziale di pochi Dottori, non può avere forza bastante di abrogare ciò che si legge in chiari sensi, e nel Talmud, e altrove che la disputa si riscaldò si violentemente che non era tanto agevole di calmarla in veruna maniera: ciascuno di quelli eresse una scuola pubblica, un giorno determinato si adunarono entrambe; ma se queste si accordarono sopra varj articoli, ne rimase, per altre, un maggior numero sul quale restarono esse totalmente inconciliabili; Hillel sostenne con calore la tradizione (Misnah. 5) pretendendo asseverantemente esservi stata una Legge la quale fosse passata da bocca in bocca, come da un telegrafo ad un altro, benchè più lentamente, da Mosè fino ad Esdra, e di questi fino ad esso: Sciamai, al contrario, insisteva di doversi tenere scrupolosamente attaccato alla sola Legge scritta, riguardando tutte le parafrasi, o appendici che alla medesima si fossero aggiunte, come estranee onninamente alla tersa religione di un vero Israelita, a cui riescono il più delle volte indifferenti, sovente perniciose, ma sempre inutili. Quindi il pregiudizio degli ebrei Talmudisti, che attribuiscono il torto a Sciamai, conferma la quasi positiva certezza del testè riportato sentimento cioè, che questi fosse avverso alla tradizione.
Ciò che d'altronde, non pare in alcuna maniera supponibile si è, che i Caraiti si attribuissero un origine odiosa, o menzognera (come assurdamente lo pensarono alcuni de' loro oppositori) se i medesimi non fossero completamente persuasi che quella ch'essi vantano è la vera; frattanto uno de' più eruditi di questa setta, dice in termini formali che i Caraiti sono assolutamente sortiti dalla casa di Sciamai (Vedi Mosè Betschitsi MS. apud Trigland, Cap. 6. p. 72 e 74).
Ecco tutto quanto noi possiamo infatti di proposito asserire sulla probabile fondazione originaria della setta dei Caraiti.
[(116)] Questa Setta (della quale sarà da noi accennato l'origine, ed il sistema religioso nel Capitolo seguente) non si uniformava a' Caraiti, se non se in quanto al prendere la scrittura alla lettera, e nel rigettare in conseguenza qualunque siasi tradizione, ma in tutt'altro esse erano fra di loro interamente opposte, e contradittorie, mentre i Saducei, attaccandosi al mero senso letterale delle prescrizioni mosaiche, ne deducevano illativamente che le medesime non gli obbligassero già a credere ciò che i Caraiti pretendevano adottare fermamente di proposito; quindi è ch'essi non credevano nè la predestinazione, nè la resurrezione de' corpi, nè l'immortalità dell'anima umana, nè l'esistenza degli angeli, o degli spiriti; mentre di tutto ciò che i Caraiti in siffatti articoli concordi co' Talmudisti ammettevano come irrefragabile, i Saducei gli oppugnavano senza eccettuazione, adducendo per motivo che la scrittura non ne offre il benchè minimo sentore, con quella esattezza però che si esigeva da' medesimi, avendo già noi rimarcato altrove con quale evidente precisione faccia il Pentateuco sotto intendere non meno l'esistenza di Dio, che l'immortalità dell'anima umana (vedi le annotazioni [26.] e [41.]) così non erano essi ebrei che per le sole ricompense temporali, e molto concedevano al labile piacere de' sensi. Onde si può giustamente conchiudere che coloro i quali vollero supporre i Caraiti infetti di Saduceismo dimostrano un imperizia crassa non meno de' principj degli uni, che delle massime dell'altro, che quelli non solo ricusano di ammettere, ma che tentano sempre di combattere accanitamente, e di annientare.
[(117)] Non si può certamente di proposito negare che nel ristretto numero di scrittori che ha prodotto la setta de' Caraiti, Aaron Ben Josef debba, senza contradizione tenere il primo rango; esso vivea nel Secolo tredicesimo, professava la medicina, ed esercitava nel tempo stesso l'ufficio di Rabbino in Costantinopoli. Il Caraita Mardocheo (altro celebre letterato di questa setta), ce lo rappresenta come un uomo profondamente versato nell'intelligenza del Pentateuco, nello studio della natura, della filosofia, ed anche oltremodo perito nella cognizione di tuttociò che la cabala racchiude di più occulto, e di più misterioso (ved. la versione e le note di M.r Wolf all'opera di Dod. mordochai, sotto il tit. di notit. Karæor. Cap. XI. pag. 141.) Per altro, pare verosimile, come lo pretende lo stesso Wolf ch'essendosi egli applicato a questa scienza chimerica, la quale non è fondata che sopra giuochi di una immaginazione sovvertita, esso non abbia avuto altro in mira che i indagarne meglio l'insufficienza, e convincersi per se stesso che ben lungi dal ritrovarvi qualche solida utilità nelle moltiplici sottigliezze che ne costituiscono l'usanza, quelle non sono ad altro idonee che a corrompere lo spirito; e ciò è tanto più probabile, quanto che restaci chiaro dimostrato dalle veementi espressioni ch'esso usa, allorchè imprende a confutare certe parafrasi allegoriche, o cabalistiche riportate dal medesimo nel suo מובחר (mubhar) Il Scelto (che è un Commentario sul Pentateuco) opera che lo stesso Abenesdra non potè in molte parti non approvare. È in essa dove il rinomato nostro Aaron nel tempo medesimo ch'egli spiega tutta la sua robusta energia per dimostrare i vantaggi sommi che ha la di lui Setta sopra quella de' Talmudisti, non cessa di declamare contro infiniti abusi che mirava introdotti nella sua, del tutto estranei all'essenzialità delle sue primitive instituzioni, perchè non gli appartenevano di sorte alcuna, ed esso vi progetta in vece i mezzi i più pronti, ed i più efficaci, onde reprimerli, e allontanarli.
Infatti sia quanto si vuole ottimo, e proficuo lo stabilimento del Caraismo fra gli uomini, è altresì chiaramente dimostrato che non potrebbe andare quello pure in alcun modo esente da una riforma radicale che ne modificasse il rigore, semplificandone le pratiche, e ne togliesse quelle ridicole superfluità che vi s'intrusero a grado a grado con detrimento delle sue primitive instituzioni, e che lo stesso Ben Josef non ha potuto astenersi dal riprovare, benchè tanto proclive a consolidarne le massime, e a sostenerle.
[(118)] Qualunque siasi l'opinione che molti abbiano concepita per rapporto al Caraismo, è d'uopo convenire che la loro maniera di credere è ad ogni riguardo degna di essere imitata, come una delle più sane, e delle più esemplari instituzioni sociali: per giudicarne con criterio udiamone il carattere che uno scrittore insigne ci trasmise di questa setta: Les Caraïtes ont une idée fort simple, et fort pure de la Divinité, car il lui donnent des attributs essentiels, et inséparables, et ces attributs ne sont autre chose que Dieu même. Sa Providence s'étend aussi loin que sa connoissance qui est infinie, et qui decouvre toutes choses. Ils distinguent quatre dispositions differentes dans l'ame, l'une de mort et de vie, l'autre de santé, et de maladie. Elle est morte, lorsqu'elle croupit dans le péché; elle est vivante lorsqu'elle s'attache au bien; elle est malade quand elle ne comprend pas les vérités célestes; mais elle est saine lorsqu'elle connoit l'enchainure des événemens et la nature des objets qui tombent sous sa connoissance. Enfin ils croient que les ames seront recompensées, ou punies suivant leurs actions etc. Hist. des Dog. Philos. V. 2. p. 222.
Qual'è mai quel popolo che possa vantare sopra la terra un culto di questo più esimio, più elevato, più salutare?
[(119)] Malgrado l'avversione decisa che i Caraiti hanno sempre mai dimostrato per la Legge orale, come osservammo, non si può nulla di meno asserire con probabilità ch'essi rigettino complessivamente per tanto, qualunque sorta di tradizione; mentre uno de' più celebri scrittori di quella Setta ci assicura che il principale scopo della sua credenza non tende che ad oppugnare le false, e le assurde tradizioni, ma che, al contrarie, i Caraiti ricevono le bene fondate, e le ragionevoli, distinguendo così le certe, e le costanti da quelle che non sono che ipotetiche, e dubbiose (Ved. Mosè Eliahu aderet apud trigland Diatr. de Karæor. P. 117. e 125.) Essi adottano ancora la Massora (o la puntuazione della Scrittura) (non ostante che faccia essa parte delle instituzioni tradizionali, e la stessa loro Teologia non differisce da quella degli ebrei Talmudisti, se non in quanto all'essere più concisa, e più lontana da inutili, e superstiziose discussioni, che formano il carattere definitivo, e principale della Teologia de' loro oppositori. In una parola, fra le tante interpretazioni che furono applicate alla scrittura, essi non ricevono che le sole meramente letterali, e per conseguenza essi rigettano affatto le Glosse cabalistiche, mistiche, e allegoriche come non avendo alcun fondamentale rapporto colla Legge pubblicata da Mosè.
[(120)] Qualunque siasi digiuno comandato, ed ordinario comincia la mattina allo spuntare dell'alba, e dura fino all'imbrunire del giorno medesimo, eccetto che quelli di Kipur, e di Av, i quali cominciano le sera della vigilia di questi con una perfetta astinenza di cibo, e di bevanda fino alla sera susseguente all'apparire delle stelle nel firmamento. Di tali digiuni dunque imposti all'Israelismo dalla Legge orale se ne annoverano cinque:
Il primo cade il 17 di Tamus (corrispondente al nostro volgare mese di Luglio) in commemorazione delle varie disgrazie che successero altre volte in simile giorno entro Gerusalem; e perchè in quello stesso giorno accadde che Mosè ruppe le prime tavole della Legge a cagione del vitello d'oro fatto dal Popolo ebreo dimorante nel deserto, nell'intervallo della di lui assenza sulla vetta di Sinai.
Il secondo è quello che porta il nome di תשעה באב Tisngha Beav) cioè, nove del mese di Av, che cade nell'Agosto, quale digiuno è da' Settatori Talmudisti più rigorosamente osservato degli altri (dopo quello però di Espiazione che gli supera tutti) poichè fu in quel giorno medesimo che il Tempio venne abbruciato da' Caldei, e la Città di Gerusalem devastata poscia interamente da Tito; in quello stesso giorno ancora avvenne il crudele supplizio di dieci de' più insigni Rabbini della Giudea, e la proibizione fatta da Adriano agli ebrei di mai più rientrare ne' loro antichi recinti, e particolarmente in Gerusalem, e neppure di ritornare verso quella parte per riguardarla. Tali sono le cause per le quali i Talmudisti ordinarono il digiuno del nono giorno del mese di Av; esso comincia la vigilia, tosto che il Sole tramonta, e da questo momento gli ebrei cessano di mangiare, e di bere fino alla sera susseguente; essi restano tutto questo intervallo di tempo senza scarpe di cuojo, seggono sulla nuda terra colla massima tristezza in continue lamentazioni, non essendo loro permesso di leggere fuorchè Geremia, Job, ed altri libri di tal modo affliggenti, e patetici; e gli otto giorni che lo precedono, si astengono dal radersi la barba, e dal cibarsi di qualunque siasi carne, eccettuatone il Sabato, dove questi divieti non hanno luogo.
Il terzo è quello che viene il primo giorno dopo la solennità del nuovo anno, ovvero il terzo giorno del mese di Tisrì (che combina in Settembre); gli ebrei Talmudisti digiunano dallo spuntare dell'aurora fino all'imbrunire di quel giorno medesimo, attesochè, in esso fu ucciso Godolia figlio di Ahikam (Gerem. cap. 41.) uomo integerrimo e di esemplari costumi, il quale era restato solo per conservare i dispersi avanzi del Popolo d'Israel, la di cui sorte cominciava fino di allora a periclitare: Or siccome questo dì fa parte de' dieci giorni penitenziali (con tal nome distinguendo la prima decade di Tisrì) gli ebrei Talmudisti prendono pertanto un adeguato motivo di fare ad un tempo medesimo la commemorazione di questo giusto; egli è dunque perciò che questo digiuno porta il nome di צום גדליה (Zzom Ghedaliah) Digiuno di Godolia; indi segue il gran Digiuno Kipur, o di Espiazione, che tutta la comunione d'Israel, senza eccettuazione alcuna di setta, nè di partito, celebra il 10 di Tisrì, il solo comandato da Dio per organo di Mosè, e di cui essendo stato, quanto basta, ragionato a suo luogo, ed avendolo noi per tale indispensabile riguardo adottato nel nostro nuovo piano di riforma, ci siamo dispensati di comprenderlo fra questi.
Il quarto è quello del 10 Tebeth il quale corrisponde, per lo più al Decembre, ordinato da' Rabbini in rimembranza del primo assedio fatto da Nabucodonosor in Gerusalem, che in seguito la prese.
Il quinto, ed ultimo digiuno finalmente, è quello che i Settatori Talmudisti fanno il giorno 13 del mese di Adar che rapportasi al marzo in memoria d'Ester, la quale digiunò nell'occasione dell'infortunio in cui trovavasi l'ebreismo de' suoi tempi involto, attesa la crudele perfidia di Amano vice-re di Media e Persia, che macchinava l'esecrabile progetto di sterminarlo dalla terra; questa commemorazione denominasi פורים Purim, dall'etimologia del vocabolo פור Pur, che significa Sorte, alludendo all'estrazione fatta dallo stesso Amano per diffinire in qual mese dell'anno dovea un sì truce sterminio effettuarsi, e la sorte cadde sul mese di Adar, il più climaterico di tutti gli altri, attesa la morte repentina di Mosè, che pretendesi accaduta entro questo mese.
Ecco quali sono realmente i digiuni comandati a rigore da' Rabbini (prescindendo però dall'ultimo instituito da Ester); e se altri, eccetto i testè menzionati, miransi osservare da' più devoti fra gli ebrei Talmudisti, essi sono meramente arbitrari, o contingenti, e propriamente particolari ad ogni singolo corpo separato che fa parte di questa medesima Nazione, come agli ebrei Orientali, ai Tedeschi, e ad alcuni Italiani; ma siccome questi digiuni si sono moltiplicati presso gli ebrei quasi all'infinito, così senza che ci diffondiamo inutilmente a riportarli, può osservarsene il dettaglio circostanziato nella dotta dissertazione del Rabbino Leon di Modena e nel Bustorfio. (Syn. Ind. Cap. 25.)
[(121)] Io intendo per tali punti essenziali della Religione l'esistenza dell'Essere Supremo, l'immortalità dell'Anima umana, e quindi le ricompense, e le punizioni della medesima nella vita futura, ed in qualche parte ancora l'osservanza delle solennità principali, nella guisa, precisamente che accennammo.
Peraltro, non mi sembra inutile affatto quì di rimarcare col Seldeno (uxor. Hebr. Lib 1. Cap. III.) che avendo i Rabbini fissate tre maniere differenti d'investigare, e scuoprire le verità moltiplici racchiuse in vari luoghi della scrittura, cioè il testo, la ragione, e l'autorità degli antichi, regole quasi comuni a tutte le sette che esistono sulla terra; i Caraiti vanno pienamente d'accordo co' Rabbanisti nelle due sole prime, considerandole come urgenti, ed oltremodo indispensabili; e se rare volte adottano anche l'ultima, non è già perchè s'impongano un dovere, siccome praticano gli altri, di crederla o seguirla alla rinfusa; ma essi vi si sottomettono in proporzione che la ritrovano esatta, ed in ogni punto consentanea allo spirito genuino della scrittura.
[(122)] Siccome i Caraiti hanno in orrore tuttociò che rapportasi alla tradizione, così essi rigettano con isdegno tutte quelle instituzioni orali che i Talmudisti si prescrivono con tanto scrupolo, e riservatezza; ma se quasi tutte le cerimonie religiose praticate da questi si rendono annojanti per l'affluenza considerabile delle inutili parafrasi aggiunte alle medesime, quelle seguitate da' Caraiti sono ad ogni riguardo insopportabili per la loro soverchia ristrettezza, o per l'austerità dell'osservanza di esse; egli è perciò che io considero come inutile di fare quì specifica menzione di tutti i loro riti stravaganti per rapporto ad altri assunti morali, politici, e civili. Chi bramasse esserne edotto con esattezza maggiore può rivolgersi agli scrittori di questa Setta, da noi per varie volte citati.
[(123)] Malgrado che infinite riprove concorrano a convincerci pienamente di questa verità incontrovertibile, pure non ostante, v'ha de' forsennati fra gli ebrei Talmudisti de' nostri tempi all'eccesso riprovabile l'anteporre la loro propria credenza mistica, e tenebrosa alla purità edificante di quella degli antichi, sebbene ad evidenza ne conoscano i superiori salutari vantaggi, e non esitino un'istante a convenirne; ed i soli Caraiti che potrebbero in qualche modo, se non completamente pareggiarla, almeno più degli altri approssimarsene, sono fuori della situazione di riuscirvi, per averla voluto troppo sottilizzare, colla strana idea forse di sorpassare quelli nella vera pratica di essa; se gli ultimi sono degni di rimprovero, lo sono certamente i primi, ad ogni riguardo, di eterna ripugnanza, e d'improperio.