APPENDICE La leggenda di Gog e Magog.

(V. cap. XXII, pag. 474, 479, 482, 486, 487, 505).

La leggenda di cui io intendo parlare qui alquanto particolareggiatamente fu nel medio evo tra le più diffuse e vivaci. Nessun'altra per certo si sparse sopra più gran parte di mondo, giacchè essa fu cognita in tutta Europa, in gran parte dell'Asia, e in tutta l'Africa settentrionale, dovunque regnò, in una delle sue forme massime, il monoteismo. Nata nel sesto secolo avanti Cristo, essa traversò tempi diversissimi, si adattò a disparatissime civiltà, si accomunò a genti semitiche, ariane, turaniche, e dopo quasi 2500 anni di vita dura ancora, se non in tutto, in buona parte almeno del suo antico dominio. Essa è leggenda a un tempo stesso religiosa, epica, geografica, etnologica. Tre religioni, il giudaismo, il cristianesimo, il maomettismo, le porgono il loro valido appoggio: la sua portata, se così possa dirsi, fantastica e morale, è enorme, giacchè essa si addentra nell'avvenire e va a raggiungere la catastrofe apocalittica, e a smarrirsi nella visione della eternità. Nel suo lungo cammino, variando e ampliandosi, essa si scontrò e si connesse con altre leggende, celeberrime fra tutte quelle di Alessandro Magno e del Prete Gianni; d'onde una molteplicità di relazioni, e una diversità di movenze e d'incidenti, tra cui non è troppo agevole raccapezzarsi.

Quando pure ne avessi l'intendimento, io non potrei discorrere di sì fatta leggenda con tutta l'ampiezza che il soggetto comporta. Essendo questa un'appendice, intesa principalmente ad illustrare un tema già toccato innanzi, non mi pare che si convenga il darvi luogo a tante particolarità e minuzie quante se ne potrebbero ragionevolmente richiedere in una dissertazione autonoma, salvo a voler fare dell'appendice quasi un altro libro; da altra banda una trattazione compiuta vorrebbe indagini lunghe e faticose per entro a molte letterature orientali, come a dire l'arabica, la persiana, l'armena, la siriaca, la turca, a me tutte inaccessibili direttamente. Mi contenterò dunque di venir seguitando gli svolgimenti massimi della intera finzione e di ricercare alquanto più addentro alcune forme e peculiarità di essa, lo studio delle quali mi parrà meglio confarsi con lo scopo che io mi sono proposto in questo pagine. A tale uopo dividerò la intera leggenda in tre diverse parti, corrispondenti a tre principali gradi del suo svolgimento, e la prima chiamerò Leggenda biblica, la seconda, Leggenda epica, la terza Leggenda storica, avvertendo tuttavia di non voler dare a queste denominazioni una significazione troppo più precisa che la cosa per se stessa non comporti. Da ultimo darò un cenno di quello che più particolarmente potrebbe chiamarsi il mito geografico. Per leggenda biblica intendo quella che si viene configurando nelle Sacre Carte, nella tradizione, diremo così, scritturale, e nella letteratura patristica; per leggenda epica, quella che più tardi si trova interpolata nella storia favolosa di Alessandro Magno; per leggenda storica, quella che, senza staccarsi dalle sue origini, nè sciogliersi dalle connessioni incontrate, di poi, si lega a fatti storici e a particolari credenze del tempo in cui si viene formando. Va da sè che non tornerò su quelle parti della finzione di cui io abbia già prima discorso.

§ I. La leggenda biblica.

Le più antiche vestigia di quella che poi sarà la leggenda di Gog e Magog si trovano nell'Antico Testamento. Il nome di Magog comparisce per la prima volta nel Genesi (X, 2) come quello del secondo figlio di Jafet, ed è appropriato anche al popolo che discende da lui. Di Gog non è ivi fatta menzione; ma nei Numeri (XXI, 33, 34, 35) e nel Deuteronomio (III, 1 segg.) è ricordato un gigante per nome Og, re di Basan, vinto ed ucciso da Mosè. Se il nome di Og abbia attinenza con quello di Gog è cosa che lascio esaminare ad altri.

Quali genti designasse col nome di Magog l'autore del Genesi noi non sappiamo, ma egli non rannetteva ad esso nessuna tradizione o credenza particolare. Ricordato per semplice ragion genealogica ed etnografica, quel popolo non veniva in più stretta relazione col popolo d'Israele, non acquistava ingerenza nei fatti di questo. Anzi è da credere che quel nome non contenesse in origine, e per molto tempo di poi, nessuna designazione particolare e precisa, ma solo una designazione generica e vaga, e che riferito per consuetudine a genti poco note e lontane, esso fosse capace di ricevere quella più opportuna applicazione diretta che dagli avvenimenti storici potesse essere suggerita.

La leggenda, o, a dir meglio, la prima immaginazione da cui quella mosse, comincia a prender forma in Ezechiele, e sino dalle origini sue mostra il carattere apocalittico che serberà poi lungamente traverso alle variazioni successive. Nelle profezie di costui è una vera e propria apocalissi, nella quale formidabili sciagure si minacciano al popolo d'Israele (XXXVIII e XXXIX). Gog, re del paese di Magog, piomberà a capo di moltitudine sterminata su quel popolo pervertito, e, strumento dell'ira divina, ne farà lacrimevole scempio. Egli verrà co' suoi giù dal settentrione, e raccoglierà ancora sotto di sè i popoli della Libia e dell'Etiopia, e tutti gl'idolatri e i pagani della terra. Ma compiuta la lor missione, i barbari soggiaceranno a lor volta all'ira del cielo e saranno tutti distrutti.

Quando profetava tali calamità Ezechiele aveva presente alla memoria la terribile invasione degli Sciti, che sul finire del VII secolo a. C. desolò la Palestina, e di cui era stato spettatore. Il dominio da lui assegnato a Gog corrisponde esattamente, sotto il rispetto geografico, a quello che, dopo la invasione appunto, fu il dominio degli Sciti, e la descrizione ch'egli fa dei barbari seguaci di colui concorda in tutto con quella che degli Sciti fa Geremia (I, IV, V, VI). Nè basta. Il nome stesso di Gog pare sia stato suggerito ad Ezechiele da quella invasione, giacchè sopra certi cilindri del regno di Assurbani-Abal, contenenti relazioni storiche di questo principe, è ricordato il nome Gàgu, quale nome del re degli Sciti[965].

La leggenda fatidica così presentata da uno dei profeti maggiori, da quello tra tutti le cui parole più profondamente scossero gli animi dei contemporanei e dei posteri, non poteva più smarrirsi. Il popolo, a' cui futuri destini essa veniva a legarsi, non doveva più dimenticarla, anzi doveva nella tradizion vivace che la custodiva, svolgerne e meglio determinarne alcune parti, accrescerne in generale la portata: di guisa che, offerendosi, in successo di tempo, nuova occasione a predizioni apocalittiche, quella leggenda doveva in modo assai naturale venire a prendervi posto e acquistare nuova e maggiore importanza. E tale occasione non mancò. Sei secoli circa dopo Ezechiele noi ritroviamo Gog e Magog nell'Apocalissi, e, salvo alcuna alterazione di poco conto, la leggenda loro è quella stessa di prima. Parlando degli ultimi tempi l'autore dell'Apocalissi dice (XX, 7-10) che, consumati i mille anni della sua prigionia, Satana, prosciolto, trarrà a sè le genti che sono sparse ai quattro angoli della terra, cioè Gog e Magog, il cui numero è come l'arena del mare, e le condurrà a combattere i fedeli di Dio. Esse si riverseranno sulla faccia della terra, e stringeranno d'assedio la città di Gerusalemme, finchè il fuoco celeste piomberà su di loro e le divorerà, e Satana e il falso profeta e la Bestia, precipitati nel profondo d'inferno, saranno dati in preda ai tormenti senza fine. L'Apocalissi, informata di uno spirito essenzialmente giudaico, attingeva senza dubbio questa parte della visione sua dalla tradizione giudaica. Ma se noi la paragoniamo con la fonte prima, ch'è la profezia di Ezechiele, ci avvediamo subito di una variante, la quale si perpetua poi nella leggenda. Ezechiele nomina esplicitamente Gog quale re di Magog; nell'Apocalissi invece Gog e Magog sono due popoli. Si potrebbe credere che San Giovanni, o chi altri sia l'autore dell'Apocalissi, ponendo a capo dell'ultima ribellione del male lo stesso Satana, e non avendo pertanto più bisogno di un particolare condottiero delle genti reprobe, avesse scientemente e di suo arbitrio tolto di mezzo il re Gog, divenuto inutile, e adoperato il nome di costui, il quale, già da gran tempo fermato nella tradizione, non poteva esserne facilmente espulso, a denotare genti compagne a quelle di Magog. Se non che tale ipotesi è subito contraddetta dal fatto che nelle leggende giudaiche nate, senza dubbio in varii tempi, dalla immaginazione primitiva, e nelle maomettane che da quelle derivano, i nomi di Gog e Magog compajono tutt'a due quali nomi di popoli; e poichè non è da credere che gli Ebrei volessero accettare da un libro cristiano quella variazione fatta al testo biblico, gli è forza ammettere che l'autore dell'Apocalissi la traesse egli dalla tradizione giudaica, per ragioni che sarebbe assai malagevole rintracciare, alterata a quel modo. Ma dove l'Apocalissi più si discosta da Ezechiele si è nello stabilire le connessioni, le ragioni, il tempo di quella minacciata irruzione di genti barbare. La profezia di Ezechiele non si stende oltre il consueto orizzonte storico e morale delle profezie giudaiche in genere, e l'avvenimento vaticinato da costui può dirsi assai più un avvenimento di storia particolare che non di storia universale. Il profeta non ha l'occhio che al suo popolo, il solo eletto, e la irruzione ch'egli ad esso minaccia non è se non una delle tante prove, poniamo pure che sia più grave dell'altre, con cui Jehova il corregge e lo richiama sulla retta via. Quando abbia, con soffrire il meritato castigo, purgato le molte sue colpe, il popolo d'Israele tornerà nel primo suo flore, e i nemici suoi, strumenti inconsci della giustizia divina, saranno spersi e distrutti. Il tempo che condurrà tali vicende non è dal profeta indicato; esso appartiene forse ad un avvenire lontano ancora, ma è ad ogni modo compreso nella serie dei tempi storici, a' quali non si pone preciso e sicuro fine. Ben altrimenti nell'Apocalissi. Non più il popolo d'Israele, ma la Chiesa, cioè la comunità universale dei credenti, dovrà un giorno sottostare alla minacciata invasione, e questa non sarà il giusto castigo di Dio, provocato dalle reità della terra, ma un ultimo conato di Satana, volto a distruggere, sulla terra appunto, il regno di Dio. E ciò avverrà dopo il millenio; e quando questa prova suprema sarà superata, si chiuderà l'ordine dei tempi, e sarà rinnovato il mondo, e comincerà il regno senza fine della Gerusalemme celeste. Tale nuovo riferimento e tale nuova projezione della leggenda sono, senza dubbio, l'opera personale dell'autore dell'Apocalissi, sia pure che a lui ne potesse anche venire qualche incitamento d'altronde[966]. Finalmente, se col nome di Magog, nella profezia di Ezechiele, sono più particolarmente designati gli Sciti, come dagli avvenimenti del tempo era in maniera assai ovvia suggerito, nell'Apocalissi ogni designazione reale e diretta di tale natura pare che debba fare difetto. Tuttavia qui cade in acconcio una considerazione. Se è vero, come ormai sembra fuori di dubbio, che l'autore dell'Apocalissi muova, nel motivare e nel costruire la sua visione escatologica, dagli stessi fatti de' tempi suoi, e che l'Anticristo da lui prodotto sulla scena paurosa degli ultimi giorni altri non sia che il Nerone redivivo della leggenda popolare romana, non è certo improbabile che egli abbia avuto dinnanzi alla mente alcun'altra particolarità di questa leggenda medesima; ed anzi che per alcuna ciò veramente accadesse abbiamo nella scrittura di lui le irrefragabili prove. Nel c. XVI, v. 12, di essa si legge che un angelo disseccherà il corso dell'Eufrate per dar passaggio ai re che dall'Oriente moveranno in soccorso della Bestia, cioè di Nerone. Ora è questa una allusione manifesta a quella parte della leggenda popolare dove si narrava il ritorno trionfale di Nerone alla testa dei Parti. Questi pertanto, nella mente dell'autore dell'Apocalissi, dovevano apparire quali i naturali seguaci e fautori dell'Anticristo, quali i campioni predestinati del male, e forse una cosa sola con le genti di Gog e Magog. E poichè, secondo gli antichi geografi, i Parti erano legati in istretta parentela con gli Sciti, l'autore dell'Apocalissi sarebbe venuto, per una coincidenza curiosa, a designare coi nomi di Gog e Magog presso a poco quella razza medesima che col solo nome di Magog era stata designata da Ezechiele. Ma è questa una semplice congettura su cui non giova fermarsi più lungamente.

Dalla profezia di Ezechiele e dall'Apocalissi la leggenda di Gog e Magog passa nella gran corrente della letteratura patristica, dove noi la ritroviamo, ma nella forma, com'è del resto naturale, che essa aveva presa in quest'ultima scrittura. L'opinione che per il Magog della prima e per il Gog e Magog della seconda dovessero intendersi gli Sciti, opinione, per quanto riguardava Magog, già da lungo tempo accolta nella tradizione delle scuole giudaiche, si conferma e si universalizza. Giuseppe Flavio, il quale parla dei soli Magogi della etnografia del Genesi, dice che da essi ebbero origine gli Sciti, alla cui gente appartengono anche i Sarmati e gli Alani[967]. San Gerolamo ricorda così fatta opinione, ma dice espresso che essa è più specialmente seguitata dai Giudei e dai cristiani giudaizzanti: «Judaei et nostri judaizantes putant Gog gentes esse scythicas, immanes et innumerabiles, quae trans Caucasum montem el Maeotidem paludem et prope Caspium mare ad Indiam usque tenduntur»[968]. Andrea, vescovo di Cesarea (V sec.?) la ricorda invece come una opinione seguitata da alcuni degli antichi, e dice gli Sciti chiamarsi con altro nome Unni[969]. Sant'Agostino nega recisamente che per Gog e Magog sia da intendere una gente barbarica particolare[970]; ma, ciò nulla meno, la opinione giudaica continuò ad essere la opinione prevalente[971]. Vero è che, insieme con questa, altre opinioni ebbero corso. Secondo Eusebio, Magog e Celti erano tutt'uno; nei Libri Sibillini Gog e Magog sono identificati cogli Etiopi. All'irrompere dei barbari nell'impero romano molti certo dovettero credere che questi fossero gl'invasori annunziati dalle profezie. «Scio quendam Gog et Magog ad Gotorum nuper in terra nostra vagantium historiam retulisse», dice San Gerolamo[972]; e Sant'Ambrogio accoglie la credenza qui accennata[973], la quale, dopo il V secolo, si ritrova nel Talmud di Gerusalemme e in altri libri giudaici[974]. Teodoreto, per contro, crede che la profezia di Ezechiele siasi avverata al tempo dei Maccabei, o dopo il ritorno degl'Israeliti dalla schiavitù di Babilonia.

Di Gog e Magog si ragiona, com'è naturale, in tutti i commentarii sopra l'Apocalissi, ma le immaginazioni che li riflettono si vanno mano mano adattando alle nuove credenze, o seguono i nuovi indirizzi della coscienza cristiana. Avvenuta la conciliazione tra la Chiesa e l'Impero nel IV secolo, l'Apocalissi, la quale era tutta piena di un odio implacabile contro Roma, perdette molta dell'antica sua voga, ed anzi la Chiesa d'Oriente la dichiarò senz'altro libro apocrifo[975]. Dopo Lattanzio, il quale fu veramente l'ultimo dei grandi chiliasti, il chiliasmo che è la dottrina fondamentale dell'Apocalissi, andò del continuo perdendo aderenti, e i Padri più insigni, come San Gerolamo e Sant'Agostino, apertamente e con disprezzo lo rigettarono. In pari tempo si veniva elaborando su altre basi che non fossero quelle dell'Apocalissi, una più complessa dottrina dell'Anticristo, la quale doveva necessariamente alterare, per la parte sua, l'ordinamento e l'economia del gran dramma escatologico. Soppresso il millennio, le parti già disgiunte dall'azione si raccostavano. Mentre nell'Apocalissi l'Anticristo, precipitato insieme col falso profeta nello stagno dello zolfo ardente (XIX, 20), più non comparisce nell'azione ultima che al millennio sussegue, e nella quale Satana sommuove da solo le genti barbare, nella nuova immaginazione che si viene formando Satana lascia il luogo e l'opera all'Anticristo, sotto a' cui ordini quelle genti allora naturalmente vengono a porsi.

Ma gli è probabile che nemmeno dopo queste alterazioni la leggenda avrebbe mai conseguito nella coscienza popolare molta perspicuità e risonanza. Come leggenda essa aveva un grave difetto: era troppo speculativa e dottrinale, e mancava di quella salda base storica, di que' nessi efficaci col mondo cognito senza di che le leggende han corta vita. La fantasia non sapeva come rappresentarsi quei popoli di Gog e Magog di cui nè la stanza, nè l'essere, nè i costumi si conoscevano. Nessuno mai li aveva veduti; essi erano come fuori del mondo, e poteva nascere il dubbio, e nacque veramente in alcuno, che non fossero già uomini, ma simboli, e personificazioni delle più perverse tendenze della umana natura. La leggenda abbandonata a se stessa avrebbe pertanto languito nella dubbiosità di una immaginazione incircoscritta, e non avrebbe mai avuto l'importanza che ebbe di poi, e non si sarebbe mai così efficacemente mescolata alla vita presente e reale, come si mescolò, se non si fosse in buon punto scontrata e fusa con un'altra finzione, che le comunicò nuovo vigore e la sostentò di quanto le aveva fatto sino allora difetto. Qui si chiude propriamente la leggenda biblica e s'apre la leggenda epica.

§ II. La leggenda epica.

Alessandro Magno è indubitabilmente il massimo degli eroi leggendarii. Nata mentr'egli era ancora in vita, o subito dopo la sua morte, la leggenda meravigliosa delle imprese da lui compiute, e delle corse avventure in Europa, in Africa, in Asia, non cessò di crescere e di metter sempre nuove propaggini, sino a Rinascimento inoltrato in Occidente, e per un tempo anche più lungo in Oriente, dove la generazione delle nuove favole dentro di essa dura forse tuttora. Io non ho da ricercare in qual modo siasi venuta formando questa complessa e vigorosa leggenda; ma tra le finzioni innumerevoli, varie per origine, per età, per carattere, di cui essa si compone, una ve n'ha che appartiene al mio argomento, e a cui fa d'uopo rivolgere ora l'attenzione. Secondo questa finzione, presa nella forma sua già matura, e avuto riguardo al solo concetto generale di essa, i popoli di Gog e Magog furono da Alessandro Magno rinserrati fra le gole di monti insuperabili, d'onde non usciranno se non imminente la fine del mondo, per dare ajuto all'Anticristo.

Si potrebbe credere che il serramento di Gog e Magog sia stato attribuito ad Alessandro Magno solo in virtù di quella generale tendenza che portava gli spiriti ad accrescere sempre più il numero delle meravigliose imprese compiute dall'eroe, e senza che vi fosse nessuna più particolare ragione per farlo. Ma sarebbe questo un errore. Alessandro non entra direttamente nella leggenda di Gog e Magog, ma vi entra attraversando un'altra leggenda, la quale fu in origine del tutto estranea a quella. Nella finzione epica testè enunciata, vengono a comporsi insieme due diverse finzioni, le quali vissero un tempo separate; l'una è la leggenda biblica, di cui ho parlato, l'altra è una leggenda eroica di cui, prima di procedere oltre, è mestieri dir qualchecosa.

Che Alessandro Magno avesse rinchiuso tra' monti alcuni popoli bestiali e ferocissimi, è tradizione antica abbastanza: ma questi popoli, sia che se ne dica, sia che se ne taccia il nome, nulla hanno di comune da prima con Gog e Magog. Anzi, da principio, non si parla nemmeno di popoli rinchiusi; ma solo di certe porte ferree costruite da Alessandro Magno per vietare ai possibili invasori il passo conosciuto sotto il nome di Porte Caspie, nel Caucaso. Giuseppe Flavio racconta che gli Alani invasero la Media passando per le Porte Caspie, le quali Alessandro aveva munite di porte ferree, accordatisi col signore del passo, che era il re d'Ircania[976]; ma non dice, come altri dirà molto più tardi, che gli Alani fossero stati in qualche modo rinserrati da Alessandro Magno[977]. Di porte ferree che munivano il passo, non delle Porto Caspie, ma delle Caucasee, parla anche Plinio, il quale tuttavia non dice che fossero opera di Alessandro[978]. Il primo forse che faccia esplicita menzione di genti rinchiuse da Alessandro, è San Gerolamo, il quale nella epistola LXXXIV ad Oceanum de morte Fabiolae, descrive il terrore onde fu invaso l'Oriente all'annunzio che gli Unni avevano forzato i claustri e le difese già innalzate dal Macedone, ubi Caucasi rupibus feras gentes Alexandri claustra cohibent, e seminavano sui loro passi la rovina e la morte. Non un accenno alla credenza che questi barbari potessero essere quegli stessi d'Ezechiele e dell'Apocalissi[979], dei quali il nome non è qui nemmen pronunziato. Questa epistola fu dettata intorno al 400, ed io ho detto San Gerolamo esser forse il primo che riferisca in forma esplicita la leggenda delle genti rinchiuse, giacchè di un altro testimone di essa non si sa con piena certezza quand'abbia scritto, sebbene s'ammetta dai più che verso la fine del secolo VI. È questi Egesippo, il quale in un luogo della sua storia De bello judaico dice la città di Antiochia andar debitrice della sua sicurezza ad Alessandro Magno, il quale con munire le Porte Caspie, tolse ogni passo a quelli che eran tra i monti, omne interioribus gentibus interclusit iter[980]. Procopio parla delle porte e di una fortezza fatta costrurre da Alessandro Magno per vietare il passo agli Unni, ma non dice che per quelle difese gli Unni rimanessero rinserrati[981]. Fredegario racconta che l'imperatore Eraclio, assalito e vinto dai Saraceni, non sapendo a qual altro partito appigliarsi, fece aprire le porte di bronzo di Alessandro Magno, e chiamò in suo ajuto centocinquantamila barbari, i quali tuttavia non furono da tanto da ripristinare le sorti della guerra, anzi furono ancor essi disfatti; ma non dice propriamente che dentro a quelle porte i barbari fossero tenuti prigioni, per modo che da nessun'altra parte potessero erompere e fare scorreria[982].

Se noi esaminiamo queste varie e progressive testimonianze della finzione eroica più antica, vediamo non solo che in esse non è fatto cenno di Gog e Magog, nè allusione alcuna alla credenza che i barbari di cui si ragiona abbiano alla fine del mondo a formar la milizia di Satana, o dell'Anticristo (e troveremo più in là altre testimonianze, assai più recenti, dove del pari non è cenno, nè allusione alcuna di tal maniera); ma vediamo ancora la credenza che Alessandro Magno avesse rinchiusi quei barbari in modo da segregarli dalla rimanente umanità, credenza che poi si fa molto risoluta e precisa, non palesarsi in alcune di esse se non assai timidamente e in forma al tutto indecisa. Gli è che la finzione si va costruendo a poco a poco, e noi possiamo senza fatica rifarcene in mente il probabile processo. Si cominciò con attribuire ad Alessandro Magno la costruzione di alcuni ripari intesi a mettere l'Asia centrale al sicuro dalle irruzioni delle genti nomadi e barbare del settentrione. Questa prima immaginazione non richiedeva nessuno sforzo di fantasia, anzi doveva nascere spontanea, e starci per dire che era necessaria. Nelle gole del Caucaso, sole vie per le quali chi muove dalla pianura del Don e del Volga può avere accesso alla Persia, vedevansi gli avanzi di antiche difese, opera forse di alcuni predecessori di Dario, o a dirittura dei monarchi di Ninive e di Babilonia. Era cosa più che naturale attribuire a chi aveva assoggettata alla sua potestà tanta parte dell'Asia la costruzione di ripari che assicuravano il pacifico godimento della conquista, e aggiungere alle glorie di chi aveva compiute tante e così mirabili imprese, anche questa d'aver posto alla furia dei barbari aquilonari, propriamente lì dove il suo impero cessava, un insormontabile ostacolo. Ciò facendo la leggenda seguiva una delle usanze sue più caratteristiche ed universali, che è quella appunto di venir raccogliendo sopra e intorno all'eroe prediletto, con torlo ad altri, tutto quanto possa accrescere a costui lustro e riputazione. Ma la leggenda non doveva fermarsi a tanto. Stimolata dalla crescente vaghezza del meraviglioso, ajutata dall'ignoranza della condizione geografica della regione transcaucasea, e dalla opinione implicita che Alessandro Magno non dovesse far quasi nulla che fosse nell'ordine puramente naturale delle cose, essa venne crescendo sopra gli stessi suoi rudimenti, ed elaborò la favola, che doveva poi essere accetta universalmente, dei popoli rinchiusi ed inaccessibili. Gli storici non narrano di nessuna azione importante di Alessandro Magno, la quale abbia avuto a teatro il Caucaso, o che il Caucaso concernesse in modo diretto. Arriano ricorda, senza più, che Alessandro valicò le Porte Caspie[983]; Quinto Curzio che l'esercito del Macedone spese diciassette giorni in traversar la giogaja[984]; ma secondo alcune tradizioni georgiane, di cui non è possibile stimare l'antichità e rintracciare la origine, Alessandro Magno invase le vallate meridionali del Caucaso e in ispazio di sei mesi espugnò tutte le città e le castella che v'erano[985].

Formata che fu, e cominciando a diffondersi rapidamente, la leggenda dei popoli rinchiusi venne a offrirsi da sè a una quantità di collegamenti varii, e a provocare soprattutto una serie d'identificazioni (delle quali alcune si sono già notate), di quei presunti rinchiusi con le tali o tali altre genti barbariche. Non si vede, a primo aspetto, quali ragioni potessero provocare la identificazione di essi con gli apocalittici Gog e Magog; ma ragioni ci erano, e noi le troveremo più oltre. Noto intanto che nelle fantasie poteva, e doveva anzi, nascere una certa inquieta curiosità di sapere perchè quei popoli formidabili, di cui si annunciava l'irruzione irresistibile, aspettassero gli ultimi giorni per rovesciarsi sulla faccia della terra; quali ostacoli li trattenessero intanto, e impedissero loro di farlo prima; dove fossero propriamente le sedi loro. L'arcivescovo Andrea, già citato, dice di essi: «Quare sola quoque Dei manu et potestate coërceri dicuntur, ne toto terrarum orbe potiantur, suoque eundem imperio subiugent, idque usque ad Antichristi satanaeque adventum». Certo, la mano di Dio era più che bastante a frenare quelle generazioni bestiali; ma chiunque conosce l'indole e le inclinazioni della fantasia creatrice di leggende, della popolare e della non popolare, sa quanto essa si compiaccia ed abbisogni del concreto e del definito, e come volentieri sostituisca le cose ai concetti, i segni visibili e tangibili alle idee. La mano, o diciam più giusto, la volontà di Dio, era un ritegno troppo generico e troppo ideale, non atto abbastanza a prender forma nella fantasia; e come si sentì il bisogno di cingere di un muro, o di un vallo di fiamma, perchè non vi penetrassero gli uomini, il Paradiso terrestre, quando a ottener tale effetto il solo divieto divino bastava; così del pari si sentì il bisogno di cingere i popoli di Gog e Magog di ripari materiali, da' quali fosse loro fisicamente impossibile di uscire. E il giorno in cui, in una leggenda che appunto narrava di genti indomabili e bestiali, si trovarono i ripari opportuni, si presero senz'altro e se ne fece quell'uso che la fantasia richiedeva. Così una nuova leggenda di Gog e Magog prendeva posto tra le leggende di Alessandro Magno; ma ciò avvertito in forma più generale, è d'uopo ricercare ora quali sieno i più antichi documenti di essa, quale il luogo ov'ebbe probabilmente a formarsi, e quali le ragioni particolari del suo nascere.

Il più antico monumento scritto, di data certa, in cui la nuova leggenda compaja è il Corano. Quanto alla pretesa Cosmografia di Etico Istrico, tradotta di greco in latino da San Gerolamo, e pubblicata dal Wuttke nel 1853, nella quale la leggenda nostra è narrata, io credo assai più sicuro farla posteriore che non anteriore al Corano, e però mi riserbo di parlarne più oltre[986]. Nel Corano dunque si narra che Zul-Carnein, dopo essersi spinto fino al luogo dove tramonta il sole, tornò addietro, e giunse al luogo dove il sol nasce, e quivi tra due montagne trovò genti di cui a mala pena poteva intendere la favella, le quali lo pregarono di volerle ajutare contro i popoli di Gog e Magog che loro devastavano le terre. Zul-Carnein promise di costruire un riparo che li proteggesse dai nemici. A tale uopo fattosi portare gran quantità di ferro, n'empiè il valico dei monti, e arroventata poi, con l'ajuto dei mantici, quella massa, e infusovi sopra bronzo liquefatto, costrusse un muro che per nessun modo quei di Gog e Magog avrebbero potuto superare o forare. Compiuta l'opera, lo stesso Zul-Carnein avvertì che, quando il tempo ne fosse venuto, prossimo già il giudizio universale, Dio disfarebbe il muro in polvere e tutti i popoli si confonderebbero[987].

Se non che Maometto nomina qui, non Alessandro Magno, ma Zul-Carnein, e se questo Zul-Carnein sia tutt'uno con Alessandro Magno, ovvero sia da lui interamente diverso, è questione che fu disputata a lungo, prima tra gli stessi scrittori maomettani, poscia, e sino a tempi recentissimi, tra gli orientalisti europei. Io non entrerò in questo ginepraio, ma noterò solamente, non richiedendosi di più al proposito mio, che il lungo processo della critica sembra avere ormai definitivamente confermata la opinione di chi nel Zul-Carnein o Bicorne del Corano, della rimanente letteratura arabica, e dei rabbini, riconosce lo stesso Alessandro Magno. Per quanto riguarda la discussione particolareggiata dell'argomento rimando il lettore agli scritti dei dotti che vi attesero di proposito[988].

Se nel Corano noi troviamo la nuova leggenda pienamente costituita, se anzi vi troviamo accennata, come or ora vedremo, la sua notorietà, almeno tra un popolo, abbiamo, parmi, più che sufficiente motivo per credere che nel VI secolo essa fosse già sorta. Certo Maometto non ne fu l'inventore; ma d'onde l'ebbe egli? Potrebbe dubitarsi se dai cristiani o dagli Ebrei, giacchè egli conversò con gli uni e con gli altri, e nella sua dottrina accolse credenze così di quelli come di questi; ma fu sua cura di togliere qualsiasi dubbio in proposito. Nel c. XXI si scorge chiaramente un riflesso dell'Apocalissi: ma quanto al racconto del c. XVIII, si avverte espressamente che deve servire a dar soddisfazione agli Ebrei, i quali sarebbero per fare a Maometto alcuna interrogazione intorno a Zul-Carnein. La leggenda era dunque una leggenda ebraica; vediamo in qual modo gli Ebrei, nei cui libri la ritroviamo, dovessero essere condotti ad immaginarla.

La leggenda primitiva dei popoli rinchiusi da Alessandro Magno, quella in cui Gog e Magog non figurano ancora, si diffuse certamente, qualunque fosse il suo luogo d'origine, non meno in Asia che in Europa, dove noi ne abbiamo ritrovati i documenti più antichi. A seconda delle condizioni speciali di ciascuna provincia ov'essa penetrava, degli avvenimenti storici particolari che vi si svolgevano o vi si preparavano, delle apprensioni o dei timori ond'erano occupate le menti, doveva quella leggenda assumere varii aspetti, piegarsi a varie e mutevoli connessioni. In Europa era cosa naturalissima che i rinchiusi da Alessandro s'identificassero ora con una, ora con un'altra stirpe di barbari. In Gerusalemme stessa, d'onde San Gerolamo scriveva la citata epistola ad Oceanum, pare che fossero identificati con gli Unni. Ma questa doveva essere una identificazione temporanea, provocata dalla invasione, e che agevolmente poteva essere sostituita con altra, una volta l'invasione passata. Ora, in fatto d'invasioni, quella certo di cui in condizioni ordinarie più si dovevano preoccupare gli Ebrei era l'annunciata e inevitabile di Gog e Magog. Può darsi, cosa che dalle parole di San Gerolamo non appare, che in Giudea si credesse da taluno essere appunto gli Unni le genti di Gog e Magog; ma tale credenza facilmente cadeva quando vedevasi il seguito degli eventi non corrispondere alla profezia di Ezechiele. L'invasione di Gog e Magog era ancor da venire, e poichè gli Ebrei non conoscevano altre genti più scelerate e più degne d'esser divise dal resto della umanità che le genti di Gog e Magog, non era ad essi necessario un grande ardimento di fantasia per immaginare che queste e non altre fossero le genti rinchiuse da Alessandro Magno. A ciò si aggiunga che nella stessa profezia di Ezechiele gli Ebrei potevano credere di scorgere come un'allusione a quanto più partitamente si narrava nella leggenda di Alessandro, giacchè, parlando della invasione irresistibile dei barbari, questo profeta dice: I monti si fenderanno, precipiteranno le rupi, sarà atterrato ogni muro.

Gli Ebrei non ebbero se non a lodarsi del modo onde furono trattati dal gran conquistatore, il quale, secondo che narra il loro maggiore storico, concesse loro parecchi privilegi e una parte della città di Alessandria, venerò il nome dell'unico Dio, onorò in singolar modo il sommo sacerdote, sacrificò nel tempio, lesse in Ezechiele che l'impero dei Greci succederebbe a quello dei Persiani, e molti Ebrei accolse nel suo esercito, i quali gli si erano spontaneamente profferti[989]. Si può credere che Alessandro non abbia veramente fatte in pro degli Ebrei, o in onore della loro credenza, le cose tutte che qui si ricordano; ma quanto maggiore è in esse la parte della invenzione, tanto maggiore ancora è la prova della stima in cui gli Ebrei dovevano avere l'uomo a cui le attribuivano; nè a questa stima, che si può credere validamente fondata nella opinione popolare, potevano recar detrimento grave gli avversi giudizii di alcuni rabbini, ai quali molti altri più se ne contrapponevano favorevoli. Non era egli naturale che gli Ebrei attribuissero a questo loro benefattore anche il serramento di Gog e Magog? E notisi che, sebbene sia, in generale, molto difficile dire quali elementi della leggenda di Alessandro Magno abbiano avuto origine tra gli Ebrei[990], gli è nullameno fuor di dubbio che parecchie finzioni di essa son opera loro, come, per citare un esempio, quella del viaggio dell'eroe al Paradiso terrestre[991].

Qual fosse propriamente la forma e l'indole della leggenda giudaica mi pare che si vegga in un racconto delle Revelationes dette di Metodio, racconto di cui, in grazia appunto di ciò, credo di dover fare ora parola, posto che l'ordine cronologico gli assegnerebbe altro luogo. Il narratore descrive anzi tutto la turpitudine e la bestialità delle genti di Gog e Magog, le quali sono use cibarsi di topi, di serpenti e di altri animali immondi, di feti abortivi, o non ancora formati nell'alvo materno, e non seppelliscono i morti, ma li divorano. Alessandro Magno, veduti i loro costumi, temendo che abbiano a riversarsi, quando che sia, sulla Terra Sancta, e a contaminarla, le spinge tutte verso il settentrione, e raccoltele fra i monti detti Ubera aquilonis, supplica Dio di volerlo ajutare, e Dio l'esaudisce, e in sulla uscita fa raccostare i monti alla distanza di dodici cubiti, e Alessandro chiude il passo con porte di bronzo rivestite di assurim (sic), di guisa che, nè col ferro, nè col fuoco si possono distruggere, e le stesse arti magiche e diaboliche, in cui quelle genti sono esperte, non possono nulla contro di esse. Con Gog e Magog sono da Alessandro rinchiusi altri ventitrè popoli di pari essere, e, quando sia prossima la fine del mondo, usciranno tutti e conquisteranno la terra d'Israele, secundum Ezechielis Prophetiam quae dicit: In novissimo die consummationis mundi exiet Gog et Magog in terram Israel[992]. Il pensiero che governa questo racconto è essenzialmente ebraico, e non lascia dubbio circa la fonte a cui Metodio, o chi per esso, lo attinse. Costui, sebbene cristiano, si direbbe che non abbia conosciuto l'Apocalissi. La sola ragione che muova Alessandro a rinchiudere i popoli abominevoli è il desiderio di liberare la Terra Sancta dal pericolo della loro invasione; la sola terra di cui si dica che sarà conquistata da essi quando usciranno alla fine del mondo, è la terra d'Israele. Per certo una leggenda cristiana avrebbe detto altrimenti, nè si sarebbe a questo modo occupata di soli interessi ebraici. Quello stesso vocabolo assurim, per quanto qui possa essere adoperato a sproposito, accenna a fonte ebraica[993], e così ancora la inesatta citazione di Ezechiele, nella quale noi ritroviamo alcune particolarità della tradizione presentataci dall'Apocalissi, ma che l'Apocalissi stessa derivava da fonti ebraiche, cioè a dire la conversione di Gog in popolo e il rinvio della catastrofe alla fine del mondo.

La leggenda giudaica formata doveva, per ragione delle cose stesse narrate in essa, trovar facile accesso appo i cristiani, divulgarsi rapidamente, ed entrare, prima, o poi, nelle storie romanzesche di Alessandro Magno. Noi la troviamo nello Pseudo-Callistene[994]; ma quando v'entrò? A tale domanda non si può dare sicura risposta, ma solamente probabile. Quando propriamente sia stato composto il romanzo che va sotto il nome di Callistene non è noto. Nella sostanza esso non è certamente posteriore al terzo secolo; ma molte favole ora contiene, le quali vi s'introdussero solamente più tardi, nelle rinnovazioni e nei rifacimenti cui andò soggetto. Nelle redazioni più antiche, in quella, per esempio, del codice Parigino Nº 1711 (la recensione A del Müller), la nostra leggenda non si trova, come non si trova nella versione latina di Giulio Valerio, che il Mai stimò del terzo o quarto secolo, della fine del IV, o del principio del V, il Müller, molto più recente il Letronne, nè nell'Itinerarium Alexandri[995], e nemmeno nella versione armena pubblicata dai Mechitaristi in Venezia nel 1842, e giudicata da essi appartenere al V secolo; mentre nella versione siriaca la leggenda è solo narrata in una specie di appendice evidentemente aggiunta più tardi[996]. La leggenda compare in due recensioni dello Pseudo-Callistene (indicate con B e C dal Müller) le quali non si possono far più antiche del VII od VIII secolo[997], e in cui sono inseriti parecchi altri racconti manifestamente ebraici; anzi l'una di esse (C) sembra essere opera di scrittore ebraico, o cristiano siriaco[998].

Nella recensione (B) presa dal Müller a base della sua edizione, la leggenda si presenta sotto una forma molto affine a quella che ci occorre nelle Revelationes[999], ed è Alessandro, che in una lettera alla madre Olimpia racconta tutto il fatto. Alessandro trovò molti popoli, i quali mangiavano carne umana e bevevano il sangue. Temendo non avessero a contaminare il mondo (non più la sola Terra Santa, come nelle Revelationes) invocò l'ajuto del cielo, e mosse loro guerra, e ne fece grande strage, conquistando il loro paese. I superstiti, fuggendo, giunsero tra due giogaje di monti (gli stessi Ubera aquilonis delle Revelationes), le quali spingono le cime oltre le nubi, e si stendono parallelamente, come due muraglie, verso il settentrione, sino al gran mare. Alessandro volse una fervida preghiera a Dio[1000], e raccostatisi per divino miracolo i monti, chiuse l'uscita con una porta di bronzo larga venti cubiti, alta sessanta, rivestita di una sostanza che resiste così al ferro come al fuoco, e dinnanzi alla porta alzò un riparo, costrutto di grandi pietre, anzi di rupi, ciascuna delle quali era alta venti cubiti e lunga sessanta, saldate con istagno e con piombo, rivestito il tutto di quella medesima sostanza di cui aveva già rivestita la porta, la quale chiamò Porta Caspia. Nè pago di ciò eresse a Oriente e ad Occidente altre due muraglie, e per tal modo rinchiuse quivi ventidue popoli coi loro re[1001]. Del loro prorompere al tempo dell'Anticristo non è fatta parola.

L'esame delle due versioni della leggenda, quali si hanno nelle Revelationes e nello Pseudo-Callistene mi pare conduca a questo giudizio, che tra esse non è dipendenza diretta, ma che tutt'e due vengono, mediatamente o immediatamente, da una medesima fonte; e se noi paragoniamo queste due versioni con quella del Corano dovremo dire che fra esse tutte vera diversità sostanziale non c'è, e che le differenze incidentali che vi si notano sono certamente dovute, sia alla incertezza ed instabilità stessa della tradizione, sia alla diversa natura dei libri che quella tradizione accoglievano, ed a cui bisognava pure che la leggenda in una certa misura si piegasse. Ad ogni modo, quello che si potrebbe addimandare il nucleo della leggenda, il rinserramento cioè di genti scelerate e nefande per opera di Alessandro Magno, si ritrova incolume in tutte e tre, e si può star sicuri che per questa parte le tre versioni riproducono fedelmente la leggenda quale si deve credere che già prima fosse nata in Giudea.

Se ciò si ammette, come pare a me che si debba ammettere, dovrà necessariamente giudicarsi spuria e depravata la versione che si trova nella già citata Cosmographia di Etico Istrico, versione che non sembra essere passata in altre scritture, che certamente non visse in nessuna forma di tradizione, e che reca in fronte i chiari segni di una elaborazione fantastica in tutto personale[1002]. Nè a tale proposito importa di risolvere la questione della maggiore o minore antichità del libro[1003], dappoichè non fu certamente esso a diffondere la nostra leggenda in Europa; anzi, vedendo che la leggenda non vi si diffonde se non nella forma delle Revelationes e dello Pseudo-Callistene, bisognerebbe congetturare (ed altri argomenti in appoggio non mancherebbero) che esso venisse in luce quando la leggenda era già divulgata in quella forma, e non lasciava più luogo a una versione sostanzialmente diversa. Ecco in breve il racconto del supposto Etico, di cui del resto non è sempre possibile cogliere il senso a pieno, e dove anzi è più di una contraddizione[1004]. I Turchi, della stirpe di Gog e Magog, abitano in certe isole, o spiagge (rinchiusi?) fra monti, contro gli ubera aquilonis[1005]. Sono uomini ignominiosi, incogniti, mostruosi, pieni di ogni mal costume, usi a cibarsi di cose abbominevoli, i quali non si lavano mai, non conoscono nè il vino, nè il sale, nè il frumento, e adorano Saturno[1006]. Essi hanno in una grande isola dell'oceano una città vastissima e munitissima, chiamata Taraconta. Al tempo dell'Antecristo, che chiameranno deum dierum (deorum?), faranno grandi devastazioni cum semine pessimo eorum prosapia reclusa post portas Caspias. Chi avesse chiuso questo pessimo seme dietro le porte Caspie non è detto. Invano tentò più volte Alessandro di vincerli in guerra, e meditò di rinchiuderli con alcun ingegno, chè per la vastità del mare e la grandezza dei monti non gli venne mai fatto, e stette tutta la vita in grande pensiero di ciò, non sovvenendogli alcun buon provvedimento. Un guazzabuglio sì fatto si sottrae ad ogni critica. Noterò solo che, secondo la recensione B dello Pseudo-Callistene, Alessandro, compiuta la impresa contro Gog e Magog, si volse contro ai Turchi e agli Armeni, e ne uccise un gran numero insieme col loro re chiamato Can[1007].

La leggenda che abbiamo sin qui esaminata, voglio dire la leggenda giudaica, si divulgò non meno in Europa che in Asia, passò in iscritture innumerevoli, e in breve tempo prevalse; ma non per questo la leggenda più antica, quella in cui Gog e Magog non comparivano ancora, fu in tutto dimenticata.

Non parlo della storia romanzesca di Alessandro Magno che va sotto il titolo di Historia de proeliis, riportata di Costantinopoli, nel X secolo, dall'Arciprete Leone, nella quale si ha un racconto dove i nomi di Gog e Magog, e delle altre genti rinchiuse non sono indicati; questo racconto è nel rimanente quello stesso dello Pseudo-Callistene; ma Beniamino Tudelense dice nell'Itinerario che la regione degli Alani è cinta da monti altissimi, i quali non hanno altra uscita che le porte ferree costrutte da Alessandro Magno[1008], e il falso Giosippo Gorionide racconta, stranamente parafrasando un passo già ricordato di Giuseppe Flavio, la storia seguente[1009]. Alessandro, temendo gli Alani, gente fortissima e irresistibile, li aveva chiusi tra i monti che cingono la lor terra, la qual cosa essi, non vaghi di cercare stranie contrade, lasciarono fare liberamente, sebbene fosse loro agevole d'impedirlo. Ma sopraggiunto un anno di massima carestia, non trovando nel proprio paese di che sfamarsi, essi pregarono gl'Ircani di voler loro aprire i passi, affinchè potessero uscire a procacciarsi i necessarii alimenti. Acconsentirono gl'Ircani, ed essi, usciti, si volsero, predando e devastando, alla Media. Il prefetto del re dei Medi, non osando far resistenza, mandò ad offrir loro la pace, e s'impegnò di somministrare gli alimenti onde abbisognavano, a patto che non gli guastassero le terre. Gli Alani risposero di non volere da lui se non che li sostentasse per un mese, tanto che maturassero nella lor terra i prodotti, passato il quale avrebbero fatto ritorno alle case loro: non abbisognare d'altro essi, così diversi da ogni umano costume. Il prefetto, ringraziatili di loro buona disposizione, li nutrì tutto un mese (erano in numero di 755,140) di miglio cotto, e di carne di cani, asini, topi; purchè fosse carne essi si contentavano. Trascorso il mese, si mossero per far ritorno alle loro abitazioni, quando a Tiridate, re d'Armenia, venne in animo di affrontarli e di combatterli. Mal gliene incolse, perchè nella battaglia perdette trecentomila dei suoi, e poco mancò non rimanesse egli stesso prigione, mentre degli Alani non perì neppur uno. Dopo di ciò gli Alani tornarono indisturbati nella loro regione. Uditi tali casi l'imperatore Tito ebbe desiderio di sperimentare contro di essi la sua potenza, ma non potè, avendo perduto nella guerra giudaica il fiore delle sue milizie. Quanto qui si dice degli animali dati in pastura agli Alani rimanda al racconto delle Revelationes, o dello Pseudo-Callistene.

Ho detto che la leggenda in cui prendono posto Gog e Magog prevalse; ma, passando d'una in altra scrittura essa ebbe ad alterarsi, e alcuni tratti suoi furono in particolar modo esagerati, o conformati al sentimento e alla condizione dei varii popoli che raccolsero. Non entrerò a questo proposito in troppi particolari per non dilungarmi più di quanto l'opportunità richiegga; ma accennerò ad alcune tendenze che in successo di tempo si vanno svolgendo dentro alla leggenda, e ad alcune singole immaginazioni più degne di nota.

Abbiamo veduto quale orribile descrizione si faccia dei popoli rinchiusi nelle Revelationes e nello Pseudo-Callistene[1010]. Tale descrizione trae senza dubbio la origine dall'odio che gli Ebrei dovevano nutrire per le genti incognite da cui tanti mali aspettavano; ma passata poi la leggenda nel dominio d'altri popoli, quella orribilità fu piuttosto accresciuta che diminuita, e alcuna volta finisce che i rinchiusi si tramutano in esseri addirittura fantastici. Spesso si trovano confusi coi pigmei o coi giganti. Edrisi dice[1011] che le genti di Magog sono di piccolissima statura, non oltrepassando i ventisette pollici. Hanno viso interamente rotondo, grandi orecchie che loro cascano sulle spalle, e tutta la persona coperta di una specie di peluria. In un antico poema siriaco[1012] quei di Ogûg e Mogûg sono giganti di sei o sette cubiti, che si lavano col sangue, bevono sangue e mangiano carne umana. Goffredo di Monmouth chiama Goëmagot, o Gogmagot, un gigante di venti piedi, che con alcuni suoi compagni tenta di contrastare a Bruto il possesso di Albione[1013]. Nello Scià-namè di Firdusi si dice che quei di Gog e Magog hanno nera la lingua, nero il viso, gli occhi color di sangue, zanne simili a quelle del cinghiale, corpi pelosi, grandi orecchie da elefante, dell'una delle quali, quando si coricano, fanno guanciale e dell'altra coperta. Ciascuna femmina partorisce mille figliuoli. Corrono come onagri. In primavera si nutrono di serpenti e ingrassano; in estate di erbe e smagriscono; grassi, urlano come lupi; magri, la loro voce si fa tenue come quella dei colombi[1014]. Nel poema tedesco di Apollonio di Tiro, opera di Heinrich von der Neuenstadt, si trova una descrizione la quale, per mero caso senza dubbio, più di una volta si accorda con la descrizione di Firdusi[1015]. Gli uomini di Gog e Magog hanno nove piedi di altezza, dei quali sei nelle gambe, muso canino, tinto sotto gli occhi di verde e di giallo, con grande bocca, da cui esala un puzzo come di latrina[1016]. La voce loro è come di lupo, e sono così veloci nel corso che un cavallo non può seguitarli. Si cibano di lupi, di cani, e di carne umana.

Ibn Khaldun dice che quei di Gog sono di alta statura, e quei di Magog invece assai piccoli. Hanno poi, come pare, in comune, volto rotondo, zanne sporgenti, piccoli occhi, favella che rassomiglia a un sibilo, e il costume di divorarsi fra loro[1017]. In alcune descrizioni si dice per giunta, come nelle Revelationes, che essi sono cultori dell'arte magica[1018], e in una delle tante redazioni delle epistole del Prete Gianni, che essi chiusero Alessandro in Macedonia, e lo misero in prigione[1019].

Il paese di Gog e Magog è per lo più descritto come degno de' suoi abitatori, inospite, selvaggio, sterile, esposto a tutte le intemperie e ai geli del settentrione, frequentato da mostri, traversato persino da un fiume infernale; ma alcuna volta esso è anche descritto come ubertoso e favorito di clima più mite. Edrisi dice il paese molto ben coltivato e i suoi abitatori provveduti di numerose greggi; ma poi soggiunge, citando l'autore del Libro delle Meraviglie, che per esso scorre un fiume, in fondo al quale arde un fuoco perpetuo, e in cui gli abitanti gettano i prigionieri, i quali, prima che abbiano tocco il fondo, sono rapiti da grandi uccelli, tratti in certe caverne e quivi divorati. Non aggiungo ora altre particolarità circa il paese di Gog e Magog, perchè avrò da tornare quanto prima sull'argomento.

Del muro costruito da Alessandro Magno si parla in modo più o meno particolareggiato. Il racconto più diffuso a tale riguardo è quello di Firdusi, che, per altro, riproduce in sostanza il racconto del Corano. Alessandro, visitate le montagne, fece raccogliere in grandissima quantità rame, bronzo, calce, pietre, legname e tutto quanto richiedevasi all'opera. Dal mondo intero accorsero allora i muratori e i magnani, e quando tutto fu in pronto si diede mano al lavoro. La struttura del muro procedeva a questa guisa: prima si metteva uno strato di carbone, poi uno di ferro, e tra i due un po' di rame, e sopra il tutto dello zolfo; e quando il muro, largo dugento cubiti, ebbe raggiunta la sommità dei monti, ci si versò su un mescuglio di nafta e di burro, e accatastata in sulla cima gran quantità di carbone, si diè fuoco alla massa, e l'incendio fu promosso coi mantici da centomila fabbri ferrai. Ma Yakub parla solamente di una porta di ferro e di bronzo, lavoro di dodicimila operai, compiuto in sei mesi. Per contro nel Romans d'Alixandre di Lambert di Tors e Alexandre de Bernay il muro è di materiali ordinarii, ma

tant par fu bien sieriés que riens ne l' pot desfaire[1020].

Quanta fede si desse, più particolarmente in Asia, alla esistenza di Gog e Magog e del muro che li rinchiudeva, mostra la seguente storia narrata da parecchi scrittori arabici, e fra gli altri da Ibn Khordadbeh e da Edrisi[1021]. Il califfo Wâttek billah vide una notte in sogno aperta la muraglia costruita da Alessandro. Spaventato da tale visione, chiamò Salam l'interprete, e gl'ingiunse di porsi in viaggio, di ritrovar la muraglia, e di recargliene preciso ragguaglio. A tal uopo gli diede cinquanta compagni con cento muli, gran quantità di denaro, e provvigioni per un anno. Salam e i compagni si pongono in viaggio, traversano varii paesi, e da ultimo una regione sparsa di rovine di antiche città, conquistate e distrutte dai popoli di Gog e Magog. Giungono finalmente a certi castelli prossimi alla muraglia, custoditi da uomini che parlano arabico e persiano, e ad una città popolata di musulmani. Due parasanghe più oltre trovano la muraglia, e su per una montagna, che domina un precipizio, una formidabile costruzione di ferro e di rame, con una porta di due imposte, alta cinquanta cubiti, larga cento. A venticinque cubiti dal suolo la tiene sprangata un catorcio dello spessore di un cubito, della lunghezza di sette. Ogni venerdì il comandante di quella fortezza, e dieci altri cavalieri, tutti armati di grevi magli, vanno a picchiare per tre volte sul catorcio, affine di lasciar intendere a quei di dentro che la porta è ben custodita, e allora si ode, di solito, un rumore confuso, prodotto dalla folla raccolta dietro a quella. Lì accosto, in un campo trincerato di trecento miglia di superficie, si vedono ancora gl'istrumenti e parte dei materiali che servirono alla costruzione del muro. Interrogati da Salam se mai avessero veduto alcuno di quei rinchiusi, gli abitanti risposero d'averne veduti a più riprese sui merli del muro, e che una volta un vento impetuoso ne fece cadere tre dalla lor parte. Essi erano alti ventidue pollici allo incirca. Salam potè riportare al suo signore la consolante notizia che il muro di Alessandro Magno era ancora in buono stato e che nulla faceva presagire la prossima uscita dei popoli rinchiusi.

Vero è che i rinchiusi non si stavano con le mani in mano, ma si adoperavano come meglio potevano per uscire di prigionia. Il cronista Tabari, narrata la leggenda in termini che molto si accostano a quelli del Corano e di Firdusi, soggiunge un'assai strana notizia. Quei di Gog e Magog si affaticano senza posa per distruggere il muro metallico, ma non possono venirne a capo. Sprovveduti di più acconci utensili, essi vi lavorano intorno con le lingue, che hanno ruvide a modo di raspe, e leccando il muro un intero giorno lo riducono dello spessore di un guscio d'uovo. Allora, ristando dall'opera, gridano trionfando: Certamente domani noi lo avremo in tutto disfatto. Ma nella notte il muro racquista miracolosamente lo spessore di prima. E ciò si ripete tutti i giorni, e si ripeterà, finchè, essendo prossima la fine del mondo, uno dei rinchiusi, mosso da divina inspirazione, suggerirà ai compagni di non più dire al sopravvenir della notte: Certamente domani noi lo avremo in tutto disfatto; ma bensì: Domani noi lo disfaremo, se piace a Dio. E allora essi compieranno l'opera da sì gran tempo tentata invano[1022].

L'opinione che i popoli di Gog e Magog fossero Sciti continua ad essere professata da molti anche in questo nuovo grado della leggenda, il grado, cioè della leggenda che ho addimandata epica[1023]. Ma altre identificazioni non mancano coi Goti[1024], con gli Unni[1025], con gli Ungheri[1026], coi Turchi[1027], alle quali mi basta accennare. Fra gli Ebrei ci fu persino chi identificò Gog e Magog coi Romani[1028]. Ma la opinione più curiosa, e più meritevole d'intrattenerci alquanto, è quella che confuse Gog e Magog con le dieci tribù che Salmanassar, o il suo successore Sargon, espugnata nel 721 innanzi Cristo Samaria, fece trasportare a settentrione della Mesopotamia, al di là dell'Eufrate[1029]. Una identificazione così fatta potrebbe apparire a prima giunta non da altro suggerita che dall'odio dei cristiani contro gli Ebrei; ma se questa ragione non mancò, ce ne furono anche dell'altre. Assai per tempo si diffuse tra gli Ebrei la credenza che le dieci tribù vivessero in una regione remota ed incognita, d'onde farebbero ritorno al tempo del loro Messia. Questa leggenda si trova già interamente costituita nell'apocrifo quarto libro di Esdra. Quivi si narra che, trasportate al di là dell'Eufrate, le dieci tribù fermarono il proposito di segregarsi da tutte le altre genti, e di spingersi oltre in alcuna regione incognita della terra, dove gli uomini non avessero mai abitato, per ivi serbare incorrotti la religione e i costumi degli avi. Postesi in viaggio, giunsero dopo un anno e mezzo di cammino nelle nuove lor sedi, d'onde faranno ritorno alla fine dei tempi, per raccogliersi intorno al Messia, quando contro costui si congregheranno dalle quattro plaghe del mondo le genti. La leggenda ricomparisce nel XLII capitolo del Carmen apologeticum di Commodiano, dove il Messia è Cristo, e dove si dice che alla fine del mondo le dieci tribù torneranno dalla loro ignota dimora, vinceranno l'Anticristo Nerone, e libereranno Gerusalemme. Se la credenza avesse potuto prevalere nella forma datale da Commodiano, qualsiasi confusione tra Gog e Magog e le dieci tribù sarebbe stata impossibile, ed anzi si sarebbero avute tra i cristiani, come si ebbero tra gli Ebrei, due diverse leggende, l'una, del popolo malvagio e rinchiuso, destinato ad ajutar l'Anticristo, l'altra, del popolo virtuoso (rinchiuso, o non rinchiuso) destinato ad ajutare Cristo. Ma era assai difficile che la credenza prevalesse in quella forma. I cristiani, in generale, dovevano vedere mal volentieri che si desse a Cristo, nella fine dei tempi una milizia ebraica, ed essere, per contro, dispostissimi ad ammettere sul conto delle dieci tribù la stessa opinion degli Ebrei. Il Messia degli Ebrei pei cristiani non poteva essere se non l'Anticristo, e le dieci tribù che l'avrebbero seguitato prendevano necessariamente il posto di Gog e Magog, o si univano ad essi[1030].

Nel medio evo questa leggenda assunse varie forme, giacchè, secondo certi racconti, Alessandro fu quegli che precisamente chiuse le dieci tribù; secondo altri, Alessandro le trovò già rinchiuse, ma saputo dell'esser loro, fece la clausura più rigorosa e più aspra. Lorenzo de Segura, dice nel Poema de Alejandro che il Macedone trovò gli Ebrei

Tras mas altas sierras, Caspias son llamadas.

Que fueras un portiello non havia y mas entradas.

Sono essi uomini sparuti e vili, non atti alle armi. Alla preghiera di Alessandro si congiunsero i monti; ma i rinchiusi usciranno prima della fine del mondo e devasteranno tutta la terra[1031]. Il Mandeville dice che alla preghiera di Alessandro Dio fece serrare i monti tutto intorno alla regione dove erano gli Ebrei, salvo che da una parte, dov'è il Mar Caspio; ma per la via del mare, i rinchiusi, i quali fuori del proprio non conoscono altro linguaggio, non si attentano di fuggire. Gli Ebrei non posseggono altra terra in tutto il mondo, ed anche per quella pagano tributo alla regina delle Amazzoni, la quale fa molto bene custodire l'unico passo[1032]. Questo consiste in un sentiero angusto, che dura quattro leghe, e non vi si trova acqua, ma dragoni e serpenti ed altri animali velenosi in gran copia, tanto che non vi si può passare se non durante l'inverno[1033]. Se mai alcuno dei rinchiusi vien fuori non sa parlare con altre genti; ma tutti usciranno al tempo dell'Anticristo, per la qual cosa gli Ebrei di tutto il mondo imparano l'ebraico, sperando di potersi allora intendere con essi e guidarli contro ai cristiani. Qualichino da Spoleto dice che, secondo la opinione di alcuni, fra le genti rinchiuse da Alessandro Magno c'erano anche le dieci tribù. Nel Jüngere Titurel si parla degli Ebrei chiusi tra monti che superano in altezza l'arcobaleno; ma non si dice che Alessandro Magno fosse quegli che ve li rinchiuse[1034]. Ranulfo Higden dice, per contro, che venuto ai Monti Caspii Alessandro trovò i discendenti delle dieci tribù, i quali gli chiesero licenza di potersene uscire di là; ma egli, saputo come quivi fossero stati chiusi in punizione dei loro peccati, inclusit eos artius, molibus bituminatis aditum obstruens[1035]. Secondo un'altra opinione Alessandro Magno avrebbe rinchiuse, oltre alle genti di Gog e Magog, anche le dieci tribù[1036]. Teolosforo di Cosenza nega recisamente tutta la favola[1037]. Nel 1540 un supposto re di quegli Ebrei venne in Europa, andò a trovare Francesco I e Carlo V, cercò di guadagnar proseliti alla sua religione, e fu per ciò arso vivo in Mantova.

Non dev'essere confusa con la precedente un'altra leggenda secondo la quale l'imperatore Claudio, durante una gran carestia, fece espellere da Roma tutti gli Ebrei con molta parte della popolazione meno valida, e li fece chiudere in luogo recondito, dai quali rinchiusi poi discesero gli Unni[1038].

§ III. La leggenda storica.

Sparsesi, verso il mezzo del XII secolo, in Europa, le prime nuove del Prete Gianni e della sua grande potenza, la leggenda di Gog e Magog non tardò ad avere nuove connessioni e nuovi ampliamenti. Questo principe era cristiano; il suo regno, di cui non bene si conosceva la situazione, si stendeva sopra molta parte dell'Asia, e volentieri vi si comprendevano le terre incognite e remote di cui parlavano gl'itinerarii; di lui, e della condizione de' suoi paesi non poche meraviglie narravansi; era pertanto assai naturale che tra lui e le genti rinchiuse di Gog e Magog si stabilisse per tempo una qualche relazione[1039]. Così avviene che di Gog e Magog noi troviam fatta menzione in alcune delle epistole che si pretesero scritte dal Prete Gianni a sovrani di Europa.

Di tali epistole, che ebbero una straordinaria diffusione e furono tradotte in tutte le lingue, già parla nella sua Cronaca, all'anno 1145, Ottone di Frisinga. Ma nelle redazioni più antiche la leggenda di Gog e Magog non si trova per anche ricordata; essa penetra solamente nelle redazioni più recenti[1040]. In queste il Prete Gianni narra del rinserramento di quelle genti per opera di Alessandro Magno in modo conforme al racconto dello Pseudo-Callistene; ma aggiunge che esse sono soggette al suo dominio; e che egli se ne giova nelle sue guerre, facendo loro divorare i nemici, dopo di che le rimanda nelle lor sedi. Usciranno al tempo dell'Anticristo e soggiogheranno Roma e tutta la terra[1041].

Ma la dominazione del Prete Gianni sopra le genti rinchiuse non doveva essere di lunga durata, e queste non dovevano aspettare la fine del mondo per fare la minacciata irruzione. Le prime mosse dei Tartari in sul cominciare del secolo XIII, e le rapide conquiste di Gengiscan, impressionarono profondamente la cristianità tutta quanta; le notizie confuse ed esagerate che ne giungevano, le descrizioni strane che si facevano di quelle genti e dei loro costumi, accesero le fantasie, e la paura ajutando, si credette che Gog e Magog fossero usciti dalle lor sedi, e avessero dato principio all'opera di devastazione. Il nome originale di Tatari fu modificato e se ne fece Tartari, suggerita l'alterazione dal Tartaro, d'onde pareva che i nuovi barbari dovessero esser venuti[1042].

Le relazioni dei viaggiatori confermarono quella credenza. Giovanni del Pian dei Carpini, mandato nel 1245 da Innocenzo IV in Asia, con la missione di distogliere i Tartari appunto dalle loro scorrerie in Europa, e, dove fosse possibile, di convertirli alla fede cristiana, raccontò de' costumi loro, al suo ritorno, non poche cose le quali si accordavano con quanto si sapeva di Gog e Magog, tra l'altro che quando alcuno di essi veniva a morire i parenti si congregavano per cibarsi delle sue carni. Secondo quanto egli riferiva, il Can dei Tartari si sarebbe chiamato Cuynè o Gog, e suo fratello Magog. Guglielmo Rubruquis o Ruysbroeck, mandato da Luigi IX di Francia a prendere accordi col Gran Cane per una futura crociata, confermò quanto dell'antropofagia aveva narrato il suo predecessore. Il Joinville dice, narrando di questa ambasceria, che i Tartari stessi raccontarono ai messi del re di Francia come il paese d'onde essi erano venuti fosse un gran deserto di sabbia, nell'ultimo Oriente, prossimo ai monti tra cui stavano rinchiusi Gog e Magog[1043]; e l'armeno Hayton conferma questa opinione dicendo nel suo Liber de Tartaris[1044] «Regio illa in qua Tartari primitus habitabant, est sita ultra magnum montem de Belgian, de quo monte fit mentio in historiis Alexandri». Marco Polo afferma che la porta costrutta da Alessandro Magno non fu fatta per trattenere i Tartari, i quali a quel tempo non esistevano ancora, ma bensì i Comani, e dice che i popoli di Gog e Magog, i quali egli pone nel regno del Prete Gianni, dalle genti vicine erano chiamati coi nomi di Ung e Mongul[1045]. Ma la leggenda aveva già identificato i Tartari con Gog e Magog, o con le dieci tribù di Ebrei che alla lor volta erano state identificate con questi. Federico II dice in una epistola a Enrico III d'Inghilterra che i Tartari sono discesi dalle dieci tribù rinchiuse da Alessandro Magno. Ricoldo da Montecroce riferita, nel suo Liber peregrinationis[1046], questa medesima opinione, adduce alcuni argomenti in favore e contro di essa, e avverte che i Tartari stessi diconsi discesi da Gog e Magog: «Vnde ipsi dicuntur Mogoli, quasi corrupto vocabulo Magogoli»[1047]. Il Villani l'accolse[1048], ed essa penetrò anche in qualche versione dello Pseudo-Callistene e della Historia de proelis, come per esempio nei Nobili fatti di Alessandro Magno. Il Malvenda in principio del secolo XVII la sosteneva ancora[1049].

E qui ci si fa innanzi un'altra immaginazione, di cui non saprei indicare la origine, ma che sembra essere nata in questo terzo stadio della leggenda, ossia della leggenda che io ho addimandata storica, giacchè si lega con la irruzione dei Tartari. Il muro e la porta, di cui abbiamo veduto in alcuni racconti crescere a dismisura la grandezza e la forza, non pajono più sufficienti a trattenere i popoli rinchiusi, e ad essi aggiungonsi certe trombe fatte costruire dallo stesso Alessandro Magno con tale artificio che investite dal vento suonano, e fanno credere a quei di dentro che un'oste numerosa stia sempre a custodia dei ripari. In nessuno degli scrittori orientali di cui ho potuto aver conoscenza si trova cenno di questo nuovo ingegno: solo il rabbino Giuseppe Kimchi, il quale fiorì nel XII secolo, ricorda nell'inedito suo commentario sopra gli ultimi profeti una immaginazione affine, dicendo di aver letto in certo libro che sulle mura di ferro della sua fortezza Alessandro pose certi simulacri di ferro anch'essi, con grande artificio operati, i quali percotendo senza intermissione con magli e scuri tenevano in soggezione i rinchiusi[1050]. Il primo, per quanto io so, che faccia parola di quelle trombe è il già citato Ricoldo da Montecroce, il quale, narrando dei Tartari rinchiusi, dice che come alcuno di essi si appressava alla fortezza di Alessandro Magno, udiva tale un tumulto d'uomini e di cavalli, e tanto clangore di trombe, che esterrefatto fuggiva, e soggiunge: «Hoc autem erat artificio venti». I Tartari conobbero finalmente l'inganno e uscirono a questo modo. Uno di essi, cacciando, inseguiva una lepre. Incalzata dai cani, questa si rifugiò dentro la fortezza, e il Tartaro, trascinato dall'ardor della caccia, stava in dubbio se dovesse penetrarvi a sua volta, quando un gufo si mise a cantare sopra la porta. Allora il Tartaro disse tra sè: Non può essere abitazione umana là dove la lepre ripara e il gufo canta. E cercato il luogo, e scoperto l'inganno, tornò verso i suoi e disse loro che se essi acconsentivano a riconoscerlo per re, egli li avrebbe liberati. I Tartari uscirono liberamente, e da allora in poi ebbero in molto onore le lepri e i gufi, e delle penne del gufo usarono adornarsi il capo. Senza dubbio Ricoldo raccolse questa favola durante il suo viaggio in Asia, giacchè la prima parte di essa, quella dove si parla delle trombe, è viva ancora, o almeno era non molti anni fa, nella Russia meridionale[1051].

Giovanni Villani racconta la storia altrimenti, e non dice nulla del cacciatore e della lepre. Le trombe che tenevano in soggezione i Tartari, turate dai gufi che presero a farvi dentro i lor nidi, cessarono a poco a poco di sonare[1052]. Giovanni Fiorentino trasporta di pianta nel Pecorone la narrazione di Giovanni Villani[1053], e Fazio degli Uberti accenna in modo assai stronco, secondo il suo solito, alla leggenda, tanto che se di questa non s'avesse altrimenti notizia, non si potrebbe intendere il significato delle sue parole[1054]. A farmi credere che il primo a divulgare in Europa questa favola delle trombe sia stato Ricoldo da Montecroce, sta il fatto che gli scrittori in cui noi la ritroviamo da prima sono italiani, e che solamente più tardi pare che anche fuori d'Italia se ne sia avuta cognizione. Nella famosa carta catalana del 1375, pubblicata primamente dal Buchon e dal Tastu[1055], in uno spazio circoscritto dai Monti Caspii si vedono le figure di Alessandro Magno e di due Mori che suonano la tromba, accompagnate dalla scritta: Aquests son de metall, e aquests feu fer Alexandri, rey gran e poderos. Ai tempi del Mercator pare che più non si ricordasse l'idea primitiva della finzione, giacchè questo geografo nota nella sua mappa: Hic in monte collocati sunt duo tubicines aerei quos verisimile est Tartari in perpetuam vindicatae libertatis memoriam eo loci posuisse, qua per summos montes in tutiora loca commigrarunt.

Ciò che Ricoldo narra della lepre fuggente trova riscontro in parecchi altri racconti, i quali tuttavia discordano in vario modo dal suo. Il Mandeville e Giovanni d'Outremeuse dicono che al tempo dell'Anticristo i rinchiusi usciranno perseguitando una volpe. Notisi a tale proposito che secondo il racconto di Giorande, gli Unni, nati dal commercio di certe maghe scitiche o gotiche con ispiriti abitatori dei deserti, vissero lungamente nella solitudine, sulla costa orientale della Palude Meotide, finchè un giorno alcuni cacciatori, inseguendo una cerva, traversarono le paludi e conobbero altre terre e altre genti.

Fatto il Prete Gianni signore di Gog e Magog, e identificati poi Gog e Magog con i Tartari, bisognava che alla uscita di costoro la leggenda si acconciasse a far morire il Prete Gianni, o a fare almeno che gli antichi suoi soggetti trionfassero di lui. Qui abbiamo, a dir vero, l'incontro di tre leggende, la leggenda cioè di Gog e Magog, la leggenda del Prete Gianni e la leggenda particolare di Gengiscan, e dal loro congiungimento vien fuori una specie di appendice, sulla quale mi soffermerò appena. In molte cronache del medio evo si narra del fabbro Gengiscan, e del modo da lui tenuto per farsi signore dei Tartari, e poi delle varie sue imprese, il tutto non senza molte favole, come si può di leggieri immaginare. Secondo una di tali favole la prima sua impresa, quella che doveva spianar la strada alle altre, fu di assalire il Prete Gianni. Se non che circa i casi di questa guerra gli storici, o per dir meglio i favoleggiatori, van poco d'accordo. Ricoldo da Montecroce dice che i Tartari si divisero in tre torme, e che l'una di queste, capitanata da Gengiscan (Camiustan) invase il Catai, dove fu morto il Prete Gianni[1056]. Guglielmo Rubruquis, il Joinville, Marco Polo raccontano tutti della vittoria riportata da Gengiscan sopra il Prete Gianni; ma rientrando per altra via nella storia, Marco Polo identifica il Prete Gianni con Une Can, mentre il Rubruquis fa di Une Can un fratello del Prete Gianni. Secondo Giovanni del Pian dei Carpini, questi non soggiacque, ma respinse anzi l'esercito dei Tartari, guidato da un figliuolo di Gengiscan, valendosi a tale uopo di certe statue cave di rame, piene di sostanze infiammabili, espediente già adoperato da Alessandro Magno contro gli elefanti di Porro. E bisogna dire che questa fosse la versione più giusta, giacchè due o tre secoli dopo noi troviamo quel medesimo Prete Gianni (il quale, tra l'altre meraviglie, aveva anche nelle sue terre d'Asia la fontana di gioventù) a capo di un vasto e florido reame in Etiopia.

Se la identificazione dei popoli di Gog e Magog e dei Tartari fosse stata universalmente accettata, la leggenda nostra avrebbe dovuto perdere gli antichi suoi nessi con le credenze correnti circa la venuta dell'Anticristo e la fine del mondo. Ma quella identificazione non fu da tutti accettata, e molti continuarono a credere che dietro ai ripari costrutti da Alessandro Magno il popolo formidabile descritto da Ezechiele, il popolo dell'Apocalissi, stesse aspettando l'ora segnata alla sua incursione. E forse qualche strascico della vecchia tradizione dura ancora tra i volghi d'Europa.

Veduto come avesse origine e per quali gradi si movesse la leggenda nostra; come, uscita dalla storia, si rannestasse alla storia, e come cercasse in varii modi di assestarsi sotto il rispetto etnografico, resta che noi diamo un rapido sguardo a quello che più particolarmente si può addimandare il mito geografico, il quale da me nelle pagine che precedono fu toccato appena. Sarò compendioso, non richiedendosi al proposito mio una trattazione troppo distesa e minuta.

§ IV. Il mito geografico[1057].

Abbiam veduto che il Magog di Ezechiele doveva corrispondere alla parte settentrionale ed orientale dell'Armenia, divenuta stanza degli Sciti dopo la invasione. Nell'Apocalissi, per contro, non è nè designata, nè sottintesa nessuna regione particolare; le genti di Gog e Magog saranno congregate dai quattro angoli della terra; e questa senza dubbio sarebbe poi stata sempre la immaginazione corrente se la leggenda di Gog e Magog non si fosse scontrata con la leggenda di Alessandro Magno.

Nella nuova leggenda nata da questo congiungimento i popoli di Gog e Magog occupano una regione reale e assai ben determinata dell'Asia. Essi sono chiusi nelle gole del Caucaso, o al di là di questa giogaja di monti, e le Porte Caspie sono l'unico passo per cui si possa accedere a quella regione, od uscirne, passo murato e munito da Alessandro Magno. Se l'attribuzion dei ripari ad Alessandro era in tutto immaginaria, i ripari a cui alludeva la favola esistevano veramente, ed esistono in parte tuttavia. Il muro di Alessandro altro non era che il muro di Derbent, chiamato dagli Orientali Sadd-i-Iskander, costruito, secondo alcuni scrittori, da Cosroe Anuscirvan, secondo altri costruito gran tempo innanzi, e poi restaurato da Yezdegerde II e da Anuscirvan[1058]. Parecchi viaggiatori occidentali parlano della città di Derbent come di città edificata da Alessandro Magno[1059], e sul luogo stesso questa tradizione è ancor viva. Certo si è che il muro servì in origine a quello scopo medesimo per cui più tardi se ne attribuì la costruzione ad Alessandro Magno, la difesa cioè dell'Asia centrale contro i barbari del Settentrione[1060].

Assai per tempo nella tradizione i Monti Caspii presero il luogo del Caucaso, sia che allo scambio desse occasione la stessa loro prossimità, sia che il nome della Porta Caspia traesse più facilmente con sè quello dei primi che non quel del secondo. Ma alla lunga non era possibile serbare ai confini stessi della Persia, in regione troppo frequentata e cognita, la terra inaccessibile di Gog e Magog. In sul finire del VII secolo gli Arabi invasero l'Armenia e la Georgia, e traversarono il Caucaso senza nulla trovare di quanto le leggende narravano, e senza che il famoso muro di Alessandro Magno valesse a trattenerli. Allora fu pure giuocoforza trasportare questo muro e le genti che si supponevano da esso rinchiuse, in parte più remota del mondo; e da prima si trasportarono nell'Ural e nell'Altai, dove pare che nell'anno 844 andasse a rintracciarli Salam[1061], e poi, allargandosi a mano a mano la zona delle terre cognite, sempre più verso Oriente e Settentrione, sino a toccar le spiagge del grande oceano che si credeva cingere tutta la terra. I geografi arabi ammisero per la più parte questa trasposizione, confermata poi dalla universale credenza del medio evo. Il modo proverbiale italiano in Oga Magoga accenna per lo appunto a regioni lontanissime, sconosciute e fuori d'ogni consorzio umano; ed equivale al dusqu'au Sec Arbre dei Francesi. Nel IX secolo Alfargani faceva cominciare, a oriente, il settimo clima dalla regione di Gog, ponendo questa agli ultimi confini della terra, dove poscia la ponevano anche Edrisi, Ibn-al-Vardi, Abu-Rihan e gli altri[1062]. Essa era bagnata dall'oceano che tutto cerchiava la terra, e si stendeva sotto quella misteriosa zona delle tenebre di cui tanto avevano favoleggiato gli antichi e di cui tanto ancora si favoleggiò nel medio evo[1063].

Nulladimeno la più antica opinione, la quale poneva oltre il Caucaso, oppure oltre i Monti Caspii i popoli rinchiusi, non fu smessa interamente, tanto che in pieno secolo XV Fra Mauro doveva nei seguenti termini confutarla: «Alguni scrive che ale radice del monte Caspio, over pocho lontan, sono queli populi i qual, come se leze, sono seradi per Alexandro Magno. Ma certo questa opinion manifestamente è erronea, e da non esser sostenuta per algun modo, perchè certo l'è sì noto la diversità de le nation che habitano circa quel monte, ch'el non è possibile che tanta numerosità de populi ne fosse ignoti, cum sit che tute quele parte sono assai domestege per esser frequentade sì dai nostri come da altre nation, che sono Zorzani, Grezi, Armini, Cercassi e Tartari, e molte altre generation de populi, i qual fano continuamente quel camin. Unde se questi populi fosse de li rechiusi credo che se queli ne avesse notitia ancora seriano a nui noti. Ma essendo questi tal populi ne la extremità de la terra, come ne son certissimamente informato, adevien che anchor tutte queste nation de sopra nominate non ne ha mazor notitia de nui. Perhò concludo che questi populi siano molto lontani dal monte Caspio, e siano, come ho dito, ne la extremità de la terra tra griego e tramontana, e sono circumdati da monti asperimi e dal mar ocean quasi da tre bande»[1064]. Se non che c'era modo di conservare l'antica opinione senza urtare negli argomenti di Fra Mauro; bastava a tal uopo prendere i Monti Caspii, e il mar Caspio per giunta, e trasportarli di pianta nell'India, o in quella delle regioni dell'Asia dove paresse più opportuno di porre le genti di Gog e Magog, nè questa era impresa da spaventare i geografi del medio evo. Gervasio di Tilbury dice senza ambagi: «In India est mons Caspius, a quo mare Caspium vocatur, inter quem et mare Gog et Magog, ferocissimae gentes, a Magno Alexandro inclusae feruntur»; e questa opinione è poi seguitata da molti[1065]. Giova tuttavia fare osservare a tale proposito che all'India, nel medio evo, non si davano i confini che essa ha nella geografia moderna, e che la smania di far di Gerusalemme il centro del mondo portava come conseguenza la trasposizione, e più particolarmente il discostamento di molte regioni dell'Asia allora conosciuta. Ma secondo un'altra opinione, più universalmente accetta, i monti Caspii e il mar Caspio si trasponevano all'estremo limite settentrionale ed orientale dell'Asia. Allora il mar Caspio non facevasi chiuso, ma aperto e in comunicazione con l'oceano, conformemente alla credenza dei più degli antichi. Qui può essere inoltre ricordata la opinione che identificava il muro di Alessandro Magno con la gran muraglia della Cina, opinione seguita da parecchi fra gli Orientali[1066], e fra gli Occidentali da Marco Polo e da qualcun altro.

Sarebbe cosa agevole raccogliere ed esporre qui le varie particolarità concernenti il paese di Gog e Magog, le quali si trovano nelle carte del medio evo; ma io credo che al proposito mio alcune poche e sommarie indicazioni possano bastare. Di solito il paese di Gog e Magog è rappresentato in forma di penisola, bagnata da tre parti dall'oceano, chiusa verso terra da una giogaja di monti. Ora esso si trova a oriente e ora ad occidente del mar Caspio; ma spesso ancora in tutto separato da questo. Qualche volta la penisola si vede cinta di monti anche dalla parte del mare[1067]. In alcune carte la penisola è divisa in due distinte province, l'una abitata da Gog, l'altra da Magog; in altre la forma di penisola sparisce pur rimanendo molte altre particolarità. Più raro è il caso che il paese di Gog e Magog sia un'isola[1068]. In alcune carte, come, per esempio, in quella di Andrea Bianco (1436) Gog e Magog sono in una penisola non da altro separata dal Paradiso terrestre che da un golfo di mare. Non so se un tale raccostamento possa essere stato, almeno in parte, suggerito dall'idea che da quella plaga della terra dove Satana aveva pervertito Adamo dovessero uscire gli ultimi campioni di Satana e le milizie dell'Anticristo.