CAPITOLO XIX.

Indagini analitiche su' miracoli; quale si crede essere il loro principale oggetto; ogni Setta ne vanta in profusione; come pervenire a conoscerne i veri, e distruggere le obbjezioni che agitano gli increduli contro de' medesimi.

L'uomo per sua intima natura, tanto è più limitato nelle sue proprie cognizioni, tanto la sua curiosità diventa estesa oltre i confini di ogni dubbio, in cui esso non si adatta facilmente dia restare, almeno per lungo tempo; questo è uno stato che lo angustia, e che sembra toglierli qualche parte di quella vanagloriosa dignità, che si è temerariamente attribuita. Or siccome baldanzoso egli cimentasi a discutere, o investigare i fenomeni della natura, benchè desso ne ignori onninamente l'essenza non meno, che le proprietà intrinseche di quest'essenza, da quando il di lui meschino sapere è ridotto al periodo estremo dell'inscizia, esso ricorre ad una causa soprannaturale; allorquando i fatti sono un poco remoti, e che mancano i solidi principj da mettere in campo, l'esatta distinzione del chimerico, e del vero, riesce per esso lui un assunto molto arduo ad intraprendere, ed eccessivamente spinoso ad eseguire; la pigrizia naturale dell'uomo, e la sua insita deficienza vi ripugnano d'accordo, egli è in questo solo caso ch'esso fa intervenire il prodigio, il quale fa dissipare in un istante dalla sua mente tutte quelle impossibilità che la rendevano come affatto inerte, e paralizzavano tutto le di lui ardite intraprese: Il est trop flatteur pour la creature, dice un pensatore illustre, de voir le créateur bouleverser l'ordre préétabli en sa faveur. In questa circostanza come in tante altre di simile natura, il suo circoscritto discernimento non gli accorda l'adito a riflettere ch'egli è positivamente impossibile che una cosa esista, e non esista insieme ed un tempo medesimo. Ecco il solo punto di rilievo, che servì molte volte di appoggio a quegli uomini che vollero farsi rispettare da' popoli, e che i primi conobbero la sicura maniera di soggiogarli.

Per poco che rivolgiamo con attenzione l'Istoria, essa ci convincerà evidentemente ad ogni tratto, che tutti i capi, e fondatori di nuove Sette, in qualunque epoca del mondo, hanno tentato di provare la lealtà delle loro particolari missioni col mezzo di straordinarie operazioni, variamente immaginate da essi e di supposti prodigj [(155)]. Ma avanti d'internarci a conoscere il valore intimo, che religiosamente dobbiamo noi attaccare a questi decantati prodigj, analizzare ci è duopo, di passaggio essenzialmente cosa mai sia per se medesimo un miracolo. Ad una sì fatta ricerca, io odo ripetermi essere questa una straordinaria operazione; opposta del tutto direttamente alle leggi della natura, preestabilite già da tempo immemorabile dall'Eterno consiglio del suo Divino Autore. Per altro, questa diffinizione sembrami altro non essere che un semplice raffinamento dell'idea che gli uomini ebbero in origine del termine miracolo, cioè, res miranda, prodigium, portentum, monstrum, cosa ammirabile, che annunzia, cosa stupenda, che reca novità, oggetto da mostrarsi come raro, ec.; e in questo senso anche la stessa nostra esistenza potrebbe fondatamente considerarsi un continuato miracolo.

Noi però ci siamo formati tutt'altra idea del miracolo; questo è secondo l'opinione volgare ciò che non era mai accaduto, e che succedere mai non potrà in tempo alcuno; come sarebbe, per esempio, il colloquio del serpente con Eva; quello dell'asina con Balaamo; la carrozza di fuoco che condusse nel Cielo il Profeta Elia; la caduta delle mura di Gerico al suono di tromba, e molti altri dell'ordine medesimo, de' quali ci fa espressa menzione la Scrittura.

Comunque siasi però; l'opinione recentemente adottata incontra delle forti opposizioni dalla parte di certi stravaganti filosofi del secolo; quindi poichè Dio è il sommo Creatore di queste Leggi (ci ripetono essi temerariamente) Dio che ha tutto preveduto, ed a cui il passato, il presente, e l'avvenire, sono sempre del pari ad esso in egual grado astanti, come avrebb'egli mai contrariate queste Leggi medesime che la sua ineffabile saggezza avea imposte alla natura? Non potendo mai supporre ch'esse fossero mancanti, si dovrà non per tanto dunque opinare, che in certe circostanze quelle più non si accordassero cogli eterni disegni di quest'Essere Supremo, poichè si pretende farci credere che ha esso dovuto sospenderle, o contrapporle? Inoltre, come si oserà egli sostenere che un Dio (questi audaci miscredenti persistono ancora) il quale non ha potuto fare che delle Leggi perfettissime, ed immutabili, ad ogni esperimento, com'è la sua natura, sia costretto ad impiegare de' cambiamenti ad oggetto di fare sortire felicemente le di lui mire divine, o che accordare voglia alle sue creature l'assoluta possanza di operarli, onde la sua eterna inalterabile volontà resti per ogni parte compiuta? È egli credibile per alcun modo (essi conchiudono infine) che un Dio Sommo, ed infinito abbia d'uopo del concorso di un essere terrigeno, e limitato affine di rendere manifesti sopra la terra i alti ammirabili prodigj?

Or come superare tali obbjezioni, ed altre moltiplici sì fatte, che baldanzosi mettono in campo sovente i furibondi avversarj de' miracoli contro di noi, che pervenuti siamo a conoscerne i veri, ed a esperimentarne, ad ogni tratto, i salutari effetti? La più efficace risposta che potremmo noi addurre dalla parte nostra, si è che le vie dell'onnipossente sono incomprensibili per l'uomo, che un Dio il quale può creare, e trarre le cose dal niente, e l'edifizio ammirabile dell'universo dal Caos orrido, informe in cui giacea sepolto, può altresì tutto rivolgere egli stesso, a suo piacere, in via straordinaria, e ad un tempo medesimo abilitare i suoi eletti dell'assoluta facoltà di operare dei prodigj, i quali viemaggiormente confermano in essi l'amore e la venerazione per l'opifice supremo della natura.

Ma tuttochè le nostre adotte ragioni sieno troppo bene fondate, ed inconcusse per elleno medesime, pure i nostri pertinaci oppositori le riguardano come un debolissimo baluardo per la difesa a cui noi pretendiamo di farle efficacemente servire; frattanto lasciamo pure costoro immersi nel paludoso pelago delle loro tenebre deplorabili, e procuriamo noi di rischiarare le nostre colla fiacola eterna dell'esimia incontaminata religione, che abbiamo la felicità di professare [(156)].

Ragionando però con quell'acume di cui al provido Creatore piacque fornirci onde meglio contemplare possiamo le di lui opere sorprendenti, noi dunque stabiliremo che un miracolo altro per se stesso non è (secondo ancora gli odierni sani filosofi, ed i Teologi pure) solo che un eccezione positiva, e reale alle divine leggi preestabilite della natura: ma con quali dati giudicare mai possiamo di un miracolo senza un'esatta, e profonda cognizione di tutto queste Leggi, che l'uomo, d'altronde, in vano tenterebbe giammai di acquistare sopra le terra [(157)]? In tale precaria posizione di deficienza, come potrebb'egli pervenire in alcun tempo a discernere con qualche probabilità il genuino carattere de' venerabili miracoli che procedono dalla volontà immediata onnipossente dell'arbitro disponitore de' Cieli, e della terra, da quelli che propriamente non sono che il mero effetto qualche volta dell'accidente, bene di raro della scienza, e molto sovente dell'astuzia [(158)]? Mosè operava de' miracoli sorprendenti: ciò è innegabile, ma frattanto lo Scrittura medesima chiaro ci dimostra che gli aruspici, ed i maghi dell'Egitto gli operavano essi ancora con eguale successo (Exod. C. VII. v. 12) non è già per questo che noi titubiamo un solo momento a decidere quali fossero fra questi que' prodigi emanati direttamente da Dio, e quali conoscessero per prima loro base l'artifizio, la scienza, o i sortilegj, mentre tutto concorre intimamente a persuaderci che altri fuori che il solo Mosè non potea essere il vero depositario degli arcani supremi di un Dio, e l'organo immediato della di lui Eterna volontà ineffabile, ed altro io quì non faccio che rendere un semplice ragguaglio meramente dell'ardita incredulità di certuni per rapporto a' miracoli; ma nulla ostante, questa nostra convinzione riesce un debole sostegno di difesa, contro gli assalti ostili degli avversarj; nè ha per se stesso forza bastante a dissuadere i filosofi del secolo da' loro opposti principj, il quali prendono tanta maggiore possanza nelle loro menti sovvertite, quanta è più esorbitante l'affluenza de' miracoli di ogni specie da cui osservasi inondata tutta la terra dall'origine della sua popolazione fino a' tempi nostri [(159)]; ed a fronte di tutto il rispetto che protestiamo di nutrire perpetuamente per i sacri Codici, non meno che per tutto quanto essi contengono; ci troviamo astretti a dovere confessare con Bayle, che chiunque si è formato delle vere idee dell'ignoranza, della credulità, e dell'incuria del volgo, riguarderà sempre mai le opinioni come altrettanto più sospette; quanto che le ritroverà esso più stabilmente propalate. Gli uomini, per la massima parte, non esaminano niente, essi lasciansi ciecamente condurre da un abitudine macchinale, o dall'autorità, e le loro sacre opinioni tradizionali specialmente, sono quelle appunto ch'essi hanno meno il coraggio, e la capacità di esaminare; e siccome non è loro permesso di fare uso della propria ragione sopra questa dilicata materia [(160)], essi debbono gemere nel più torpido silenzio, e sopportare con paziente rassegnazione il giogo ferale ch'essi medesimi s'imposero. Quale solido vantaggio possono recarci mai tutte quelle regole che ogni settario non ha mancato di fornirci dal canto suo, come sicure per discernere i veri da' supposti miracoli, se una volta stabilita questa distinzione, niuno fu mai più imbarazzato per consolidare il suo trionfo sulle basi medesime del principio già fissato? Questo inconveniente procede da ciò che la regola è presa quasi sempre dalla stessa natura delle prove, che ciascuno si sente capace di produrre, e sostenere; è appunto sopra un tale proposito che un critico de' nostri tempi dicea: Un vrai faiseur de miracles pourrait trancher toute difficulté quelconque à leur égard, en rendant la vie à un homme au quel on aurait arraché le coeur, ou coupé la tête: l'esprit raisonneur serait bien humilié à la vue d'un tel prodige (Trait. des mirac. Introd. p. 25.)

Ma ciò che più di ogni altra cosa concorre a disgustare ogni niente illuminata, e che noi non possiamo contemplare senza fremere, malgrado il religioso trasporto che intimamente nutriamo per i giusti, e per i bene fondati miracoli, si è, oltre l'immensa quantità di prodigj, non so come scaltramente introdotti sulla scena del mondo, il vedere adottare alla rinfusa come tali le azioni le più ridicole, i più puerili aneddoti, e le favole più insensate; è in vano che Crisostomo ci ripete incessantemente che oggi la chiesa più non opera per via di miracolo non avendone più d'uopo, e che Agostino dopo di avere seriosamente interrogato perchè mai que' miracoli che operavansi altre volte più non si miravamo ripetere a' giorni suoi, produce la medesima ragione: Cur, dic'egli, nunc illa miracula quae praedicatis facta esse non fiunt? Possem quidem dicere necessaria prius fuisse, quam crederet mundus, ad hoc ut crederet mundus (Aug. De Civit. Dei Cap. XXI.)

A fronte di tali autorevoli opposizioni frattanto questi supposti prodigj ripullulare si mirano bene di frequente fra gli uomini, e ciò che di peggio si è coll'impronta il più delle volte della menzogna, e della contraddizione [(161)].

Da tutto quanto abbiamo fino ad ora significato, non meno per ciò che riguarda le profezie, che per quello che rapportasi a' miracoli, o alle intuitive apparizioni che ne fanno parte [(162)], può illativamente inferirsi che non v'ha delirio più pericoloso nell'uomo di quello da cui esso fu sempre mai predominato, cioè di pretendere a tutta forza di rivelare quegli arcani avvenimenti, che Dio volle rendere occulti alla sua specie, avviluppandogli in una oscura notte, senza lasciargli neppure la debole speranza di potergli in alcuna maniera penetrare [(163)]. Egli si schernisce de' superbi mortali che tentano di portare arditamente le loro inquiete ricerche oltre il punto che fu ai medesimi prescritto, e che all'umana deficienza si compete. Fu ricercato un giorno ad un filosofo ciò ch'egli opinerebbe se vedesse il sole arrestarsi nel suo corso (cioè se l'annua rivoluzione della terra intorno quest'astro cessasse); se tutti i morti resuscitassero in sua presenza; se gli uomini si metamorfosassero in bruti, e tutto ciò per provare qualche verità importante, come per esempio, l'efficacia del Lampadario del Sabato, o la grazia versatile; ciò che io penserei rispose il filosofo? Io mi farei tosto Manicheo; io direi che avvi assolutamente un principio nella natura che rovescia, e disordina tutto ciò che un'altro avea precedentemente disposto, e sistemato.

V'ha poche persone sulla terra le quali soddisfatte unicamente del presente, non inclinino d'imbarazzarsi dell'avvenire; questa esemplare condotta l'appannaggio de' sani, e de' religiosi filosofi, essi sanno che è un eccesso di demenza quello di tentare l'acquisto della cognizione di ciò che per se stesso dovrà essere eternamente impenetrabile alla mente dell'uomo [(164)]; e persuasi di non potere risentire alcun solido vantaggio a sapere ciò che dee necessariamente succedere, solo restano paghi del presente, riconoscendo, per esperienza, quanto riesce malagevole per l'uomo di tormentarsi futilmente per l'avvenire: Ne utile quidem (riflette sensatamente Cicerone) est scire quid futurum sit; miserum est enim nihil proficientem angi (De Nat. Deor. Lib. III. Cap. 6.)

La facilità di credere, e l'orgoglio smodato di volere tutto conoscere, verità infinite volte rimarcata da' saggi, furono sempre mai le due funeste inesauribili sorgenti di tutti gli errori degradanti, che oscurarono i pregi della primitiva religione de' popoli, e resero lo spirito umano incapace di lumi, di coltura, e di ragione: Dans tous les siecles, et dans tous les pays (osserva l'erudito Freret, mem. de l'Acad. des Inscrip. T. 23. p. 187) les hommes ont été également avides de connoítre l'avenir, et cette curiosité doit être regardée comme le principe de presque toutes les pratiques superstitieuses qui ont defigurée la Religion primitive chez tous les peuples.

I veri dotti parlano dubbiosamente delle cose dubbiose, e non esitano di confessare con ingenuo candore, la loro propria incapacità relativamente a quelle che oltrepassano la portata dello spirito umano; è ben vero ch'essi credono di sapere molto meno cose di ciò che orgogliosamente vantano coloro che pretendono tutte conoscerle; ma almeno i primi sono garantiti di quelle ch'essi sanno, quando gli ultimi all'opposto ignorano eziandio quelle ch'essi immaginano di conoscere con evidenza.

Quanti prodigj sparirebbero, in fine dalle menti ottenebrate de' popoli, quanti miracoli cesserebbero di essere tali in faccia di essi, se gli uomini volessero assumere l'ardua impresa di ripiegarsi un solo istante sopra essi medesimi, di ponderare accuratamente tutto ciò che si passa nel loro proprio individuo, e in tutti gli esseri che gli circondano; eglino allora si assicurerebbero, con positiva certezza, della causa necessaria che tutto regge, che tutto dispone, ed alimenta nell'universo, essi riconoscerebbero altresì con perfetta cognizione di causa, che ciò che volgarmente chiamasi miracolo, prodigio, cosa straordinaria, altro per se stesso non è che la conseguenza immediata della maniera di esistere del nostro mondo, di cui il disordine apparente, o reale, rientra nell'ordine preestabilito dal provido consiglio del suo Eterno Creatore. Con tale mezzo essi resterebbero ampliamente convinti di una verità sì urgente, e sì essenziale alla loro felicità, ed alla loro tranquillità inalterabile: quindi è perchè la natura, non meno che le sue intime proprietà saranno mai sempre un mistero indissolubile per l'uomo, il quale spera indarno di penetrarvi giammai, fino a tanto che desso non si determinerà di proposito ad opinare, ed a credere fermamente col più saggio filosofo della Grecia (Socrate) che le cose che sono al di sopra della condizione umana, riescono affatto straniere per noi, e sotto qualunque siasi aspetto che si riguardino, concernere non ci possono giammai di sorte alcuna, come appartenere non potrebbe al corpo nostro un sesto senso esterno, di cui non potremmo in verun modo concepire un'idea.

[(155)] Molti Legislatori ancora intenti a rendere i popoli più rassegnati alle nuove instituzioni che volevano propalare fra di essi, facevano eglino credere di possedere il dono soprannaturale di tutte le arti, di tutte le scienze, di tutte le virtù possibili, mediante le continue divine intuizioni delle quali dicevano essere quelli suscettibili; Osiris facendo supporre di avere acquisito dal Cielo l'arte dell'agricoltura, in sommo grado, divenne col mezzo di tale inganno, il Legislatore, l'arbitro, e il Dio dell'Egitto; Licurgo, e Solone dicevano di essere secondati dagli oracoli; Zeleuco, e Pitagora vantavano entrambi d'accordo di essere inspirati da Minerva; Romulo sosteneva di essere guidato dal Dio Consus; Zoroastro governò i Persiani in nome di Oromaze; e Brama faceva suppone di avere ottenuta dall'invisibile monarca dell'universo la dottrina che ha esso propalato nell'Indostan; Thor e Odin legislatori de Visigoti davano ad intendere di essere essi medesimi due numi discesi dal Cielo; qualunque delirio nel fondatore dell'Islamismo, e per sino gli accessi epilettici de' quali, seguendo l'Alcorano, era egli suscettibile sovente, portavano presso i suoi Settarj, un impronta sovrumana. Gengiskan facevasi riguardare figlio unigenito del Sole, e come tali si annunziavano parimenti a' Peruviani Manco Capak, Coja mama Oello huaco sua sorella, e sua moglie.

Ecco finalmente come da un confine all'altro del globo tutti i suoi abitatori, senza forse eccettuarne alcuno hanno piegata la cervice sotto il giogo ignominioso del fanatismo. Confucio è forse il solo fra tutti i Legislatori antichi, che abusato non abbia della credulità de' suoi Chinesi.

[(156)] Le sole sacre pagine sono l'unico, ed il più solido appoggio che noi abbiamo per autenticare con qualche fondamento, la verità de' miracoli; esse ci offrono ad ogni tratto lo riprove le più convincenti della certezza de' medesimi; ma siccome i miscredenti non fanno un gran caso delle scritture, non si saprebbe a qual efficace partito appigliarsi per confonderli: quindi è che noi non abbiamo che limitarci a credere, e a desiderare ch'essi credano con quella medesima sommissione che noi crediamo.

[(157)] Infatti l'ignoranza della quale parliamo ci trascina sovente nel baratro degli smarrimenti i più pericolosi, ed i più materiali; quante volte si è veduto, e mirasi tuttodì prendere dal volgo per miracoli i fenomeni della natura i più triviali, ed anche il risultato dell'esperimento di qualche scienza? La chimica curiosa ha delle trasmutazioni, detonazioni, esplosioni, fosfori, pirofori, combustibili, terremoti, ed infinite altre supposte meraviglie da fare gelare di stupore il volgo ignaro che le osservasse: Datemi dell'olio di Gajac, con discreta dose di spirito di nitro, ed io vi faccio de' prodigi sorprendenti, diceva l'eloquente Wolston.

Non v'ha che le gesta meravigliose che possano fare credere le cose che hanno l'apparenza di soprannaturali, mentre questo non potranno essere giammai a sufficienza contestate dalla sola testimonianza degli uomini. Jesué, e tutta la di lui armata crederono,

d'accordo, che il Sole si arrestasse in Gabaon, perchè (come giustamente lo riflette un dotto fisico moderno) ignoravasi generalmente a que' tempi, che la grandine di cui l'atmosfera trovasi pregna potea fare allora una refrazione de' raggi del Sole assai maggiore dell'ordinario: Jsaia non conosceva la natura de' parelj, allorch'egli sosteneva ad Ezechia che il Sole avea retrogradato nel quadrante della Corte. Non era mai possibile allora di avere solo che una certezza morale di tuttociò che asserivano i Divinizzatori, ed i Profeti, come certo, e dimostrato, atteso che i segni naturali erano del tutto generalmente sconosciuti. Per quanti secoli si è riguardato l'Iride nel mondo come un vero miracolo, avanti che la fisica c'istruisse delle proprietà intrinseche della luce, e prime che si fosse pervenuti a conoscere, che le semplici refrazioni, e reflessioni de' raggi del Sole nelle goccie sferiche di pioggia formavano unicamente questo vago fenomeno? Non più che soli due secoli da noi distante non si vide annoverare fra i prodigi gli ecclissi, e le apparizioni delle Comete? (Bayle Pens. sur la Com.) Gli storici che hanno scritto in que' tempi ne fanno delle descrizioni sì terribili, e sì ampollose che se noi fossimo ignari della natura di simili fenomeni, dovremmo impallidire leggendo ciò ch'essi ne dicono. Il vero si è che da quando si ha l'immaginazione alterata da fantasmi, e da chimere, più non si scorge negli oggetti che ci percuotono niente di ordinario, nè di comune: tutto diventa straordinario, grande, e sorprendente.

Or per disingannarci di tali grossolani errori, che denigrano oltremodo la dignità dell'uomo, non abbiamo che studiare diligentemente il Codice ammirabile della natura, e noi resteremo allora sorpresi dalle infinite risorse ch'ella ci offre, e ad un tempo medesimo convinti delle tante mostruose illusioni colle quali noi sembravamo un giorno inseparabilmente collegati; ma la base fondamentale delle nostre ponderate asserzioni non è già quì solo che noi possiamo rinvenirla; io mi dispongo a metterla nel più chiaro giorno, mediante le dimostrazioni evidenti che mi emergerà di fare sopra questo soggetto nella progressione del presente Capitolo.

[(158)] Tutti i religionarj, a qualunque setta che appartengono, sostengono unanimi che Dio non permetterà giammai, che l'uomo profano faccia de' miracoli, ad oggetto di rendere più accreditati i propri errori. Tale è per se stesso il principio generale su di cui ogni religione si appoggia per rigettare i miracoli vantati da un'altra setta differente, e fare solo valere quelli che la medesima decanta; ma con quali mezzi pervenire a conoscere in simile caso il vero miracolo da quello che non lo è, come fra i tanti che ogni popolo si fabbrica, e di cui non solo gli ebrei, ed i Cattolici ma tutto il gentilesimo n'è pieno, come, dico, potremo noi giugnere a discernere il divino, dal diabolico, il sacro dal profano? A quale spinoso imbarazzo non ci esporrebbe mai un semplice confronto? Mosè percuotendo un sasso colla sua verga ne fa scaturire una sorgente di acqua viva (Exod. Cap. 18. v. 5) Maometto, per quanto assicurano i suoi Settarj, faceva stillare l'acqua dalla estremità delle proprie sue dita (Echell. Ist. P. III. Cap. 20) Bacco ha operato il medesimo prodigio mediante la supposta virtù del suo tirso (Diod. Sicu. L. IV. Nonn. Dion. Plin. Lib. XIV, e tutti i mitologici). Jesuè arresta il sole in Gabaon (Giud. Cap. X. v. 12), presso i Pagani si fa parimenti arrestare quest'Astro, e retrogradare per non essere testimonio dell'azione orribile di Astrea, contro i figli di Tieste suo fratello (Hist. Poet. Bann. Dict. art. Astrée); ed il Cristianesimo pretende che il Sole siasi pure arrestato nel suo corso (conforme l'opinione astronomica di que' tempi) l'anno 1547, in favore di Carlo V., per dare alla sua armata il tempo di sconfiggere il Duca di Sassonia, e le falangi Protestanti (Maimb. Hist. du Luther. T. II. pag. 164). Eliseo resuscitò un bambino morto, sanò un infermo di Lebbra (Reg. II. Cap. 4 e 5) S. Giovanni asserisce che Cristo resuscitò Lazzaro, e vari altri dopo morti, sanò degli ammalati; Filostrato ci assicura che Apollonio Tianeo, non solo resuscitò una fanciulla morta il medesimo giorno de' di lei sponsali, ma che si resuscitò egli stesso (Phil. in vit. Apoll.) E quante malattie credute disperate non guarirono Esculapio, Ippocrate, Galeno, ed Apollonio medesimo? Chi inclinasse d'innoltrarsi vieppiù in simile confronto, non ha che percorrere assiduamente Tucidide, Tito Livio, Plinio, Tacito, Valerio Massimo, Suetonio, e alcuni altri.

Ma io non finirei sì tosto, se tutti riportare io quì dovessi gl'innumerabili altri straordinari prodigi che servono di appoggio a tutte le sette odierne, e che posti al confronto con quelli che ci offre l'intero paganesimo, si troverebbero in valore equivalenti, benchè in numero di gran lunga inferiori.

Or quale dunque di questi, replico, avrà mai per assoluta sua causa immediata l'Essere Supremo che adoriamo, e quale avrà tratta primitiva sorgente dalle altre indicare cause più comuni, e secondarie? Questo è il gran problema più di ogni altro interessante che sarebbe oltremodo necessario di sciogliere cautamente onde confondere, e ammutolire i filosofi increduli i quali appoggiati alle loro scienze esperimentate, osano insieme tutti rigettarli ciecamente, persuasi di poterne ritrovare le cagioni efficienti o nell'arte raffinata, ovvero nella natura; ma questo sarà sempre mai un arcano impenetrabile per il volgo, di cui la tradizione gli comanda di credere senza esame, di abdicare alla ragione, di condiscendere, e tremare.

[(159)] Allorchè gli autori antichi parlarono di un miracolo (come giustamente riflette l'illuminato autore della Philosophie du Bon sens T. I. Reflex. I. p. 65) attribuendogli qualche avvenimento considerabile, sarebbe da desiderarsi ch'essi avessero sviluppato in quale guisa era stato il medesimo prodotto, indagando se un simile fatto era accaduto in seguito di una causa soprannaturale, ovvero mediante una ordinaria, e regolare, cagionata dall'idea, e dall'impressione di un miracolo sullo spirito ammaliato de' popoli. Ad alcuni, per altro è sembrato che molti di essi non abbiano presa cura di compilare tanti prodigj, che o affine di rendere le loro Istorie più rispettabili, o ad oggetto di uniformarsi ai tempi ne' quali erano essi cotanto in voga fra le nazioni, siccome fecero Erodoto, Tito Livio, e vari altri i quali ritrovando le Istorie precedenti piene di sì fatte estraordinarie visioni, essi non avrebbero potuto sopprimere le loro, senza scandalizzare i popoli che non erano meno superstiziosi a' loro tempi di ciò che lo fossero quelli de' secoli antecedenti; si potrebbero sopra tale proposito asserire con un profondo Inglese che: The mistakes of our ancestors are the rising of ours: and the ours will increase those of our Children (Bolingbroek).

Presso che tutti gl'Istorici delle Nazioni che conosciamo sono pieni di puerilità, e di pie chimere, le quali renderanno sempre mai le loro opere in questa parte spregevoli alle menti illuminate. Gli scrittori che ci hanno trasmesse le Istorie delle crociate (come lo rimarca il testè preallegato autore), le hanno riempiute di tanti miracoli sì opposti alla ragione, che si può riguardare come inutile di mostrarne la falsità e il ridicolo: i popoli che viveano in que' secoli aveano lo spirito abbacinato talmente d'incantesimi, di prodigj, di sortilegj, e di supposti miracoli, che anche gli uomini più accreditati, che facevano in quelle epoche l'ammirazione dell'universo, e la testimonianza de' quali è riguardata con tanto rispetto, non hanno potuto resistervi, non ebbero forza bastante per garantirsene: quindi è che Platone, Appiano, Pausania, Plutarco, Cicerone, Porfirio, Jamblico, Sozima, Procopio, Diogene Laerzio, ed un gran numero considerabile di altri uomini scienziati, si sentirono tutti attrarre invincibilmente, dal meraviglioso per quelli; tutti, o furono d'accordo testimonj oculari di gesta prodigiose, od appresero da altri a raccontarle.

[(160)] Fu sovente rimarcato da qualche genio insigne, che l'uomo appena comincia a contrarre l'abitudine del raziocinio, e della riflessione, perviene agevolmente a disingannarsi della tradizione, a conoscerne gli assurdi, a scoprine le stravaganze; è appunto perciò probabilmente che coloro i quali ebbero un interesse di perpetuare sopra la terra fra gli uomini i malefici prestigj della tradizione, non seppero come meglio riuscirci che imponendo un eterno silenzio agli stimoli della ragione, condannandoli come perniciosi oltremodo alla salute dell'uomo, e per conseguenza indegni di un anima religiosa, la quale è, secondo loro, in dovere di tutto credere macchinalmente alla rinfusa.

[(161)] Chi spignere volesse la propria curiosità fino a verificare la genuina verità di tutto quanto è stato da noi fin quì esposto non ha che percorrere Palladio, Sulpizio Severo, Mabillon (vita di S. Bernardo) Le gesta de' P. P. del Deserto, il gesuita Gazée (Pia hilaria); Le conformità di S. Francesco con G. Cristo, e molte altre istoriette di tale natura, ed caso vi ritroverà soggetto di che conchiudere fremendo, che que' menzionati filosofi nostri accaniti avversari (sebbene riprovabili sempre a questo solo riguardo) non aveano certamente tutto il torto di sostenere, che le leggende di questi nuovi operatori di miracoli, debbono fare per se stesse revocare in dubbio una gran parte di ciò che si avea scritto degli antichi. Si dirà pur troppo che i Talmudisti hanno accreditate delle favole mostruose, ma soggetti non ci appariscono per certo a quei vaneggiamenti di spirito che ci fanno raccapricciare in quelle; ed io oserei, per ultimo, insistere colla più ferma persuasione, che vi sono più inezie, e più assurdi nella sola vita di S. Maria Alacoke ed in quella di S. Vincenzo Ferrerio, che in tutte le opere immense de' rabbini dell'Israelismo, checchè ne abbondino quelle in profusione.

Egli è così che molti riscaldati entusiasti lusingati di sostenere in tale guisa la religione della quale si fanno essi i sostegni, e i difensori, porgono le armi fra le mani degli avversarj che vogliono attaccarla.

[(162)] Per nulla ommettere di tutto ciò che può avere qualche prossima, o lontana analogia coll'assunto che trattiamo, non mi sembra ora inopportuno di avvertire che anche le tante apparizioni, delle quali tutti i codici delle Sette odierne sono ripieni, possono parimente ritrovare il loro confronto, nel modo appunto che lo ritrovano le operazioni straordinarie nella storia medesima dell'antichità pagana. Cicerone, il di cui solo nome ne forma il chiaro elogio, dice seriosamente che gli Dei si sono fatti vedere sovente dagli uomini, di una maniera sensibile, ed evidente: Præsentiam sæpe Divinam declarant, sæpe visæ formæ Deorum (De Nat. Deor.) Plutarco che tutto il mondo colto conosce, asserisce fermamente che nel territorio della Sicilia esisteva una Città, dove la madre degli dei avea un tempio dedicato ad Esculapio, e nel quale gli Dei e le Dee apparivano assai di frequente. Enquinnum Siciliæ oppidium, non magnum, sed pervetustum, et Dearum apparitionibus nobile (Phit. Tract. de Orac.)

Questo è stato realmente in ogni tempo un pregiudizio generale diffuso, e inveterato in tutte le regioni del mondo abitato dall'uomo, che gli Dei apparivano sulla terra, sotto una, od altra simbolica figura differente per ricompensare o per punire; i Tartari lo assicurano di Foh (mem. du P. le Comte) lo dice Erodoto di Apis (Heliod Lib I. e Mair. Saturn.); ed i Magi dell'Egitto lo asseriscono delle loro supposte Divinità (Voy. en Pers.). Gli abitatori dell'Isola Formosa credevano costantemente unanime che il loro Dio si manifestasse, ora sotto la figura di un bue, ora sotto quella di un Leone, e qualche volta pure in sembianza di Elefante (Taver mandes. Voy des Indes).

[(163)] Io già feci altrove dimostrativamente conoscere, come nostro malgrado confessare dobbiamo che dopo di avere dedicate tutte le nostre ponderate ricerche agli studj i più profondi, pervenire con certezza mai non potremo ad une fisica dimostrazione della benchè minima verità speculativa. È ben vero, per altro, che l'autore Supremo dell'Essere nostro, permettere non volle che l'uomo fosse possessore di un sapere dimostrativo al di là di un limitato confine; ma d'altronde non si può immaginare senza errore, che abbia esso perciò lasciata la specie nostra immersa nell'ignoranza universale delle cose, giacchè, al contrario, veggiamo quali chiare vestigia, e quali segni evidenti ha esso accordati alla medesima, onde con essi possa quella giugnere al discernimento di certe verità che sono ad essa più necessarie. Ma l'orgoglio umano crede tutto abbracciare, tutto lusingasi di conseguire con queste deboli traccie, e l'uomo frattanto, circoscritto dalla più tenebrosa ignoranza, superbo esulta di una chimerica dottrina; esso crede che niente di tutto ciò che si offre alla sua mente sia sufficiente a pascolarla; esso tutto intraprende, tutto combatte, e poco egli conosce, nulla conchiude; qualunque oggetto basta per confonderlo, per atterrirlo, e se l'ambizione sua interroghiamo di qualche assunto, per es. Cos'è mai l'uomo? Di spirito, e di materia è l'uomo composto, esso risponde; ma in quale modo, replico, dimostrare fisicamente si potrebbe sì prodigiosa unione? Come due sostanze cotanto fra di esse opposte diametralmente, possono a vicenda unirsi per farne quindi risultare un corpo che agisca, un essere pensante? L'intima natura qual'è di quest'essere agente? E cose di tale guisa gli ricerchiamo, sventurato! Ecco ciò che mette il colmo al di lui estremo smarrimento, ecco lo spirito suo illuso miseramente vaneggiare nell'infinito (ved. l'ann. 14. del T. 1. delle Notti Camp. p. 53.)

[(164)] È molto più sicuro, o commendevole per l'uomo, dice un'illustre antico (benchè non fosse questi dotato di altri lumi fuorchè di quelli della propria sua ragione) di credere le operazioni della Divinità, che di volerle approfondire: Sanctius est, ac reverentius de actis Deorum credere, quam scire (Tacit. de morib. Germanor.) Infatti a quale smarrimento deplorabile non si mirano soggetti coloro che tentano d'investigare gli arcani che Dio volle rendere incomprensibili alla frale intelligenza rimane? V'ha egli follia più orribile per un essere limitato di quella di volere penetrare ciò che di gran lunga osservasi eccedere la sfera circoscritta delle umane cognizioni? Questa è una taccia che la temerità di vari filosofi antichi ha debitamente meritata. Platone dicea non istimare atto religioso quello di esaminare le opere dell'Essere Supremo, nè di fare uno studio profondo sulle natura delle cose (De Legib. Lib. VII.)