III.

__Teatro Re__.—Nos bons villageois. commedia in cinque atti per __Victorien Sardou__.

La sera del 3 ottobre passato, fra le sette e mezzo e le otto, una folla frettolosa di parigini attraversava il boulevard e s'accalcava alla porta del Théâtre du Gymnase, sfilava nell'atrio, invadeva la platea, gli scanni, le loggie; poi con cupida impazienza aspettava l'alzarsi della tela. Tutte quelle teste stipate tramandavano nell'aria calda della sala una vasta pulsazione diffusa; il palpito della curiosità, che non è fra i meno violenti, animava tutti quei polsi e tutte quelle tempie. L'aperto angolo facciale del popolo parigino dominava fieramente in quella folla; c'erano qua e là dei profili arguti, e delle fronti poderose, brillava in tutte le pupille la gaia fiamma dell'intelligenza; quei signori e quelle signore formavano la parte più eletta del pubblico più eletto di Parigi. Fisionomie ben note di persone illustri spiccavano in mezzo alle altre, specialmente fra le primissime file degli scanni così detti fauteuils d'orchestre. Lì grandeggiava l'olimpica testa canuta di Jules Janin, dal solenne sorriso pagano, e vicino stavagli il magro Legouvé, sempre serio e accigliato, e non lontano l'inerte volto di Prévost-Paradol, opaco e muto come una maschera; molti altri ancora. Il pubblico osservava que' suoi archimandriti con sommessa avidità, e gli archimandriti si lasciavano agevolmente osservare.

La tela non s'alzava. L'aspettazione diventava inquieta; un mormorio incominciò a un angolo della sala; un bastone picchiò per terra il tradizionale ritmo della canzone: oh les lampions! un altro bastone lo seguì, tutti i bastoni della platea s'unirono in massa. La tela non s'alzava. Chi non aveva bastone picchiava co' piedi; il ritmo si faceva sempre più sonoro, più fragoroso; nessuno smarriva la battuta per quanto l'impazienza fosse al colmo, ed era stranissima quella turbolenza che irrompeva a tempo in crome e biscrome, come se un direttore d'orchestra la dirigesse.

Finalmente la tela s'alzò. Una esclamazione di diletto esci da tutte le bocche. La scena che s'apriva agli occhi del pubblico era deliziosa e deliziosamente dipinta:

Le matin.—À gauche, un lavoir de village, couvert d'un petit toit; baquet, battoirs, etc. L'eau du lavoir, qui est censée venir de la coulisse de gauche, se déverse du lavoir dans un ruisseau qui décrit le tour de la scène, au milieu des joncs, des roseaux et des hautes herbes, en longeant, au fond, la terrasse d'un parc plus élevée que le sol de la scène. Au dessus du ruisseau, à droite, un petit pont de planches. La scène est entièrement ombragée par les grandes arbres du parc qui font de ce lieu un endroit très retiré et très-frais.

Questa è più che una scena; è un paesaggio, è uno stupendo motivo di quadretto fiammingo. Ruisdael non avrebbe certo letta questa graziosa descrizioncella di Sardou senza tradurla in colori; c'è il pennello di Hachenbach in quelle linee; in quel "endroit très-retiré et très-frais" c'è tutta l'arte del paese. E le macchiette? ci sono anche quelle e si chiamano Maguelon, Yveline, Perrette. Elles sont agenouillées au lavoir et savonnent leur linge tout en jasant. Le attrici non hanno ancora aperto bocca e il pubblico applaude già; cosa sarà poi quando quelle tre vispe macchiette si metteranno a discorrere nel loro jargon villageois, con tutte le squisite grazie del dialogo paesano che Sardou raccolse e sparse in tutto il primo e secondo atto della sua commedia? Cosa sarà quando entreranno in scena Chouchou e la Mariotte, la Mariotte rappresentata dalla seducentissima mademoiselle Pierson, e quando questa Mariotte dirà, tutta curvata al suo lavatoio e tutta ciarliera e birichina:—Les Grinchu, père et fille, tenez! v'là ce qu'on devrait leur faire (elle tord son linge!) Couic! Senza dubbio a quel "couic", detto vezzosamente dalla Pierson e accompagnato dal moto vivace di due bei braccetti, nudi fin più su del gomito, senza dubbio tutta la sala scoppia in risate e battimani. E poi, agli innumerevoli idiotismi di quelle birbe, l'allegria si fa sempre più pazza:

«Tiens cette petite cane en rétard».

=Chouchou=: «Ah ben! le jour de la fête, il ya pas presse à l'ouvrage».

E poi:

«ça avait l'air quasiment d'une bannière».

E il pubblico piglia già diletto a queste parole; e ci pigliamo gusto noi pure, s'anco non francesi, e ci vengono in pensiero paragoni e affinità coi dialetti nostri, e troviamo che quel cane è parente del nostro canaglia, e quel presse e quel quasiment sono né più né meno che i vocaboli paesani pressa e quasimente, e che l'ousque è l'usque latino e che nella frase: "Vous sentez, comme qui dirait, la bourbe ", c'è tutto il sapore toscano del modo come a dire, e ci piace il guigner per il tener d'occhio (collimare) e ci piace il siroter les petits verres per esprimere il bere a centellini, idiotismo che data fino da Regnard, il quale scrisse: "je sirote mon vin", e ci piace l'esclamazione: "que nenni!" e l'altra celebre: "v'là les pompiers!".

Così, dopo averci dilettati la scena, ci dilettano le parole; dopo averci dilettate le parole bizzarre e piacevoli, ci diletterà il dialogo ch'è de' più dilicati, e poi ci diletteranno le posizioni drammatiche e forti, e infine ci avrà dilettato la commedia intiera. E tutto il pubblico la pensa come noi e si sbraccia ad applaudire e si smascella a ridere e poi s'arresta atterrito alla catastrofe dell'atto quarto e torna a sorridere al quinto e torna ad applaudire dopo finita la commedia e calato il sipario; e quando il régisseur esce sul proscenio ed annuncia il nome glorioso e fortunato di Victorien Sardou, gli applausi raddoppiano e non vogliono cessare. Ed ecco là M. Ulbach in piena loggia che vuole sconficcarsi l'avambraccio ad applaudire e Neftzer che gli fa eco daccanto. Ma perché Janin, perché Prévost-Paradol, perché Legouvé non applaudono? Perché questi tre si guardano in faccia sogghignando e pare disapprovino severamente la condotta del pubblico e quella di Mr. Ulbach? perché quando Mr. Ulbach li ha scorti e indovinati, cessa di applaudire esso pure e si nasconde?

Il lunedì dopo appaiono i feuilletons. Tutta la critica parigina si scatena furibonda contro Victorien Sardou e i Nos bons villageois. Jules Janin ha l'ira classica, l'ira oraziana, adornata di forma armoniosa e leggiadra, l'ira dal periodo sonante, dal numero eletto; inveisce con grazia, urla con eleganza; si avrebbe velleità di dirgli, come Demetrio al Leone del Sogno di una notte d'estate: "Well roared, lion!" Prévost-Paradol rugge con minore maestria: ha l'ira romantica, fremebonda, scapigliata, feroce; viene alla memoria, leggendo il suo articolo della Revue des deux-mondes, l'Achille di Offenbach: Je suis le bouillant Achille ecc. ecc. E M. Ulbach anch'esso, dopo avere dato a Sardou il suo coup de main come il pubblico, gli dá il suo coup de pied ("le coup de pied de M. Ulbach", come dice Edmondo About), il suo coup de pied come gli altri critici. Il fatto, come ognun vede, è singolare. Il pubblico applaude, la critica fischia: ecco due opinioni opposte ed egualmente autorevoli; da un lato c'è la moltitudine che è da se stessa una intelligenza, dall'altro lato vi sono alcune intelligenze eccezionali che valgono la moltitudine; da un lato c'è il senso comune, dall'altro lato l'ingegno, da un lato la coscienza, dall'altro lato la scienza, e per dirla con una immagine da tribunali, da un lato ci sono i giurati che glorificano Sardou, dall'altro lato gli uomini di legge che lo condannano. A chi ci domandasse il giudizio nostro intorno a questa combattuta commedia, risponderemmo senza titubare che poniamo il nostro voto fra quello del pubblico e quello dei critici, ma molto discosto da quello dei critici e molto vicino a quello del pubblico. M. Ulbach, che tutti videro la sera della prima rappresentazione strepitare nella sua loggia, confessa egli stesso d'essersi colto in flagrante delitto d'entusiasmo; indi si dá al passatempo, non sappiamo se più savio o più pazzo, di analizzare uno per uno i suoi battimani, di passare attraverso un esame fisico il bollore delle sue palme applaudenti; e dopo aver purgata la sua coscienza con questa confessione, si slancia a corpo perduto nella critica fredda e sleale della commedia. In tale maniera di agire c'è molta leggerezza, molta vanità e molta ingratitudine. Non ci piacque punto quel tronfio e puerile atteggiamento del critico del Temps.

Noi vogliamo tenere invece l'atteggiamento contrario: vogliamo piuttosto che annichilire il nostro applauso colla nostra critica, annichilire la nostra critica col nostro applauso. Una verissima frase di La Bruyère ci incoraggia a ciò: le plaisir de critiquer nous empêche d'être touchés des belles choses. La Bruyère, il maestro di coloro che osservano, il critico de' critici, il grande scrutatore degli uomini, notò questo pensiero, questo avvertimento.

Infatti quale utilità trarremo noi per l'arte, pel pubblico, per noi stessi, quando ci saremo tanto raffinati nella nostra critica da smarrirne il criterio? Quando avremo tanto sofisticato sulle cose dell'arte che non le capiremo, che non le sentiremo più? Quando avremo a forza di sapere perduta la fede del bello come gli scettici la fede del buono? "Criticismo" presso i tedeschi, che se ne intendono, è sinonimo di scetticismo; Dio ci scampi da questo sinonimo. La critica deve darci la prova scientifica, ideale ed estetica delle nostre impressioni, e per quanto ciò sia in potere della scienza, deve dimostrarcene le cause, deve meditarle e non combatterle, deve giustificarle e non contraddirle, deve renderci ragione dell'applauso, deve dare all'entusiasmo ciò che appartiene all'entusiasmo, al cuore ciò che appartiene al cuore. M. Ulbach, quando rinnega la mattina con la penna in mano, dopo una notte saporitamente dormita, le emozioni artistiche della sera, commette un atto colpevole, tradisce l'arte per mania della critica. M. Ulbach crede senza dubbio d'essere grande e bello e coraggioso quando grida al pubblico: "Guardate! ho applaudito anch'io ed ora fischio!" M. Ulbach pose. Ci paiono, da senno, assai bambineschi e assai deboli questi esprits forts della critica. Dov'è la logica, dove il raziocinio, dove il rispetto alla penna e al pensiero in quest'uomo, il quale, quand'è seduto in platea, subisce le passioni del pubblico, e quand'è seduto al tavolo, segue le ubbie dei critici? Meglio che mutare due volte d'opinione è ponderare seriamente e lungamente la prima ed arrestarsi a quella; oppure, se si muta giudizio, e' convien passare dal cattivo al buono e dal buono al migliore; ma ci pare che M. Ulbach abbia camminato a rovescio.

Secondo noi l'opinione più giusta intorno ai Nos bons villageois è quella del pubblico e la adottiamo noi pure, benché con una certa qual temperanza. Adottarla è andar contro a quasi tutti i critici francesi, né per ciò rimarremo dal farlo. Ci diletteremo anzi molto nel contraddire passo per passo gli appunti più gravi scagliati dagli scrittori più gravi nei giornali più gravi.

"C'est au public qu'il faut s'en prendre lorsque la critique est obligée par le succès de s'arrêter à des oeuvres indignes d'elle. Mais pour être inévitable, cette tâche de la critique n'en devient ni plus attrayante, ni plus facile, et l'on ne peut guère se résoudre à discuter sérieusement ce qui ne supporte pas l'examen". E perché tanto baccano? Wozu der Lärm? (come esclama Mefistofele dopo i farneticamenti dell'evocazione di Faust.) Wozu der Lärm? qual'è il sacrilegio che s'è commesso, qual'è la profanazione, qual'è il delitto? Certo nei placidi regni dell'arte accadde qualche scandalo grave per muovere un così portentoso dispetto; chi è quell'indignato che sulla guancia porta il rossor del pudore e sulla fronte il rossor della collera? E chi grida? dove grida? ed a chi grida? Il gridatore è Prévost-Paradol, il luogo dove si grida è la Revue des deux-mondes e il gridato è Victorien Sardou. Chi lo avrebbe mai detto? L'ingegno abbaia contro l'ingegno come un cane aizzato, la critica eletta mugghia contro l'arte eletta, il giornale ch'è la tribuna insulta il teatro ch'è il pulpito, la Revue des deux-mondes offende il Gymnase. Se i buoni s'accapigliano in tal modo, che faranno i cattivi? se il grave senatore togato va così arrabbattandosi colle pugna serrate e co' denti stretti per l'ira, cosa farà il plebeo, il tunicatus, lo schiavo? Prévost-Paradol, quel nobilissimo scrittore, quel delicato artista, quel severo filosofo, ha dimenticato per un'ora la sua serietà e il suo corretto stile. Vediamo un po' se ha dimenticato anche il suo antico amore, il suo studio grande: la scienza del criticare.

«Que l'ombre de Ducis nous pardonne si son nom nous revient à l'esprit dans cette circonstance; mais presque toutes les comédies de M. Sardou nous rappellent un mot charmant de M.e d'Houdetot sur une tragédie de Ducis, Oedipe chez Admète…—Que pensez-vous de la pièce nouvelle?—lui demandait-il.—De laquelle parlez vous?—répondit M.e d'Houdetot,—car j'en ai vu deux hier-au-soir. C'est ce qui arrive à tous les auditeurs de M. Sardou; il voient toujours deux pièces en une seule, et deux pièces qui les plus souvent n'ont rien à démêler l'une avec l'autre».

Perché tanta pompa di sdegno, perché tanta mostra di muscoli, di bicipiti e di torace, di vene enfiate e di narici dilatate contro l'innocente Sardou? Il "gladiatore" d'Agasias esiste già in una sala del Louvre ed ogni buon parigino può andare ad ammirarlo tutti i dì dalle dieci alle tre, né c'è bisogno alcuno che M. Prévost-Paradol offra al pubblico in se medesimo una copia della celebre statua eginetica. Perché evocare l'ombra del dimenticato Ducis e domandarle perdono di trascinarla nell'argomento dei Nos bons villageois? noi domanderemmo piuttosto perdono al Sardou se venissimo a ciarlargli di Ducis, di quel mediocrissimo uomo, traditore de' classici, traditore de' romantici e insieme plagiario di Corneille e di Shakespeare, profanatore miserabile ad un tempo di Amleto e di Edipo, uomo a buon dritto morto, sepolto, ammuffito e obbliato. Si offende la sacra memoria dei grandi morti immortali citando con tanta unzione e con tanta pietà il nome di Ducis. Dopo essersi inginocchiato davanti a quest'ombra, Prévost-Paradol trova che Ducis ha lo stesso peccato di Victorien Sardou: Oedipe chez Admète son due commedie in una, come Nos bons villageois. Ma forse anche ciò è falso, e doppiamente falso: in questo asserto noi troviamo due errori.

Errore primo: nei Bons villageois non ci sono punto due commedie. Il Prévost-Paradol ha preso per un'intera commedia le scenette di genere del primo e del secondo atto, e qui sta l'inganno; egli non ha capito che quelle scenette erano il semplice fondo su cui s'aggiravano le linee dell'unica e vera commedia che s'intravvede al primo atto, che si rivede al secondo, che scoppia con tutta la sua forza al terzo, che freme ancora nel quarto e che nel quinto si scioglie in un dolce sorriso. L'azione dei Bons villageois è una, unicissima, e dove mai Prévost-Paradol mi sa trovare in questa commedia materia per una seconda azione? Il cicalio delle lavandaie, ben lungi dal presentare gli elementi d'una superfetazione, per così dire, di soggetto, non ci pare quasi neanche un episodio, neanche un dialogo, neanche un seguito di scene, bensì un chiacchierio di gaie comari, un gorgheggio di passeri, una facezia; si dica lo stesso delle celie paesanesche dell'atto secondo nella bottega del barbiere. Queste scene sono il paesaggio del quadro le di cui figure reali sono il Barone, i due Morisson e le due donne del castello. La maniera del Sardou ci rammenta un po' il pennello di Salvator Rosa, paesaggista e figurista in uno. In tutta la commedia del Sardou appare questa doppia manifestazione del suo ingegno, per modo che non sappiamo se egli sia più Calame o più Meissonier.

L'originalità principale del nostro commediografo sta appunto nell'accordo ch'egli sa trarre da questo suo dualismo; e ci pare di avere scoperto le traccie della sua teoria e d'aver seguito le orme del suo sistema. Sardou cerca prima di tutto una tesi sociale, un intrigo. La tesi sociale corrisponde a ciò che noi chiamiamo "il fondo", il "paesaggio" della sua commedia, il quale fondo o paesaggio viene rappresentato da personaggi esclusivamente incaricati di ciò; l'intrigo è l'altra parte, la quale corrisponde alle "figure". Ma non diremo mai d'una commedia di Sardou: sono due commedie; come non diremo mai d'un quadro del Rosa: sono due quadri.

Errore secondo: la duplice azione non è un difetto. Per convincerci che lo sia, si dovrebbe incominciare a distruggerci davanti agli occhi tutto Shakespeare dalla sua prima commedia all'ultima tragedia. In quasi tutte le più mirabili e possenti opere dello Shakespeare appare la duplice azione. La duplice azione è uno dei segni di quel gigante. Tutte le sue tragedie sono biforcute e poderosamente ramificate come le corna d'un antilope immenso. Nell'Arrigo IV dramma c'è la commedia che si chiama Falstaff; nell'Antonio e Cleopatra c'è una tragedia a Roma e l'altra in Egitto; nel Re Lear c'è un'altro dramma che si chiama Glocester, nell'Amleto c'è un altro Amleto che si chiama Laerte.

Dunque M. Prévost-Paradol erra due volte: la prima perché osserva con intenzione di biasimo l'esistenza d'una duplice azione nei Nos bons villageois, la seconda perché questa doppia azione non c'è. Se ci fosse, essa sarebbe, secondo noi, un indizio di più dell'eccezionale ingegno di Victorien Sardou. M. Prévost-Paradol chiama Nos bons villageois: "tissu d'invraiesemblances, suite d'incidents et d'actions qui sont autant de défis portés au sens commun". La tela di quest'ultima commedia di Sardou ha un carattere speciale che la distingue dalle tele di quasi tutte le altre commedie dello stesso autore, e questo carattere è la semplicità. Una posizione drammatica sola, portata fino alle ultime sue conseguenze, ecco con quale innocente artifizio è composto l'intrigo di questa commedia. Questa posizione sulla cui base poggia tutta la favola del dramma, può narrarsi in una riga e già tutti lo sanno: un innamorato che per salvare la donna si finge un ladro, e costui è Henri Morisson. Ora, data questa posizione unica, dal contatto di Henri col padre suo, poi di Henri col marito, poi di Henri col padre e col marito assieme, poi di Henri col padre, col marito e colla donna, il Sardou fa scaturire la commedia intera, e la fa scaturire limpida, naturale, spontanea, senza nessun tessuto d'inverosimiglianzeseguito d'incidenti estranei e superflui. Sardou si è proposto in questi bons villageois una grande economia di avvenimenti: volle gli avvenimenti appena necessarii allo sviluppo de' suoi cinque atti. E infatti è così facile a tenersi a mente il soggetto, è così parco d'accessorii, è così semplice, che il Prévost-Paradol benché voglia evidentemente raccontarlo in modo da farlo sembrare una matassa informe di inverosimiglianze, lo fa stare tutto in una pagina della Revue, compresi i più minuti particolari. Se non che l'illustre critico francese raccontando questo soggetto di commedia incorre in una grave distrazione, e su questa distrazione fonda in piena coscienza una ferocissima accusa contro il povero Sardou. Lo strano si è che questa accusa, la quale tende a distruggere da capo a fondo la commedia, è falsa, falsissima; e benché tale, fu ripetuta da tutti i giornali francesi.

Citiamo l'accusa:

"Le voilà donc révenu dans ce parc (tutti i lettori capiscono che qui si parla di Henri Morisson), où le surveille la méchanceté des paysans; sa présence est denoncée au maître de la maison; on le corne, on le pursuit, on l'atteint enfin dans le salon, où il faut éxpliquer sa présence. Il n'a qu'un mot à dire, et puisqu'il vient cette fois pour cette jeune fille qu'il aurait pu si aisément et si honnêtement demander en mariage, sa conduite est absurde sans être criminelle. Il va sans doute dire la vérité, ou du moins cette partie de la vérité qui ne compromet personne et le fera seulement paraître aussi sot qu'il le mérite; mais cette vérité est encore trop commode à dire: il n'y a pas de danger qu'il la dise. Il aime mieux étendre la main, saisir une poignée de diamants et se faire passer pour voleur".

Qui appunto sta il culmine della commedia. Qui sta l'arte, qui sta l'ispirazione di Victorien Sardou. Henri non può fare altro che fingere di rubare i diamanti, e basta notare una circostanza dimenticata da Prevost-Paradol per isgominare dalle fondamenta la sua critica. Henri non entra nel parco per Geneviève, ma per Pauline, non è là per la demoiselle, ma per la dame. Basti citare queste parole stampate a pagina 98 della terza edizione dei Nos bons villageois per convincersi di ciò:

(Henri è già nella sala del castello, solo, quasi spaventato dall'audacia sua) "Tous le gens du château sont à la fête… le baron est au bal, je m'en suis assuré… Et sans doute elle est seule… C'est audacieux ce que je fais la. (Ma ecco, che entra in scena Geneviève invece di Paolina) Geneviève! quel contre-temps!"

Dunque se Geneviève est un contre-temps, Henri non è certamente entrato nel parco e nel castello per Geneviève, e la miglior prova è che appena egli l'ha scorta, s'è mosso per andarsene. Ma Geneviève lo vede e lo chiama. Henri bisogna che s'arresti. Di lì poi nasce la catastrofe logicissima. Come può dire Henri al Barone: "sono venuto qui per Geneviève", se realmente è venuto lì per la moglie del Barone? La presenza di Henri nel castello in quella notte è colpevole e, diciamolo pure, è pazza, è sconsigliata: bisogna espiarla. Il mezzo termine di Geneviève sarebbe alla coscienza di Henri una infamia maggiore, un rimorso maggiore, e poi là in quel parco, inseguito, circondato, scacciato da tutti, fuggente, tremante, disperato, non si ricorda già più di Geneviève. Vede Paolina, è colto con Paolina, bisogna salvare la moglie del Barone anzi tutto; non c'è altro mezzo che passare per ladro e farsi prendere co' diamanti in mano. Il mezzo è terribile, eccessivo ma necessario, e in questa necessità sta appunto il trionfo di Sardou. Pauline è innocente, è monda d'ogni macchia, Pauline non ama più Henri, non lo ha forse amato che un giorno solo e poi l'amore gli è tornato in uggia, in nausea, in paura, in tormento di spirito. Ed è appunto questa resistenza implacabile, questa virtù di Pauline che desta in Henri tutte le più violente ostinazioni dell'amore deluso: "Une femme qui s'enfuit… quel âpre désir de courir aprés elle". In quell'âpre désir c'è una infocata mistura di tutti i più veementi veleni dell'amore e della collera.

Henri Morisson, che in fine de' conti è il personaggio che condensa in sé tutto il dramma, dev'essere meditato scrupolosamente dalla critica. Meditiamolo.

Henri Morisson è l'antagonista del soggetto di Sardou, è il parigino, è l'uomo della capitale, è il personaggio che rappresenta l'antica legge dei contrarii e dei contrasti, legge che nacque col dramma primitivo e che vivrà fin che vivrà il dramma sulla terra. Ecco dunque da un lato Grinchu, Floupin, Fetillard, villageois, dall'altro lato Henri Morisson, parigino. E fin dal primo atto appaiono sulla scena i difetti degli uni e dell'altro.

Gli abitanti della villa sono ignoranti, caparbi, egoisti, maligni, invidiosi, ingrati, burbanzosi, vigliacchi, e l'abitante della città è frivolo, leggero, volubile, pronto al male, ma pronto anche anche al bene, suscettibile al peccato, ma anche all'espiazione, effeminato ed eroe, coraggioso in tutto, tanto nel vizio come nella virtù, vero figliuolo del secolo. Tutti i giovani che hanno oggi vent'anni, sono fatti a simiglianza di Henri Morisson. Appena ch'essi sentono l'imperiosa necessità dell'amore, eccoli già posti in un bivio inevitabile e fatale: l'amor puro o l'amore colpevole? Non sanno se dare l'anima loro alla vergine o alla donna, a Geneviève o a Pauline. Quasi tutti, dopo aver molto sofferto, molto desiderato e molto titubato, scelgono… Pauline.

Questa è la storia quotidiana di tutti i primi amori, che oggi non sono certo i più puri, e la colpa non è di Sardou. Ma dopo i primi amori vengono i secondi, e allora si sceglie Geneviève, che si sposa al quinto atto. Che questo Henri sia un tipo vero, nessuno certo potrà contestarcelo; ma tutti ci contesteranno che sia un tipo estetico. E veramente fino al terzo atto nulla d'estetico, nulla d'ideale appare in codesto Henri Morisson. Ma al terzo atto il nostro personaggio s'ingrandisce meravigliosamente. La sua menzogna è stupenda; quel girella dell'amore, quel don Giovanni da dozzina, quel bardassa da boudoir, diventa un ideale eroico e tragico e mirabile, e allora l'arte incomincia:

"Ce rôle sans issue une fois adopté, il faut qu'il le soutienne, et nous soubissons lentement tous les détails que cette situation peut produire, depuis les mensonges variés de ce jeune imbécile jusqu'à la niaiserie de son père qui aime mieux se conformer à son dire et le déclarer un voleur que l'exposer à la colère de ce mari outragé ou plutôt croyant l'être. Certes la plume tombe des mains en résumant de pareilles aventures, e vingt fois devant cette succession d'absurdités la patience est sur le point de s'échapper à tout spectateur raisonnable".

Ecco ancora Prévost-Paradol che vocifera, e chiama l'azione di Henri un rôle sans issue, ma appunto perché è un rôle sans issue, fuorché l'issue della finestra e della fuga, o l'issue dell'infamia, l'azione è grande e drammatica. Prévost-Paradol avrebbe preferito il duello fin dal terzo atto, e che vantaggio avrebbe avuto la commedia dal duello? Henri si sarebbe lasciato uccidere dal Barone, o s'anche si fosse difeso, il Barone, vecchio militare, e vecchio geloso, e vecchio gentiluomo, avrebbe ucciso senza dubbio Henri. La colpa immaginaria della Baronessa si sarebbe confermata e aggravata col duello e tutte le apparenze avrebbero gridato la sua accusa. Il padre Morisson avrebbe, sconfessando la menzogna del figlio, immolata la vita di Henri a una apparente infamia di alcune ore, avrebbe da vigliacco, da plebeo, compromessa terribilmente la Baronessa. Tutto è combinato nell'atto terzo dei Bons villageois con profonda sapienza, e la critica non può assalirlo che combattendo in cattiva guerra e con cattive armi.

Eppure tutti i critici l'assalirono. Ci dev'essere una cagione nascosta a codesto sdegno universale: non possiamo supporre che gli scrittori francesi abbiano così fattamente smarrito il senso dell'arte e la gentilezza loro abituale. La ragione ci pare d'intravvederla in un periodo dello stesso Prévost-Paradol verso la fine del suo articolo. Alcuni calunniatori del fortunato commediografo hanno sparso la voce a Parigi che ne' Bons villageois ci erano delle allusioni politiche. Da qui la lapidazione di tutti i giornali oppositori al calunniato Victorien Sardou. Questa discolpa ci pare puerile e vana quanto la colpa. Sta bene l'opposizione, sta bene l'opinione politica, e non è difficile il manifestarla ogni mattina ed ogni sera su tutti gli articoli di fondo dei grandi giornali parigini. Rispettiamo ed onoriamo profondamente quel nobile circolo di persone che fanno od ispirano gli scritti della Revue des deux-mondes: hanno molto pensato, molto lottato, molto sofferto, molto osato per la Francia; ma rispettiamo ed onoriamo anche l'arte. Che i Nos bons villageois siano una commedia politica, lo neghiamo ricisamente in nome del buon senso, del buon senso del pubblico, del buon senso di Victorien Sardou. Chi crede al significato misterioso del "sindaco-barone", è un visionario, è un don Chisciotte, piglia mulini per mostri e lucciole per lanterne. I Nos bons villageois sono una semplice commedia e vanno giudicati come tale. Apprezziamo troppo l'importanza della politica per acconsentire quando la vediamo con paura spavalda nascondersi e mostrarsi in un articolo d'arte. Lo scritto di Prévost-Paradol è una cattiva azione giudicata dal punto di vista della critica, senz'essere una buona azione politicamente parlando. La stampa francese in questo affare dei Bons villageois ci ha mossi a sorpresa e a compianto. Abbiamo veduto con un certo ribrezzo tante altissime intelligenze dar fede a una fola da bimbi e su quella congiurare una dimostrazione politica. Il popolo della Rivoluzione, del Ohè Lambert, il popolo di Vergniaud e di Thérèse è sintetizzato in questo atteggiamento dei critici davanti a Sardou.

E qui è il caso di guardarci un po' noi con orgoglio lieto e sereno, noi liberissimi. Tutte le audacie ci sono permesse, tanto quello della penna come quelle della parola. Per dire altamente l'animo nostro non abbiamo bisogno di mascherarci dietro una rivista teatrale o di fischiare una bella commedia, o di applaudire una brutta. L'arte non deve nulla temere da noi; possiamo meditarla tranquilli, sciolti, senza manette ai polsi e senza vischio alle labbra. E perché possiamo ciò fare, ci piacque in queste pagine di riabilitare, per quanto le nostre forze lo permisero, la commedia di Victorien Sardou.

Un nobile esempio di questa nostra libertà l'ebbimo, or son poche sere, al Teatro Re nel dramma del signor Giovanni Biffi Il Ministro Prina. Bisognava essere ben saldi e bene affratellati e bene indipendenti per poter sostenere lo spettacolo d'un simile soggetto. Il signor Biffi osò presentarcelo coraggiosamente, noi osammo fissarlo pacati. La bieca data del 20 aprile 1814 poté oggi soltanto essere dissepolta senza pericolo. Se l'ombra del ministro Prina sorgesse dalla sua fossa del Gentilino e chiedesse a qualcuno

Cossa n'è staa di milanês dal dì
Vint d'april del quattordes fina adess?

udirebbe narrare ben altre storie di quella che narrò Tommaso Grossi ai suoi tempi. Quante altre date gloriose dopo quella data funerea! Foscolo la descrive mirabilmente, colla sua solita pompa d'amarezza nello stile, e col suo solito splendore, e sembra che la lettera di Foscolo alla contessa d'Albany, scritta il lunedì 16 maggio 1814, sia stata quasi il programma scenico del signor Biffi. V'è nel lavoro del signor Biffi un bel colore storico, un bel colore locale, primissimi doveri di chi vuol trar dalle cronache la materia dell'arte. V'è generosa moderazione nel concetto generale, v'è arguta semplicità nei particolari; la scienza del vero e la coscienza del buono lo guidarono. Tutti i caratteri sono diligentemente segnati, colla storia alla mano. A volte il lavoro del signor Biffi appare tanto culto e tanto austero da dirsi piuttosto uno studio che un dramma; utile esempio a' giorni nostri ed a' paesi nostri ove s'usa porre assai troppo sotto ai piedi le severe fatiche dell'arte, e sta bene che in un tempo in cui l'attualità sola trova facile il plauso, ci siano de' giovani i quali studino, malgrado ciò, le cose passate. La serietà del loro intento li fa degni della riconoscenza e dell'ossequio dei critici.