Aggiunte e correzioni al volume I.

Capitolo II.

Pag. 70-1. — Tra i libri che si possono far rientrare nella categoria dei Mirabilia, e più particolarmente dei Mirabilia della seconda maniera, merita una menzione speciale quello tedesco di Nicola Muffel, cittadino cospicuo e magistrato norimbergese, il quale fu a Roma nel 1452, per la incoronazione di Federico V, e pubblicò, di ritorno in patria, una descrizione della città da lui visitata (Nikolaus Muffels Beschreibung der Stadt Rom herausgegeben von Wilhelm Vogt, Biblioth. d. litter. Ver., Stoccarda, 1879). L'opuscolo può fare, per la mole, tre volte quello dei Mirabilia; ma l'autore non attinse nè da questa, nè da altra scrittura, sibbene da ottime persone, come dice egli stesso, e la intenzione sua nello scriverlo fu principalmente di far cosa grata ai devoti. La materia è distribuita in tre parti. Nella prima si enumerano le sette chiese ed altre delle principali, e si dà la indicazione delle indulgenze che vi si fruiscono. Le chiese di Roma sommavano anticamente a millecinquecentocinque, come ci fanno sapere i papi San Silvestro e San Gregorio; ma furono poi la più parte distrutte. Il Battisterio di San Giovanni in Laterano era in origine, secondo alcuni, il bagno di Costantino. Accennasi la donazione fatta da costui alla Chiesa. La descrizione delle basiliche è piuttosto diffusa, e spesso minuto il ragguaglio delle reliquie che vi si custodiscono. Per entro alla descrizione parecchie leggende sacre. Nella seconda parte si dice delle stazioni, argomento che molto stava a cuore ai pellegrini. Nella terza si parla di altre chiese meno importanti e di monumenti profani, parecchi dei quali sono designati con nomi insoliti, o forse travisati, per modo che non sempre s'intende quali sieno veramente. Le terme sono sempre chiamate cantine, e di quelle di Diocleziano sono nominati autori Termanus e Dyoclecianus. La importanza principale l'opuscolo la deriva dalle leggende profane di cui fa memoria, e che si vede essere state conservate nella tradizione orale anche quando erano già quasi sparite dagli scritti, e cadute nel dispregio dei dotti. Per giunta alcune di esse vi appajono sott'altra forma di quella che hanno nei Mirabilia. Del cavallo più comunemente detto di Costantino narra che fu fatto in onore di un contadino per nome Settimio Severo, vincitore del re che tra' piedi dello stesso cavallo vedevasi effigiato (p. 14). Anche nel racconto inserito nella Storia di Fioravante si parla di un contadino (V. cap. XIII, p. 115-6). La famosa pigna di bronzo dorato fu portata dagli spiriti maligni da Troja a Costantinopoli, e da Costantinopoli a Roma, dove servì a chiudere il foro dello cupola del Pantheon, finchè un santo pontefice non ordinò agli spiriti di trasportarla in Vaticano (p. 19). Nella chiesa di San Pietro è l'altare su cui celebrando la messa il papa Gregorio liberò l'anima di Trajano dall'inferno (p. 25). Nella sfera d'oro che è in cima all'obelisco vaticano sono rinchiuse le ceneri degl'imperatori Augusto e Tiberio (p. 26-7). Romolo e Remo sono sepolti nella piramide che è accosto alla porta di San Paolo (piramide di Cestio; v. cap. III, p. 107-8). Essi fecero costruire il loro sepolcro a quel modo affinchè non potessero andarvi sopra i cani; ma alcuni credono che quivi riposi Cajo Cesare, come da una iscrizione è indicato (p. 28-9, 49). Tra la chiesa di San Pietro e il Ponte Sant'Angelo sorge il doner purck (castello del tuono, mole adriana). Lo fece costruire un imperatore a cui era stato predetto che morrebbe di fulmine. Egli usava ripararvi; ma un giorno essendovisi recato mentre il cielo era sereno, fu colpito dal fulmine improvvisamente ed ucciso (p. 29, 49). Anticamente, nel tempio che ora si chiama Maria Rotonda, erano gl'idoli di tutti i paesi, disposti intorno a Pantheon, idolo del mare, e a Diana, idolo della caccia. Quando una provincia si ribellava, l'idolo suo voltava a questa le spalle. Il tempio fu consacrato in onor della Vergine da San Gregorio (p. 46-7). Visione di Augusto e leggenda di Ara Coeli. Nella sfera d'oro che è in cima alla guglie, dinnanzi alla chiesa di Ara Coeli (?), è sepolto Augusto (p. 51-2). Leggenda del sepolcro di Nerone e della chiesa di Santa Maria del Popolo (p. 53). Anche di un altro supposto sepolcro di Nerone è fatto ricordo (p. 62). Presso all'arco di Tito, o nell'arco stesso, è murata la pietra su cui stette la druda dell'imperatore, quando i Romani dovettero procacciare sulla persona di lei il fuoco di cui abbisognavano (p. 57). È questa la nota favola di Virgilio e della figliuola dell'imperatore, la quale qui si trasforma di figliuola in druda. L'editore, non avendo, come pare, cognizione della favola, cade qui in uno strano errore, giacchè interpreta il pull del testo per ampul, ampulla, mentre evidentemente non è se non una forma antica del moderno Buhle. L'autore chiama spiegelpurck, o castello dello specchio, il Colosseo, dove dice che si facevano i giuochi, e dove era uno specchio in cui vedevasi tutto quanto si faceva nel mondo (p. 57). Qui pare siensi confusi insieme il Colosseo e la così detta Tor de' Specchi, la quale è la Tour del Miraour di certi racconti francesi. L'autore nomina anche il Wunderpurck (ibid.) senza che si possa intendere se con quel nome egli voglia, come nelle versioni tedesche dei Mirabilia, indicare il Colosseo, oppure alcun altro monumento cospicuo.

Capitolo III.

Pag. 86-9. — Un opuscolo del dott. Carlo Giambelli (Sulle falsificazioni Anniane, breve saggio critico, Torino e Pinerolo, 1882) mi fece accorto di cosa che m'era sfuggita, e cioè che il Giambullari attinge quanto viene narrando di Noè dal trattatello dello Pseudo Beroso, De his quae praecesserunt inundationem terrarum, inserito da Annio da Viterbo nelle sue Antiquitates variae. Intorno ad Annio da Viterbo e alle sue presunte scoperte di antiche scritture s'è molto discusso, e chi pensò che facitore di questo fosse egli stesso, e chi lo accusò solo di avere scambiate per autentiche scritture manifestamente apocrife. Checchè sia di ciò, certo è che la favola della venuta di Noè in Italia non fu inventata da lui, giacchè essa si trova un gran pezzo innanzi nella Graphia. Se poi l'Hescodius citato da questo sia tutt'uno con quel falso Beroso non si può nè affermare nè negare.

Pag. 93-100. — Nell'anonimo frammento del poema francese di Brut pubblicato da C. Hofmann e C. Vollmöller, la storia di Romolo e Remo è narrata in modo assai romanzesco (Der Münchener Brut, Halle a. S., 1877, v. 3817 e segg.). Proca ebbe due figliuoli, Amulio e Numitore. Venuto a morte, egli vuole che l'uno dei figliuoli abbia il regno, l'altro le ricchezze. Amulio rimette in Numitore la scelta, e questi avendo anteposte le ricchezze al regno, quegli si riman re. Ma il buon accordo non dura a lungo. Sospettando voglia spogliarlo della signoria, Amulio sbandisce il fratello, e i due figliuoli di lui Sergesto e Silvia tiene presso di sè con animo di disfarsene, giacchè un indovino gli aveva annunziato che da discendenti di Numitore gli sarebbero tolti il regno e la vita. In fatti, dopo non molto, Amulio uccide Sergesto a tradimento in un bosco, e Silvia costringe a farsi sacerdotessa di Vesta. Un giorno, essendo andata ad attingere acqua pei bisogni del tempio. Silvia si addormenta presso alla fonte, e nel sonno ha una meravigliosa visione, oscuro presagio della futura grandezza di chi deve nascere da lei. Giunge in quella un cavaliere, il più valoroso nell'armi che vivesse a quel tempo, chiamato Marte, figliuolo di Giove. Costui, colta la donzella nel sonno, la stupra e la rende incinta. In capo di nove mesi nascono Romolo e Remo; ma Amulio ordina che sieno gettati nel Tevere e la madre fa sotterrare viva. Acca Larenzia, pe' suoi costumi detta lupa, nutrisce ed alleva i gemelli, i quali, fatti grandi, e venuti in nominanza, uccidono Amulio e fondano la città di Roma, popolata principalmente di ladroni. A tal punto s'interrompe il racconto e il poema. La storia di Romolo e Remo si narra anche nell'olandese Leken Spiegel (l. I, c. 42-3; Werken uitgegeven door de Vereeniging ter bevordering der oude nederlandsche Letterkunde, Leida, 1844-8). I due gemelli sono salvati dalla lupa, poi allevati da Acca Larenzia. Romolo fondò Roma dopo la morte di Remo (non si dice come questi morisse), in un luogo ove sorgevano già undici città. Roma ebbe molte porte e il suo muro girava quarantadue miglia. Fu popolata di tutta la nobiltà d'Italia. Sia qui notato che la leggenda di Romolo e Remo ne suscitò qualcuna simile a sè nel medio evo. L'eroe di un poema romanzesco francese, Guglielmo di Palermo, fu, da bambino, rubato da un lupo manaro (loup-garou) e portato in una foresta vicino a Roma, dove gli preparò un lettuccio nella sua tana, e per più giorni lo nutrì, finchè un pastore, avendolo trovato, lo portò a sua moglie, che lo allevò. Non manca uno zio, il quale, prima del caso desiderava la morte del bambino (Guillaume de Palerne, pubblicato dal Michelant per la Société des anciens textes français, Parigi, 1876, v. 51-260, 342-61).

Pag. 104. — A proposito del parricidio, che macchia le origini di Roma, e di altre uccisioni che poscia infamarono la città, si legge nella Bible de Guiot de Provins (v. 743-56, ap. Barbazan e Méon, Fabliaux etc.):

Des Romains n'est-il pas merveille

S'il sont fox et malicieux,

La terre le doit et li lieux:

Cil qui primes i assemblerent

La felonie i aporterent.

Romulus son frere i ociet,

Qui trop grant crualté i fist;

Et Julius Cesar i fu

Murtri, ice est bien séu.

Qui tot le mont avoit conquis:

Nus ne fu onques de son pris;

Et Neirons i ocist sa mere,

Et puis Seint Pol, enprès Saint Pere;

Et Saint Lorenz i fu rostiz.

Capitolo IV.

Pag. 111-3. — Sulle meraviglie del mondo nel medio evo scrisse testè H. Omont, nella Bibliothèque de l'École des Chartes, v. XLIII, 1882, p. 40-59. L'autore ripubblica corretto il trattatello attribuito a Beda, ed altri sei, quattro latini o due greci, tutti riguardanti le sette meraviglie.

Pag, 133. — Il Pantheon fu anche da taluno creduto un bagno. V. Vincenzo Bonghini, Dell'origine di Firenze, in Discorsi varii, ed. dei classici italiani, v. I, p. 453-4, n.

Pag. 136. — Tra gli edifizii maggiori di Roma io dimenticai di ricordare il Settesoglio, del quale, come degli altri, si narrarono meraviglie. Questo monumento ero il Settizonio, già ricordato da Sparziano nella Vita di Settimio Severo; ma il nome di Septizonium già nell'antichità si corruppe in Septizodium, Septidonium. Più tardi si ebbe Septemsolium, Septem Solia, Septisolium. Septa Solis, Sedes Solis, Septem Viae. Quest'ultima forma si trova già nell'Anonimo Einsiedlense. Nel secolo XVI si trovano anche i nomi di Schola Septem Sapientium, di Scuola di Virgilio e di Sette Isole (V. Jordan, Topographie der Stadt Rom im Alterthum, v. II, p. 511-2). I nomi di Schola Septem Sapientium e di Scuola di Virgilio si debbono, parmi, alla tentata connessione della storia del Dolopathos con uno dei più cospicui monumenti della città. Nella Descriptio plenaria si dice: «Septizonium fuit templum Solis et Lunae, ante quod fuit templum Fortunae». Nella Graphia: «Arcus stillans post Septa Solis»; ma più oltre; «Septisolium fuit templum Solis et Lunae». In alcune recensioni più moderne dei Mirabilia si legge: «Septisolium quod VII ordinibus columnarum subnixum fuit templum Solis et Lunae, mirae pulcritudinis et altitudinis. Habebat ordines columpnarum unum super alium, unde Ovidius: regia solis erat sublimibus alta columnis» (V. Ulrichs, Codex topographicus, p. 136). L'Anonimo Magliabechiano dice: «Ad septem solia fuit templum omnium septem scientiarum, et posito quod aliqui velint dicere templum Solis fuisse, vel domum Severi Afri: sed derivatio sua est septem artium scilicet septem omnium scientiarum: et sic creditur et dicitur et affirmatur per diaconum Aquilegiensem». Il Petrarca scriveva in una epistola a Giovanni Colonna: «Severi Aphri Septizonium, quam tu sedem Solis vocas, sed meum nomen in historiis scriptum lego». Si distinse anche un Septemsolium major da un Septemsolium minor. Ma la finzione più curiosa circa le origini e le meraviglie del Settesoglio trovansi nel Libro Imperiale, dove, narrata la venuta di Selvaggio e di Lucida in Roma, si passa a dire come Lucida comperò i terreni e le case che erano tra il Palazzo maggiore e il Colosseo, e quelle disfatte, fece costruire uno hedifizio di maraviglioso lavoro..... lo quale divenne bellissimo et alto, et fu chiamato Septemsolia et dipoi el tempio del Sole et della Luna. Il libro descrive prima, come abbiam veduto a suo luogo, il Palazzo maggiore e il Colosseo, poi passa a descrivere nel seguente modo il Settesoglio (lib. IV, Cod. della Nazionale di Firenze, II, IV, 281, f. 52 v.). «Come fu fatto Septemsolia. Lo palazzo di Lucida et di Selvaggio fu hedifichato fra questi confini, et era in questa forma. La faccia dinanzi fu quaranta braccia largha, nel mezzo della quale era una porta di metallo di maravigliosa grandezza. Le mura erano due, l'uno inanzi all'altro et l'uno di lungi dall'altro diece braccia. Lo muro di fuori fu alto venti braccia, et lo secondo fu alto cento. Sopra lo muro di fuora fu fatto uno ordine di alte et belle colonne, sopra delle quali erano fermate volte et habitazioni trasportate in fuori, le quali volte si fermavano al maggiore muro drento, et così andavano queste colonne di grado in grado fino in sette ordini, et però si chiamò Septemsolia, cioè sette habitazioni. Drento del secondo muro erano belle et magnifiche habitazioni, gli usci delle quali rispondeano fralle dette colonne». L'edifizio fu condotto a termine in un anno, tanto sollecitamente vi fece Lucida lavorare d'attorno. Più oltre si narra della venuta in Roma di certo Tabilio, messo di Archelao, padre di Lucida. Prima di tornarsene in Tarsia, ond'è venuto, Tabilio visita i monumenti di Roma, «il quale, vedendo sì bello et sì ornato palazzo, molto si maravigliava come in sì poco tempo Lucida aveva fatto tanto lavorare. Poi andò righuardando il Coliseo e Palazzo maggiore, e il Tempio della Pace, et raghuardati tutti li hedifizi di Roma dicie: Per certo tutto l'altro mondo non è niente a rispetto di Roma». In un altro capitolo, dopo narrato come Archelao e Numedia, genitori di Lucida, venissero ancora essi in Roma per assistere alle rinnovate nozze di costei con Selvaggio (Maximo), scopertosi figliuolo dell'imperatore Ellio, si dice in qual modo Septemsolia diventasse il tempio del Sole e della Luna (f. 63 r.). «Come fu edificato il tempio del Sole et della Luna. Passato l'anno, Archelao et Numedia si voglono partire; ma prima che partano fanno alli dii solenne sacrificio, poi domandano allo imperadore di grazia che a memoria di tale ystoria si debbi fare uno venerabile tempio, di che Ellio fu contento assai, et di ciò si rimette in Maximo et Lucida, li quali ferono fare tempio di quella loro habitazione di Septemsolia. Fornito lo tempio, si levò quello filosofo d'Asia, il quale, quando vidde insieme Maximo ed Lucida in Tarsia, disse che aveva veduto il sole et la luna, et però disse: Signori, in rimembranza di sì belli donzelli abbi nome questo tempio Tempio del Sole et della Luna, et così fu fatto, imperò che fino durò l'idolatria sempre si adorò il Sole et la Luna».

Pag. 147. — Anche l'Arciprete di Hita dice che Virgilio lastricò il Tevere di rame. St. 256:

Todo el suelo del rio do la cibdad de Roma

Tiberio agua cabdal que muchas aguas toma,

Fisole suelo de cobro, reluse mas que goma.

Pag. 148. — Abulfeda dice che la chiesa di San Pietro è lunga seicento cubiti e larga altrettanto, e si diffonde a parlare della magnificenza di essa. Géographie, traduzione di M. Reinaud, Parigi, 1848, t. II, parte 1ª, p. 280-1. Egli cita Edrisi, ma nel trattato di costui non si trova riscontro alle sue parole.

Pag. 149. — La favola degli stornelli apportatori di ulivi non fu solamente connessa con Roma. Racconta il Mandeville nella Relazione de' suoi viaggi che l'olio ond'erano alimentate le lampade nella chiesa di Santa Caterina in Alessandria, si faceva con olive recate una volta l'anno dai corvi, dalle cornacchie, dagli stornelli e da altri uccelli.

Capitolo V.

Pag. 152. — Guillaume de Lorris dice nel Roman de la Rose, parlando di una gemma che preserva da qualsiasi veleno, v. 81-2:

Ele vausist a un prodomme

Miex que trestous li ors de Romme.

Non solamente Roma si ebbe in concetto di ricchissima, com'era più naturale, ma ancora tutta la Romania, in quanto ai stimava partecipe delle sorti di Roma.

Car ne vausissent point pour l'or de Romenie

Perdre le demoisel qui tant ot baronnie,

si legge nel Bastars de Buillon, ed. di A. Scheler, Bruxelles, 1877, v. 3483-4.

Pag. 155. — Calendre narra nella sua Cronaca degli imperatori come l'opulenza di Roma crescesse a dismisura dopo il ritorno di Augusto e de' suoi dall'Egitto (Romanische Studien, v. III, p. 114).

Molt aportent argent et or,

N'i a si povre n'ait tresor

D'or et de pierres precieuses,

De dras a oevres gracieuses,

Et si vos di que mainte genz

Les faisoient plus bien vaignenz

Por le lor dont ont convoitie

Qu'il ne firent por amistie.

Or est Rome molt anrichie,

Mes onques ne fu estanchie

D'avarice de covoitie.

Lors i ot an a la mitie

Mellor marchie qu'un n'et devant;

Ce voit an avenir sevant,

Li vilanis dit a sa rescosse:

Bons marchiez tret argent de borsse.

Molt fu Rome planteureuse

Et de viandes abondeuse,

De totes pars li biens acort,

N'i a celui ne tiegne cort,

Tant avoient richesce et bien.

Qui sarebbe da dire qualche cosa delle feste, dei giuochi e delle pompe romane, della cui magnificenza si trova fatto ricordo abbastanza frequente, ma che s'immaginano in tutto simili alle feste, ai giuochi, alle pompe del medio evo. Valga come esempio il seguente racconto del Libro Imperiale, dove si descrivono le feste con cui furono solennizzate dai Romani le nuove nozze di Selvaggio e di Lucida (cod. cit., f. 62 r. e v.). «Della gran festa fatta per li Romani. Quando la novella fu sparsa per lo paese et per le provincie li baroni da presso et da lungha venivano a Roma per fare festa. Et li Romani tutti in comune fecero loro brighate, et fecero coprire tutte le piazze et le mastre strade a seta, et beato parea colui il quale poteva magior spese fare. Quivi si vedevano infiniti balli di giovani et di donne in diversi modi danzare. Vedeansi li giovani Romani et altre brighate rompere loro aste et gittare bandiere di diversi colori. Li baroni facevano loro giostre a due insieme, a quattro et a dieci. Quivi facevano giuchi con charri, li quali erano coperti a seta, armati di molte bandiere, et l'uno contro voltando le ruote verso l'altro, et così spezzavano l'uno contro l'altro l'aste, et li huomini che erano drento in quello muovere gittavano fuori infinite bandiere. Apresso feciono in più luoghi bellissime fonti et condotti che gittavano in aria buono et perfetto vino. Poi facevano correre diversi pali. Apresso di rami coprivano le piazze come selve, mettendovi d'ogni generazione cacciagione, cioè cinghiali, cervi, lepri, et altre selvagge fiere, come sono orsi, leopardi, scimie et pantere, et d'intorno andavano levrieri traendo le fiere delle selve, et li huomini andavano d'attorno con l'arme facendo grandissime grida. Li baroni, li chavalieri et le donne stavano alli balconi per righuardare queste cose. Quivi si provavano li valenti giovani nelle giostre, perchè combattevano per amore, andando per Roma a uno, a due, a cinque, a dieci, a venti, siccome ferono poi li cavalieri erranti di loro arte, li quali dalle legende di questa storia presero forma. Altro giuocho era di elefanti con torri, nelle quali stavano huomini contrafatti che andavano baciando donzelle. Questi andavano per la terra, et tutti faccendo loro feste. Et molti altri giuchi vi furono, li quali saria impossibile a rachontare. Vedeansi le donne et li giovani danzare con tale allegrezza che parea il paradiso aperto fosse; ma sopra tutti andava Lucida danzando, ora nel modo grecho, ora nello ebraicho, ora nel modo latino, perchè in tutti i modi era bene experta, et veramente pareva uno sole, però che niente celava sua beltade. Vestiva di diversi colori di porpore, che se n'era fornita a Vinegia, et la madre n'aveva portati. Assai lungho saria a racontare la festa, che saria incredibile, la quale durò sei mesi, cominciando il mese di maggio». Feste e giuochi simili facevansi in Roma in occasione dei trionfi, secondo è detto nel Dittamondo, l. II, c. 3, e veramente usavano in tutta Italia nel XIV secolo. Più particolarmente famose erano le feste del Monte Testaccio in Roma e le feste del Mese di Maggio in Firenze (V. Manzi, Discorso sopra gli spettacoli, le feste e il lusso degli Italiani nel secolo XIV, Roma, 1818).

Pag. 160, n. 16. — Di un Monte Barbaro, nella cavità del quale Virgilio trovò il libro di negromanzia di Chironte, parla Bartolomeo Caracciolo nel c. XXXII delle suo Chroniche de la inclita cità de Napole.

Pag. 171. — Anche l'arco di Trajano in Benevento ebbe nome Porta Aurea.

Pag. 173. — Della opulenza di Augusto parecchi altri fanno ricordo. Descrivendo la tenda di Morgana, Maria di Francia dice nel Lai de Lanval, v. 81-6:

La Reïne Sémiramis

Quant ele eut unques plus avoir

Et plus poisçance et plus savoir;

No l'Emperère Octévian

N'esligascent le destre pan.

È noto che un imperatore Ottaviano di Roma comparisce nel poema e nel romanzo in prosa di Florent et Othovien, di cui sono versioni in parecchie lingue. Quest'Ottaviano nulla ha che fare con l'antico; tuttavia pare che derivi da questo la grande riputazione di ricchezza. Nel poema di Charles le Chauve, che inedito si conserva nella Bibliothèque Nationale di Parigi, dicesi di lui:

. . . puis fu empereur d'un nobile roion,

Li plus riche d'avoir qui fu en Pré-Noiron.

L'avoir Otavien nombrer ne séist-on,

De cel Otavien que riche clamoit-on

Etc.

Hist. litt. d. l. Fr., t. XXVI, p. 123.

Capitolo VI.

Pag. 193-4, n. 16. — Il poema di Guglielmo le Clerc, Les joies Nostre Dame, fu pubblicato per intero nel v. III della Zeitschrift für romanische Philologie.

Pag. 198. — Prima di Filippo Mouskes parla della statua di Maometto l'autore dei primi cinque capitoli della così detta Cronaca di Turpino, c. IV.

Pag. 209, n. 48. — V. anche intorno agli specchi magici Warton, Hist. of the engl. poet., ed. dell'Hazlitt, v. II, p. 343-5, e Du Méril, Mélanges archéologiques et littéraires, p. 470-1.

Pag. 213. — Nel secolo XIII c'era ancora chi lamentava la distruzione della Salvatio. Il trovero tedesco Sigeher dice che se l'impero avesse avuto ancora le sue statue il mondo non sarebbe stato allora a così mal partito:

swelch vürste dem riche solte wesen dienerschaft,

des vilde mueste liuten

san, als der dem riche valschez herze truok.

het' Roemesch riche der bilde noch genuok,

der wart der werlde nie so not, so hiuten.

Von der Hagen, Minnesinger, v. II, p. 362, col. 1ª.

Capitolo VIII.

Pag. 248, n. 1. — Brunetto Latini dice nel Tesoretto:

Giulio Cesare maggiore,

Lo primo Imperadore,

Già non campò da morte.

Anche il Boccaccio ebbe Giulio Cesare in conto di primo imperatore. Nell'Amorosa Visione si legge:

Vedevavisi appresso quanto e quale

Già fosse stato Cesare tenendo

In prima in Roma offizio imperiale.

Pag. 251. — Delle lodi di Giulio Cesare si potrebbero empiere molte pagine. Wace dice nel Roman de Brut, v. 3909-18:

Julius Cesar li vaillans,

Li fors, li pros, li conquerans,

Qui tant fist et tant faire pot,

Que tout le monde conquist et ot;

Onques nus hom, puis ne avant,

Que nous saçon, ne conquist tant.

César fu de Rome emperere,

Sages et pros et bon donère;

Pris ot de grant cavalerie

Et letrés fu, de gran clergie.

Nè minore encomio ne fa Heinrich von Weldeke nella sua Eneide, v. 13183-93:

Von dem kunne Rômuli

und von Ascânjô Jûif

wart ein hêre geboren

an allen tugenden ûs erkoren

under allen sînen mâgen,

die doch grôser êren phlàgen,

das was Jûljûs Cêsàr.

daz mach man sagen vor wâr,

daz er der werlde vil betwank.

ez wàre ze sagene al ze lank,

was er wunders worbte.

Pag. 255. — Il titolo di Flos mundi è quivi erroneamente attribuito alla cronaca catalana, secondo avverte il Suchier in un luogo del primo volume dei suoi Denkmäler provenzalischer Literatur und Sprache, ma io credo che l'error mio sia stato provocato da un errore del catalogo. Essa cronaca è in sostanza tutt'uno con quella pubblicata dall'Amer sotto il titolo Compendi historial de la Biblia, Barcellona, 1873. Il racconto romanzesco della nascita di Giulio Cesare si trova, oltrechè in questa, al c. 83, anche in una Bibbia guascona (o piuttosto una storia fatta sulla Bibbia?) contenuta nel cod. A, f, 4 della Biblioteca di Ginevra. A proposito del nome di Cesare leggesi nel Fiore di filosofi (testo del Cappelli, p. 22-3): «Julio Cesare fu tagliato di corpo alla madre, e perciò fue chiamato Cesare. E dicen uno filosofo che quegli che nascono in quel modo sono più avventurati che l'altra gente». Nelle Novelle antiche del Biagi (LXXXIII, p. 36) la favola è trasportata, certamente per isbaglio, a Scipione l'Africano.

Pag. 257. — La letteratura popolare olandese possiede un curioso libretto, intitolato De schoone historie van Julius Caesar en de Romeynen, del quale non sarà qui fuor di luogo il dare un cenno. Ne parla il Mone (Uebersicht der niederländischen Volks-Literatur älterer Zeit, p. 85-6) che ne dà per disteso il lunghissimo titolo. Egli non ne registra che una sola edizione, che è quella stessa posseduta da me (Tot Gend, by J. Begyn, s. a., in-8º, 80 pagg. a 2 col., in parte got., fig.), ma altre ce ne furono certamente, giacchè questa reca nel frontispizio: Van nieuws overzien en op vele plaetsen verbeterd. Fa da prefazione una breve Vita di Giulio Cesare, storica nella sostanza, e nella quale si dice che la susseguente narrazione è tratta, anzi tutto dai libri dello stesso Cesare, poi ancora da vecchie scritture conservate in chiostri e collegi. In una noterella è riportata la favola dell'estrazione dal ventre materno: «Julius was gesneden uyt zyns Moeders Lichaem naer haere dood, en daerom is hy Caesus genaemt, dat is Gesneden, maer maermals noemde men hem Caesar, en naer hem zyn alle Keyzers Caesars genaemt». Il racconto comincia con la spedizione di Cesare nelle Gallie, e più particolarmente nella Gallia Belgica, così denominata dalla città di Belgis, fondata da Bavo, fratello di Priamo. Si narrano per disteso le guerre ivi combattute. Prendono parte all'azione un Ursarius e un Andromadas, re entrambi dei Belgi, ed altri personaggi favolosi. Segue la spedizione di Giulio Cesare in Bretagna, poi si narrano le altre imprese compiute in Gallia, il ritorno in Roma, la morte. Si aggiunge un compendio della storia posteriore, più particolarmente del Belgio, e un cenno circa la diffusione della fede in questa provincia. Chiude il racconto una notizia delle città belgiche principali. Qui a piè di pagina è un'avvertenza che dice doversi il libro usare per l'insegnamento nelle scuole: «Deze Historie van Julius Caesar zal tot onderwys der Jongheyd mogen herdrukt en in de Schoolen geleert worden. F. J. Malfroid. Kanonik der Kathedrale Kerke van S. Baefs, Boekkeurd.». Da ultimo è una breve descrizione dei Paesi Bassi e dei costumi dei loro abitanti. Altre storie e leggende nazionali potrebbero essere ricordate. Vincenzo, vescovo di Cracovia (m. nel 1223) racconta nella Cronaca (ap. Bielowsky, Monumenta Poloniae, t. II) che il figlio del secondo Lescek vinse Giulio Cesare in tre battaglie. Questi diede al vincitore la propria sorella Giulia in isposa, la quale edificò due città, Julius e Julia. Da tali nozze nacque un figliuolo che ebbe nome Pompilio. Giulia fu poi ripudiata, ma Pompilio succedette al padre nel dominio.

Pag. 265-6. — Parlando della città di Astronomia, Onorio Augustodunense dice nel suo trattato De animae exilio et patria: «In hac Julius computum explicat, per quem annos saeculi per seriem Regum enumerat» (ap. Pez, Thes. anecd. noviss., t. II, parte 1ª, col. 231). In un poema francese del computo, opera di un Rauf de Linhom, conservato in un manoscritto di Glasgov, si dice del mese di Febbrajo:

Ore fet ben a demander

Pur quai l'em fist amenusier

Plus fevrer que un autre mois;

Pur la noblie de deus rois

La reson vous [en] voil mustrer:

Car chescun an, en fevrier

Li Bugres et li mescreans

Ové leur femmes, of (sic) leur enfans

A Belzebub e à Pluton

Fesoi[e]nt sacrifice et doun;

Et pur le fet que firent cil

Fust fevrer tenu plus vil

Et de jours amenuser (sic)

Car trop i avoit le maufee.

Vi si dà anche l'etimologia del nome delle calende:

Jadis solai[e]nt la gent

De Romme [tot] communement

En chescun mois le jour premier

Partot gran feste celebrer,

Et chescun autre escrivoit

Ke acun (sic) don que à lui fesoit

Ke bon eür Deu lur donast

Tant com cel mois durast;

Et cel jour, pour si grant bounté,

Jour de Kalendes fust nomé,

Car ceo mot en gru kalon

En romauntz est à dire bon.

(Paul Meyer, Deuxième rapport sur une mission littéraire en Angleterre et en Écosse, Archives des missions scientifiques et littéraires, 2ª serie, v. IV, p. 161-2). — Il medio evo conosceva commentarii De bello gallico e De bello civili; ma molti ignoravano che fossero quegli stessi composti da Giulio Cesare, e li attribuivano a Giulio Celso, che in luogo di Giulio Cesare si trova spesso citato (v. Hortis, Studj sulle opere latine del Boccaccio, p. 413-4).

Pag. 271. — Oltre a Siviglia, Giulio Cesare avrebbe fondato in Ispagna le città di Toledo, Segovia e Saragozza (V. la citata Cronaca catalana pubblicata dall'Amer, c. 83). Il Wesemann, in uno scritto intitolato Caesarfabeln des Mittelalters, Löwenberg in Islesia, 1879 (Progr.), distribuisce le leggende nate in Germania intorno a Giulio Cesare in tre classi; la prima, riguardante le città di cui Giulio Cesare è supposto fondatore; la seconda, riguardante gli ordinamenti introdotti da lui; la terza, riguardante pretese discendenze da commilitoni suoi. Egli parla più particolarmente (p. 727) delle leggende della prima classe; le città principali che si dissero fondate da Giulio Cesare sono Jülich, Merseburg, Lebusa, Magdeburg, Jülin, Wolgast, Deutz, Lüneburg, Harzburg.

Pag. 278. — Alle altre strane favole intorno alla uccisione di Giulio Cesare può essere aggiunta anche la seguente. In un luogo della Chanson de Roland del cod. Marciano CIV, 7, 4 (f. 78 v.) la morte di Cesare è da Carlo Magno imputata agli antenati di Gano, tutti traditori:

Ses antesur firent ingresme fellune,

E fellunie tutor ave in costume.

In Capitoille de Rome ço 'n fe une:

Iullio Çesar onçient il per ordre;

Puis ont il malvas sepolture,

Chi in fogo ardent et angosas mis fure.

Pag. 295. — Abulfeda ricorda l'obelisco vaticano, ma non dice che servisse di sepoltura a Cesare. Ecco le sue parole, nella versione citata (t. II, parte 1ª, p. 281): «Hors de l'église (de St. Pierre), à un des coins, il y a une grande colonne placée sur quatre assises de bronze; ces assises sont carrées et chacime de leurs faces a douze condées. La colonne diminue en s'élevant; au sommet est une autre colonne de bronze, surmontée d'une colonne d'or d'environ une brasse de diamètre, et qui lance des éclairs et des rayons de lumière. On aperçoit la boule à douze milles de distance, et elle indique la place de l'église».

Pag. 296. — Alano de Insulis dice nel Liber Parabularum, c. I:

Omnia Caesar erat, sed gloria Caesaris esse

Deslit, et tumulus vix erat octo pedum.

Pag. 298-9. — Alla storiella narrata da Giovanni Fordun trovo un riscontro nel Roman de Brut di Wace, dove è detto (v. 4289-310) che Giulio Cesare fece costruire sulla costa di Francia una torre, e vi raccolse i suoi tesori, e vi albergò per più sicurezza.

Pag. 300. — Di Cesario, figliuolo di Giulio Cesare e di Cleopatra, narrano Dione Cassio, Hist. rom., XLVII, 31, e Plutarco, Caes., 49.

Capitolo IX.

Pag. 321. — Alla leggenda dell'altare eretto da Augusto al primogenito di Dio può far riscontro quanto un'altra leggenda racconta di Dionigi, detto poscia Areopagita, il quale, mosso da un interno avvertimento, eresse un altare Deo ignoto, e fu più tardi convertito da San Paolo. Tale leggenda narrasi già negli Atti degli Apostoli. V. gli Acta Sanctorum, t. IV di Ottobre, p. 696-855.

Pag. 325. — Oltre il Tempio della Pace, Guillaume le Clerc ricorda un altro edifizio sontuoso che diede segno della nascita del Redentore (Les joies Nostre Dame, v. 155-66, 472-8):

Un mult riche paleis volsu,

Le greignor, qu'unkes veist home,

Aveit en la cité de Rome.

Cil qui le fist fu bon mestre.

Plus i aveit de mil fenestres,

Veire, si jeo l'osoe dire,

Mien escient plus de dous mire;

Tutes de quivre e de metal,

Chescun en son dreit fenestral.

Overtes estaient le jur

E closes en la tenebrur.

. . . . . . . . . . . .

E les fenestres del pales,

Qui al vespre fermees furent,

Contre la mie nuit s'esmurent,

Lur barres a force rumpirent;

Tel noise e tel bateiz firent,

Que de la pour s'enfueient

Tut cil qui la tumulte oeient.

Forse quest'edifizio con più di duemila finestre è il Colosseo. Ad ogni modo il prodigio qui ricordato appartiene alla leggenda di Giulio Cesare.

Pag. 326, n. 55. — Thelesin annunzia la venuta di Cristo anche nel Roman de Brut di Wace, v. 4972-89.

Capitolo X.

Pag. 338. — Il Galvani parla abbastanza a lungo della leggenda della rana in una lezione Sopra un luogo del Dittamondo di Fazio degli Uberti, Lezioni accademiche, Modena, 1839-40, v. II, p. 109-26. Toccato di alcuni luoghi di storici antichi che possono aver dato la prima idea della favola, egli riporta un passo di Aldrovando (De quadrup. Digit. Ovip., l. I) dove si dice della possibilità che rospi si generino nel corpo dell'uomo, e reca testimonianze d'altri scrittori in proposito; poscia cita la cronica di Amaretto Monelli, dove la leggenda è ricordata, e riporta un sonetto sino allora inedito di Cino da Pistoja (?) il quale comincia:

Come li Saggi di Neron crudele

Ingravidare il fero d'una rana.

Ricorda inoltre che della favola è fatto pur cenno nell'Anatomia sopra la Zucca del Doni, preposta alla edizione che di questa si fece in Venezia nel 1592, e opera di Jeronimo Gioannini Capugnano. I documenti più antichi, dove la leggenda trovasi primamente narrata o accennata, gli rimasero ignoti.

Pag. 349. — Nerone comparisce anche in un altro mistero francese: Le Mystère de Monseigneur Saint-Pierre et Saint-Paul, contenant plusieurs autres vies, martires et conversions de Saints, comme de Saint-Étienne, Saint-Clément, Saint-Lin, Clete, avec plusieurs grands Miracles faits par l'intercession des dits Saints, et la Mort de Simon Magus avec la perverse vie et mauvaise fin de l'Empéreur Néron, comment il fit mourir sa mère, et comment il mourit piteusement.

Pag. 352. — Nel Dialogus creaturarum, 87, si legge: «Avari in inferno bibunt aurum liquefactum. Unde refert quidam philosophus, quod Nero imperator visus est in auro liquefacto se apud inferos balneare, et cum vidisset cuneum advocatorum, dixit iis: venite, venale genus hominum, et mecum hic balneamini, quia vobis partem optimam reservavi».

Pag. 356. — Filippo di Thaun pare che alluda a Nerone diavolo, anzi padre dei diavoli, quando dice nel Bestiaire:

La nuit unt poesté de traveiler malfé,

Ke il sunt fiz Noirun, que nus nier apelum.

Non di rado nei poemi francesi i Saraceni sono chiamati la geste Noiron, a quel modo che sono anche detti la geste Mahon.

Pag. 358. — Se per l'Anticristo dell'Apocalissi debba intendersi Nerone fu molto disputato in questi ultimi tempi; ma l'opinione di coloro che lo affermano sembra essere la più fondata. Scopertamente quale Anticristo apparisce Nerone nell'Ascensio Isaiae, nel Carmen apologeticum di Commodiano, e nel commento che fece dell'Apocalissi Vittorio di Pittavio. Lattanzio (De mortibus persecutorum, II) dice che, secondo la insensata credenza di alcuni, Nerone doveva precedere l'Anticristo. V. inoltre Sulpizio Severo, Dialogus de virtute S. Martini, l. II, Historia sacra, III, 30; San Gerolamo, In Danielem, XI, 30; Sant'Agostino, De civitate Dei, XX, 19. Nel secolo XIV, Giovanni di Parigi, domenicano, sente ancora il bisogno di negare che l'Anticristo possa essere Nerone.