CAPITOLO XVIII.
Continuazione del medesimo soggetto.
Le più generali, ed accreditate opinioni, relativamente alle qualità essenziali che distinguevano il Profeta, da chi tale propriamente non lo era, si riducono a sole tre: la prima di quelli che facevano dipendere la loro inspirazione dal temperamento, dallo studio, dalla tristezza, ed anche dall'esilio; avvene ancora chi pensa che Dio sceglieva i Profeti, senza avere niun riguardo all'età loro, alla loro nascita, nè a' loro talenti: al contrario, esso gli traeva sovente dalla classe infima del popolo. Ne sono un esempio autentico Amos il quale era boaro, ed Eliseo lavoratore di Campagna, avuto soltanto riflesso alla purità della loro vita, ed alla esemplarità de' loro propri costumi. La seconda è di coloro che sostengono che la profezia è una facoltà naturale, poichè per essere profeta, è d'uopo avere un temperamento robusto, e vigoroso, civilizzarlo collo studio, e coll'applicazione, e condurlo a tutto quel grado di perfezione, di cui può essere quella suscettibile: la terza finalmente è quella che appoggia il Maimonide (Morè Nevoh. p. 2. Cap. 32. p. 285), cioè che la profezia non allignava giammai solo che in un uomo saggio, e di una condotta irreprensibile ad ogni esperimento; quindi è che si mirano assegnare tre qualità volute necessarie, e indispensabili a' Profeti, 1.º una immaginazione viva; 2.º un raziocinio solido, e illuminato dalla coltura dello spirito; e 3.º in ultimo una integrità esemplare di costumi; e di azioni; poichè niuno ha giammai opinato sensatamente, che lo spirito di Dio risedesse sopra un anima reproba, od un uomo perverso (Gerem. Cap. 45. v. 3 e 4).
Veduti che abbiamo i requisiti necessarj, e conosciute quanto basta le qualità essenziali che debbono caratterizzare il Divinizzatore, o il Profeta, senza fermarci quì ad investigare più oltre l'intimo valore delle preallegate opinioni, onde adottare l'una in preferenza dell'altra, noi possiamo ragionevolmente conchiudere che la sola vocazione divina, munita di una sana morale, era quella unicamente che formava in massima i profeti, senza riguardo alcuno al temperamento rettificato dallo studio, nel modo, che lo pretendono i Rabbini fermamente, nè all'interno declivio naturale degli uomini, od alla riscaldata immaginazione dei medesimi, come bizzarramente lo suppone Spinosa unito a' suoi miscredenti fautori.
Ora passiamo ad esaminare le predizioni, le gesta; o le profezie di sì fatti veggenti, onde possiamo fondatamente desumere in quale senso debbono essere quelle propriamente intese, e quale per tanto è l'adeguato valore che può ad esse meritamente convenire.
Fra i moltiplici scrittori, che hanno di proposito ragionato con criterio, sopra questa materia, il Maimonide sensatamente pretende (Morè Nevoh. p. 1. Cap. 21 e 30) che quasi tutte le azioni che sono dal volgo attribuite generalmente a' Profeti come vere, e reali, quelle non si debbono intendere, soltanto, che in sogno meramente, in estasi, o in visione come quando la scrittura ci descrive l'apparizione degli angeli ad Abramo sotto mentita spoglia umana (Gen. Cap. 18. v. 9); la lotta sostenuta prodemente da Jacob col messaggere celeste, in sembianze di uomo (Ibid. Cap. 32. v. 25 e 26); il colloquio di Eva Col serpente (Ibid. Cap. 3. v. 3) quello di Balaamo colla di lui asina che cavalcava (Num. Cap. 22. v. 28), ed un gran numero di altre apparizioni sì fatte, le quali ben lungi del considerarle, coll'ignara moltitudine, visibilmente accadute, non debbono quelle, secondo lui essere intese nè spiegate alla lettera, ma in semplice visione, o sogno intuitivo, dove propriamente consiste la base radicale della profezie; lo stesso dicasi come allorquando i Profeti parlano di un cammino, che i medesimi hanno fatto da un luogo all'altro, dell'intervallo di tempo che ci hanno i medesimi impiegato, e di tante altre simili cose che testificano di avere mirabilmente operato in molte foggie differenti, ciò, che lo stesso autore prova col mezzo di vari sensibili esempi della scrittura.
Infatti quale altro espediente più efficace di questo potrebbe giammai sottrarre dalle invettive pertinaci de' traviati miscredenti, certe profezie che sembrano, ad ogni riguardo, assolutamente ripugnare al buon senso, e fare insulto alla ragione, se non si riguardassero in massima come semplici visioni; ma che, al contrario, prese quelle fossero alla lettera? Quindi seguendo il senso meramente letterale della volgata, cosa potrebbe mai opinarsi di un Ossea, a cui Dio comanda di prendere una meretrice, e di avere de' figli di meretrice? Vade sume tibi uxorem fornicationem, et fac tibi filios fornicationum (Ossea Cap. 1.) al che il Profeta immediatamente obbedendo prese Gomer figlia di Ebalaim dalla quale poscia ebbe tre figli: quale giudizio dovremo noi fare di un Ezechiello che dice d'avere dormito 360 giorni consecutivi sulla parte sinistra del di lui corpo, e 40 sulla diritta, di avere trangugiato un libro di pergamena, di avere mangiato del pane coll'escremento umano per comando dell'Essere Supremo? (Ezech. Cap. 3. v. 1 e 2, e Cap. 4. v. 4, 5, 6) Cosa potrà dirsi mai del proposito indecente che lo stesso Profeta fa tenere al Creatore del mondo colla giovine Oolla? (Ibid. Cap. 23. v. 2, 3, 4) che penseremo noi di vedere camminare Isaia interamente nudo per le' pubbliche contrade di Gerosolima, durante lo spazio di tre anni? (Is. Cap. 20, v. 2 e 3) Cosa conchiuderemo noi di Eliseo, allorchè trovasi che fece divorare 40 fanciulli dagli orsi, per averlo derisivamente chiamato testa calva? (Reg. II. Cap. 2. v. 23) Cosa diverebbero per ultimo essi mai, questi, e molti altri aneddoti della medesima natura, di cui sono pieni ovunque tutti i Profeti, presi nel senso materiale quali si leggono? Ben lontano dal conciliarsi la nostra ammirazione, il nostro affetto, essi non farebbero certamente che attirarsi la nostra ripugnanza, il nostro obblìo ma riguardandoli nel modo che l'insigne Maimonide ci esorta, noi allora, senza mettere alla tortura la ragione, possiamo a colpo sicuro dissipare le oltraggianti, quanto insensate opposizioni degl'increduli, e quelle dello Spinosa in particolare [(151)]; dimostrando loro con evidenza che un sogno può bene farci comparire stravaganti qualche volta in faccia delle persone veglianti; ma che d'altronde lo stupore cessa, il folto velo dell'illusione si squarcia in mille brani, tosto che noi riprendiamo sicuri la uso degli assopiti nostri sensi, e che discernere possiamo con tutto quell'acume di cui siamo capaci, il vero che c'illumina, e ci giova, dall'apparente che ad ognora c'inganna orribilmente, e ci seduce.
Lo stesso proposito è da tenersi parimente delle infinite predizioni fatte da' medesimi Profeti, le quali prese alla lettera ci trascinerebbero esce pure nel più imbarazzante labirinto di ostacoli, e di assurdi, e forse ancora diminuirebbero in noi quella dose di buona fede, che concepire dobbiamo a loro riguardo.
Ma se deviando un solo istante dal nostro incamminato sentiere, trasportare volessimo la nostra mente fino a contemplare il vortice immenso delle numerose predizioni trasmesseci da' Codici tradizionali di altri popoli, noi ve ne troveremmo, senza, dubbio, di quelle che dovrebbero in ogni senso eccitare le nostra commiserazione, il nostro scherno [(152)].
Ma quanti fabbricatori di sì fatte predizioni, non ci offre mai l'Istoria de' secoli decorsi? Per altro, molti fra essi, non potendo più a lungo dissimulare la ridicolezza, e l'inverosimiglianza delle medesime, non hanno esitato di confessare apertamente con Curzio: Equidem plura transcribo quam credo, nam nec adfirmare sustineo de quibus dubito, nec subducere quae accepi [(153)].
Però non ci diffondiamo di soverchio sopra una materia, che niun vantaggio solido può sicuramente recarci di approfondire, o discutere, e solo avanti di porre l'estremo fine al soggetto di cui trattiamo, non mi sembra inutile assunto di fare quì una rapida menzione della tanto decantata voce intuitiva che facevasi armonicamente intendere presso gli ebrei antichi, e da' quali si foce tenere le veci, ed il carattere di profezia, dopo che l'influenza Divina di questa, venne interamente a cessare nel Popolo d'Israel [(154)].
Il Talmud fra i moltiplici gradi di profezia che il medesimo distingue, pretende annoverare una certa voce che scaturiva dal centro degli oggetti, e che facevasi capire dagli astanti in chiari, e bene espressi accenti, della quale voce, aggiugnesi da quello, Dio non servivasi per parlare a' Profeti che di notte (Vedi luogo citato). È dunque da tale voce intuitiva, che i Rabbini ricavarono (come lo abbiamo testè osservato) il loro Batkol, ovvero figlia della voce, la quale asseriscono che supplisse nel secondo tempio alla interna inspirazione recondita de' Profeti, adducendo per comprovarlo l'Istoria di Samuel, e quella di Nghelly, scossi entrambi per tre volte dall'eccitamento che cagionato avea loro questa voce (Sam. I. Cap. 3. v. 4. e seg.) per ben tre volte ripetuta; e gli stessi Rabbini agitando fra essi alternativamente qualche teologica questione, si pretende che nel bollore della medesima, impetrassero l'assistenza di tale voce, volendo ch'ella decidesse da quale parte era il torto, e quale dovea meritamente aspirare alla vittoria sul partito antagonista; le accanite interminabili controversie che si agitavano di tanto in tanto dalle due più rinomate accademie della Giudea, quella d'Illel, e quella di Sciamaj ne formano la prova incontestabile; esse l'invocavano molto sovente (Ved. Pirchè Avoth Cap. VII.) e infatti i Rabbini si accordano a sostenere che quella voce sovrumana si udisse realmente proferire secondo le circostanze, l'opportunità, ed il bisogno הלכה כבית הילל (Alahah chebet Illel) cioè; la Decisione è secondo Illel, se l'opinione di questi fosse stata la più ammissibile: ovvero הלכה כבית שמאי (Alahah chebet Sciamai) cioè, la Decisione è secondo Sciamai, nel caso contrario.
Tali erano dunque gli effetti, per quanto ci è noto, di quella portentosa così nomata figlia della voce, ritrovata, come si disse, nella cessazione, o nel deperimento della inspirazione occulta che animava i vetusti Profeti del Popolo d'Israel, e di cui facevasi tenere le qualità, e le veci equivalenti.
Ma di tale soggetto avendo fin quì ragionato quanto era necessario per conoscerlo, e fondare con qualche precisione i nostri giudizj positivi su' Profeti, non meno che sopra tutto ciò che direttamente riguarda le gesta de' medesimi, le loro predizioni, o vaticinj, entrare ora ci è duopo ad esaminare le loro portentose operazioni, rispettosamente denominate miracoli, o prodigj; le illazioni esatte, che risultare vedremo dalle indagini ponderate che noi entriamo a fare sulla possibilità, e l'intrinseco valore, che come veri Israeliti siamo nel pressante dovere di attaccare alle medesime, ci condurranno alle ricerche le più curiose, ed alle più interessanti conclusioni, Tale è dunque il soggetto al grado massimo utile, quanto importante che noi ora ci affrettiamo ad esaurire colla massima accuratezza, e precisione.
[(151)] Se noi non consultassimo che il solo Spinosa intorno questa materia, lo udiremo certamente darci delle idee così meschine, e degradanti de' Profeti, non meno che delle profezie fino ad annientarle: sebbene questo filosofo incredulo avesse attinti i suoi principj da' Rabbini fra i quali esso crebbe, e si educò, egli deduceva delle conseguenze molto più metafisiche, e più forti di quelle ch'esso avea da' medesimi ricavate. Esso accordava a' Profeti molta più immaginazione che ragione, ed è perciò appunto che essi ignorano molte cose, e che secondo lui s'ingannavano sovente sugli arcani della natura; (ved. Spin. Tract. Theol. Polit. Cap. 2. p. 17. 18. 19) mentre è cosa omai ben dimostrata, che rare volte porta ceco l'impronta di certezza, ciò che non è che il semplice risultato dell'immaginazione; ciò di che dobbiamo convenire noi pure, siccome ci riserbiamo a renderlo più espresso nel Cap. seguente, allorchè imprenderemo a ragionare su' miracoli, sulla solidità, e sull'oggetto de' medesimi.
Non è poco, per altro, che Spinosa rappresentandoci i Profeti come persone che propalavano tutto ciò che una fantasia riscaldata può suggerire, confessava, nulladimeno, che la loro morale era esemplare, e che poteasi ad ogni riguardo liberamente consultarli sulla condotta della vita: ma ciò solo era egli forse bastante per essere Profeta? Spinosa lo crede, ma ei s'inganna.
[(152)] La ferma credenza delle predizioni, e degli avvenimenti decantati miracolosi, erasi talmente impossessata dell'immaginazione de' popoli, e gli trascinava a delle stravaganze tali, che verso il secolo nono Agobardo Vescovo di Lione, compose un trattato per abbattere, e annientare le superstizioni accreditate a tale riguardo fino ne' suoi tempi: Tanta jam stultitia, dic'egli, oppressit miserum mundum, ut nunc sic absurdae res credantur a christianis, quales antea ad credendum non poterat quisquam suadere Paganis. Agob.
Infatti se si rimarca le tante predizioni allora in voga fra i Cristiani, si conchiuderà che non avea tutto il torto questo saggio vescovo di reprimerle come abusive, e condannarle come irragionevoli; per tacere infinite altre, noi non faremo quì speciale menzione che di quella nuova Città di Gerusalem che dovea discendere dal Cielo, costruita entro lo spazio di una notte (ved. [annot. 72]) l'Apocalisse annunziò questa prossima sorprendente avventura e tutti i cristiani de' primi secoli della Chiesa la credettero fermamente; s'immaginarono de' nuovi canti Sibillini da' quali questa nuova Gerusalem supponevasi predetta; essa apparve ancora questa portentosa Città, nella quale, ovunque diceasi che i fedeli dovevano abitare mille anni dopo l'estrema consumazione dell'universo; essa discese dal Cielo per quaranta notti consecutive, (ma quella pare che sparisse da che era fatto giorno) Tertulliano la contemplò, la conobbe, la vide co' propri occhi suoi; un tempo verrà, senza contrasto, in cui niuno persuadere si potrà che tali grossolane inezie conoscono per autori enti dotati di pensiere, e di ragione.
[(153)] Non saprei in vero, se quando Erodoto si fa rapportatore di tanti avvenimenti straordinari, che dovevano, secondo lui accadere (Hist. Lib. 1.) ne foss'egli stesso realmente convinto e se allorchè veggiamo Tito Livio compilare tutte quelle stravaganti predizioni che erano in voga presso i Pagani (Decad. III. Lib. 3. pag. 114.) ne convenisse egli pure, con intimo senso: benchè coloro che si sforzano di giustificarli asseriscano che la sola necessità di adattare i loro pensieri al gusto dominante del loro secolo, gli abbia entrambi costretti (siccome avvenne a tanti altri istorici ritrovatisi in egual caso) a dovere assumere il dettaglio di tutte quelle gesta prodigiose accreditate da que' popoli, de' qual essi impresero a trasmetterci le istorie.
[(154)] Questo è il nome con cui i dottori ebrei distinguono la rivelazione che Dio ha fatta di sua volontà (com'essi opinano) al Popolo ebreo, dopo che la Profezia verbale è cessata in Israel, cioè, dopo i Profeti Aggeo, Zaccaria, e Malachia (Ghem. Sotha Cap. 9. pag. 48.) È sopra questa voce intuitiva che gli ebrei Talmudisti fondano la massima parte delle loro tradizioni, e de' loro usi rituali pretendendo che Dio gli ha rivelati a' loro progenitori, non già col mezzo di una profezia articolata, nè con una inspirazione segreta, ma per la via di una straordinaria rivelazione ch'essi chiamano בת קול (Bat Kol) figlia della voce.
I Rabbini riconoscono tre maniere di Profezie, primo coll'Urim, e Tumim (di cui sarà da noi parlato altrove) che faceva intendere la spiegazione di ciò che domandavasi col mezzo di caratteri prodigiosamente impressi sul pettorale del Pontefice Sommo; la seconda collo spirito di Profezia, che inspirò i Profeti non meno aventi la promulgazione del Pentateuco che dopo Mosè; la terza mediante il Bat Kol. La prima è durata, secondo essi dalle costruzione del tabernacolo fino alla edificazione del primo tempio; la seconda dall'origine del Mondo fino alla morte di Malachia l'ultimo de' Profeti sotto il secondo Tempio, benchè l'uso più frequente di esse riconoscasi essere ente unicamente sotto il primo Tempio; la terza finalmente cominciò dopo Malachia, ed ha sussistito nella nazione d'Israel fino alla compilazione della Misnah. Essi pretendono altresì che il Batkol è una voce procedente immediatamente dal Cielo, che si fa sentire di una maniera articolata presso a poco simile a quella che chiamò il giovine Samuel per reiterate volte, allorchè Dio volle rivelargli ciò che dovea succedere al gran prete Helly ed alla di lui famiglia. V. Reg. I. Cap. 2. V. 5. e 6.