CAPITOLO XX.

Istruzioni generali preparatorie per sistemarci solidamente su' fondati principj da noi fino ad ora stabiliti in proposito di Culto, o di Religione.

S'è vero, come fermamente lo pretende il Macchiavelli (Lib. III. Disc. I. sulla Deca di Tito Livio) che se si vuole che una setta, od una Religione qualunque, mantengasi lungamente sopra la terra, è necessario ritirarla molto sovente verso la sua primitiva origine; l'assunto già da noi esaurito il primo, che riguarda un tale importante soggetto, e che tende precisamente ad un sì ottimo fine, ben lungi dall'oscurare gli alti pregj che il mondo ha in ogni tempo giustamente ammirati nella credenza edificante professata da' primi Patriarchi del popolo d'Israel, e tutt'altro che diminuirne il valore in faccia di esso, come assurdamente opinare si potrebbe da taluni, il medesimo non si aggira che a ridurla con ogni possibile chiarezza tale precisamente per se stessa, quale appunto conosciuta, e praticata l'ebbero un giorno felicemente i suoi primi institutori, ed a renderne il prezzo, senza comparazione, assai più inestimabile, e più raro di ciò ch'esso lo era ne' tempi odierni.

E s'è d'altronde indubitato, siccome infinite riprove concorrono ad autorizzarlo, che la stessa religione, altro per se medesima non è, che una malattia dell'intelletto laddove manchi ad essa le guida infallibile della ragione, e sempre che non riconosca per suo appoggio primo, ed essenziale il buon senso, e l'istruzione; la materia, che noi entriamo successivamente a trattare nel secondo volume di quest'opera, dovrà tanto più interessante riuscire, quanto che si prefigge per iscopo di dimostrare quest'urgente verità col chiarore dell'evidenza.

Or sebbene quanto fu da noi significato estesamente fino ed ora, perciò che rapportasi alla prima in particolare, prescindendo, per il momento, da quello che l'ultima concerne, di cui ci disponghiamo a ragionare partitamente nella prima opportuna circostanza, parrebbe escludere qualunque ulteriore osservazione che aggiugnere si potesse in proposito di quella; ma sul riflesso troppo contestato dall'esperienza, che in siffatte materie specialmente l'affluenza delle prove, lungi dal riuscirvi intempestiva, o recarne un pregiudizio, essa contribuisce a renderle più nitide, e farne chiaro spiccare i veri pregj, e in una parola, a richiamarle a quel grado luminoso di perfezione di cui possono quelle essere suscettibili; così ho stimato un oggetto alquanto utile, e conveniente di corredare i fondati principj da noi esposti di quelle istruzioni che a me sembrarono le più ovvie, e le più necessarie, onde basare da una parte sopra fondamenti durabili, ed inconcussi la propostaci Riforma religiosa del Popolo d'Israel; dissipare dall'altra quella taccia odiosa di miscredenza, o di temerità che mi potesse essere malignamente imputata da qualche fanatico settario; e convincere, per ultimo, quella stessa nazione alla quale sono le medesime onninamente dirette, dell'integerrima rettitudine delle mie fraterne intenzioni a suo riguardo, non meno che dell'intensa profonda venerazione che ho per moltiplici volte, con intimo senso protestato nutrire per l'eccelso inalterato Culto unicamente al quale mi felicito, con vera esaltazione, di appartenere io pure. Ma passare, ci è ora d'uopo a convincercene, senza, mistero coll'esplicita, ed esatta esposizione delle medesime.

Molti pensatori profondi si fecero ed opinare, che l'affluenza di tradizioni delle quali trovasi ogni Setta eccessivamente avviluppata, forma una solida presunzione che sono tutte basate sopra deboli appoggi, e sopra de' sistemi erronei oltremodo, e inconseguenti [(165)]; infatti, se fosse vero che per il solo mezzo di quelle Dio avesse voluto fare generalmente conoscere il vero Culto che gli esseri umani debbono prestargli, ne verrebbe per assoluto corollario che questo Culto non ci comparirebbe sì alterato; e sovente sì deforme per opera unicamente della stessa tradizione, siccome fu già da noi per tante volte opportunamente dimostrato, e questa dovrebbe essere altresì per tutti eguale, poichè le cose indispensabili per tutti gli enti ragionevoli debbono essere necessariamente identiche, e uniformi; sia di ciò la verità, che tutte le nazioni civilizzate del mondo riconoscono un Essere Supremo, perchè i principj della ragione universale sono in ogni senso comuni a tutte quante; dal che illativamente deducono i filosofi, che questa cognizione è per se stessa il resultato di una verità positiva, e irrefragabile [(166)]; ma siccome ognuna di quelle sette riconosce, e sostiene una tradizione differente non solo, ma bene di frequente anche opposta a quella di un'altra (nel modo che lo abbiamo noi più volte rimarcato) esse debbono dunque conchiudere fermamente che avendo efficace inoppugnabile ragione di conoscere, e adorare un Dio Supremo, esse hanno grave torto di ammettere tutto ciò che immaginarono ciecamente oltre questo confine per ogni motivo consolante, e indispensabile.

Quando ancora taciuti stati fossero da noi que' tanti altri motivi, quì all'emergenza riportati, che concorrono ad estenuare onninamente quella supposta forza prodigiosa, che ogni popolo della terra, come lo abbiamo altrove osservato, pretende superiormente attribuire alle sue vantate particolari tradizioni, l'efficace conseguenza testè riportata, che i filosofi ne traggono, forse non sarebbe quella sola sufficiente per abbatterla interamente, per annientarla? Ma per sciagura universale i popoli, e Israel fra questi, bene lontano dal restarne quanto basta intimamente penetrati, e convinti, sembrami, al contrario, che a gran passi retrogradi, arretrino d'accordo senza posa verso la culla fatale de' loro vetusti acquisiti smarrimenti, ed il peggio si è, con troppo debole speranza di potere giugnere a sottrarneli giammai [(167)].

Eppure malgrado un ostacolo sì tenace, e sì invincibile in apparenza, parmi oggi dimostrato, che i progressi dell'istruzione avevano già eccitati a' nostri giorni spontaneamente una discreta frazione di ebrei a segregare dalla loro inveterata legge, non meno scritta che orale le instituzioni essenziali al loro Culto, da quelle che non sono che accessorie meramente e suscettibili di innovazioni nello stato politico, e civile; alcuni di essi pervenuti essendo a sopprimere omai le tante inutilità delle quali gli scritti de' Rabbini sono pieni, che ad altro non servono, come provammo, che ad oscurare i veri pregj della tersa Religione, senza renderne migliori gli osservanti; e tanto fu questa una verità chiaramente riconosciuta da' medesimi Israeliti che nell'Anno 1800, una Società di ebrei olandesi pubblicò una deliberazione di non riconoscere in avvenire che la Religione pura, e consolante di Mosè, e di rigettare onninamente tutte quelle istituzioni che fino a quell'epoca erano denominate, Leggi Talmudiche (Vedi Racc. degli Atti dell'Assembl. degli Israeliti p. 72); e in fatti questa benemerita società avea già attirati un'affluenza considerabile d'Israeliti; indi nel 1801, fu progettato di convocare un congresso generale, ad oggetto di richiamare in Luneville i rappresentanti di tutti gli ebrei dispersi nelle differenti regioni dell'Europa, affine di sanzionare, e rendere più amplia, e più autorevole la previa motivata Riforma: è bene da congetturarsi con ogni fondata sicurezza, quale potesse essere effettivamente il vero scopo fondamentale di sì fatto congresso; questo non tendeva, in une parola, che al disegno identico medesimo che ci siamo noi proposti, cioè, di sostituire una sana, e metodica Religione, alle pratiche superstiziose, degradanti, e antisociali, che al massimo detrimento della medesima, se ne facea sostenere il carattere, e le veci.

Or perchè mai una disposizione sì provvida per se stessa, e sì salutare, non ha essa potuto ritrovare in alcun tempo nel grembo della chiesa giudaica solo che pochissimi partigiani, e imitatori? L'unica, e la vera cagione di simile deficienza ripetere solo noi la possiamo giustamente dal non essersi ritrovato giammai qualche individuo Israelita fermo, e zelante a quel punto dell'onore, e de' solidi vantaggi della propria sua nazione, fino a ridurre in sistema le teorie necessarie per condurla con propizio successo all'arduo desiderato intento di una perpetua indefettibile rigenerazione, non meno per tutto ciò che ha un immediato rapporto colla credenza professata da quella, che relativamente a' suoi costumi, così pure che all'istruzione. Ma con quel fronte immaginarne la difficile impresa, e chi mai di altronde azzardatone avrebbe fra gli uomini una pronta esecuzione senza grave rovinoso pericolo [(168)]? Malgrado che una sì triste verità rendasi pur troppo innegabile ad ogni esperimento, e che que' numerosi esempi da noi opportunamente riportati, contestino ad evidenza quale funesto guiderdone l'ebreo filosofo aspetti dalle benemerite sue cure consacrate ad illuminare il traviato popolo a cui esso appartiene, ciò non per tanto io che da lungo tempo avvezzo ad affrontare con baldanzosa fermezza gli assalti proditorj del settario furore de' miei connazionali, e che a superare io pervenni sovente con successo, cimentarli mi accinsi nuovamente in questo giorno, animato da una speranza lusinghiera di poterne in certa guisa riportare del pari una solida vittoria equipollente in vantaggio eternamente memorabile del corpo universale degl'illusi figli d'Israel.

Ma in seguito di tuttociò, parmi quì oltremodo necessario di avvertire, che qualunque siasi utilità che risultare potesse in vantaggio del popolo ebreo dall'esito felice del mio intrapreso assunto, esso non potrà mai completamente risentirla fino a tanto che non venga dal medesimo riconosciuta (nel modo che in chiari accenti fu già da noi significato altrove) l'urgenza indispensabile cui trovasi per tante parti ridotto di lumi sufficienti, d'istruzioni, e disinganno, affine di potere giugnere e bene intendere una volta essere evidentemente impossibile che le pratiche assurde, gli usi contraddittorj, e le stravaganti cerimonie delle quali fu esso fatalmente imbevuto, dopo un sì lungo periodo di secoli, debbino costituire le base inconcussa, e radicale delle Religione destinata e professarsi da un consorzio di enti dotati di un'anima ragionevole, di pensiere, e di riflessione, siccome pare che l'ebreismo lo abbia immaginato erroneamente fino ad ora con la più pertinace asseveranza.

Pervenuti che noi siamo ad un punto sì essenziale non meno che salutare, molto agevole impresa ci riuscirà di assicurarci che gli errori, ne' quali miransi precipitare gli uomini sì di frequente, altro non sono che le conseguenze necessarie della loro ignoranza, che la loro caparbia credulità macchinale, non è che il seguito immediato dell'inesperienza de' medesimi, della loro scarsa riflessione, e di quell'accidia inerte dalla quale vengono essi per la massima parte eccessivamente predominati nella guisa medesima appunto, che il trasporto al cervello, od il letargo sono gli effetti risultanti da quelle siffatte malattie, che gli anatomici distinguono col carattere di Epilessia. Quindi è che un pensatore, anonimo del nostro secolo disse molto sensatamente: La vérité, l'expérience, la refléxion, la raison sont des remedes propres à guerir l'ignorance, le fanatisme, et les folies, de même que la saignée est propre à calmer le transport au cerveau.

Ma se alcuno avido di sottilizzare le cose ad oggetto di meglio svilupparle, si facesse quì per accidente ad interrogarci, coll'esperienza infallibile alla mano, perchè mai la verità non produce essa in ogni tempo questo effetto salutare sopra le innumerabili teste orribilmente attaccate da tale perniciosa infermità? A questi, rispondere in massima si potrebbe, che siccome v'ha delle malattie che resistono con gran forza e qualunque siasi rimedio; così precisamente riesce affatto impossibile di sanare quegl'infermi ostinati all'eccesso di rigettare per sino quegli antidoti medesimi i quali avrebbero tutta l'attività, e l'efficacia di liberarli dal grave malore che gli assale. Quindi non senza fondata ragione pertanto, il celebre Fontenelle solea dire: Quand même je tiendrais toutes les vérités renfermées dans ma main, je me garderais bien de l'ouvrir pour les montrer aux hommes; mentre, se la scoperta di una semplice proficua verità (nel modo che l'ho io rimarcato in altro luogo, Ved. l'annot. 47 al T. I. delle Not. Camp. p. 130) fece trascinare crudelmente l'impareggiabile Galilei nella cadente età di settant'anni entro le orride carceri del feroce S. Uffizio, quali tormenti laceranti non dovrebbe mai aspettarsi colui che tutte si cimentasse a rivelarle? È ben vero però che se un novello Galilei oggi risorgesse fra i viventi ad istruirci di qualche altra scoperta egualmente sublime, positiva, e interessante di quella che due secoli avanti l'ammirabile filosofo Toscano trasmise alla posterità non avrebbe certamente adeguato soggetto di paventare una procedura sì strana, e sì spietata; ma egli dovrebbe essere d'altronde presso che certo di attirarsi religiosamente, senza traccia di rifugio, l'odio inesorabile de' fanatici, degli ignoranti, e de' più creduli Settarj i quali tutti d'accordo col versetto 12 del Cap. X, di Josuè alla mano, sfuggire non lascerebbero l'opportuno incontro di perseguitarlo come apostata, e deciso contraddittore delle Scritture; siccome appunto mirasi da questi di continuo brutalmente inferocire contro quei genj, che diretti delle più assidue e profonde meditazioni, tentano di estrarre delle cose ostensibili alle umane cognizioni, ciò che possono le medesime racchiudere di vero, di proficuo, e di essenziale per la specie dell'uomo.

Sebbene che da quanto l'esperienza medesima ci contesta, niuno essere umano sulla terra sia veramente interessato a perpetuare l'errore, il quale tosto, o tardi trovasi costretto di cedere alla verità, giacchè come lo pensa Agostino; occultari potest ad tempus veritas, vinci non potest, pure, nulla di meno, il fatto concorre a dimostrarci per altra parte, che molti con ogni possibile sforzo, lo tentarono sovente, ma indarno, poichè la menzogna, non ha che un tempo assai rapido, e perentorio; e che la verità solo è capace di resistere, al torrente impetuoso de' secoli, sopravvivere ad ogni età del mondo, e sempre intatta conservarsi dall'infezione letale di quella sua implacabile nemica, indefessamente occupata dalla sua corruzione, del suo sterminio [(169)].

E chi mai fra tutte le nazioni dell'universo potrebbe ciò autenticare con una convinzione più esplicita, e più chiara di quella che sentire dovrebbe le prosapia d'Israel di nostra età? Se una gran parte di quelle pervenne a fruire per qualche breve istante de' solidi perenni vantaggi che risultano da questa verità; se i Greci hanno motivo sufficiente di vantare i loro Aristidi, e i loro Socrati, che sì perfidamente ricompensarono; se i loro Ciceroni, e i loro Augusti orgogliosi rammentano i Latini, con quante più imponenti ragioni dee felicitarsi, ed esultare il popolo ebreo dell'aureo secolo di Napoleone il Grande, che in tante guise differenti degna fargliene gustare i salutari ammirabili effetti? I tempi avventurosi degli Alessandri, ecco il trionfo de' Macedoni, l'età felice de' Marc'Aurelj, ecco il fasto de' Romani, l'epoca eternamente memorabile dell'esemplare, Gallo-Italo Monarca, ecco la gloria nostra; ma noi poco interessati, od anche indifferenti a conservarla per nostro indelebile conforto, l'orgoglio, l'ignoranza, e il fanatismo ci rimergono pur troppo nel vortice immenso delle tenebre, senza speranza di liberarcene giammai, nè di vederle in alcun tempo rischiarate.

Quale forsennato pensiero, può mai trasportare un'ente ragionevole a rinunziare di proposito deliberato all'intero possesso del maggiore de' beni, che gli offre l'eterna previdenza, quale sarebbe quello, s'egli lo conoscesse di restituirlo al pristino culto eccelso de' suoi avi, e ad un tempo medesimo purificare i suoi costumi, e illuminare la sua ragione? E che; tutte le magnanime cure paterne che all'Augusto benefattore d'Israel piacque di richiamare in favore di questo popolo, non tendono esse forse onninamente a questo provvido edificante disegno? Quelle forse non sono che attualmente porgono ad esso i mezzi i più pronti, e i più sicuri, onde possa egli pervenire, senza ostacolo, alla meta felice di tutte le sue intense brame? E quale individuo fra voi supporre in verun modo si potrebbe a tal'eccesso folle o ingrato, fino a rigettarli, o ad esserne insensibile? O figli dell'abbandonata Sionne! Non vi accorgete voi forse, che sotto l'apparente opera umana l'ineffabile consiglio di un Dio prodigiosamente si asconde? L'alto sonante gloria, di cui l'eco universale fastosamente contraddistingue sopra la terra ogni azione, ogni gesto, qualunque impresa di NAPOLEONE l'incomparabile, non indica esse un parziale favore dell'Essere Supremo, non dimostravi l'effetto immediato del suo braccio onnipossente; non vi annunzia esse con evidenza che l'organo assoluto della volontà di un Dio, Cesare divenne, della cui profonda saggezza ei si prevale per punire i malvaggi, ricompensare i giusti, proteggere gl'innocenti, sollevare gli oppressi? Or in seguito di ciò, chi non vedrebbe, che mostrandoci recelcitranti alle auguste disposizioni del nostro Ciro, sì bene affetto al Creatore, sarebbe la cosa medesima che mostrarci ribelli all'eterna volontà di Dio stesso?

Cessiamo per tanto di più lungamente tormentarci per ridicole chimere di nostra sovvertita immaginazione, rispettosi adorando nell'opera terrena gli arcani profondi del Superno abitatore de' Cieli, che con un mezzo sì eccelso e sì potente degna oggi rinnovare quegli antichi favori medesimi de' quali furono gli avi nostri un giorno profusamente colmati; e vuole renderci ad un tempo convinti, che da noi soli dipende unicamente lo spezzare que' terribili ceppi degradanti che i nostri smarrimenti decorsi avevano in tante fogge costruiti a nostro perpetuo danno irreparabile; egli è per questa unica via che noi possiamo pervenire a meritarli, e ad elevarci (se oso dirlo) alla sublime cognizione del Culto puro, veridico, ed esimio, che il sommo Dio de' patriarchi esige dalla posterità dei medesimi; e distinguendo sensibilmente allora la religione vera, metodica, e sana, dall'apparente, superstiziosa, e irregolare, noi riconosceremo quali ragguardevoli moltiplici vantaggi risente dalla prima lo spirito che sa discernerla nel fulgido chiarore di sua magnificenza, e della sua vera grandezza; vedremo non esservi solo che quella che possa rischiarare l'intelligenza umana, elevare il genio al di sopra di se stesso, e farlo, per così dire, lanciare fuori de' lumi prescritti a tutto ciò che riguarda la natura, o l'indole umana: è dessa che dilata al grado massimo tutte le sfere; sola ha il dono di tutto vivificare, in qualunque siasi posizione in cui l'uomo si ritrovi, purchè abbia per guida la sua fiaccola eterna, può essere con sicurezza garantito di non deviare giammai dall'ameno retto sentiere di quella verità sì proficua, e sì essenziale alla sua specie: e così per ultimo ci ridurremo a convincerci necessariamente per ogni parte, che non avvi che questa unica eccelsa Religione, capace d'imprimere a tutti i talenti, così pure che a tutte le virtù il suggello indelebile del soprannaturale, e del divino, e che a quella solo spetta di creare il filosofo saggio senza orgoglio, nella guisa che appartiene ad essa unicamente di formare l'uomo pio senza fanatismo.

Ecco, in una parola, il vero Culto sublime che l'Augusto Rigeneratore d'Israel esige da questo popolo; ecco la Credenza consolante che i nostri Belgici fratelli, non ha gran tempo si proposero; e tale è precisamente la sola edificante Religione che risultare vedremmo con ammirabili successi dal nostro fissato piano di Riforma, se l'intera nazione alla solida utilità della quale esso è propriamente rivolto, potesse giugnere, d'accordo, a sentirne l'urgenza, a calcolarne l'intimo valore, persuasa restando colli evidente certezza che desso gli offre, che nè l'essenzialità del vero suo Culto resta lesa da quello, nella benchè minima sua parte, nè opinare osammo giammai di creare con esso nuovi principj Teologici, ovvero costruire col suo mezzo nuove basi religionarie, straniere al suo antico sistema, e sconosciute dalla medesima fino al presente; ma tutti i nostri sforzi altresì tenderono, in complesso, a edificare sopra quegli stessi fondamenti radicali, che secondo l'autenticità indefettibile di una gran parte della specie umana, furono in origine gettati dalla Divinità medesima; questo è tutto ciò che può l'essere intelligente promettersi, con qualche esito probabile sopra la terra; bene convinti d'altronde, pienamente col sensato Harrington (Aphor. Polit. Chap. 2. Aphor. 85) non potere in verun modo appartenere, nè agli uomini, nè alle nazioni, nè alle Leggi umane di trarre dal nulla dei principj, o senza questi costruire de' fondamenti, a meno che non prefiggasi di edificare delle macchine appese nell'ambiente, ciò che non può, senza delirio, cadere in mente umana. Ma la condotta però da noi tenuta, relativamente alla Rigenerazione del Culto Israelitico, troppo in chiari sensi giustifica, non avere quella per oggetto, che lo stabilimento permanente, e la grandezza luminosa del solo Codice Mosaico, che fissammo come base fondamentale della vera, genuina credenza del Popolo d'Israel, e come stabile punto centrale, dove tuttociò che rapportasi alla mera essenzialità del suo Culto, dee avere un diretto immediato concorso, riguardando assolutamente tutte le altre massime, usi, Cerimonie, e Instituzioni, come affatto eterogenee alla sua eccelsa natura, e indegno onninamente del carattere venerabile del suo primo fondatore.

Tale fu realmente per se stesso il primario scopo salutare di tutte le mie ponderate applicazioni decorse fino ad ora, nel modo appunto che ogni mio più serio, e assiduo riflesso verrà in seguito richiamato a dimostrare con Longino (Trat. del Subl. Cap. 29) a' miei connazionali non solo; ma a qualunque siasi altro individuo umano, che l'opifice onnisciente non ha già creato l'uomo per essere un animale automata, e spregevole, ma esso lo ha collocato in questo vasto universo, come nel centro di una moltitudine immensa, affine di esservi spettatore di tutte le cose che vi accadono; esso lo ha introdotto, dico, in questo gran torneo, come un intrepido atleta; il quale non dee respirare solo che la gloria quindi è perchè desso ha, per così dire, scolpito nelle anime nostre un intenso recondito declivio per tuttociò che apparisce ammirabile, e divino al di là della nostra limitata percezione; ecco (dottamente aggiugne l'allegato scrittore) ciò che fa che il mondo intero pare che non basti alla profondità, e all'estensione di alcuni umani talenti i quali molto sovente oltrepassano i confini medesimi che gli circondano.

Altro per tanto all'uomo non resta più a fare che esaminare ponderatamente il circolo della sua propria esistenza, facciasi egli dunque a considerare attentamente quanto esso in se medesimo racchiude di magnifico, e di sublime; ed egli allora potrà discernere bentosto agevolmente per quali piaceri, e per quali oggetti l'Autore Supremo della natura lo destinò sopra la terra.

Fine del Tomo Primo.

[(165)] Alcuni filosofi del secolo ritrovano straordinario di vedere che la Divinità, seguitando la tradizione, siasi rivelata di una maniera sì poco uniforme nelle diverse regioni del nostro globo, che in proposito di religione gli uomini si riguardano gli uni gli altri cogli occhi dell'odio, o del disprezzo (ved. [annot. 97.]), ciò che rende i fautori delle differenti sette mutuamente reprensibili: i misteri i più rispettati in una Religione, sono altrettanti oggetti di scherno per un altra. Dio avendo tanto fatto (aggiungono essi) di rivelarsi egli uomini, avrebbe almeno dovuto loro parlare una medesima lingua, dispensando a tutti così il loro debole spirito della molesta confusione di ricercare quale può essere la religione emanata veramente da esso lui, e quale è il Culto il più grato, alla sua eterna volontà, ed il più accetto alla sua Divina ineffabile Onnipotenza.

[(166)] Quasi tutti i popoli dell'universo hanno adorato Dio, come fu da noi accennato altrove sotto varie appellazioni differenti; ogni nazione gli ha dato de' nomi, e degli attributi particolari, ma questi Dei, di cui la moltitudine è incalcolabile, sieno quanto si vuole inorpellati, essi rassomigliano tutti o al Dio del filosofo, o al Dio del popolo. Il Dio del filosofo e stato in ogni tempo il primo, e il più perfetto degli Esseri, l'anima della natura. Infatti v'ha egli qualche cose di più energico, e di più sublime in tutto ciò che i Metafisici, ed i Teologi di ogni secolo hanno detto dell'Essere Supremo dell'inscrizione ritrovata incisa sopra una statua di Osiris nell'alto Egitto? Io sono tutto ciò che è stato, ciò ch'è, e ciò che sarà, e non avvi un mortale capace di allontanare il folto velo che mi asconde agli sguardi peribili de' viventi. Il Dio del Volgo fu sempre un essere superiore all'uomo suscettibile delle medesime passioni, ma infinitamente più potente di noi. Tutte le Religioni che conosciamo non sono che un risultato più o meno avventuroso della filosofia, confuso con alcuni pregiudizj nazionali. I pregiudizj ne sono stati ora la base, or la conseguenza, ed ora lo scopo; più sovente forse l'immagine, o il velo.

[(167)] Ma siccome o più oggi non trovasi fra noi chi abbia coraggio sufficiente di cimentarsi ad illuminare i suoi simili, o se alcuno, per accidente, ve n'ha, questi non si ascolta, si disprezza, e non si cura, ne viene che gli uomini restano così miseramente abbandonati alla loro natìa ignoranza, vittime delle chimere di cui la tradizione è una sorgente feconda, e inesauribile; la loro cecità in tale stato diviene tanto più forte, ch'essi sembrano odiare la ragione e pare che temino di essere illuminati: così Cicerone dice, che la filosofia si contenta di pochi giudici, ch'essa odia il volgo, e che n'è odiata, e riguardata come sospetta e nemica, aggiugnendo che coloro i quali la condannano, e la disprezzano si attraggono l'approvazione dalla moltitudine: Est enim Philosophia paucis contenta judicibus, multitudinem consulto ipsa fugiens, eique ipsi et suspecta et invisa, ut vel si quis universam velit vituperare, secundo id populo possit facere. Tuscul. II. fol. 254.

[(168)] In tutte le età non si può senza un pericolo eminente, e inevitabile allontanarsi da' suoi pregiudizi, che l'opinione avea renduti sacri; nè fu in alcun modo permesso di fare delle utili scoperte in verun genere; tutto ciò che gli uomini illuminati hanno potuto fare ad un tale riguardo è stato di parlare in termini coperti, e palliati, e sovente con una vile compiacenza, alleare vergognosamente ancora la menzogna alla verità. Molti ebbero una doppia dottrina l'una pubblica, e l'altra occulta, la chiave di quest'ultima essendosi perduta, i loro sentimenti genuini divengono per lo più inintelligibili, e per conseguenza inutili per noi.

Or come dunque i filosofi moderni a' quali, sotto pena di essere perseguitati della maniera la più crudele, si gridava di rinunziare alla ragione per sottometterla a' prestigj del fanatismo; come, dico, uomini sì fattamente illaqueati avrebbero essi mai potuto dare un libero slancio al loro genio, perfezionare la ragione, accelerare la marcia dello spirito umano? Non fu che tremando, che i più grandi uomini del mondo travvidero la verità, rarissime volle essi ebbero il coraggio di annunziarla; coloro che hanno osato di farlo, sono stati severamente puniti della loro temerità; merce la superstizione non fu giammai permesso di fare uso del proprio pensiere, o di combattere i pregiudizj de' quali fu l'uomo in ogni tempo la vittima, o lo scherno.

[(169)] La menzogna serve poco, dice Seneca (Lett. 79. T 2.); il colorito superficiale di un ornato esterno, non ne impone che molto debolmente a poche persone senza esperienza, e senza talenti. La verità in ogni parte, e sotto qualunque siasi aspetto che riguardare si voglia, è sempre la stessa; la falsità non ha consistenza, la menzogna è trasparente, e per poco che vi si attenda facile riesce di riguardarne attraverso, dimostrarne il pericolo al mondo, e smascherarla.